Federer, l’unico avversario di Federer

Lo svizzero parte favorito in finale contro Cilic. Con altri avversari sarebbe stato diverso?

Federer, l’unico avversario di Federer

Dopo la sconfitta in semifinale, Tomas Berdych in conferenza stampa è stato lucido, quasi sopraffatto dall’evidenza: “Roger sta giocando meglio di sempre: io ho giocato un gran torneo, ma non ho potuto nulla”. Ci aveva già perso in Australia quest’anno, spettatore impotente di un’autentica lezione che Federer gli impartì al terzo turno: un’ora e mezza di tennis da paradiso, forse il vero punto di svolta del torneo, prima delle vittorie al quinto set con Nishikori, Wawrinka e Nadal. Al secondo turno contro Rubin, Federer era sembrato opaco, ma dopo la straripante prestazione con Berdych non si guardò più indietro, fino al diciottesimo trionfo Slam. Poi Indian Wells, Miami, Halle.

Anche Milos Raonic, battuto dallo svizzero in quarti pochi giorni fa, aveva praticamente anticipato quello che Berdych avrebbe detto. Federer è in condizioni straordinarie, non c’è da interrogarsi troppo sul resto: è vero che Djokovic e Murray sono copie sbiadite delle loro migliori versioni, che Nadal sull’erba va sempre rivalutato (nemmeno troppo poi) ma Roger è al top, forse più di sempre. Del nuovo rovescio si è già parlato molto da inizio anno: aggressivo, coperto, potente, limitando al massimo le risposte bloccate e le manovre più ragionate con il back. Anche in fase di recupero, dal lato sinistro Federer cerca di ribaltare l’inerzia dello scambio, azzardando in spinta senza limitarsi a rimandare la palla di là. Ancor di più, atleticamente è in un momento di brillantezza rara: i vincenti sono senz’altro splendidi da vedere e applaudire, ma specialmente nelle ultime due partite lo svizzero si è sacrificato in difesa, in cui ha impressionato per tenacia e voglia di soffrire. La condizione fisica e la velocità dei piedi sono perni imprescindibili per il suo gioco, costantemente attaccato alla linea di fondo per cui necessita movimenti rapidissimi e secchi. Troppo spesso il lavoro di fitness e difesa di Federer viene adombrato dalle fasi offensive: prendendo in prestito un detto che si sente spesso per gli sport di squadra americani, “l’attacco fa vendere i biglietti, la difesa fa vincere le partite”.

 

E invece no, si continua a dire che i suoi contendenti non sono al meglio e quindi la competizione non è probante. Se Djokovic e Murray fossero al picco della forma, sarebbe diverso. A Wimbledon, se Nadal non avesse perso dopo una battaglia di quasi cinque ore con il panda Muller, forse i pronostici sarebbero altri. Se, se, se. Addirittura tutto il torneo, che certo non ha brillato per qualità, eccezion fatta per un paio di incontri, sarebbe da etichettare come brutto, deludente. Federer può aumentare il gap con chi lo insegue nel computo degli Slam vinti, può vincere il secondo Major dell’anno (l’ultima volta gli capitò otto anni fa), insomma c’è comunque una buona dose di storia che aspetta di essere scritta, ma non va bene. Per cosa ci si dovrebbe interessare allora? È necessario che il torneo sia vinto da un diciottenne sconosciuto, o che in finale sia per forza un duello tra Fab, per poterlo definire soddisfacente? Il movimento tennis, tutto, è in salute solo se ci sono novità di cui parlare? Uno dei maggiori protagonisti della storia di questo sport sta continuando a pennellare pagine intere, ma non basta, ma non è realistico senza avversari. Ma, ma, ma.

Federer giocherà in finale contro Marin Cilic: ci perse in semifinale a New York nel 2014, quando il croato proseguì poi con il successo su Nishikori per sollevare il suo unico trofeo Slam finora. Era un Cilic ingiocabile, potente, ficcante, sicuro di sé. Lo scorso anno i due si incontrarono in quarti di finale a Wimbledon, e Federer la spuntò salvando match point, prima di perdere nonostante un vantaggio di un set contro Raonic, in semi. Era un Federer diverso, ancora nel limbo dell’artroscopia al ginocchio e senz’altro meno preparato di quanto mostrato in questo 2017. Sarà senza dubbio alcuno il favorito, per confermarsi una volta di più, rispetto agli altri padroni del circuito, differente. Apparentemente, l’unico ostacolo che si frappone tra Roger e l’ottavo titolo a Londra è Roger stesso. Ma, ma, ma.

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