Federer, il Re non aristocratico che ha fatto il miracolo

19 Slam in 29 finali, 42 semifinali, 315 partite vinte. 93 titoli in 141 finali. Ma soprattutto, una resurrezione tennistica degna di una divinità

Federer, il Re non aristocratico che ha fatto il miracolo

L’editoriale: Il vero record di Roger Federer sono i suoi 200 passaporti. I suoi stop? Acqua fresca

Questo qui di seguito è l’articolo pubblicato sui giornali del gruppo editoriale La Nazione, Il Giorno e il Resto del Carlino. Il Direttore l’ha scritto e consegnato appena dopo la conclusione della finale, nel’attesa delle prime dichiarazioni di Roger Federer.

 

WIMBLEDON – C’erano principi e principesse, conti e contesse, duchi e duchesse di tutt’Europa nel Royal Box, ma il Re del tennis, l’unico ad aver trionfato 8 volte sul Centre Court è uno svizzero. Si chiama Roger Federer. God save the King. E questa volta, per la prima, King Roger, dominando uno zoppicante Cilic (6-3,6-1,6-4 in 1h e 41 m, il secondo punteggio più netto nei 19 suoi vittoriosi Slam dopo la vittoria su Hewitt agli UO 2004), ha fatto ancora meglio delle altre: non ha perso un set in tutti i Championships, come solo quattro altri “Wimbledon’s Champions”, prima di lui, Don Budge (1938), Tony Trabert (1955), Chuck McKinley (1963), Bjorn Borg (1976).

Non può certo rimproverarsi nulla Roger se la finale è stata moscia, priva di ogni suspence, se il suo avversario, Marin Cilic, non ha potuto difendersi al meglio a causa di una terribile vescica sotto al piede sinistro che l’ha fatto persino piangere a metà secondo set, “più che per il dolore, per il dispiacere e la frustrazione di non potermi giocare come volevo in un giorno come questo”.

Diversamente da tanti aristocratici dal sangue blu, quel Re rossocrociato è probabilmente il personaggio sportivo più amato del globo, ben al di là del microcosmo del tennis.

A renderlo incredibilmente popolare sono stati certamente i suoi innumerevoli trionfi, la straordinaria eleganza dei suoi gesti tecnici, lo stile sempre signorile delle sue dichiarazioni, la disponibilità verso le cause umanitarie, ma anche il fatto che non più tardi di un anno fa, prima ancora del compimento dei 35 anni – dopo la semifinale persa qui a Wimbledon con Raonic – tanti avevano temuto di averlo perso per sempre sui campi da tennis. Prima c’era stata la schiena che gli impediva di battere con la consueta energia, poi era stato il ginocchio a fare crac, addirittura mentre stava facendo il bagnetto alle figlie e ne era seguito la prima operazione chirurgica… Insomma il declino fisico del grande campione sembrava inarrestabile e assieme al suo non avere più vinto uno Slam da Wimbledon 2012, 5 anni fa, erano parsi perfino ai suoi più fans più incrollabili segnali tristemente inconfondibili.

Nessuno, neppure lui credeva in questa resurrezione. L’ha detto mille volte. All’indomani dell’Australian Open vinto a gennaio, dei tornei di Indian Wells e di Miami, ieri: “Sono incredibilmente sorpreso di come è andato quest’anno…pensavo di poter giocare a questi livelli un giorno, un torneo, ma non così tante volte e a lungo. Non so quanto potrà durare. Dipende tutto dalla salute, se sarò al 100 per 100 fisicamente. Wimbledon è sempre stato il mio torneo prediletto. I miei eroi hanno giocato su questi campi, fare la storia qui per me è il massimo”.

Un vero miracolo che un atleta possa fermarsi per sei mesi e tornare a vincere tutto e di più. Due Slam su due, due Masters 1000 su due (più Halle). Con due sole partite perse nei 7 tornei del 2017, con Donskoy a Dubai e con Haas a Stoccarda e in entrambe con il matchpoint a favore! I dati, impressionanti, sarebbero infiniti: 19 Titoli del Grande Slam in 29 Finali, più 42 semifinali con 315 partite vinte, 102 partite giocate a Wimbledon, 93 tornei vinti in 141 finali. E via. I soldi, ieri 2 milioni e mezzo di euro, secondo Forbes oltre 300 milioni di dollari.

Oggi è risalito a n.3 del mondo (per gli ultimi 12 mesi) ma nella “race” del 2017 è secondo dietro Nadal, a 550 punti. All’US Open i favoriti saranno ancora loro, sempre loro due. Più di Djokovic e Murray.

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