O tutto o niente

Garbiñe Muguruza, la giocatrice capace di perdere 6-1 6-0 a Eastbourne e di vincere il torneo di Wimbledon due settimane dopo

O tutto o niente
Garbine Muguruza Wimbledon 2017

Alla vigilia delle semifinali di Wimbledon, con ancora quttro possibili vincitrici in corsa (oltre a lei c’erano Venus, Konta e Rybarikova), avevo provato a spiegare cosa, a mio avviso, avrebbe significato la vittoria di ciascuna di loro. Per Muguruza avevo sottolineato un aspetto: la sua sarebbe stata la vittoria più logica per la WTA, quella che avrebbe rappresentato il processo più naturale, fisiologico, di sviluppo del movimento tennistico femminile. E lo dico al di là delle simpatie che ogni giocatrice suscita o meno. Che abbia vinto una ventitreenne di valore consolidato, capace di giocare bene nei momenti davvero importanti è molto positivo per il tennis femminile. Significa che dopo Serena si stanno facendo avanti ricambi di qualità, in grado di esprimersi ad alti livelli.

Forse Muguruza non diventerà mai un mostro di continuità, capace di impegnarsi allo spasimo in tutti i tornei dell’anno; ma con due Major già vinti (e una finale raggiunta) rappresenta ormai una figura importante per la WTA e la leader delle giocatrici sotto i 25 anni.

 

Non è solo un’atleta capace di grandi risultati, penso possa diventare anche una importante testimonial del tennis femminile, fra l’altro con alcune qualità importanti: a partire da una lingua madre diffusissima, la spagnolo, a un carattere spigliato e sicuro di sé, che le permette di tenere bene la scena di fronte ai media.

Emblematica la conferenza stampa post-vittoria a Wimbledon. Garbiñe ha detto cose semplici e dirette, che hanno illustrato senza giri di parole il suo atteggiamento. E che nel suo caso non suonano come frasi di circostanza, perché i fatti hanno dimostrato che sono profondamente vere: “Sono sempre molto motivata negli Slam, e qui a Wimbledon ogni giorno ho giocato meglio. Avevo già provato il sentimento della sconfitta in una finale di Wimbledon due anni fa, e volevo assolutamente non si ripetesse. Volevo il mio nome scritto sul muro insieme agli altri vincitori; fare parte della storia del torneo”.

Ma quello che secondo me è più indicativo e quasi disarmante nella sua semplicità è questo: Quando sono su un campo importante come il Centre Court mi sento bene. Sento di essere dove dovrei essere: è per quello che mi impegno e mi alleno. Per essere lì, giocare bene, e farlo contro le migliori giocatrici.”
Apparentemente questo è quello che cercano di fare tutte le tenniste; in realtà sappiamo che il più delle volte nei grandi appuntamenti prevale la paura di perdere, il timore di sbagliare, lo stress legato all’appuntamento importante. Scendere in campo e sapere dare il meglio di sé proprio nelle grandi occasioni, come sa fare Garbiñe, riesce solo a chi nasce con un DNA speciale: il DNA del campione dello sport.

Aggiungo un altro aspetto del carattere di Muguruza: il senso dell’umorismo, che è risultato evidente nei tempi comici sfoderati in occasione della stessa conferenza stampa. Su Twitter è stata pubblicata la sua risposta alla domanda su chi avrebbe voluto come partner nel ballo dei vincitori del torneo. Però per capire bene la scena, con tutti i significati che aveva, occorre raccontare cosa era stato detto prima.

Ubaldo Scanagatta aveva chiesto a Garbiñe se non sentisse con la sua vittoria di avere in un certo senso fatto fallire la storia potenzialmente più amata dalla gente, quella della giocatrice anziana che a 37 anni dopo una malattia torna a vincere uno Slam. Muguruza aveva risposto: “Ma la gente ama anche i nomi e i volti nuovi”.

Subito dopo le era stato chiesto se avrebbe preferito danzare nel ballo dei vincitori di Wimbledon con Cilic oppure con Federer. Per rispondere in modo coerente con quanto appena detto, Muguruza avrebbe quindi dovuto scegliere il nome e il volto nuovo: Marin Cilic. E invece no. Ha detto “Roger”. Ecco perché lo ha detto dopo una pausa ben studiata, e con quel tono così ritroso: perché non stava solo rendendo pubblica una preferenza, stava anche, in parte, smentendo se stessa. Ma lo ha saputo fare con molta leggerezza.

Dunque Garbiñe ha mostrato di essere a suo agio con i media e, anche se non è la prima qualità che si chiede a una tennista, rimane una ottima risorsa per una giocatrice che potrebbe vincere ancora, e dunque avere spesso a che fare con i giornalisti.

C’è anche un’altra recente conferenza stampa tenuta durante uno Slam, quella di qualche settimana fa a Parigi dopo la sconfitta con Kristina Mladenovic. In una giornata così profondamente differente, Muguruza aveva in sostanza comunicato lo stesso atteggiamento di fondo: quanto tenesse allo Slam, né più né meno che a Londra (del resto a Parigi era campionessa uscente) e come fosse diretta nell’esprimere i suoi sentimenti, senza troppi filtri o diplomazie.

In conclusione: secondo me Garbiñe ha davvero la possibilità di diventare importante per la WTA come figura a tutto tondo: sia in campo che fuori.

Gli Australian Open 2017 erano diventati terreno di affermazione delle giocatrici oltre i 35 anni (Serena, Venus e Lucic erano state tre delle quattro semifinaliste); e per questo, al di là degli aspetti personali, mi era sembrato preoccupante per la WTA. Ma ora sta arrivando il momento delle nuove leve: prima la ventenne Ostapenko a Parigi poi la ventitreenne Muguruza a Londra. Una doppia ventata di freschezza per il futuro del tennis femminile.

 

P.S. Ringrazio Albi92 per avere segnalato che in prima stesura l’articolo non aveva citato Maria Sharapova fra le tre giocatrici con un solo Slam da vincere contro Venus per eguagliare il record di Muguruza. Mi scuso per l’errore.

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