Una vita in prima fila… a guardare le linee

A tu per tu con Maria Antonietta Manganello, che ha trasformato la passione per il tennis e l'arbitraggio in un lavoro in giro per il mondo

Una vita in prima fila… a guardare le linee
La giudice di linea professionista Maria Antonietta Manganello in azione agli US Open

Tra le centinaia di persone che servono per far funzionare un torneo professionistico, ce ne sono alcune che, nonostante siano spesso inquadrate dalle telecamere, il più delle volte passano inosservate, perché quello è il loro compito. Un vecchio adagio suggerisce che l’arbitro migliore è quello che si dimentica subito, quindi anche i giudici di linea più bravi sono quelli che non lasciano mai il segno, che fanno filare la partita liscia senza incidenti di sorta. Nei tornei del circuito pro, la maggior parte dei giudici di linea è costituito da “locali”, volontari del luogo che in cambio di un modesto rimborso spese e di una bella divisa fiammante prestano la loro opera per far funzionare il “loro” torneo. Tuttavia esiste anche un più ristretto gruppo di “professionisti”, che girano il mondo dall’Australia all’Asia, dall’Europa all’America, per vigilare sulle righe del tennis che conta, sfidando ogni giorno l’onnipotenza elettronica di Hawk-Eye. In questo manipolo di impavidi che segue la carovana del circuito da un continente all’altro ci sono anche due ragazze italiane, una delle quali è Maria Antonietta Manganello, romana, da 27 anni giudice di linea professionista oltre che giudice di sedia FIT, white badge ITF e dal 2015 anche giudice di sedia white badge per la USTA. Durante lo scorso torneo di Miami siamo riusciti a scambiare due battute con lei tra un turno e l’altro (i giudici di linea si alternano in campo ogni ora) per sapere un po’ di più di questo sua insolito lavoro.

Maria Antonietta, come hai iniziato a fare il giudice di linea in giro per il mondo?
Ho iniziato un po’ per caso, facendo il giudice di linea nei tornei in Italia, dove fui notata da un Chief Umpire, che mi chiese se fossi disposta a viaggiare facendo questo mestiere. Da allora sono riuscita a mantenere una carriera di alto livello, lavorando a tutti i tornei dello Slam, tutti Masters 1000 ed anche alle Olimpiadi di Londra del 2012. La compagine dei giudici di linea internazionali è di circa 20-30 persone, che vengono valutate ad ogni singolo turno con dei punteggi che vanno poi a determinare un ranking, esattamente come accade per i giocatori. In questo gruppo ci sono anche due italiane, una sono io e l’altra è Francesca Di Massimo.

 

Ma come avviene esattamente la valutazione?
Ogni volta che c’è un cambio di turno, al giudice di sedia viene consegnato un foglio sul quale sono scritti tutti i nomi dei giudici in campo in ogni posizione. Il giudice di sedia provvede quindi ad annotare su quel foglio le valutazioni per ogni membro del team, specificando se ci sono stati episodi particolari, chiamate contestate e “challenge” vinti o persi. Il tutto viene poi tradotto in una classifica, aggiornata ogni settimana, che comprende sia i giudici locali sia quelli professionisti. Due volte l’anno viene poi fatta la programmazione per i vari tornei: più si ha un ranking elevato, più si ha possibilità di lavorare, e più si ha la possibilità di lavorare più giorni durante ogni singolo torneo. Infatti quasi dopo ogni turno avviene una progressiva scrematura dei giudici di linea, in quanto diminuendo il numero di partite in programma diminuisce anche il numero di giudici richiesti.

Voi professionisti siete quindi dipendenti dell’ATP delle organizzazioni che gestiscono il tennis?
No, i giudici di linea sono “independent contractors”, liberi professionisti che sono sotto contratto con una delle organizzazioni. Personalmente io ho un contratto con l’ATP, qualcuno è invece sotto contratto con la WTA, ma è più raro. In ogni modo, soprattutto nei tornei combined, possiamo lavorare sia negli incontri maschili sia in quelli femminili. Per gli Slam la situazione è leggermente diversa, in quanto sono le varie federazioni nazionali che gestiscono l’evento ad avere dei pool specifici che comprendono giudici di ATP, WTA, ITF ed anche giudici locali.

Anna Maria Manganello sull’erba di Wimbledon

Che tipo di trattamento economico viene riservato ai giudici di linea?
Anche se non posso parlare di cifre, posso comunque dire che il contratto prevede una diaria giornaliera per ogni giorno di lavoro, una percentuale di rimborso sui biglietti aerei (tranne per le Olimpiadi, per le quali il viaggio viene pagato interamente) e vitto ed alloggio gratuito alla sede del torneo anche in questo caso a seconda dei giorni e dei turni effettivi di lavoro: se finisco di lavorare alle 16, la cena è a carico mio, mentre se lavoro anche di sera viene fornito un pasto in più.

Oltre ad ambire a lavorare in tornei sempre più importanti, quali sono le prospettive di carriera per un giudice di linea?
Lo sbocco naturale è quello di arrivare a diventare giudice di sedia per l’ATP o la WTA. Loro, a differenza di noi, sono dipendenti a tutti gli effetti delle organizzazioni per cui lavorano e normalmente hanno fatto la stessa trafila. Tuttavia non è detto che un buon giudice di linea sia anche un buon giudice di sedia o viceversa, ma il percorso professionale è quello. Essendo anche giudice di sedia per la FIT e per la USTA, la mia attività si divide quasi a metà tra “linea” e “sedia”, anche se poi finisce per prevalere la “linea” a causa dell’impegno con l’ATP. Trascorro tutta l’estate negli USA con l’attività USTA, ed in complesso passo dalle 25 alle 30 settimane l’anno “on the road”.

C’è qualche episodio curioso che ci puoi raccontare?
L’aneddoto più divertente è accaduto durante una partita femminile. Ero in fondo al campo, responsabile di una delle linee laterali, e durante una fase di risposta al servizio, una giocatrice che in questa sede non nomineremo, forse per colpa di un pasto un po’ troppo pesante, ebbe un momento di… libertà, mentre io ero totalmente “sottovento”, diciamo. Ho fatto molta fatica a trattenere le risate ed a mantenere un comportamento professionale., ma sono riuscita a contenermi.

Qual è il luogo che tu chiami “casa”?
Anche se passo tanto tempo in giro per il mondo, casa per me è sempre l’Italia, dove c’è la mia mamma ed il mio cane, ma purtroppo ci sto poco. Poi la mia seconda casa sono gli USA, dove ho tanti amici carissimi.

Qual è l’aspetto che ti piace di più e quello che ti piace di meno di questa vita da nomade?
La parte più bella di questo mestiere è stare nel mondo dello sport, conoscere tante persone di culture diverse e viaggiare. La parte meno bella è… viaggiare: mi piace vedere posti nuovi e lontani, ma vorrei essere sparata con un cannone dall’altra parte del mondo invece che dover passare 12 ore o più su un aereo. Poi è anche complicato coltivare delle amicizie e degli affetti con questo stile di vita molto particolare. Non è un vero peso, perché altrimenti non continuerei a farlo, ma crearsi dei legami che resistano alla lontananza è la parte più difficile: all’inizio tutti ti dicono “che bello, viaggi tanto”, poi però quando si rendono conto che non ci sei mai, cambiano parere.

Con tutti i viaggi che fai ormai avrai sarai diventata esperta su come si fanno i bagagli. Cosa c’è nella tua borsa che non manca mai?
Innanzitutto ho la borsa che mi porto in campo in cui c’è sempre un po’ di tutto: matite, penne, un metro, fascette per la rete, per i capelli, cerotti,… davvero di tutto. Per quanto riguarda invece la mia valigia mi porto sempre bermuda di tutti i tipi, magliette e due paia di jeans, che però pesano moltissimo e per noi è un dramma dato che siamo perennemente attanagliati dal peso delle valigie. Poi un paio di cose più carine per la sera o per andare alla festa del torneo, nel caso ci fosse, una felpa o un maglione per adattarsi al clima, ed un ombrello. Infine scarpe da ginnastica, ciabatte, mocassini e, immancabile, un costume da bagno.

Che tipo di ‘volatrice’ sei? Cosa fai durante quegli interminabili viaggi in aereo?
Guardo tutti i film possibili e immaginabili, perché purtroppo non riesco a dormire. Mangio abbastanza poco, e cerco di rimanere idratata bevendo parecchio, anche se non alcoolici.

All’interno del gruppo abbastanza ristretto dei giudici di linea professionisti, c’è più cameratismo o competizione?
Diciamo che si creano gruppi di persone con cui vai più d’accordo. La cortesia professionale non manca mai, ma ogni tanto capita di trovare quelli che ti sorridono quando ti incontro e poi magari ti augurano che ti vadano male tutti i “challenge”.

Il giudice di linea più famoso è sicuramente Shino Tsurubuchi, che fu protagonista del famoso episodio del penalty point sul match point a Serena Williams agli US Open 2009. Ci puoi dire che tipo è?
Curiosamente Shino è la mia compagna di stanza qui a Miami:, siccome siamo di solito tra quelle che arrivano fino alla fine del torneo, capita di trovarci insieme. È una persona gradevolissima, molto seria, precisa, organizzatissima e di una gentilezza straordinaria, che in parte le viene anche dall’essere giapponese.

E infine chi sono i giocatori più gentili con voi giudici di linea?
Beh, questo è un argomento che non possiamo toccare, né nel bene né nel male. In ogni modo mi sento di dire che chi è campione in campo di solito è anche campione nella vita e nel modo di relazionarsi con gli altri. Personalmente non giustifico troppo le intemperanze e la maleducazione, anche nei momenti più delicati della partita. Una vera signora un vero signore mantengono sempre il proprio aplomb, proprio perché mentre sono in campo stanno rappresentando qualcosa.

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