Tennis in Tour: Montreal, il fascino dei contrasti

Tocca al Master 1000 canadese risvegliare gli appassionati dal torpore post-Wimbledon. E il viaggiatore con racchetta fa tappa nella perla del Québec, pregustando l'ennesimo Fedal

Tennis in Tour: Montreal, il fascino dei contrasti

Francese e inglese. Di sopra e di sotto. Vecchia Europa e America moderna. La dualità di Montréal si presenta sotto molteplici forme. Linguistica, con la dialettica fra le comunità anglofona e francofona. Urbanistica, con sua immensa città sotterranea nella quale la comunità di sopra si rifugia nei gelidi mesi invernali (ma non solo in quelli). Architettonica, con l’incantevole Città Vecchia e il suo caratteristico acciottolato a contrastare la moderna metropoli nordamericana che le è cresciuta attorno. Con la sua joie de vivre, alimentata anche da queste dicotomie, Montréal, città del design per l’Unesco, è meta ambita del turismo mondiale, cui propone un’offerta molto diversificata. Storia, natura, festival ed eventi: annoiarsi sarà un’ardua impresa per il visitatore. Il tutto in un’atmosfera decisamente più rilassata, verrebbe da dire più europea, rispetto alle omologhe conurbazioni statunitensi.

Chi poi abbia un background tennistico, o semplicemente una passione per lo sport della racchetta, associa il più importante centro del Québec al Masters 1000 che segna la fine delle vacanze. Ossia quel breve intermezzo che sembra non finire mai e traghetta stancamente circuito e spettatori dai Championships alle US Open Series, gustoso antipasto dell’ultimo Slam della stagione, Flushing Meadows. Parliamo di quella manciata di settimane in cui l’appassionato fa riposare le coronarie messe a dura prova dalla stagione europea. E che ci propone versioni balneari degli amati campioni, fotografati su favolosi yacht o spiagge esclusive, o in modalità family man. A chiudere la fase gossip ci pensa proprio la Coupe Rogers. Il 1000 canadese cui spetta il compito di far ripartire la stagione dei big, dopo la “fine (temporanea) dei giochi” decretata dalla chiusura dei battenti a SW19. E vi pare che il nostro aficionado non saprà far valere questi argomenti per arruolare nuovamente la fedele ciurma e puntare dritto alla terra degli aceri?

 

Un tuffo nel Vecchio Mondo

La nostra visita inizia dal nucleo più antico della metropoli sorta alla confluenza dei fiumi San Lorenzo e Ottawa. Dove tutto cominciò nel 1642, attorno all’antico porto. Dopo 375 anni, la Vieux-Montréal è il manifesto plastico di un’era passata che molte metropoli nordamericane hanno consegnato a illustrazioni d’epoca o dagherrotipi ingialliti. Uno dei simboli della Città Vecchia è la basilica di Notre-Dame, bell’esempio di architettura neogotica con le sue policromie e le volte trapunte da stelle d’oro a 24 carati. Il modo migliore per godere appieno delle atmosfere rétro di questo quartiere è passeggiare liberamente per le sue stradine, ammirandone gli storici palazzi per poi fermarsi in una delle tante brasserie e gustare uno smoked meat sandwich, panino imbottito con carne di manzo affumicata con l’aggiunta di pepe, senape e coriandolo. O una poutine, vale a dire patatine fritte insaporite da salsa scura e dadini di formaggio filante. E il tennista che è in noi apprezzerà, ma solo in questo contesto, un bel bagel, ciambella di pasta lievitata cosparsa in superficie di semi di papavero, cumino o sesamo. Per favorire la digestione, ci dirigiamo in Place Jacques Cartier, dedicata al navigatore europeo che per primo risalì il corso del San Lorenzo. Qui svetta la Colonna Nelson, che rende onore al celebre ammiraglio caduto a Trafalgar. L’area, pedonalizzata sul finire degli anni ’90, è animata dal vociare allegro di turisti e residenti, attratti dai suoi bistrot e dagli artisti di strada. Per chiudere degnamente la giornata, vale la pena di ammirare Montréal da uno dei battelli che percorrono il San Lorenzo, alla ricerca di prospettive sempre nuove o magari di una foto da incorniciare.

Biodôme, la Casa della vita

Passare dalla foresta tropicale alle isole subartiche in un solo giro di pista. Anzi, da pistard. Per farlo, basta visitare il Biôdome, uno dei must-see della metropoli canadese. La struttura, progettata laddove sorgeva il velodromo olimpico, è stata inaugurata nel 1992 in occasione del 350° anniversario della città. Quattro gli habitat fedelmente ricreati, per temperatura, luce, flora e fauna. Oltre ai due citati, anche la Labrador Coast e la foresta laurenziana sono duplicate con magistrale cura dei dettagli. In sintesi, la “Casa della vita” ci farà sentire esploratori per un giorno. A meno di chiamarsi David Attenborough, non capita tutti i giorni.

Parco con vista sulla città

Si sa che molti fra i suiveur praticano il tennis. Anche la nostra ciurma non fa eccezione. E per mantenere lo stato di forma, magari con la mente che va a un torneo da giocare appena rientrati, i nostri potranno fare un po’ di attività fisica nel Parc du Mont-Royal, cuore verde della metropoli. Duecento ettari di natura lussureggiante che digradano dalla collina omonima, che dà il nome alla città. Gli sportivi della poltrona al seguito della brigata potranno comunque passeggiare senza alcuna velleità agonistica e godere della stupenda vista sullo skyline cittadino dal suo magnifico Belvedere Kondiaronk.

Di sopra i festival, di sotto un’altra città

I pochi mesi che il clima concede all’organizzazione di manifestazioni outdoor non vengono certamente sprecati dalla comunità monrealese. Basti citare l’importantissimo Festival del jazz, il più grande del mondo secondo il Guinness dei Primati. E proprio nel weekend che precedeva la Rogers Cup è andata in scena Osheaga, una tre-giorni musicale capeggiata dai Muse. In concomitanza con il torneo, invece, ci sarà tempo per un evento in cui la nostra ciurma giramondo vedrà, se non annullate, sicuramente ridotte le migliaia di chilometri di distanza da casa. Grazie alla Semaine italienne de Montréal, evento che celebra the Italian Way of Life. Sfilate di moda, Fiat 500 in mostra e opere liriche allestite all’aperto. Alcuni degli atout per i quali il Belpaese è ammirato in tutto il mondo. Se la metropoli di sopra non smette di tentarci, quella di sotto non finisce di stupirci. Nata per offrire riparo alla popolazione durante i rigidissimi mesi invernali, con i suoi 32 chilometri di sviluppo e l’intrico di scale mobili la città sotterranea è man mano divenuta una seconda casa per i residenti, luminosa e niente affatto claustrofobica, vista l’ampiezza degli ambienti. I suoi sfavillanti mall, alberghi, ristoranti e musei ci tratterrebbero quaggiù, se non fosse che il richiamo del tennis è ancora più forte.

Link utili

Sito ufficiale dell’ufficio turistico
Dove alloggiare
Come muoversi

Un torneo per due città

La regola del due vale anche per l’Open del Canada. Due sono, infatti, le metropoli comproprietarie della competizione. Dal 1980, negli anni pari sia gioca a Toronto e in quelli dispari a Montréal. Ma la prima edizione risale addirittura al 1881. Come a dire, il terzo torneo più antico, dopo Wimbledon e lo US Open. Per i biglietti, meglio andare sul sicuro, visitando il sito ufficiale.

Ad ogni modo, bisognerà attendere fino al 1953 perché un grande nome faccia la sua comparsa nell’albo d’oro. È Mervyn Rose, l’australiano recentemente scomparso, a vincere. Nel 1964, Emerson regola Stolle in un derby fra aussie. Il 1967 vede Santana far sua la coppa. Tre anni più tardi, Rod Laver conquista il suo unico Canadian Open. Gli anni ’70 arridono ai soliti mostri sacri. Fra questi, Newcombe e Nastase (rispettivamente 1971 e 1972), Guillermo Vilas, che mette a segno una doppietta (1974 e 1976). E infine Björn Borg, che doma McEnroe nel 1979. Dal 1980 in poi, il Canadian Open diventa casa Lendl, che con 6 titoli (1980-81, 1983 e 1987-89) diviene il più vincente di tutti i tempi. Fra gli altri big del decennio si segnalano McEnroe (1984-85) e Becker, che batte l’arcirivale Edberg nel 1986. Approdiamo agli anni ’90, con Andre Agassi che conquista il primo dei suoi 3 trofei (1992 e 1994-95). Gloria anche per Rafter (1998) e Safin (2000). L’era dei Fab Four è preceduta dall’unico alloro di Roddick (2003). Da allora, sempre loro con l’eccezione di Tsonga (2014). Doppietta per Federer (2004 e 2006). Triplette per Nadal (2005, 2008 e 2013) e Murray (2009-10 e 2015). Poker per Djokovic (2007, 2011-12 e 2016).

Quest’anno, assenti per infortunio Novak e Andy, tutti – ma proprio tutti – sperano in una finale Federer-Nadal. Con il maiorchino che può tornare in testa alla classifica ATP dopo tre lunghi anni, dovesse centrare la semifinale. Per quanto riguarda Roger, invece, sembra che la macchina del tempo lo abbia riportato indietro al 2006. Guarda caso, l’anno della sua ultima vittoria. Insomma, cari aficionados, abbiate Fedal.

Andrea Ciocci

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