Shapovalov tra le stelle…?

Nella notte di San Lorenzo, Denis Shapovalov supera Rafa Nadal. Allo spagnolo bastavano due vittorie per tornare numero uno. Il canadese sembra potersi confermare

Shapovalov tra le stelle…?

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Come spesso capita quando un ex numero uno (che sarebbe potuto addirittura tornare in vetta) perde contro un giovanotto, si parla e legge già di passaggio di testimone, benedizione.È nata una stella”, proprio nella notte di San Lorenzo in cui le stelle sono solite cadere. Non è il caso di definirla consacrazione, perché di lavoro da fare ce n’è ancora parecchio. Ma una vittoria del genere non può non essere quantomeno un segnale: di Denis Shapovalov si sentirà parlare, eccome. E non solo per la sbracciata mancina potente, fluida; per il rovescio a una mano che a guardarlo su un ragazzo di diciotto anni fa mischiare incredulità a commozione; per il gioco di piedi ragguardevole, o il servizio vario (sebbene un po’ ballerino). Una vittoria del genere la si ottiene di testa, di attributi. Di carattere.

Rafael Nadal era a due vittorie dal riagguantare il primo posto nel ranking; la sua sconfitta apre le porte a Roger Federer, che dovesse vincere a Montreal e ripetersi a Cincinnati (o anche solo fare meglio dello spagnolo, stante la certa assenza di Djokovic e Murray) befferebbe il suo eterno rivale per andare ancora una volta ad appisolarsi sul trono. Si sapeva sarebbe stato un ottavo non semplicissimo per Rafa, ma la pedalata si era fatta più sciolta, e il percorso meno inerpicato, dopo il primo set: un 6-3 di autorità, sfruttando l’unico game distratto del giovanissimo e biondo contendente. Di pura esperienza insomma. 801-46 il bilancio di Rafa dopo aver vinto il parziale d’apertura, dopo la partita di ieri: solo in quattro occasioni si era fatto rimontare da qualcuno classificato fuori dai primi 100. La prima volta da Alexander Waske (oggi stimato coach, anche di Petkovic e Kerber), nel 2005 a Halle; la più famosa sette anni dopo, sempre sull’erba, contro Rosol. Due sole le sconfitte occorse partendo da un vantaggio di due set a zero: Federer a Miami 2005 e Fognini a New York 2015.

Poi un violento clic nella mente di Saint Denis, come già lo soprannominano i media canadesi: una reazione di voglia, grinta, trascinato dal pubblico di quel Canada che lo ha accolto da bambino, lui nato in Israele. Sotto lo sguardo e gli applausi del leggendario hockeista Wayne Gretzky, Shapovalov si è galvanizzato di quel pizzico di incoscienza che ci si può aspettare da chi si affaccia adesso al mondo dei grandi, pur conservando lucidità: l’allungo 3-0 nel secondo set, l’inciampo per farsi riprendere, lo scatto di verve per il break in chiusura e mandare la contesa al parziale decisivo. Il territorio preferito di Nadal, quello della caccia, della lotta di nervi. E invece no. Sei palle break annullate da Shapo, ritmo, vincenti, arringhe ad una folla che lo adotta definitivamente e lo incita mentre combatte ad armi pari contro il vecchio leone. Che curiosamente, a Montreal aveva già incassato una inaspettata delusione nel 2011, vedendosi superare dall’anonimo Dodig in tre set: una delle stagioni meno brillanti del maiorchino, appena tre titoli, pur annoverando Roland Garros e Coppa Davis.

Quest’anno invece Nadal sembra “essere tornato lui” come diceva Gianni Clerici a Parigi, ma Shapovalov ne è incurante: l’epilogo in un tie-break da veterano, giocato aspettando alle corde lo sfogo iniziale di Rafa (avanti 3-0) per poi ottenere sette degli ultimi otto punti. L’ultimo, un dritto che esplode lungolinea e permette all’Uniprix Stadium di celebrare il figlioletto adottivo, ma neanche più tanto: disteso sulla schiena senza più il cappellino, con la chioma dorata ormai libera. Mentre Nadal cammina verso la rete con la sua consueta smorfia, forse consapevole di aver perso un po’ di quel killer instinct che ne componeva la carta d’identità, pur in un’annata più che positiva: se sulla terra rossa ha dimostrato di essere ancora di un’altra galassia, sulle altre superfici pare aver smarrito quell’aura di estrema superiorità che gli permetteva di vincere prima ancora di scendere in campo. “Nel riscaldamento tira già fortissimo”, raccontano quasi tutti i suoi avversari, come a intimidire chi gli si oppone già dalle prima battute. Eppure sembra non bastare più.

Di nuovo: non i colpi, non la rapidità. Il carattere. L’unica cosa che nello sport, e nel tennis specialmente, non si può insegnare: e non è un caso che un successo del genere arrivi dopo un momento per nulla facile, come quello della squalifica in Davis per aver colpito in un occhio un giudice di sediaÈ chiaro che, come lui stesso disse a Londra, la maturità sia ormai cosa quasi fattae l’esame di ieri è stato superato con la lode.

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