Non è uno sport per vecchi

I numerosi ritiri dei top player hanno fatto riaffiorare i dubbi sulla longevità della carriera di un tennista del 21° secolo

Non è uno sport per vecchi

Nei giorni scorsi in tanti sui social si sono scatenati ironizzando sui vari ritiri di Roger Federer, Milos Raonic e Kei Nishikori, sul perdurare dei problemi di Marin Cilic e Andy Murray e sulle notizie post operazione al ginocchio di Stan Wawrinka, senza dimenticare Novak Djokovic fuori dai giochi già da diverse settimane e fino alla fine dell’anno. Così il 1000 di Cincinnati si è ritrovato con tre soli top10 in tabellone – di cui uno, ovvero Sascha Zverev sconfitto all’esordio.

Età media di questi sette baldi “vecchietti”: 30 anni precisi. I loro numerosi problemi fisici hanno infatti riacceso il dibattito sull’ipotesi che il tennis possa essere giocato o meno ad altissimo livello anche oltre i 30 anni, età oltre la quale storicamente la carriera di un tennista (o di uno sportivo in generale) assumeva una parabola discendente a meno di un mix di talento e atletismo fuori dal comune. Il trend dell’ultimo decennio però ci dice che nel tennis è proprio intorno ai 30 anni che si raggiunge la maturità e di conseguenza anche picchi di rendimento massimi. Senza andar troppo lontani prendiamo come esempio Andreas Seppi che nel 2013, a 29 anni, ha raggiunto la posizione numero 18, la stessa occupata da Andrea Gaudenzi nel 1995 all’età di 22 anni; il faentino però appena compiuti i fatidici “30” ha appeso la racchetta al chiodo.

 

Federer, il più vecchio di questo gruppo, ci ha fatto emozionare quest’anno tornando a esprimersi livelli mostruosi a 36 anni. Senza nulla togliergli – per carità – però guardando la realtà dei fatti, lo svizzero è riuscito a compiere le imprese di quest’anno saltando 6 mesi della scorsa stagione, più tutto lo swing sulla terra rossa e ora dopo nove tornei in otto mesi il fisico lo ha comunque tradito.

Proverà a imitarlo Nole che dopo un 2015-16 stellare ha ceduto prima mentalmente e poi fisicamente fino ad alzare definitivamente bandiera bianca; al crollo mentale di Djokovic è seguito il successo di Murray: i sei mesi post Roland Garros 2016 che lo hanno portato in vetta al ranking lo hanno devastato e ora fatica a rimettere insieme i pezzi.

L’altro svizzero, Wawrinka, ha vinto tre slam a cavallo dei 30 anni, ma al momento è a letto ingessato e con diverse settimane di riabilitazione davanti a sé. Stan è comunque un caso a parte e i suoi problemi di discontinuità non sono quasi mai stati dovuti a magagne fisiche, bensì a quelle mentali ed è perciò difficile usarlo come termine di paragone. Nishikori e Raonic non hanno ancora raggiunto la “maggiore età tennistica” avendo rispettivamente 28 e 26 anni, ma sono in prima linea quando si parla di infermeria; di questo passo sarà difficile vederli ancora lottare per i titoli che contano tra sei o sette anni, anche se noi ci auguriamo di essere smentiti. Inoltre sembrerebbero già avere un erede, Thanasi Kokkinakis: il suo inizio di carriera possiamo definirlo come una serie di sfortunati eventi.

L’unica possibilità per loro forse è quella di accorciare volontariamente il calendario come ha fatto Federer, cosa su cui i top player insistono da tempo, ma se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto.

Fortuna che anche in queste occasioni dove i nostri idoli tennistici sono ai box, c’è comunque il modo di vedere il bicchiere mezzo. In pochi hanno gioito alla notizia del ritiro di Federer da Cincinnati (di sicuro i tifosi di Nadal che potranno vederlo nuovamente al primo posto della classifica ATP) e fra questi c’è anche l’azzurro Thomas Fabbiano, sconfitto all’ultimo turno di qualificazione e poi ripescato come lucky loser; il pugliese è andato quindi a occupare lo spot di tabellone lasciato libero dallo svizzero che godeva di un bye al primo turno. Risultato: quattro soli game vinti contro Kharen Khachanov, 45 punti ATP e la bellezza di 32.780$.

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