Senza i big, uno dei tornei più belli dell’anno

Fuori Federer, Djokovic e Murray. Solo tre top 10 in gara. Dimitrov e Kyrgios regalano una splendida settimana

Senza i big, uno dei tornei più belli dell’anno

Si erano presentati tre soli top 10 allo start del Masters 1000 di Cincinnati: Nadal, Thiem e Zverev a sovrastare il resto del parterre, falcidiato dalla schiena di Federer, l’anca di Murray, il ginocchio di Wawrinka e il delirio di Djokovic. Si erano accodati Cilic, Raonic e Nishikori, per problemi fisici di varia natura, e il Western&Southern Open si candidava a serio flop estivo per quel che riguardava il livello di gioco e il grado di interesse dei match. Ci hanno invece pensato giovani rampanti e vecchi leoni a mettere le cose a posto, dando vita ad una delle settimane migliori dell’anno. Australian Open escluso, si sono visti forse i match più spettacolari della stagione, e finalmente la sensazione che il torneo potesse essere vinto da chiunque: bisogna tornare indietro al 2006 per trovare una finale Masters 1000 senza top 10. Guarda caso, a Cincinnati: Roddick (12) batté Ferrero (31). (Fonte Luca Brancher)

Nick Kyrgios si è appropriato della scena principale: in fila Goffin e Dolgopolov nei primi turni, poi la battaglia di nervi vinta con Karlovic. La pioggia lo aveva costretto a giocare dopo poche ore i quarti di finale contro Nadal: due set e via, con un roboante 4-0 in avvio fatto di risposte anticipate e accelerazioni di rovescio oltre la fisica. “Non mi impegno in match poco importanti, sono questi gli incontri che mi piacciono” ha poi dichiarato in conferenza stampa, giusto per chiarire. L’australiano sta mettendo in vetrina il suo tennis migliore, per confermare il fastidioso “se si impegna è fortissimo” che ormai si ripete da anni. Ha continuato poi la sua marcia superando anche David Ferrer in semifinale, per raggiungere la sua prima finale in un Masters 1000, a 22 anni: ci era andato vicinissimo a Miami, quando Roger Federer gli annullò tre match point prima di andare a sollevare il trofeo battendo Nadal il giorno dopo. Sascha Zverev, che di anni ne ha due di meno, si è visto invece porre fine ai venti giorni di fuoco durante i quali aveva vinto Washington e Montreal: in ogni caso saranno loro due a contendersi scettro e trono negli anni a venire, senza dubbio alcuno. E Kyrgios potenzialmente parte già avanti, per qualità di gioco e potenza. Se non fosse per quel dettaglio del carattere.

 

L’altro finalista (ore 22, Sky Sport) sarà Grigor Dimitrov. Finalmente. Anche per lui la prima apparizione per giocarsi un titolo Masters 1000, dopo le semi perse a Roma e Toronto nel 2014, e proprio a Cincinnati lo scorso anno (Nadal, Tsonga e Cilic i giustizieri). Non brillantissimo in avvio di torneo, il bulgaro si è ringalluzzito nelle ultime uscite, specialmente la scorsa notte contro John Isner: il secondo tie-break, in cui ha salvato tre set point, è forse il più bello dell’anno, e il rovescio di Grisha merita tutti gli applausi (e le benedizioni) che gli vengono tributati. Un del Potro in condizioni migliori al secondo turno avrebbe forse scritto una storia diversa, ma è evidente che senza pressioni eccessive, aiutato anche dai riflettori che puntano tutti su Kyrgios, Dimitrov riesca a vincere e convincere anche in partite che probabilmente un paio di anni fa lo avrebbero visto soccombere. Sapere di avere uno spiraglio aperto, la certezza di potersela giocar e e non dover per forza affrontare, prima o poi, uno dei soliti big, lo ha aiutato a rilassarsi. Difficilmente ormai riuscirà ad affermarsi in ambito Slam, come invece si prospetta per il suo avversario in finale, ma è comunque bello vederlo togliersi soddisfazioni di livello. Basta con il Baby Federer.

Rafael Nadal è caduto in quarti di finale, bombardato dalle soluzioni estrose di Kyrgios, poche ore dopo la vittoria in due set contro il connazionale Albert Ramos (che pure nel secondo set aveva avuto quattro palle break per allungare): Rafa è tornato numero uno dopo il forfait di Federer a Cincinnati, ma non vince un torneo sul cemento da più di tre anni (Doha 2014). Da allora ha trionfato in dodici occasioni, soltanto una delle quali fuori dalla terra rossa (Stoccarda 2015, erba). Certo nello swing terraiolo europeo di pochi mesi fa ha fatto sfracelli, collezionando Decimas in ogni dove, su tutte quella di Parigi. Ha fatto finale in Australia e a Miami, eppure non è dai piazzamenti che si può valutare un’annata, non del tutto almeno. Immaginarlo mantenere la vetta del ranking, stante l’evidente divario della sua resa tra terra e superfici veloci, pare davvero un’opera di fantasia. Federer gli è dietro di 500 punti e non avrà nulla da difendere fino a fine anno: se la schiena non dovesse fare scherzi, sarebbe il vero favorito tra New York e le Finals, senza contare l’Asia e Basilea a cui ha confermato di voler partecipare. Il numero uno di fine anno, vedrà ancora una volta il Fedal a fare battaglia, con lo svizzero che sembra avere più chance.

Onore infine a David Ferrer: a 35 anni, uscito dalla top 30 dopo una vita, ancora corre e sbuffa e suda e lotta, per superare il rampollo Carreno Busta, la giovane star Dominic Thiem e battagliare in due tie-break in semifinale con Kyrgios. Sul cemento tra l’altro, che mal si addice alla sua etichetta di arrotino ma aiuta a sottolineare una volta di più quanto Ferru meriti di essere considerato un esempio di abnegazione e lavoro. Ci ha pensato anche Boris Becker su Twitter, per congratularsi dopo la vittoria numero 714 dello spagnolo, ora al dodicesimo posto all time dopo aver scavalcato proprio Boris. “Se avessi avuto il tuo spirito di sacrificio…”, scrive Bum Bum. Avrebbe probabilmente guadagnato ancora di più, per poi spendere tutto come piace a lui.

 

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