Carpe Di…mitrov

Grigor Dimitrov ha colto l'occasione che può cambiare una carriera. Ci fidiamo ancora di lui?

Carpe Di…mitrov

Zverev-Zverev-Dimitrov. Nella colonnina 2017 dei Masters 1000 si leggono in fila questi tre nomi. Divertissement: dagli albori degli ATP Championship Series (1990) passando per ATP Super 9 (1996) e Masters Series/1000 (2000/2009) soltanto altri due tennisti con “v” finale erano stati in grado di fare il colpo grosso (Andriy Medvedev 4 volte e Andrei Chesnokov 2 volte). E se non ci fosse stato Kafelnikov anche gli Slam sarebbero rimasti privi di questo marchio di indubbia matrice sovietica.

Il trittico Zverev-Zverev-Dimitrov ha svolto anche una funzione più strettamente tennistica. Insediandosi nei feudi di Roma, Montreal e Cincinnati ha innanzitutto aggiunto un’altra similitudine tra 2017 e 2006, l’ultima stagione ad aver visto tre “1000” conquistati da tennisti fuori dalla cerchia dei Fab 4 da quando il loro dominio si è fatto concreto. Quell’anno era toccato a Robredo (Amburgo), Roddick (Cincinnati) e Davydenko (Bercy), mentre come in questa stagione Federer aveva dominato il cemento primaverile e Nadal si era preso due dei tre 1000 sul rosso. Ancora nullo l’apporto degli imberbi Andy e Novak, in attesa di svezzamento.

 

Chi è stato svezzato da poche ore è il “bebé” Dimitrov, vincitore del vaso cinese a Cincinnati, che un po’ mammone si è dimostrato se è vero che al seno della non-vittoria ci è rimasto attaccato fino alla veneranda età di 26 anni. Adesso, finalmente, ha da coccolarsi un trofeo tutto suo e può addirittura pensare al futuro con rinnovate ambizioni. Senza volare troppo con la fantasia a New York beneficerà di una delle prime otto teste di serie (salvo ulteriori defezioni sarà la settima) e difficilmente non sarà tra i partecipanti alle Finals di Londra, per quello che sarebbe il suo primo torneo dei maestri. Gli elementi perché firmi un ottimo finale di stagione ci sono tutti.

Gli elementi per affermare invece che senza i numerosi forfait Grigor sarebbe riuscito comunque a vincere il torneo di Cincinnati (senza perdere set e subendo un solo break in cinque partite) attengono invece più alla sfera della fantasia. Il bulgaro non ha dovuto affrontare alcun top 15 in un tabellone privo di 3 Fab su 4, con l’unico presente (Nadal) scudisciato senza pietà dall’altro finalista Kyrgios. Nella finale delle prime volte Dimitrov si è però dimostrato incontrovertibilmente più pronto. Lui, e non Kyrgios, ha colto l’occasione nel più classico dei carpe diem.

Sempre la teoria degli elementi – non quella ormai impolverata di Anassimene – ci porta però a considerare che nessuna vittoria è mai veramente casuale, né figlia di una singola circostanza. Affonda le sue radici anche altrove e spesso nel recente passato. Zverev ha approfittato a Roma e Montreal di versioni imperfette di Djokovic e Federer, ma per farlo gli è servita la continuità di rendimento che oggi lo consacra terza forza della Race. Bisogna arrivarci in fondo, per cogliere le occasioni. Lo sa bene Dimitrov che nel bimestre gennaio-febbraio 2017 ha probabilmente messo in mostra il miglior tennis della sua carriera. Sconfitto solo in due tornei su quattro, ha perso la prima partita stagionale a Melbourne pur avendo disputato contro Nadal cinque set quasi impeccabili. Nonostante il relativo letargo in cui ha vissuto da marzo ad agosto Dimitrov aveva lanciato un segnale. Su fondo veloce c’erano gli elementi per ritenerlo competitivo.

Perché allora non ci credeva nessuno? Perché questo battesimo di Dimitrov ha il carattere dell’opportunità?

Oddio, “quasi” nessuno…

Analizzando la carriera di Dimitrov, quasi tutte le sconfitte che gli hanno impedito di giocarsi i tornei a cui per mezzi e talento sembrava destinato hanno una matrice comune. C’è stato un periodo in cui la resistenza atletica gli faceva difetto, poi il bulgaro si è irrobustito. Escluso il match up sfavorevole con quello dei Fab a cui somiglia di più (circostanza che tra nomignoli e grandi aspettative l’ha tormentato per anni), Grisha ha battuto più di una volta (tre) il solo Murray. È anche l’unico Fab che ha battuto in uno Slam (Wimbledon), dove invece ha perso tutte le altre otto sfide (due contro ognuno di loro). La matrice comune è, come per altri tennisti della sua “lost generation“, l’opprimente sensazione di avere in tabellone uno o più giocatori contro cui il pronostico è chiuso.

Nessuno ha mai dubitato delle qualità tecniche di Dimitrov. Anzi, probabilmente le troppe frecce al suo arco gli hanno impedito di trovare una vera identità di gioco. Chi come Isner o Raonic sa che deve giocare l’80% dei punti con lo schema servizio-dritto, e quando si può volée, non è soverchiato dalle possibilità. Si fida del suo gioco lineare, lo affina giorno per giorno e cerca di cogliere in castagna un big in giornata imperfetta. Dimitrov ha dovuto convivere con la possibilità di eseguire un po’ qualsiasi colpo senza la granitica certezza che questo potesse bastare contro quelli davvero forti. A Cincinnati siamo certi che Dimitrov abbia guardato il tabellone con occhi diversi.Sì, questa potrebbe davvero essere la mia settimana“. Per la prima volta Grigor deve aver pensato che il torneo si poteva davvero vincere perché di avversari imbattibili in giro non ce n’erano. Si aggiunga che in Ohio il bulgaro difendeva una semifinale e ci aveva giocato sempre piuttosto bene, per feeling con i campi e – stando alle ultime conferenze – con tutto ciò che vi gravita attorno.

Questa sensazione di “potercela fare” non è un fattore inconcreto come potrebbe sembrare. Contro del Potro agli ottavi il bulgaro non aveva destato una grande impressione, il leggero Sugita gli ha creato pochi problemi ma la lucidità con cui ha gestito le pratiche Isner e Kyrgios (nel frattempo Nadal era stato eliminato…) non sono proprie del “solito” Dimitrov, tanto capace di fare tutto quanto incapace di capire esattamente quando e come farlo. Piuttosto di un tennista conscio di avere una grossa opportunità e di doverla sfruttare. Impeccabile è l’aggettivo migliore per definire gli ultimi tre incontri di Grigor in Ohio: nessun break subito, nessun set ceduto, una condizione atletica perfetta e pochi tentennamenti.

Sì, è stato un “carpe Dimitrov. Kyrgios gli ha opposto ben poca resistenza in finale e questo non va taciuto, ma il principio per cui la storia la scrivono i vincitori non esclude certo il tennis. La stessa storia di Dimitrov impone prudenza perché troppe volte ci eravamo convinti che fosse impossibile non vederlo sbocciare definitivamente e ogni volta ci siamo ritrovati lì, allo stesso bar, ad accarezzare l’idea di tornare a chiamarlo “baby Federer” per schernirlo con ironia malinconica. Quello però era Grigor Dimitrov. Questo è Carpe Dimitrov, quello che almeno una volta l’ha spuntata su tutti. Basterà per trasformare la sua carriera?

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