Lorenzi in ottavi all’US Open. Mai nessuno a 35 anni per la prima volta

La storia azzurra a New York. I continui progressi di Lorenzi dopo 23 qualificazioni fallite e ben 13 Slam persi al primo turno. “Kitzbuhel vale di più… per ora!”

Lorenzi in ottavi all’US Open. Mai nessuno a 35 anni per la prima volta

Il derby azzurro regala a Lorenzi i primi ottavi Slam

US Open, day 5: il commento in inglese con Steve Flink

 

L’exploit di Paolo Lorenzi, sesto italiano in ottavi all’US Open, dopo Barazzutti nel ’77, Panatta nel ’78, Pozzi nel ’94, Sanguinetti nel 2005 e Fognini nel 2015 – ma il più anziano giocatore con i suoi 35 anni ad essersi qualificato per la prima volta fra i “Last 16” a New York – mi stimola a ripercorrere una breve storia del tennis italiano in quello che oggi è l’US Open e dove, se non fosse stato per le “leggendarie” ragazze della old generation sarebbe stato lo Slam meno prodigo di soddisfazioni per noi.

Le cose sono naturalmente molto cambiate 2 anni fa, quando Flavia Pennetta e Roberta Vinci giocarono la prima storica finale tutta italiana in uno Slam. Ma come dicevo, quattro moschettiere a parte, l’US Open era stato uno Slam piuttosto avaro con il nostro tennis, perché al Roland Garros avevamo avuto ben altri successi, Pietrangeli, Panatta, Schiavone, finali con Errani (e ancora Schiavone), semifinali con Barazzutti, Merlo (e ancora Errani). A Wimbledon Pietrangeli era stato in semifinale, Panatta e Sanguinetti nei quarti come Golarsa, Farina e Schiavone, all’Australian Open erano arrivate nei quarti Adriana Serra Zanetti, Schiavone, Errani e il duo Fognini-Bolelli aveva vinto il doppio.

All’US Open prima dell’avvento delle nostre quattro “star” Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci, al di là del misto vinto da Reggi e Casal, avevamo raccolto più briciole che gioie. Reggi nell’86, Ferrando (1990), Grande (1996), Farina (2002) avevano preceduto le storie delle quattro. La migliore prestazione era stata la semifinale raggiunta da Corrado Barazzutti nel ’77, sulla terra rossa dell’ultima edizione di Forest Hills. Ciò sebbene negli annuari si trovasse una semifinale raggiunta da Maude Levi Rosenbaum nel ’30, quando il rapporto di questa giocatrice con il nostro Paese era abbastanza confuso anche se nelle graduatorie ufficiali della FIT figurava al n.4.

La prima presenza davvero italiana ai campionati degli Stati Uniti fu quella di Umberto Cuccioli, un seconda categoria bolognese che studiava medicina negli USA e che riuscì a farsi accettare nel 1937 (perse dall’inglese Jones). Nicola Pietrangeli ha giocato solo 3 volte a New York con risultati poco brillanti. Idem Panatta, 6 partecipazioni, che però nel ’78 (il primo anno di Flushing Meadows) perse una memorabile partita – 7-5 al quinto – negli ottavi di finale con Jimmy Connors.

Mai nessun tennista aveva raggiunto gli ottavi per la prima volta all’età di Paolo Lorenzi. Il New York Times oggi gli dedica un intero articolo. Perché la storia di Paolo è obiettivamente straordinaria. Aveva giocato 23 volte le qualificazioni, dal gennaio 2004, senza mai qualificarsi. Testardo come un mulo, si potrebbe dire. Ma finalmente nel gennaio 2012 ha la classifica per entrare in un tabellone. Ha già compiuto, a dicembre, 31 anni. Per ben 13 Slam perde al primo turno! Ma figurarsi se un tipo così si scoraggia. All’US Open 2014 Paolino, il mancato medico senese, contrada del Nicchio, tifoso viola, rompe finalmente il ghiaccio. Il giapponese Nishioka gli dà via libera ritirandosi sul 6-1 6-2 2-1.

È curioso che a lui, terraiolo d.o.c., capiti sempre all’US Open di superare i suoi limiti: all’US Open 2016 centra per la prima volta il terzo turno. Batte l’argentino Berlocq e dopo una maratona intorno alle 5 ore il francese Gilles Simon 7-6 al quinto dopo aver perso il quarto al tiebreak. Esordisce sull’Arthur Ashe, presunta vittima sacrificale davanti a Andy Murray, e invece lo impegna strenuamente perdendo un primo set che poteva vincere al tiebreak, vincendo il secondo, calando nel terzo e nel quarto perché il match con Simon aveva lasciato inevitabili strascichi. Ma esce dall’Ashe fra gli applausi del pubblico e i complimenti dei nostri colleghi che fino ad allora non l’avevano mai preso troppo nella dovuta considerazione anche se un mesetto e mezzo prima Paolo aveva vinto il suo primo torneo a Kitzbuhel “per quella che oggi è la mia più grande soddisfazione…vincere un torneo conta più che arrivare negli ottavi qui…”.

Quest’anno Paolo raggiunge nuovamente il secondo turno in Australia. Ma a Parigi e Wimbledon aveva perso 6 volte al primo turno in ciascun torneo. Non nel 2017! Berankis al Roland Garros, Zeballos a Wimbledon sono le vittime che gli permettono di cancellare quello zero. Nel dicembre scorso Paolo si è finalmente sposato con la sua fidanzata di sempre, Elisa, senese purosangue, della contrada dell’Istrice (“Non è contrada nemica del Nicchio, ma semmai della Lupa…” – spiega la bella Elisa, che di professione è avvocato civilista e ancora attende il viaggio di nozze e non si perderebbe un Palio per nessuna ragione al mondo. “Non ne ho mai saltato uno!”). “Non è venuta a Wimbledon e a Cincinnati perché il 2 luglio e il 16 agosto c’è il Palio” conferma, ridendo affettuosamente Paolo che le ha promesso un  regalo di nozze… senza limiti ben prima di aver conquistato i 253.625 dollari degli ottavi di finale. Ma Elisa mi confessa, ridendo anche lei, e non in sua presenza: “Gli ho detto che rinuncio a tutto se centra i quarti! Così lui ci guadagna… eh sì il mio ruolo è anche quello di stimolarlo!”. Per ora, comunque niente brindisi, anche se – racconta sempre Elisa – “Paolo fuori dai tornei è uno cui piace il buon vino… ha una discreta cantina, una sessantina di bottiglie d’annata, anche se niente in confronto al padre che ne ha ben di più”. Se tutto va bene, comunque, a dicembre il viaggio di nozze si farà. “Eh sì, stavolta non glielo faccio saltare!”.

Intanto Paolo, che contro l’amico e compagno di tanti allenamenti Fabbiano (“Avremo giocato almeno una dozzina di volte, sempre a Winston Salem… eh sì spesso mi batteva, ma io in allenamento non riesco a giocare così bene”…ma l’audio se lo ascoltate tutto c’è, sentitelo, vale la pena, Paolo è sempre uno spasso…) è stato un tantino meno brillante che contro Muller (del quale aveva studiato con il coach Galoppini tutti i video possibili e immaginabili per contrastarne il terribile servizio mancino) non si fa illusioni per il match con il sudafricano Anderson con il quale ha perso 3 volte: “È stato n.10 del mondo (due anni fa), ci ho perso a Ginevra a maggio 7-5 7-6…”. Ci aveva anche perso nel 2013 all’Australian Open al primo turno e nel 2012 ad Atlanta. Ma quelli erano anni in cui Lorenzi non era neppure lontano parente di quello di oggi, sebbene avesse già 31 anni.

Eppoi ormai chi crede più che un tipo tosto come Lorenzi – come ho scritto più volte un formidabile esempio da imitare sotto mille profili, un idolo per i ragazzi italiani più giovani, perché uno che perde 23 qualificazioni e insiste, insiste, insiste, insiste e poi alla fine sfonda, rappresenta una lezione di vita per tutti – entri in campo contro il favorito Anderson senza l’intima convinzione di potercela fare?

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