Chi vincerà gli US Open femminili?

Madison Keys parte favorita, ma Sloane Stephens ha carte da giocare per rovesciare il pronostico

Chi vincerà gli US Open femminili?
Sloane Stephens e Madison Keys

A Flushing Meadows dai due derby di semifinale sono emerse le più giovani: Madison Keys (22 anni, nata nel febbraio 1995), e Sloane Stephens (24 anni, marzo 1993). E così questo Slam certifica un fatto già evidente: dopo alcune stagioni difficili in cui il tennis USA si identificava solo con le sorelle Williams, nel movimento femminile americano sono cresciute alternative di valore.

 

Alla vigilia non sarebbe stato facile pronosticare le finaliste, però sarebbe sbagliato considerarle sorprendenti. Stiamo infatti parlando di due talenti superiori: per Keys e Stephens l’incognita non era tanto capire se avevano la possibilità di raggiungere risultati importanti, ma quando sarebbe accaduto. Del resto presentando le US Open Series avevo scritto un articolo che raccontava di possibili grandi ritorni: Sloane e Madison facevano parte senza sfigurare di un quintetto insieme a tre plurivincitrici Slam come Azarenka, Kvitova e Sharapova. Oggi la foto di quel pezzo appare sorprendentemente lungimirante, oltre le mie stesse intenzioni; e rimando a quell’articolo per chi volesse sapere di più sulle loro recenti traversie fisiche, che hanno rallentato la loro affermazione.

Cosa aspettarsi dal match? Dopo avere visto le due semifinali direi che l’esito dipende da come giocherà Madison Keys. E’ lei che ha in mano il destino della finale. Rispetto a Sloane, Madison possiede un “big game” più naturale. La sua partita contro CoCo Vandeweghe è stata una prestazione di valore assoluto, un picco di rendimento fenomenale, che secondo me in questo momento nessuna giocatrice in attività ha le armi per contrastare. Vandeweghe ha perso 6-1, 6-2 ma non ha giocato male: semplicemente aveva di fronte un’avversaria incontenibile, troppo superiore.

Un paio di anni fa, agli Australian Open 2015, le misurazioni sulla velocità media del palleggio di Keys avevano mostrato come facesse viaggiare la palla a quasi 10 km/h orari sopra tutte le altre tenniste (staccando giocatrici come Serena, Sharapova, Kvitova). Contro Vandeweghe il livello di Keys è ulteriormente salito: servizio molto efficace e vario (piatto, slice e soprattutto in kick), risposte precise e profonde, e una conduzione del paleggio impeccabile e strapotente. Il primo set si è risolto in una esibizione di 25 minuti di tennis vicinissimo alla perfezione (sette game con 14 vincenti e solo 2 errori non forzati), che per supremazia mi ha ricordato la Serena Williams delle Olimpiadi di Londra 2012 (6-1, 6-2 ad Azarenka e 6-0, 6-1 a Sharapova).

Se anche in finale si ripresenta “questa” Keys, non penso che Stephens possa farcela. Però il tennis non è una attività scientifica, ogni giorno le condizioni sono differenti e l’aspetto mentale ha un ruolo decisivo. Fra l’altro si fronteggiano due tenniste che sono anche due amiche, compagne di Fed Cup che si conoscono sin da ragazzine e che potrebbero avere difficoltà ad accendersi agonisticamente. Di sicuro si sono allenate insieme infinite volte e questo aspetto conta probabilmente più dell’unico precedente ufficiale (6-4, 6-2 per Stephens a Miami 2015). In più non possiamo sapere come reagiranno da esordienti di fronte allo stress da finale Slam, tanto che non si può nemmeno escludere che si verifichi per una di loro (o perfino per tutte e due) l’incubo di una controprestazione, come ad esempio è accaduto a Sabine Lisicki nella finale di Wimbledon 2013.

Anche per questo Stephens non parte battuta. E poi nella semifinale contro Venus quando nel terzo set si è trovata con le spalle al muro (a due punti dalla sconfitta) ha avuto una impennata di rendimento straordinaria: sul 4-5, 30-30 ha vinto lo scambio forse più spettacolare del torneo e poi altri due punti fenomenali chiudendo con un parziale di dieci punti a uno. Dando così dimostrazione di saper trovare dentro di sé le migliori risorse da esprimere nel momento decisivo.

Sul piano tecnico hanno in comune la predilezione per il dritto e la tendenza a “perdere” il rovescio nelle giornate di scarsa vena. Per questo sulla carta si preannuncia un confronto con una diagonale forte (quella destra) e una debole (quella sinistra). Keys serve meglio e dispone di una seconda più solida, grazie a uno dei migliori kick del circuito. Al contrario Stephens a volte diventa troppo prudente e propone seconde attaccabili.

Dalla sua però Sloane ha un gioco difensivo e una copertura del campo di qualità altissima. Fra le giocatrici di vertice direi che è forse la tennista più veloce di tutte; una sprinter scattante e agilissima, capace di recuperi che per molte sarebbero impossibili. Grazie anche a una dote straordinaria: è in grado di colpire in corsa senza mai perdere di coordinazione. La partita può girare a suo favore se riuscirà ad allungare il palleggio trovando poi la forza di contrattaccare, o anche solo spingendo Keys ad andare fuori giri (il maggior rischio che corre Madison nelle fasi negative).

Se anche questo non bastasse, Stephens potrebbe cercare di riequilibrare il deficit di velocità media del palleggio mischiando le carte: proponendo cioè palle con pesi e parabole differenti, caricando più o meno il lift, e alternando gli spin fra top e back: tutte soluzioni che è in grado di attuare grazie alla grande varietà di colpi di cui dispone e che potrebbero far aumentare gli errori gratuiti dell’avversaria.

Aggiungo infine che rimane il piccolo dubbio legato al Medical Time Out chiamato da Keys sul 6-1, 4-1 contro Vandeweghe, durante il quale è stata fasciata alla coscia destra. La partita dunque si preannuncia ricca di spunti tecnici, tattici e psicologici. Le variabili sono tante e per questo la previsione rimane aperta.
Buona finale a tutti.

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