«II mio segreto? Non penso a inseguire Roger» (Cocchi), Nadal e Federer, il primo Grande Slam condiviso (Semeraro), Quella rivalità infinita (Piccardi), Spagna Padrona (Azzolini), Fedal, una sfida infinita (Lombardo)

«II mio segreto? Non penso a inseguire Roger»  (Cocchi), Nadal e Federer, il primo Grande Slam condiviso (Semeraro), Quella rivalità infinita (Piccardi), Spagna Padrona (Azzolini), Fedal, una sfida infinita (Lombardo)

Rassegna a cura di Daniele Flavi

 

 

«II mio segreto? Non penso a inseguire Roger»

 

Federica Cocchi, la gazzetta dello sport del 12.09.2017

 

Rafa Nadal sul futuro è uno che divide. Nei dualismi che da sempre infiammano lo sport, da Coppi e Banali a Messi e Ronaldo, Maradona e Pelè, Borg e McEnroe. Lui è il dionisiaco, contrapposto all’apollineo di Federer e dei suoi gesti bianchi. Il gancio mancino di Rafa Nadal fa rumore, fa paura, spaventa, e sembra quasi un’arma impropria nelle mani di Rafa, il campione forse più disponibile del circuito con bambini e fans. Rafa ha annichilito il compagno di avventura Kevin Anderson, il rivale con cui da quando avevano 12 anni girava il mondo. Stessa età, 31 anni, traguardi diversi. Rafa a New York ha sollevato il trofeo del grande Slam numero 16, Kevin ha provato l’ebbrezza di una prima finale tra i grandissimi: 0,Anche se abbiamo la stessa età — ha detto Anderson dopo la premiazione —, ti ho sempre considerato un mito e un esempio». CORIPLETO Una stagione, quella di Nadal, che riporta ai fasti della giovinezza, della freschezza fisica non segnata dagli acciacchi. Tre finali Slam in un anno e due successi, tra cui lo straordinario Roland Garros numero 10 che lo ha portato lassù, nell’olimpo degli imbattibili. «Ringrazio la vita» è stata la frase più bella del maiorchino dopo la vittoria, segno di una consapevolezza maturata superando a uno a uno gli ostacoli che il fisico gli ha messo davanti tra ginocchia, piedi, schiena, polso. E poi, le parole di conforto per il Messico colpito dal terremoto e le popolazioni investite dall’uragano Irma: «Sono triste, è un brutto momento per il mondo-intero, non bisogna abbattersi ma continuare a lottare». Quello che ha sempre fatto, sotto le cure dello Zio Toni, che dal prossimo anno si dedicherà quasi esclusivamente all’Accademia di famiglia, e ora con l’amico-coach Carlos Moya. Una lotta che lo ha portato, a 31 anni, a vivere quella che lui stesso definisce «una delle migliori stagioni della carriera sportiva». DUELLO Il duello a distanza con Federer, da cui lo separano tre titoli Slam, non pare appassionarlo quanto invece attrae il pubblico sportivo che si nutre dell’eterna sfida tra apollineo e dionisiaco, Svizzera e Spagna, tra la terra e il prato all’inglese. «Non vivo la mia vita, o la mia carriera guardando agli altri —commenta — perché questo serve a poco, a tutti i livelli. Se questo è il tuo metodo di giudizio allora sei destinato a una vita di frustrazione perché nella vita ci sarà sempre qualcuno più bello di te, più ricco di te, che ha una casa più bella della tua. Mi rendo conto che la nostra diversità di stile e di carattere è importante per il tennis, ma per me è importante battere tutti, e non sottovalutate la mia rivalità con Djokovic, che di Slam ne ha vinti 12». RITORNO Tre finali in una stagione e una vittoria finalmente sul veloce, che gli mancava da tre anni, il 2017 è l’anno della definitiva consacrazione, se mai ce ne fosse stato bisogno. Di una rinnovata voglia di combattere, il vero motore di tutta la sua carriera. Lo dimostra anche il linguaggio del corpo, mai negativo: «Fino che avrò voglia di allenarmi, faticare e andare in campo con la giusta tensione nervosa, allora continuerò. E il mio body language non è mai cambiato negli anni, non sono mai stato uno che rompeva racchette, diceva parolacce, o sparava palle per rabbia. Non mi è mai stato permesso, né dalla mia famiglia né da mio zio. E poi, in generale, avere un atteggiamento brutto in campo pub solo avere effetti negativi sul gioco, e quindi è stupido».

 

Nadal e Federer, il primo Grande Slam condiviso

 

Stefano Semeraro, la stampa del 12.09.2017

 

Diciamolo, Rafa Nadal e Roger Federer formano ormai una società di fatto. In assenza di un patto vero e proprio, si comportano come soci: detta così non fa una piega e sarebbe d’accordo anche un notaio. II loro business è il tennis, gli utili che si dividono, oltre ai milioni di euro dei montepremi e degli sponsor, sono i tornei. Quest’anno, con il terzo trionfo del ramo spagnolo della ditta domenica a New York – siglato da una non-finale contro il pivot gentile Kevin Anderson che alla fine, allungato nell’imbarazzo dei suoi 203 centimetri (il più alto finalista Slam di sempre), sembrava l’imbucato sorpreso senza invito alla festa -, i dividendi sono in parità quasi perfetta. Due Slam e due Masters 1000 a testa, i primi due posti del ranking rioccupati senza se Montepremi in camera (milioni di dollari) e senza ma. Cinque titoli in totale per Roger, che ha dominato la prima parte della stagione (oltre agli Australian Open e Wimbledon, Halle, Indian Wells e Miami), cinque per Rafa che come al solito ha cannibalizzato il rosso (Parigi più Montecarlo, Barcellona e Madrid) ma dopo 3 anni e mezzo (Doha 2014) e 8 finali perse è tornato a vincere anche sul cemento. E che cemento. A proposito: provate adesso, con 3 Us Open, 2 Wimbledon e 1 Australian Open in saccoccia, a dargli del terraiolo. Anche senza i 10 successi al Roland Garros starebbe alla pari di Becker ed Edberg. Ora Io sprint per il n 1

 

Quella rivalità infinita

 

Gaia Piccardi, il corriere della Sera del 12.09.2017

 

Nadal adesso insegue tutti i record di Federer Con gli Us Open sono 16 Slam a 19. E l’età è dalla sua Gioco modificato Rafa ha cambiato gioco per battere il rivale: «Ai numeri non penso, vado per la mia strada» Rafa, Roger e tutto il mondo fuori. Non è pura accademia nominare (mai invano) Federer all’inizio della celebrazione delle mille vite da gatto di Nadal, diventato campione dell’Open Usa per la terza volta in carriera senza concedere mezza palla break in finale al rivale sudafricano Kevin Anderson (6-3, 6-3, 6-4), II comprimario che nemmeno lo spirito di Nelson Mandela sarebbe riuscito a infondere dell’energia giusta per sconfiggere il “nino di Manacor”. Con questo, sono sedici Slam. Meno tre da Federer (19). E insomma non c’è bisogno della contabilità spicciola per capire, in cima a una stagione dominata da due fenomeni capaci di spartirsi i quattro Major alla strabiliante velocità di 67 anni in due, che Rafa e Roger giocano un campionato a parte e appartengono a un club cui nessun altro (incluso Djokovic con i suoi 12 titoli) è ammesso. «Ai numeri non penso, vado per la mia strada» ha detto Rafa con l’adorabile inglese sgangherato (migliorano i colpi — «oggi Nadal sa volleare meglio di Federe ha detto Paul McNamee, uno che di rete se ne intendeva —, non la lingua…) e il solito sguardo obliquo da personaggio di Cervantes che si porta in giro per il circuito insieme alla sua personalissima architrave: il clan. Mamma, papà, sorella, eterna fidanzata Xisca, manager, zio, tre coach. Ha saputo crescere, evolversi, mutare, Rafa. L’ha costretto Federer. E viceversa. Non è mai piacevole fare le cose quando è qualcun altro a importelo. Eppure la storia della più grande rivalità dello sport moderno, esaltata dall’impietosa solitudine esistenziale dei tennisti nell’arco di quelle micro-vite che sono i match, è fatta soprattutto di un imperativo categorico: migliorare per non soccombere. Federer, che mai aveva avuto necessità di tattica per vincere, scavallati i 35 si è dotato di Ivan Ljubicic, il più raffinato stratega del circuito. Nadal, che ha trascorso cinque lustri all’ombra del totem Toni, manda in pensione lo zio e cerca aria fresca nel perimetro di Carlos Moja. I saldi di fine stagione dell’Open Usa lasciano invenduta sugli scaffali quella Next Gen che si esibirà a novembre a Milano senza essere riuscita a scardinare gerarchie millenarie: lo Zverev degli Slam è ancora friabile, Shapovalov inesperto, la strepitosa meccanicità di Rublev non ha passato la prova Nadal e Tiafoe l’esame Federer. Doveva essere la stagione del sorpasso, è stata quella (con Rafa tornato numero i forte di dieci Roland Garros) della restaurazione. Ai territori inesplorati del tennis femminile (quattro vincitrici Slam diverse: Serena, Ostapenko, Muguruza da ieri nuova regina e Stephens), rispondono i due latifondisti che continueranno a inseguirsi finché avranno fiato nei polmoni. Il vantaggio dei 31 anni, contro i 36 di un Federer tenuto insieme con gli spilli però ancora sopraffino, permette a Nadal di sognare il sorpasso, magari arrivando a incrinare la certezza che il maestro svizzero sia il più grande di sempre. Certo ci sono le variabili impazzite (Djokovic che prima o poi uscirà dalla bambola, la tigna di Murray sul veloce, il rovescio spaziale di Wawrinka quando è ispirato: da Wimbledon woe, 53 su 58 Major se li sono spartiti in cinque…), più varie ed eventuali. Ma finché Roger e Rafa hanno voglia di solcare i courts, di che vogliamo lamentarci?

 

Spagna padrona

 

Daniele Azzolini, tuttosport del 12.09.2017

 

Il tennis è sotto il dominio spagnolo. Non una dittatura, badate bene. Piuttosto una coalizione. Due spagnoli in testa alle classifiche, democraticamente eletti dai risultati. Rafa Nadal si è preso tutto, di nuovo vorace e schiamazzante, segno che in campo si sente bene e gode a farlo sapere. Soprattutto agli avversari. In realtà, gli Us Open appena vinti dividono il tennis in due esatte metà, una di proprietà federeriana, ma il divario in classifica è netto, 1960 punti tutti intrisi di terra rossa. Carbine Muguruza oggi è la prima donna, anche se, a giocare la finale degli Us Open sono state due “revenantes”, Sloane Stephens che ha vinto e Madison Keys che ha pianto. Si è ripetuto, di fatto, quel buco spazio-temporale che a luglio aveva consegnato il podio a Karolina Pliskova, mentre la poverina franava mesta a Wimbledon in secondo turno. Carbine (che i Championships li ha vinti) è di altra pasta, ma ondivaga come poche e incline ai capitomboli inaspettati. Si è dileguata a contatto con la Kvitova, altra rientrante, dopo un avvio di Slam dominato da vera “tennista alfa”. PARRA’ ll fatto nuovo è la parità tra Federer e Nadal, certificata dai risultati seppure non condivisa dal ranking. È il succo di una stagione impensabile, e insieme immensa, condotta da cima a fondo all’insegna della riscossa, della sfida all’impossibile, del ribaltamento di valori che sembravano consolidati. La stagione dei ritorni ha consegnato due Slam a testa, due Masters 1000 per uno, due finali (una nello Slam, una nei Masters) da una parte, una vittoria a suo modo storica (il nono titolo ad Halle) e una finale Masters dall’altra E tutti gli altri a guardare. E a incazzarsi, come i francesi quando passava Bartali. Chi era a sostenere che “senza l’esperienza vissuta degli opposti, non può esserci l’esperienza della totalità”? Non importa. Quello che conta è il senso della frase. Nadal e Federer hanno ricreato in questa stagione un tutt’uno, una globalità piena e compiuta. Forse per l’ultima volta. Ma è stato bello vederla formarsi a gennaio nella finale di Melbourne, crescere nei Masters americani ed europei, espandersi fra Parigi, Wimbledon e New York. Non conta la finale con Kevin Anderson. Troppo facile. E non conta il percorso compiuto da Rafa in questi Open, nel quale gli ostacoli più alti non superavano il numero 27 della classifica. La visione d’assieme reclamava un unico tassello per assumere forma definitiva, e Nadal l’ha collocato al posto giusto. La sua è una vittoria ineccepibile. IL RIVALE Federer ha commesso un errore che non è da lui, ha compiuto un peccato d’ingordigia. Si è lasciato catturare da voglie spettacolari. Tornare numero uno «anche solo per una settimana». Provare davvero a vincere tutto. Doveva riposarsi una settimana in più e si è presentato a Montreal senza tennis nelle gambe. Ha spinto e si è fatto male alla schiena La sua tournée americana è finita lì. «Mentalmente, fisicamente e tecnicamente non ero all’altezza». Chapeau, l’autocritica fa sempre bene. Anche se Roger non l’ha condotta sino in fondo. Avrebbe dovuto aggiungere: «Sono stato un fesso». Quei tre avverbi hanno fatto invece da cerniera alla prova di Rafa, che da quattro anni non si vedeva cosl sicuro e spigliato sul cemento. II primo posto in classifica non è stato mai realmente in discussione. E ora gli Slam sono sedici, e di nuovo tre le lunghezze di ritardo da Federer. Rafa ha trent’anni, ed è difficile che non vinca ancora, tanto più sulla terra. Raggiungere Roger è ancora possibile. C’è però un’ultima annotazione. Chi rallenta, chi si prende il dovuto riposo, alla fine trionfa. II tennis va di corsa, ma lo slogan di questi mesi è opposto. Fermatemi, voglio vincere!

 

«Fedal» è una sfida infinita

 

Marco Lombardo, il giornale del 12.09.2017

 

Due Slam Federer e due Nadal: il 2017 si chiude cosi e sembra di essere tornati indietro di una decina d’anni. La domanda a questo punto è se il tennis sia andato avanti in questo tempo. E soprattutto resta il grande di battito se uno dei due sia davvero il Più Grande di tutti tempi (Roger, per la stragrande maggioranza) o se Rafa alla fine valga più del suo rivale. Oppure ancora se, alla fine, la verità sia quella dello spagnolo che, appena dopo aver strapazzato Anderson nella finale dell’altra sera a New York e vinto il suo Major numero 16 (tre sotto lo svizzero), ha dato una sua personale visione della questione. In particolare sulla rivalità con Federer: «Ognuno fa la sua strada e vedremo a fine camera come andrà a finire. La nostra è una rivalità importante, per il nostro sport a mio avviso. I nostri stili differenti, le persone coinvolte, il fatto di aver gareggiato cosi a lungo per i titoli più importanti hanno costituito una grande promozione. In modo positivo, però, poiché siamo amici e ci rispettiamo». E quindi, sul chi sia il più forte, ecco l’ipotesi alternativa: «So solo che sono stato fortunato a giocare in un’epoca in cui tre atleti hanno vinto 19, 16 e 12 Slam. E tantissimo. Abbiamo scritto una pagina di storia notevole. E Djokovic è giovane e potrà vincerne ancora. Sampras aveva detto che dopo di lui nessuno avrebbe potuto vincerne più dei suoi 14? Io credo che non sia facile trovare un’epoca il cui tre giocatori abbiano fatto cosi tanto: forse è dovuto al fatto che abbiamo passione per ciò che facciamo. Siamo sul pezzo da un mucchio di anni. Non è facile. Non è elegante dirlo, dal momento che mi riguarda, ma viviamo un periodo in cui ci sono atleti che fanno cose incredibili». In pratica: alla ricerca del migliore di sempre, il tennis si è ritrovato alla fine un’intera generazione irripetibile. Fatta di uomini, di atleti e soprattutto di campioni. La sintesi è Rafa che a fine partita ha voluto ringraziare in mondovisione lo Zio Toni che da gennaio non sarà più al suo angolo: «E stato il mio maestro e il mio motivatore, quello che sono lo devo a lui». E, davvero: Federer senza Nadal avrebbe fatto il Grande Slam almeno due volte, Rafa senza Roger avrebbe ben più dei suoi 16 grandi titoli. E Djokovic senza entrambi avrebbe dominato ancora di più, oppure forse non avrebbe avuto il Grande Esempio a cui ispirarsi, chissà. Di sicuro c’è che dopo di loro il gioco continuerà. Ma una rivalità cosi, probabilmente, sarà la numero uno per sempre. E non solo nel tennis. TRIS Nadal ha vinto New York

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