La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Serena Williams: My life

Non solo cronaca. Recensiamo oggi la biografia di Serena Williams. Uno spaccato sulla vita privata di una (due) delle più grandi campionesse del tennis femminile

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Serena Williams: My life

Williams S. (con Daniel Paisner), My life, Trad. Lagomarsino G., revisione tecnica e note di Schiavo F., Edizioni Mare Verticale, 2015, pg. 309

Quando nel 2009 fu pubblicato “My Life” Serena Williams era appena ritornata numero 1 del mondo, aveva da poco vinto gli US Open 2008 e in totale nella bacheca di casa campeggiavano nove trofei del Grande Slam. Oggi, a otto anni di distanza, sappiamo che di strada ne ha fatta parecchia di più, che i trofei sono saliti a 23 e che Serena è diventata mamma. “My Life” è quindi una tappa di un percorso in piena evoluzione, un percorso con un finale che attende ancora di essere scritto. Il libro è un’autobiografia sui generis. Scritto a 27 anni in un momento in cui la sua carriera si stava spingendo di nuovo su altissimi livelli dopo un lungo periodo di appannamento, il testo non segue un andamento rigorosamente cronologico e, curiosamente, parla poco di tennis giocato. L’attenzione dell’autrice è rivolta soprattutto a situazioni e avvenimenti della sua vita che hanno contribuito in modo sostanziale al raggiungimento degli straordinari risultati che tutti conosciamo e influito in modo determinante sull’evoluzione del suo tennis. Serena stessa chiarisce le proprie intenzioni: “Incominciando a scrivere queste pagine, non ho mai avuto l’intenzione di farne un libro di ricordi esauriente e coerente. Non sono pronta per impacchettarlo come se comprendesse tutta la mia carriera. (…) Posso soltanto raccontarvi come sta andando. Posso raccontarvi com’è andata. Ma non posso ancora dirvi, dove sto andando. (…) Le vicende della mia vita e della mia carriera che ho scelto di presentarvi sono quelle più rilevanti come fonte d’ispirazione e di motivazione, e significative” (pagg. 307-308).

 

Il lettore non deve attendersi da questo libro analisi di partite memorabili (Serena descrive nel dettaglio solo un match che non è nemmeno una finale Slam, ovvero gli ottavi di finale di Wimbledon 2007 contro Daniela Hantuchová, match fondamentale per la rinascita della campionessa dopo il periodo buio). Non ci sono nemmeno descrizioni dettagliate della propria strategia di gioco, né resoconti di incontri o scontri con altre tenniste (a questo proposito l’unica tennista su cui si sofferma a lungo è, guarda caso, Venus) e non parla nemmeno di glorie del passato o di storia del tennis e del posto che lei pensa di ricoprire in essa. Niente di tutto questo. “Meek” (il soprannome con cui la Williams è chiamata in famiglia) affronta, in ordine sparso e con frequenti rimandi interni nei vari capitoli, temi che con il tennis hanno sì a che vedere ma, come detto, più che altro per il modo in cui essi hanno influenzato la sua carriera sportiva. In “My Life”, dunque, troverete tutta la famiglia di Serena, i genitori (in particolare il padre Richard) le tante sorelle; troverete la descrizione del suo rapporto con la fede (Serena è Testimone di Geova); non mancano le grandi passione extra tennistiche, ovvero moda, cinema, musica. Nella narrazione trovano spazio anche altri aspetti della sua vita privata: una storia d’amore importante finita male; i cibi (soprattutto dolci) preferiti; i viaggi in Africa alla scoperta delle proprie radici; l’impegno umanitario; l’abitudine di tenere un diario su cui annotare impressioni e riflessioni, diario che poi utilizza come sprone prima delle partite.

La famiglia occupa una parte importante e preponderante nel racconto di Serena. Si può dire che è il perno attorno a cui tutto ruota e a cui lei sempre ritorna, nei momenti felici e nel dolore. Due persone, soprattutto, sono al centro dell’attenzione della campionessa: papà Richard e Venus. A proposito del padre, il ritratto che ne viene fuori è quello di un uomo che ha dedicato la propria vita alla carriera delle figlie. Serena è consapevole che Richard è un uomo criticato, sia per i suoi metodi di allenamento, sia perché ha iniziato a praticare il tennis quando ha deciso di fare delle ultime due figlie delle campionesse (quindi agli occhi degli esperti è un dilettante allo sbaraglio), ma la figlia lo difende a spada tratta e ne mette in risalto le qualità umane. Vale la pena riportare il passo in cui racconta come è nata nel padre l’idea di fare di lei e Venus due campionesse di tennis: “Un certo giorno mio padre, mentre guardava un incontro di tennis alla televisione, non riuscì a credere che le giocatrici guadagnassero tutti quei soldi, colpendo semplicemente una palla da tennis. (…) Guardava un incontro di Virginia Ruzici, vincitrice degli Open di Parigi nel 1978. Il telecronista comunicò che la tennista aveva appena intascato ben quarantamila dollari in una settimana di torneo, più di quello che mio padre guadagnava in un anno. (…) E così la storia vuole che il mattino dopo mio padre uscì di casa e comprò un giornale che confermasse i guadagni di Virginia Ruzici. (…) Quando capì che era vero, tornò a casa e disse a mia madre: ‘Dobbiamo fare altri due figli perché diventino due campioni di tennis’ (pagg. 28-29).

L’idea che ci si può fare di Richard e della moglie è quella di persone che hanno utilizzato le due ultimogenite per i propri scopi personali, decidendo per loro il futuro, ma la prassi quotidiana degli allenamenti, anche se molto impegnativa, teneva sempre conto delle esigenze delle figlie e, soprattutto, era vista come un’attività in cui tutta la famiglia, senza escludere alcuno, veniva sempre coinvolta. Insomma il tennis non era una dittatura, era qualcosa di condiviso, almeno così ne parla Serena. “Poi, però, cominciammo a dimostrare a tratti di saper giocare davvero, quando io avevo cinque o sei anni e Venus circa sei o sette (…). Ci spinsero a impegnarci di più. Forse era quello che avevano in mente fin dal principio, ma non passarono ad allenamenti più duri finché non videro che eravamo pronte. A quel punto, passammo dal giocare un paio di ore al giorno per quattro o cinque giorni la settimana, a tre o quattro ore tutti i santi giorni. Certe volte facevamo addirittura due sessioni di allenamento, cominciando alle sei di mattina prima della scuola e poi ancora dopo la scuola, di solito fino al tramonto” (pagg. 35-36). E più avanti leggiamo: “Mia madre faceva l’infermiera. Mio padre aveva un’agenzia di vigilanza (…). Intanto mio padre si era organizzato per lavorare di notte; certe volte, andava al lavoro mentre eravamo a scuola, ma per lo più lavorava di notte, dopo che eravamo andate a letto. Quando eravamo a casa, lo era anche lui. Di solito cercava di parlare di tennis con una di noi, di guardare assieme qualche incontro alla televisione. Preparava il nostro allenamento successivo. (…) Ci parlava di concentrazione e disciplina” (pag. 49). L’attenzione al benessere delle figlie è, per Richard, prioritario: Papà pensava semplicemente di evitarci le pressioni dei tornei junior e aveva proprio ragione. Non gli piaceva il modo in cui genitori e istruttori stavano addosso ai giovani giocatori, saltando da un torneo all’altro. Voleva che avessimo una vita normale. (…) Inoltre, papà pensava che saremmo migliorate molto di più esercitandoci con professionisti e maestri e lavorando sui fondamentali” (pag. 130).

La famiglia, per Serena, è il luogo dove si celebrano i successi e si trova la forza e il sostegno nei momenti difficili, non solo legati al tennis. Nell’unità della famiglia si rielaborano anche i lutti, come quello particolarmente doloroso della tragica scomparsa di Tunde, la maggiore delle sorelle, uccisa accidentalmente durante una sparatoria. La perdita di Tunde, avvenuta nel 2003, getta Serena in uno stato di depressione che fino a quel momento le era sconosciuto. Conseguenza è la veloce discesa nel ranking. L’ex numero uno del mondo perde interesse per il tennis, rivaluta i propri obiettivi, ricalibra i valori su cui è impostata la sua vita, si prende una pausa. La risalita sarà lenta e faticosa, con numerose ricadute, finché, dopo la citata vittoria su Hantuchová a Wimbledon 2007, si riaprono le porte del successo e la vita ritorna a sorridere.

Molto spazio, e non potrebbe essere diversamente, Serena lo dedica alla sorella Venus, ritenuta la vera artefice dei suoi successi, la persona senza cui Serena non avrebbe mai raggiunto la vetta del tennis. Un rapporto fortissimo, indissolubile, quello fra Serena e Venus, fin dall’infanzia: “Venus era protettiva. Non saprei dire come la vedevano le altre, ma per me era come un’affettuosa guardia del corpo, sempre attenta a intervenire in ogni situazione che potesse procurarmi guai o difficoltà. Quanto a me, ero la principessa, la cocca di tutte. Se ci ripenso, ero piuttosto pestifera, ma le mie sorelle mi lasciavano fare di tutto! La cosa curiosa è che abbiamo conservato questi ruoli anche da grandi” (pag. 50). Il passo che vi propongo qui sotto mette in evidenza in modo inequivocabile il ruolo centrale di Venus nella vita non solo tennistica di Serena: “In tutta la mia crescita da giocatrice, c’era sempre Venus a determinare il livello. Certe volte, quand’ero piccola, quel livello sembrava irraggiungibile, ma era quello da raggiungere. Lei impersonava il meglio di me. Era la tennista che speravo di essere, anche la persona che speravo di essere. La osservavo giocare, andare a scuola, ordinare prima di me al ristorante, osservavo sempre come si comportava in generale e pensavo: ‘Un giorno sarò come lei’” (pag. 82).

Il libro, poi, si dipana in tanti rivoli, ognuno dei quali racconta fatti che hanno segnato l’evoluzione di Serena come donna e, di conseguenza, come tennista. L’angolo visuale è sempre lo stesso: importante non è il tennis in sé (o, perlomeno, non solo quello), ciò che conta sono i valori, le ambizioni, le passioni su cui si imposta la propria vita. Quindi ben venga l’impegno nella moda (Serena collabora alla realizzazione del suo outfit sportivo con la Nike e ha curato anche una personale linea di abbigliamento), l’impegno umanitario in Senegal e Kenya concretizzatosi nella realizzazione di scuole, i corsi di recitazione per assecondare la propria ambizione di diventare, un giorno, attrice cinematografica. Tutte queste esperienze si riflettono sul tennis, danno a Serena la giusta carica, la motivazione per conseguire gli obiettivi sportivi, la determinazione per essere la numero uno. Ogni occasione della vita offre spunti per migliorare, soprattutto le difficoltà. Non a caso un capitolo intero, il quarto, è dedicato al torneo di Indian Wells del 2001, quando Serena, in finale contro Kim Clijsters, fu sottoposta a una vera e propria tortura da parte del pubblico che la fischiò e la ricoprì di insulti razzisti per tutta la durata del match. Il motivo di tale atteggiamento risiede nel ritiro dalla semifinale di Venus, che avrebbe dovuto giocare proprio contro la sorella. Malgrado Venus avesse fatto presente con largo anticipo all’organizzazione di non essere in grado scendere in campo, la notizia fu data solo cinque minuti prima del match, scatenando l’ira del pubblico già seduto e in attesa. Serena strinse i denti e vinse in finale, ma il contraccolpo emotivo fu durissimo, tanto che disertò il torneo per anni.

Pochissime, nel libro, le parole di Williams su ciò che vuol dire essere una campionessa. A questo proposito ci sono due passaggi illuminanti, gli unici in cui Serena ci offre la sua interpretazione di cosa significhi trovarsi al di là delle classifiche. Sono poche righe, ma significative, parole che aprono uno spiraglio su quella che è, e deve essere, la mentalità del campione. Il primo frammento evidenzia l’importanza del fattore mentale“Quando ero appena agli inizi, i miei genitori mettevano l’accento sulla preparazione tecnica, la forma fisica e la strategia. Quand’ero più grande la chiave era l’allenarsi con istruttori diversi, la ripetizione e la memoria muscolare. Ma il tennis è un gioco di testa. È sempre in funzione dell’atteggiamento mentale che hai in campo e della personalità che ne ricavi: la solidità psicologica che si esprime in campo. Tecnica, forma, memoria muscolare… sono dati a livello professionistico ma quello che ti distingue è ciò che fai delle tue particolari doti, il modo in cui reagisci nei brutti momenti e riacquisti fiducia(pagg. 175-176). Ma è il passaggio che vi propongo ora che getta vera luce su quel luogo oscuro e misterioso che è la mente di chi trascende la normalità per spingersi in luoghi che solo pochissimi atleti riescono a raggiungere, non più di una manciata ogni generazione: Arrivai alla conclusione che un lato di follia è necessario, se si vuole diventare veramente competitivi. C’è bisogno di un istinto irrazionale da killer. Occorre dimostrare di essere scatenati e imprevedibili, farne prendere atto non solo agli avversari, ma anche a se stessi. Devi convincerti di essere capace di tutto, che nulla ti sarà negato, che farai tutto quello che occorre per realizzare quello per cui ti sei impegnato. Devi anche riuscire a sorprenderti. E devi saper gestire quel senso incontrollabile e impulsivo che ti prende, che ti innalza e ti trasforma, nel fervore di un momento decisivo. Pare che sia necessario arrivare in quello strano luogo, nel quale non sai più spiegare il tuo comportamento” (pag. 61). È un peccato che Serena non abbia approfondito queste riflessioni, ci avrebbe potuto illuminare, almeno in parte, sui meccanismi che governano la mente di un campione ma, forse, questi meccanismi sono in gran parte sconosciuti anche ai campioni stessi.

Concludo con una nota sull’edizione italiana del libro. Purtroppo, durante la lettura ho riscontrato molti refusi e imperfezioni ortografiche, frutto, evidentemente, di una poco accurata correzione delle bozze. Questi difetti hanno disturbato la lettura, ed è un peccato, anche se suppongo sia un caso isolato. Delle edizioni Mare Verticale ho letto l’autobiografia di Rod Laver, il cui testo non presentava imprecisioni.

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