Keys, Venus e le altre: ancora sullo US Open

Da Madison Keys a Maria Sharapova, da Venus Williams a Simona Halep: le protagoniste dello Slam appena concluso, in positivo e in negativo

Keys, Venus e le altre: ancora sullo US Open
Sloane Stephens e Madison Keys - Finale US Open 2017

Anastasija Sevastova
Agli US Open 2017 Sevastova si presentava in una condizione non semplice: affrontava il torneo avendo in scadenza i punti del quarto di finale raggiunto l’anno scorso, miglior risultato in assoluto in uno Slam. Nel 2016 aveva sconfitto, fra le altre, Muguruza (testa di serie numero 3) e Konta (tds 13).
Sembrava molto difficile ripetersi, invece ci è riuscita. Questa volta per approdare fra le ultime otto non ha avuto bisogno di sconfiggere top ten, ma è comunque stata protagonista di una vittoria significativa, visto che ha estromesso Maria Sharapova (5-7, 6-4, 6-2). Nell’occasione Anastasija ha dimostrato che, anche se non sarà mai una delle più potenti del circuito, è ugualmente in grado di misurarsi con le grandi colpitrici: appoggiandosi alla loro palla, e proponendo un tennis complicato da affrontare grazie all’uso dello slice di rovescio, alla capacità di muovere il gioco sulla verticale, e alla superiorità nelle schermaglie di tocco, che molto spesso lei stessa innesca.
Direi che a Sevastova rimane soprattutto il rammarico per avere perso il quarto di finale senza essersi espressa al meglio: contro Stephens ha giocato contratta, in un match in cui entrambe hanno reso molto al di sotto delle loro possibilità per l’eccesso di tensione.

Kaia Kanepi
Al via del torneo di qualificazione degli US Open c’erano alcune giocatrici con alle spalle una carriera importante, iscritte con la speranza di recuperare i fasti del passato; nomi come Patty Schnyder e Vera Zvonareva. Ma nei tre turni preliminari dello Slam la protagonista del rientro di maggior successo è stata Kaia Kanepi. Trentadue anni, numero 418 in classifica, ammessa grazie al ranking protetto dopo quasi un anno di lontananza dai campi. Ne avevo parlato in un articolo proprio il mese scorso come la figura di riferimento degli ultimi anni per il tennis estone, che oggi ha trovato in Anett Kontaveit una seconda giocatrice importante.

 

La storia di Kanepi è quella di un’atleta di notevoli potenzialità, però mai del tutto espresse a causa di una serie infinita di guai fisici. Problemi alla schiena, frattura a un dito, dolori al tendine di Achille, appendicite, mononucleosi, fascite plantare… Un elenco infinito che spiega perché quasi mai sia potuta arrivare alla miglior forma fisica e tecnica. Perfino il giorno in cui ha raggiunto il best ranking (numero 15), nell’agosto del 2012, era ferma per infortunio da diverse settimane.
Potente, con un efficace servizio, un gran dritto e una gioco di volo da non trascurare, Kaia ha sofferto per la scarsa mobilità, anche se nelle rarissime volte in cui è stata davvero in condizione ha dimostrato che quello era un limite superabile.

Tenendo conto anche delle qualificazioni, a Flushing Meadows ha vinto sette partite di fila, perdendo all’ottava da Madison Keys (6-3, 6-3). Un match in cui è arrivata con il serbatoio ampiamente in riserva, visto che ormai aveva dato tutto per sconfiggere nei turni precedenti le due giovani del 1997 Osaka e Kasatkina, che contro di lei forse avevano peccato di inesperienza nei passaggi cruciali dei match.
A New York ha ripetuto il suo miglior piazzamento nel torneo: quarti di finale come nel 2010, e grazie all’exploit è risalita sino al numero 110 del ranking. Per il suo futuro, inutile a dirsi, una cosa sarà importante più di tutte: poter giocare in salute per un periodo sufficientemente lungo.

Petra Kvitova
Durante le US Open Series Kvitova aveva disputato una serie di tornei insufficienti. Al di là delle vittorie o delle sconfitte, a latitare era la qualità di gioco, con l’eccezione forse del confronto perso con Sloane Stephens a Toronto. Anche a New York ha esordito giocando male (non riesco a essere meno critico: il suo match contro Jelena Jankovic è stato davvero l’ombra dei confronti avuti in passato); ma poi si è ritrovata. Più sul piano tecnico che fisico, perché la brevità dell’impegno contro Cornet e Garcia non aveva messo alla prova la sua resistenza. Che, si è capito nei due turni successivi, non era sufficiente in caso di allungamento delle partite.

Contro Muguruza ha dato vita a un match degno del rango delle protagoniste (quattro titoli Slam complessivi), ma già nei giochi conclusivi del secondo set ha lasciato l’impressione di essere al limite in quanto a energie a disposizione (7-6, 6-3).
La sensazione è stata confermata contro Venus Williams. In tutti e tre i set Petra si è portata avanti di un break, ma il blackout avuto sul 3-1 primo set le ha fatto perdere il parziale e l’ha obbligata a una gara in rimonta. Di nuovo avanti di un break nel set finale, ha cominciato a sentire il peso della stanchezza, facendosi recuperare; poi è rimasta caparbiamente attaccata al punteggio soprattutto grazie al servizio, visto che negli scambi stava diventando sempre meno efficace; infine il tiebreak ha certificato che ormai la sua avversaria aveva preso il sopravvento (6-3, 3-6, 7-6): più lucida e incisiva Venus nel momento determinante.

Dare prova di minore resistenza rispetto a una giocatrice di 37 anni, seppure di enorme classe, non è certo un buon segno. Ricordo che nel suo curriculum Petra aveva all’attivo tre vittorie in volata contro Venus (due per 7-6 al terzo, una per 7-5). Questa volta è stata lei a cedere: sul piano della condizione fisica, direi che c’è ancora strada da fare.

a pagina 3: la questione del numero 1 del ranking

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