Nei dintorni di Djokovic: lui è peggio di me. Emanuel, l’Ivanisevic 2.0

Rabbia e talento: Emanuel Ivanisevic pare proprio il “degno” erede di Goran. Di cui non accetta i consigli: “Che ne sai, non sei neanche riuscito a battere Sampras!”. Facendolo anche ripensare a quello che poteva essere e non è stato...

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Quando giocava, sosteneva ci fossero tre Ivanisevic in campo: “Quello buono e calmo, quello cattivo e nervoso, e il Goran 113 da chiamare nei momenti di emergenza per mettere d’accordo gli altri due!“. Affermazione che nessuno ha messo mai in dubbio, considerato quello che si poteva vedere quando Goran Ivanisevic scendeva in campo. Colpi eccezionali inframmezzati da altri assolutamente improbabili, più o meno frequentemente a seconda dell’umore della giornata, e da errori clamorosi. Fasi di totale concentrazione, in cui era nel “flow” e sparava vincenti in continuazione, ed altre – sarebbe da verificare se inferiori o superiori alle precedenti, per numerosità e durata – in cui invece era fuori dalla grazia di Dio, tra soliloqui, imprecazioni e lanci di racchetta. Se tra i suoi vari soprannomi, oltre a quello di “Mr. Ace” per i 10.131 servizi vincenti in carriera, c’erano quelli di “Ivancrazevic” e “Cavallo Pazzo”, qualche motivo ci sarà stato.

 

Ebbene, ora sul campo da tennis è arrivato un nuovo Ivanisevic. Non si sa ancora se anche lui abbia già sviluppato delle personalità multiple quando impugna la racchetta, ma pare proprio che per quanto riguarda tutto il resto “buon” sangue non menta… “Emanuel è più pazzo di me. I lanci della racchetta, la rabbia, c’è tutto. Lui ha portato la mia follia ad un altro livello. Sinceramente mi ero chiesto se ci sarebbe mai stato qualcuno come me ed evidentemente è possibile. Queste giovani generazioni sono molto più avanti”. Con queste parole, e con il solito gusto per la battuta, Goran Ivanisevic in un’intervista ad un giornale croato ha raccontato che sul campo di tennis il figlio Emanuel, dieci anni, da in escandescenze come e più di lui. Anche quando giocano assieme. “Se lo batto non va bene, se lo lascio vincere, non va bene lo stesso. Sembra proprio che la mela non cada lontano dall’albero. Non riesce proprio a tranquillizzarsi, spero solo che riesca ad incanalare positivamente questa rabbia”.

Non c’è però solo “il lato oscuro” ad accomunarli sul rettangolo di gioco. Da quanto si dice in Croazia, sembra che Goran abbia trasmesso al figlio anche il talento tennistico. Siamo andati a controllare: in questo momento nelle classifiche nazionali croate under 12 ed under 14 Ivanisevic jr è quinto tra i quelli nati nel 2007. “È molto bravo, veramente, sta crescendo bene” ha ammesso l’ex campione spalatino, precisando subito dopo però che nonostante la sua esperienza da coach non potrebbe fare come quei genitori che si sono messi ad allenare i propri figli “No, non potrei allenarlo. È troppo selvaggio, spero trovi la sua strada con qualcun altro. Ha i suoi allenatori, io non mi metto in mezzo. Ma gli sarò sempre di supporto in tutto”.

Un supporto che però al momento pare non interessare ad Emanuel – tesserato per il Tennis Club Zagi di Zagabria, come la ventenne grande promessa croata Jana Fett, n. 101 WTA e recente semifinalista a Tokyo – che non riconosce al padre tutta questa esperienza in materia“Mi dice: ‘Cosa ne sai tu del tennis?’ E quando gli rispondo che magari qualcosa ne so, lui continua: ‘Non mi dire di quello che hai fatto in carriera. Non hai saputo battere nemmeno Sampras e hai vinto solo una volta Wimbledon!’” ha rivelato l’ex n. 2 del mondo, vincitore di 22 tornei di singolare a livello professionistico.

Che preferisce non contraddire il più piccolo dei suoi due figli (la maggiore è la quattordicenne Amber, tra l’altro anche lei una promettente atleta, nell’equitazione: si è appena laureata campionessa croata a squadre della sua categoria) magari precisando il fatto che in realtà lui Sampras l’ha battuto in sei occasioni su diciotto, ed una persino a Wimbledon, nella semifinale del 1992. Forse perché in questo caso gli toccherebbe poi ricordare che proprio quell’unica volta che ha saputo superare “Pistol Pete” sull’erba dei Championship (non ci riuscirà più e ci perderà due finali ed una semifinale) ha subito poi la sconfitta che – a detta di molti – potrebbe aver indirizzato diversamente la sua carriera: quella in cinque set in finale contro Andre Agassi. Soprattutto nel suo paese, dove l’hanno visto crescere sino a diventare una leggenda dello sport croato, c’è chi pensa che se fosse diventato campione di Wimbledon in quell’occasione, a soli ventun anni, forse sarebbe riuscito a gestire in maniera diversa tutta quella rabbia e quella frustrazione che invece ha continuato a riversare sul campo da gioco negli anni successivi.
Non lo sapremo mai, ovviamente. Ma considerato che stiamo parlando di quello che era un ragazzo che – come ebbe a dichiarare lui stesso successivamente – aveva iniziato a giocare e vincere per la sorella malata di cancro, e si può solo immaginare cosa potesse provare dentro di sé, è difficile sostenere con assoluta certezza che no, non è possibile che quella vittoria avrebbe fatto scattare un qualcosa nella sua mente – o nel suo cuore – in grado di placare e dissolvere tutta quella rabbia. La stessa che ora vede riversare in campo anche a suo figlio.

In questo momento, perciò, il campione di Wimbledon 2001 è solo il primo tifoso del figlio durante i tornei. Ora tocca a lui ricoprire il ruolo che ha avuto per anni suo padre Srdjan, che lo ha seguito lungo tutta l’arco della carriera. Un ruolo che solo quando lo vivi in prima persona comprendi fino in fondo quanto sia complicato“Ebbene sì, solo adesso capisco cosa ha dovuto passare mio padre con me. Mi è difficile guardare i match di Emanuel, e questo nella categoria fino ai 10 anni. Ho paura al solo pensiero di come sarà più avanti. Qualche volta penso che il mio cuore non ce la farà a resistere”.

Almeno in questo periodo non dovrà aggiungere a questo tipo di stress emotivo anche quello che ha provato negli ultimi quattro anni seguendo in tribuna i  top player con cui collaborava. Dopo l’interruzione del rapporto con Thomas Berdych a giugno, infatti, il 46enne coach spalatino (è nato il 13 settembre 1971) – che in precedenza aveva seguito per un triennio il connazionale Marin Cilic –  ha deciso di rimanere per un po’ in stand-by“Dopo quattro anni intensi mi va bene fare una pausa. Fino alla fine della stagione non penso di prendere impegni. Poi vedremo” ha detto Goran al riguardo. Pausa per modo di dire, se devi star dietro a quello che combina un Ivanisevic in campo…

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