Serena Williams: 36 anni e oltre di battaglie

La fuoriclasse statunitense ha compiuto ieri 36 anni, a pochi giorni dalla nascita della primogenita Alexis Olympia. E mostra la grinta di sempre, ponendosi nuovi obiettivi, sportivi e non solo

Serena Williams: 36 anni e oltre di battaglie

Ora che hai 36 anni e che sei mamma, visto che ti chiami Serena Williams lo capisci che il campo è un posto che non guarda in faccia nessuno e che restituisce solo in ragione di quanto gli hai dato. Hai una racchetta, come la tua avversaria. Una palla da condividere con lei. Una rete da evitare, delle righe e solo due coordinate, il dentro e il fuori. Ma sai anche che non è tutto qui. Quando avevi tre anni, a Compton, non potevi capirlo. Il tuo mondo era composto solo da quei visionari di mamma Oracene e papà Richard. E la tua amatissima sorella Venus. E ti bastava che fosse un reticolato a delineare il confine delle pari opportunità. Non pensavi minimamente che, di lì a poco, avresti voluto estendere all’infinito quella magnifica livella, dove conta l’esecuzione e non il vestito che hai lasciato nello spogliatoio o l’albero genealogico.

Poi sei cresciuta, e non ti è più bastato colpire bene la palla. Chiedevi, ti chiedevano, ti volevano, ti scrutavano, ti inquadravano, ti definivano. E quel mondo tagliato fuori dal reticolato finì per pervadere il campo. Non dipendeva più solo da te e da lei. Non si esauriva tutto con l’asettico verdetto sportivo. Certo, vincevi spesso. Praticamente sempre. Perché, ti dicevano, e lo sapevi anche tu, che avevi un talento da predestinata. Ma il magico playground di un tempo non c’era più. Tutt’attorno, le solite categorie, quelle che non ti piacciono, che non ti restituiscono affatto in base a quanto dai. E hai scoperto che il successo porta fan e detrattori. Follower e calunniatori. Pitechi della tastiera che distillano il loro immeritato quarto d’ora di popolarità lungo un doppino telefonico. A banda larga, s’intende.

 

Da quel lontano 1999, quando sollevavi il tuo primo trofeo Slam, sono passati 18 anni. E altre 22 coppe fra le tue mani. Dai primi, inevitabilmente insipidi, sorrellicidi che ti vedevano opposta a Venus. Alle sfide con Hingis, Seles, Henin e Clijsters. E poi i derby con Davenport e Capriati. Fino al confronto con le nuove generazioni: Kvitova, Azarenka, Kerber e Muguruza. Sì, con la Sharapova c’è stato altro. Ben poco significativa sul piano sportivo – troppe le tue vittorie per considerarla tale – la rivalità si è arricchita di connotazioni che di agonistico avevano molto poco. Uno scontro di archetipi, ad uso e consumo dei maghi del marketing. Con triangolazioni amorose e scambio di favoriti alla corte di voi regine del tennis contemporaneo.

Nell’anno dei pieni e dei vuoti, il 2017 dei clamorosi ritorni e delle non meno fragorose uscite di scena, hai pensato bene di vincere in Australia già madre e di distaccarti dolcemente da quel campo. Le cui righe disegnano un perimetro sempre più limitato. Non che il record di Slam, detenuto da Margaret Court, paladina di un pensiero di retroguardia distantissimo dal tuo, non ti interessi. In fondo te ne manca solo uno. E solo due per batterlo, magari di fronte alla piccola Alexis Olympia. Alla quale, però, dovrai passare l’insegnamento di mamma Oracene, riconosciuto nella bellissima lettera che le hai spedito. Per quanto tu possa essere brava, la vita è oltre quel reticolato. E c’è ancora una battaglia per l’uguaglianza da combattere.

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