Tennis e mental coaching: esci da questo comfort

Questo mese parliamo della zona di comfort. Piacevole, ma "pericolosa". Rimanerci comporta un rischio: non crescere, non migliorare. Addirittura regredire. L'importante è saperlo, per poi decidere consapevolmente

Tennis e mental coaching: esci da questo comfort
Ivan Ljubicic e Roger Federer

“Ormai so come fare a rimanere ai primi posti. Non voglio più darci dentro come prima. Mi conosco. Se continuo così, va a finire che mi brucio, che perdo la voglia e in partita non sarò più efficace”.
Sono le parole che un ventenne Marcos Baghdatis rivolse al suo coach Patrick Mouratoglu dopo essere arrivato in finale negli Australian Open nel 2006, strappando addirittura il primo set al n. 1 del mondo Roger Federer.
“Voglio restare a questo livello. Va bene così. Non voglio più fare tanti sacrifici”.
Sono invece quelle che gli disse quattro anni dopo –  nel 2010 – Arvane Rezai, quando a 23 anni entrò nella top 20, dopo aver vinto il torneo di Madrid superando giocatrici del calibro di Henin, Jankovic e Venus Williams.
Entrambi, racconta il coach francese nel suo libro “Impariamo a vincere”, erano stanchi dell’impegno e dei sacrifici che gli allenamenti con lui richiedevano. Entrambi erano soddisfatti di quello che avevano raggiunto. Come osserva lo stesso Mouratoglu, erano entrati nella loro “zona di comfort” e lì volevano rimanere.

Cos’è la zona di comfort?
Quando parliamo di zona di comfort (o comfort zone, spesso viene usata la definizione inglese) ci riferiamo a quell’insieme di abitudini, schemi mentali e attività alle quali ricorriamo più spesso e ci fanno sentire a nostro agio. Volendo dare una definizione un po’ più tecnica, potremmo dire che si tratta di quella condizione nella quale una persona agisce in uno stato neutro, senza ansia, utilizzando un numero limitato di comportamenti che gli garantiscono un livello costante di prestazioni, solitamente senza sentire la famosa “paura di rischiare”. Come Baghdatis e Rezai, anche molti di noi hanno spesso la voglia di rimanere in quella zona. Nel tennis, in un altro sport o in qualche ambito della nostra vita personale o professionale, può capitare ad un certo punto di dire a noi stessi quel “Va bene così”. Se pensiamo al tennis, capita quando ci si accontenta di giocare con i nostri amici una o due orette alla settimana, senza dover impegnarsi molto. O di fare in modo di non salire in classifica e continuare a disputare i tornei di una determinata categoria, dove si riesce a vincere con più facilità. Un esempio, quest’ultimo, che vale a tutti i livelli, dai quarta categoria fino ai “pro”, che magari fanno attenzione a non fare troppi punti ATP per non migliorare troppo il proprio ranking ed essere obbligati a disputare i tornei del circuito maggiore, con il rischio di venir eliminati presto, e rinunciare ai Challenger dove invece potrebbero andare più avanti e guadagnare molto di più. Sia chiaro: va benissimo restare nella propria zona di comfort se il tennis per noi è un semplice passatempo, un modo per tenersi in forma e fare due chiacchiere con gli amici davanti ad un panino dopo la partita. O perché non abbiamo interesse o ambizione ad ottenere di più di quello che stiamo ottenendo attualmente. Va benissimo, purché si tratti di una scelta fatta consapevolmente.

 

Va meno bene se invece dal nostro tennis vorremmo qualcosa in più. Se in realtà non siamo veramente soddisfatti e un po’ ce la raccontiamo. Perché sotto sotto ci piacerebbe giocare meglio quel rovescio in top invece di ricorrere sempre ad un back difensivo. O perché, tutto sommato, non ci divertiamo così tanto a vincere sempre senza mai la soddisfazione di portare a casa una partita tirata, magari al tie-break del set decisivo. O perchè una parte di noi è convinta di valere di più di quello che la sua classifica ha sempre detto fino a quel momento. Insomma, se sentiamo il desiderio di migliorarci, in termini di gioco e o di risultati, ma non ce la sentiamo di affrontare i disagi ed i rischi che un processo di crescita inevitabilmente comporta, e preferiamo così rimanere tranquilli a fare quello che già sappiamo fare. Stare nella zona di comfort non ci permette infatti di migliorare. Giocare i colpi che ci riescono bene ai ritmi a noi adeguati, vincere con avversari che non ci mettono in difficoltà, non innesca alcun processo di crescita del nostro gioco. Anzi, col tempo, stare nella comfort zone può provocare addirittura l’effetto contrario: ci fa peggiorare. Il rischio infatti è quello di iniziare, all’interno delle attività e delle abitudini per noi consolidate, a limitarci ad utilizzare quelle con cui ci troviamo meglio in assoluto, massimizzando la sensazione di tranquillità e sicurezza. In questo modo, con il tempo, ecco che anche cose che prima facevamo tranquillamente abbastanza bene, anche se non benissimo, non facendole più tanto cominceremo a farle meno bene. Ad esempio, a furia di giocare solo rovesci slice in diagonale, quel rovescio piatto lungolinea che era comunque abbastanza affidabile per variare il gioco, o magari per portare a casa qualche punto perché l’avversario aveva lasciato troppo spazio da quella parte del campo, lo diventerà sempre meno. A quel punto, molto probabilmente, accadrà che invece di cercare di tornare a giocarlo, adotteremo la stessa scelta fatta quando abbiamo deciso di non migliorare il nostro rovescio in top: smetteremo di utilizzarlo del tutto. Ed ecco che la nostra zona di comfort si restringerà ed il nostro tennis peggiorerà.

“Se pensi che l’avventura sia pericolosa, prova la routine. È letale.” ha detto il grande scrittore brasiliano Paolo Coelho, sintetizzando mirabilmente i rischi che lo stare nella zona di comfort comporta. Marcos Baghdatis e Arvene Rezai non arrivarono mai più ai livelli raggiunti rispettivamente nel 2006 e nel 2010. Il giocatore cipriota rimarrà top ten fino all’ottobre 2006, poi – seppur tra alti e bassi – riuscirà ancora a stare nella top 20 fino all’inizio 2011, ma – sempre con alti e bassi – si ritaglierà dai 25 anni in poi una carriera con picchi attorno alla trentesima/quarantesima posizione mondiale. La tennista francese uscì dalla top 100 più o meno un anno dopo la vittoria a Madrid, a 24 anni, e non ci fece più ritorno. In entrambi i casi, va detto, ci si sono messi di mezzo anche gli infortuni – e nel caso di Rezai anche problemi personali – ma per tutti e due la scelta di non continuare a crescere, di rimanere in una zona di comfort, in ultima analisi ha portato ad un calo delle prestazioni che non ha consentito loro nemmeno di rimanere lì dove si erano accontentati di rimanere. Ecco il paradosso della zona di comfort: il disagio che volevamo evitare nel fare cose che non ci riuscivano bene, ce lo ritroviamo facendo cose che una volta facevamo bene.

Quindi se vogliamo migliorare dobbiamo uscire dalla zona in cui tutto ci riesce abbastanza facile. Dobbiamo lasciare la zona di comfort per entrare nella cosiddetta “zona di apprendimento”. Prendere delle lezioni per imparare bene quel benedetto rovescio in top spin, giocare ogni tanto con quell’amico un po’ più forte in modo da abituarsi ad una velocità di palla più alta, giocare tornei senza fare calcoli e vedere fino a dove è possibile arrivare.
Qui il tema è ovviamente la motivazione. Sta a noi decidere quanto veramente è importante crescere o anche solo mantenere il nostro livello. Nel tennis o in un altro sport. Ma anche in altri ambiti della nostra vita: nel lavoro, nei rapporti con gli altri. Sapendo che per migliorare è necessario affrontare un cambiamento. Crescere, migliorare, significa affrontare fallimenti e provare cose nuove. Significa affrontare degli stress, ai quali poi ci adatteremo: questo ci consentirà di crescere. Semplificando, possiamo dire che la nostra mente è impostata per proteggerci da situazioni di stress: perciò punta a metterci a disagio di fronte ai cambiamenti, in modo da evitarci così di prendere rischi e generare, appunto, situazioni stressanti. Pertanto, come in tutte le cose, anche in questa ci vuole allenamento.

Uno dei lavori del mental coach, oltre a quello di supportare la persona a capire la sua reale motivazione ponendogli tutta una serie di domande al riguardo, è anche quello di “allenarla” ad uscire dalla zona di comfort. E quando iniziamo ad uscire dalla zona di comfort, diverrà poi più facile farlo di nuovo. Ed è interessante anche il fatto che questa capacità, una volta appresa, diventa “trasversale”: saremo cioè in grado di utilizzarla anche in altri ambiti della nostra vita. Una “pillola di coaching” al riguardo. Se abbiamo deciso di uscire dalla nostra zona di comfort “tennistica”, nello specifico abbiamo deciso di inserire finalmente il rovescio in top nel nostro bagaglio tecnico, un modo per farlo è iniziare a rispondere a questa domanda: cosa farò oggi per migliorare il mio rovescio? Sgombriamo subito il campo dalle giustificazioni, come quella che la nostra ora fissa è programmata solo per domani. Anche perché di come agire, ne abbiamo parlato in uno degli articoli precedenti, quello sul piano d’azione.

Ok, ripassiamo… Innanzitutto prendiamo carta e penna e scriviamo. Potremmo, ad esempio, guardare su YouTube un video in slow motion del rovescio di un top player che per noi è un modello di riferimento per quel colpo – potrebbero essere Wawrinka o Djokovic, a seconda se giochiamo il rovescio a una o due mani – in modo da analizzare l’esecuzione (n.b. di quanto sia importante lo strumento della visualizzazione nel mental coaching ne parleremo in uno dei prossimi articoli). E domani – quando risponderò nuovamente alla domanda “Cosa farò oggi per migliorare il mio rovescio?” – potrò magari iniziare l’ora con il mio solito partner di gioco chiedendogli di fare cinque minuti di palleggio solo sulla diagonale di rovescio, cercando di applicare alcune delle cose che ho notato nel video. A questa domanda ne aggiungo poi altre due: cosa farò questa settimana per migliorare il rovescio? Cosa farò questo mese per migliorare il mio rovescio? Potrò decidere di contattare il mio amico, quello forte forte, per fissare un’ora con lui la settimana successiva. E telefonerò a quel maestro che conosco e che tutti mi dicono sia molto bravo, per prenotare almeno un’ora di lezione ogni quindi giorni. Starà poi a noi scegliere il modo che riteniamo più adatto per cercare di ottenere il nostro risultato: e anche di come definire gli obiettivi ne abbiamo già parlato.

Ovviamente la decisione spetta a noi. Se migliorare e crescere o accontentarci. Nel tennis come in altri campi. Ricordandoci però che anche se vogliamo solamente rimanere al nostro livello dobbiamo fare attenzione ai tranelli della zona di comfort. “La vita inizia alla fine della tua zona di comfort” ha detto Neale Donald Walsch, celebre autore americano. Un’affermazione indubbiamente forte. Che però incuriosisce, fa venir un po’ voglia di andare a vedere cosa c’è oltre quella zona, no? Ultimamente lo ha fatto un tennista svizzero, che ha lasciato la sua zona di comfort sul lato del rovescio – incentrata sul suo mortifero slice, che chi l’ha visto dal vivo può testimoniare quando poco si alzi da terra dopo il rimbalzo – che gli aveva portato qualcosa come 17 Slam in bacheca ed ha deciso di adottare una tattica di gioco più aggressiva da quel lato. Il premio per il “rischio” sono stati altri due titoli dello Slam. E se lo ha fatto Roger Federer… Cosa faremo noi, oggi, per uscire dalla nostra zona di comfort?

Ilvio Vidovich è collaboratore dal 2014 di Ubitennis, per cui ha seguito da inviato tornei ATP e Coppa Davis. Personal coach certificato, ha conseguito un Master in Coaching, una specializzazione in Sport Coaching e tre livelli di specializzazione internazionale in NLP (Programmazione Neuro Linguistica), tra i quali quello di NLP Coach. Giornalista pubblicista, è anche istruttore FIT e PTR.

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