Il bicchiere mezzo pieno: Asian swing or not?

Tornano i nostri Bill e Ted. Quanto fa bene la parentesi asiatica al circuito mondiale?

Il bicchiere mezzo pieno: Asian swing or not?

Il bicchiere mezzo pieno. Tutte le discussioni di Bill e Ted

Bill: Quante ore di fuso ci sono con Shanghai?

 

Ted: Sei. Lo so, non è il massimo, ma sempre meglio dell’Australia. Quindi anche tu invece di lavorare guardi l’Asian swing?

Bill: A volte, ma ti confesso che ogni tanto sento la mancanza della vecchia stagione indoor europea.

Ted: Eh, ma ormai il tennis è uno sport globale. Forse il più globale tra tutti gli sport.

Bill: Così dicono tutti, ma è davvero così?

Ted: Che intendi?

Bill: L’idea dell’Asian swing è di portare il tennis verso nuovi mercati ma forse ormai lo dovremmo chiamare Chinese swing perché il mercato cinese ha cannibalizzato tutto. Almeno a livello ATP, ad eccezione di Tokyo che resiste grazie ad una grande tradizione, gli altri tornei asiatici sono tutti in Cina. Ricordo che una volta c’erano Kuala Lumpur e Bangkok. E prima di loro, per un breve periodo ricordo Tashkent e più indietro ancora Seoul.

Ted: Questo è vero, ma è una legge di mercato. A Kuala Lumpur non c’era praticamente pubblico, nemmeno per la finale, e il torneo faticava ad assicurare la presenza di nomi di richiamo. E quindi anche gli sponsor se ne sono andati. È naturale che sia sparito.

Bill: Tutti gli ATP 250 fanno fatica, ma mi pare che in Europa tornei come Metz o Marsiglia riescano in qualche modo a sopravvivere, trovando pubblico e sponsor. Guardando le tribune di Pechino e Shanghai invece non si direbbe che il pubblico cinese sia così interessato.

Ted: Su questo non sono d’accordo. Anche in Europa, nonostante la maggiore tradizione di certi tornei, se non hai uno dei grandi nomi o sponsor forti è dura tirare avanti, pensa al Dutch Open o a Palermo, due tornei con grande tradizione che non hanno retto la pressione della modernità. Anni fa ero stato a Kuala Lumpur e il torneo non era poi molto diverso da un 250 europeo. Più che il pubblico sono gli sponsor a fare la differenza, e questi li attiri se hai grandi nomi.

Bill: Mah, è vero che è dura per tutti però in Europa la gente va a vedere il tennis di più rispetto all’Asia.

Ted: Ma siamo sicuri? Con la crisi che c’era in Europa fino a poco tempo fa molta gente si trovava a dover scegliere se andare ad un evento sportivo o un concerto e non credo che per molti spettatori generici un torneo di tennis sia in cima alle priorità. A me pare che in Europa gli spettatori siano in calo, anche se mi piacerebbe vedere dei dati al riguardo. In Cina invece hanno un bacino di spettatori in costante crescita e se gli stadi di Pechino e Shanghai possono sembrare relativamente vuoti magari è anche perché sono molto grandi. Generalmente più grandi di altri stadi. Shanghai e Pechino entrambi tengono 15000 persone, mentre il centrale di Roma solo 10000, per farti un esempio. Ma il discorso ‘non ci sono spettatori’, almeno per i tornei di Pechino e Shanghai, direi che non regge più. Alcuni anni fa il pubblico non conosceva il tennis e i suoi i campioni. E gli eventi si sono dovuti costruire una tradizione poco a poco. Ma oggi gli spettatori non mancano. I fan cinesi fanno la coda fuori dagli alberghi per vedere i loro beniamini tornare dallo stadio. E nelle fasi finali di entrambi i tornei di spettatori ce ne sono tanti. Il Masters 1000 di Shanghai ormai è un evento di prima grandezza che non ha nulla da invidiare ai suoi parenti europei e nordamericani. E poi c’è il turismo, questo è un settore che potrebbe essere sfruttato meglio.

Bill: Il turismo?

Ted: Con i costi dei voli che diventano sempre più accessibili si dovrebbe invogliare l’appassionato di tennis a viaggiare verso destinazioni con tornei. Per gli Slam si fa, la gente va a Londra o New York per vedere il tennis, ma per i Masters 1000 non tanto. Una settimana a Shanghai con volo, albergo e biglietti per le fasi finali del torneo. Il tutto facilitato, magari dall’ATP, e con offerte o qualche sconto. Io lo farei.

Bill: Non so quanti altri lo farebbero però.

Ted: Ma non devono mica essere tanti. Se su tutto il mondo mille persone decidono di fare un viaggio così, portano un giro di soldi di qualche milione di euro. Per cui già poche centinaia sarebbero sufficienti. Dici che in tutto il mondo non si trovano due o trecento persone disposte a passare una settimana di vacanza a Shanghai durante il torneo?

Bill: In effetti… ciò non toglie che a me l’Asian swing pare sia più un’idea commerciale, che però ha poco appeal sul pubblico, sia sul pubblico occidentale sia su quello asiatico.

Ted: Probabilmente è ancora presto per dirlo. Se ti trovi in Europa magari ti sembra che a nessuno importi del torneo di Shanghai, ma se sei in Cina vedi che non è vero. E finora la Cina non ha prodotto tennisti uomini di buon livello, e tra le donne, dopo il ritiro di Li Na ci sono tanti nomi che fanno su e giù ma nessuno davvero di richiamo. Credo che con un vero campione l’impatto cinese sul tennis moderno diventerebbe ancora più evidente.

Bill: E i tornei che non sono Pechino o Shanghai? Tu credi che tornei come Shenzhen o Chengdu riusciranno a costruirsi una tradizione?

Ted: Sai cosa mi piacerebbe? Un Asian swing itinerante. Lasciando Shanghai come tappa fissa gli altri tornei maschili e femminili potrebbero spostarsi di anno in anno, con un ciclo di due o tre anni magari. E sarebbe bello vedere posti nuovi nel calendario ATP. Chessò Manila, Singapore, Astana…

Bill: Mi pare difficile, specie per Pechino, che è un combined in un impianto molto grande e non sarebbe facile da ricollocare. E Tokyo che non accetterebbe mai di esser giocato ogni tre anni. Potrebbe funzionare per i 250. Un anno a Shenzhen, l’anno dopo a Bangkok, poi Kuala Lumpur e poi il ciclo si ripete. Ma posti nuovi? Dovrebbero costruire le infrastrutture dal nulla per usarle una volta ogni tre anni?

Ted: Era solo un’idea.

Bill: Certo che invece di pensare a come tenere in vita il torneo di Shenzhen si poteva pensare prima a come salvare eventi storici come Stoccolma. L’indoor Europeo è quasi completamente estinto ormai. Non solo per i luoghi ma anche per la superficie e il tipo di tennis.

Ted: Guarda che Stoccolma c’è ancora. Certo rispetto al passato ha patito il declino del tennis svedese. Spariti i campioni sono spariti anche gli spettatori.

Bill: E quindi ci si sposta in Cina che di campioni (uomini) non ne ha mai avuti? In passato come adesso. Guarda, il tennis è uno sport globale, lo dicono tutti. E in un certo senso è vero, ci sono praticanti in ogni angolo del globo. Ma i campioni, che come dici tu stesso, quelli che trascinano le folle, da dove vengono? Sempre più dall’Europa.

Ted: Non è vero. Canada, Giappone, giusto per citare i due più evidenti, hanno da poco prodotto finalisti Slam.

Bill: E poi? L’ultimo vincitore di Slam non europeo è stato del Potro nel 2009. Prima di lui Gaudio nel 2004. Fuori dall’Europa solo Argentina, USA e Australia hanno una tradizione solida al vertice. Paesi come Canada, Giappone, Brasile, Ecuador possono produrre uno o due campioni, per fortuna o caso fortuito. Ma poi? Se guardi alla top ten attuale i giocatori sono tutti europei. Nella top 50 le uniche nazioni presenti fuori dall’Europa sono Canada, Giappone, USA, Australia, Sud Africa, Argentina e Uruguay. Sette nazioni in tutto, mentre gli europei vengono da sedici nazioni, tra cui Bosnia e Lussemburgo.

Ted: Stai suggerendo che si dovrebbe organizzare un torneo ATP in Lussemburgo?

Bill: La WTA ce l’ha e non mi pare se la passi male.

Ted: Quindi tu saresti più propenso ad andare a vedere Gilles Muller in un 250 in Lussemburgo invece di Federer e Nadal in un 1000 a Shanghai?

Bill: Se la metti così…

Ted: Shanghai ha più di venti milioni di abitanti. Milano città non arriva ad un milione e mezzo. Sono d’accordo che in Europa la gente è più incline ad uscire per andare a vedere eventi sportivi, ma se tu dovessi investire in un evento dove lo faresti? In una città in crescita costante e con un bacino d’utenza di venti milioni o in una città in lento declino con un bacino d’utenza di un milione e mezzo?

Bill: Capisco le logiche di mercato. Staremo a vedere con le Next Gen Finals se c’è un mercato per il tennis in Italia. Tennis indoor. Come il vecchio torneo di Milano che qualche bella edizione ce l’ha data, nonostante i gran battitori.

Ted: Erano superfici troppo veloci. Tutti ricordano i fischi ad Ivanisevic durante la finale di Bercy del 1993. Lui fece 27 ace in tre set in finale, oggi sarebbe anche peggio.

Bill: Era un tennis diverso, a me piaceva guardare Ivanisevic, Stich, Krajicek. E non sono sicuro che oggi sarebbe peggio. Con un paio di eccezioni (Karlovic, Isner, Anderson), non vedo tennisti di punta capaci di fare così tanti ace. Ed il tappeto indoor offrirebbe un tipo di tennis che ormai si vede troppo raramente.

Ted: Ma non succederà. Il tennis si sposta verso mercati emergenti. E per attirare più spettatori ci vogliono più scambi e meno ace, quindi cemento. È il futuro, arrenditi.

Bill: Per forza mi arrendo. E capisco tutti gli argomenti a favore della crescita del circuito. È solo che… mi mancano i tornei indoor europei di una volta.

Ted: Consolati con Anversa, Basilea e Bercy, non ti va poi tanto male, e non si può avere tutto dalla vita. Lo sai bene anche tu. È un po’ la storia…

Bill: … del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno.

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