Uno Slam non è un Premier, anche in WTA

Perché numeri uno del ranking come Caroline Wozniacki e Jelena Jankovic non hanno mai vinto uno Slam? Malgrado il due set su tre in comune, c'è molta differenza tra i quattro Major e gli altri tornei WTA

Uno Slam non è un Premier, anche in WTA
Caroline Wozniacki e Serena WIlliams - Finale US Open 2014

1. La programmazione delle più forti
Le giocatrici più forti sono perfettamente consapevoli della diversa importanza dei tornei e agiscono di conseguenza. Come dicevo prima, il salto di status più repentino lo dà la vittoria in uno Slam. E dopo averne vinto uno, conta averne vinti sempre di più.
Nessuna tennista baratterebbe uno Slam per due o tre Premier, e quindi le più forti organizzano la loro stagione attorno ai quattro obiettivi principali. Protagoniste come Serena e Venus Williams hanno una tale esperienza nel pianificare i loro impegni da fare in modo di arrivare (salvo imprevisti) nelle condizioni migliori possibili nei quattro Major; mentre affrontano i Premier con la logica del torneo di preparazione e avvicinamento all’evento clou. È dunque probabile che siano avversarie più dure da sconfiggere a New York o Parigi piuttosto che a Madrid o Toronto (se ci vanno). E anche le altre giocatrici più accreditate cercano di fare lo stesso.

2. On-court coaching
Per quanto riguarda le regole durante la partita la maggiore differenza tra tornei WTA e tornei dello Slam è la possibilità di avere o no il dialogo con l’allenatore durante i cambi campo. Rimando a questo articolo per una trattazione più approfondita della questione, ma in sintesi direi questo: le partite durante lo Slam mettono alla prova la solitudine delle giocatrici, rendendo più complicate le questioni tattiche e psicologiche.
Penso ad esempio a quanto può essere di aiuto un supporto morale e tecnico in caso di primi turni contro avversarie poco conosciute; magari in uno di quei match contro una giocatrice “di retrovia”, che sulla carta si ritiene abbastanza facilmente battibile, e che invece si aggiudica il primo set a sorpresa. Ricordo che il due set su tre lascia meno spazio a errori: perso il primo set, si è già con un piede fuori dal torneo. A quel punto l’ansia sale, e non poterla condividere con nessuno rende le cose più difficili. A volte fino al dramma della sconfitta.

 

Sappiamo che nei tornei WTA ci sono tenniste, come ad esempio Caroline Wozniacki, che durante la partita chiamano quasi regolarmente in campo il proprio allenatore (nel caso di Caroline suo padre). Altre invece, come Serena Williams e Venus Williams, ma anche Agnieszka Radwanska, ne fanno praticamente sempre a meno. Al di là di come si giudichi l’on-court coaching, resta comunque una differenza da non trascurare.

3. Numero delle partecipanti e dei giorni di gara
Per aggiudicarsi un Premier occorre vincere cinque partite (o sei, dipende dai bye e dalla formula) nell’arco di una settimana o circa dieci giorni (a Indian Wells e Miami). Le partecipanti ai Premier di prima fascia sono al massimo 96. Le 128 giocatrici al via sono esclusiva dei Major, che durano due settimane. Questo a mio avviso produce almeno due conseguenze importanti. Una mentale e una fisica.

Mentale: per una testa di serie, accade solo negli Slam che per vincere sia necessario sconfiggere sette avversarie nell’arco di due settimane. Questo implica una diversa gestione delle energie nervose. Sul piano psicologico il giorno di riposo può rivelarsi un’arma a doppio taglio, perché c’è più tempo per riposare, ma anche per pensare all’incontro successivo; e mano a mano che il torneo si sviluppa, lo stress potrebbe sopraffare chi non è abituata a frequentare le fasi finali di un Major.

Fisica: abbiamo visto nel recente Premier di Pechino Caroline Garcia vincere un quarto di finale contro Elina Svitolina di oltre tre ore, concluderlo dopo mezzanotte e dover tornare in campo il giorno dopo contro un’avversaria (Petra Kvitova) che aveva giocato ben prima di lei. Garcia è stata penalizzata dalla programmazione, e il fatto che abbia vinto ugualmente il torneo non cancella i dubbi che suscita la disparità nei tempi a disposizione per il recupero.

Quello che è accaduto a Pechino purtroppo è quasi la norma; e c’è poco da fare. Nei tornei WTA infatti, gli ultimi tre turni normalmente si disputano in tre giorni consecutivi, e non sempre gli organizzatori riescono a dare un riposo simile a tutte. Spesso è il match considerato più interessante a prendersi gli orari “di punta” e questo senza che si vada troppo per il sottile rispetto alle ore di recupero.
E comunque, anche con l’organizzatore più scrupoloso, la distanza di 24 ore non può annullare il possibile divario tra chi ha superato il turno dopo una lunga lotta e chi invece lo ha fatto per un ritiro, o grazie a una vittoria facile, e sarà quindi più fresca il giorno dopo.

Per questo la distanza delle 48 ore degli Slam è una garanzia di equità superiore, e rende il torneo più convincente sul piano dei risultati. Anche se nei Major rimane il punto debole delle sole 24 ore di riposo tra quarti e semifinali, oppure tra ottavi e quarti (a seconda degli Slam). Una anomalia che secondo me dovrebbe essere corretta, e che in passato ha forse inciso sull’esito di alcune partite. Rimangono comunque casi molto più limitati rispetto a quanto succede spesso nei tornei Premier.

a pagina 3: le differenze tecniche e mentali tra Slam e Premier

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