La battaglia dei sessi e il passato che torna (Piccardi), Le ragazze del tennis un patrimonio perduto e il vuoto che ci aspetta (Mecca), Finals, le regine dell’incertezza (Mancuso)

La battaglia dei sessi e il passato che torna (Piccardi), Le ragazze del tennis un patrimonio perduto e il vuoto che ci aspetta (Mecca), Finals, le regine dell’incertezza (Mancuso)

Rassegna stampa a cura di Daniele Flavi

La battaglia dei sessi e il passato che torna

 

Gaia Piccardi, il corriere della sera del 23.10.2017

Dal Sessantotto sono passati quasi dieci lustri, dalla battaglia dei sessi 44 anni eppure periodicamente c’è un male chauvinist pig (copyright Bobby Riggs, tennista sottovalutato, personaggio straordinario) che si sente in dovere di ricordarci che le donne sono inferiori agli uomini. Nei giorni roventi del caso Harvey Weinstein, l’uscita di «The battle of the sexes» dimostra che qualche scambio da fondocampo della guerra dei mondi — maschi vs. femmine — possiamo vincerlo anche noi. Astrodome di Houston, 20 settembre 1973: Billie Jean King batte Bobby Riggs 6-4, 6-3, 6-3. E non importa che sotto gli occhiali da miope di Billie Jean si nasconda una 29enne plurivincitrice seriale di Slam, non conta che Bobby sia un 55enne con la pancetta, con un grande passato alle spalle e un presente fatto di drink, scommesse (va dall’analista per smettere e lo convince a cominciare a giocare a carte) e improbabili match sui tetti dei grattacieli vestito da pastorella o con i cani al guinzaglio. Quel che conta è il periodo storico in cui la partita avviene, l’alba del movimento sindacale delle tenniste che chiede pari trattamento salariale, a costo di staccarsi dal circuito maschile (gestito da Jack Kramer) per fondarne uno proprio. Se l’americana Sloane Stephens lo scorso settembre ha incassato la stessa cifra di Rafa Nadal sbancando l’Open Usa — 3.700.00o dollari —, se Serena Williams (nonostante la gravidanza) è prima nella classifica dei guadagni 2017 con 27 milioni di dollari e Maria Sharapova continua a fatturare 30 milioni di dollari a stagione alla faccia del meldonio, il merito è (anche) della piccola destrorsa (ma con rovescio a una mano) di Long Beach, nata Moffit e passata agli annali con il cognome di un marito biondo e amorevole, così evoluto da rimanerle vicino anche quando Billie lo lascerà per una donna. Il tennis, nel film, è affidato a controfigure capaci di riprodurre con le racchette di legno i gesti bianchi degli anni Settanta, una velocità della palla che oggi sembra rallenty, schemi basati più sulla geometria che sull’atletismo che caratterizza il tennis muscolare del nuovo millennio. Steve Carell pesca, tra le sue mille maschere, un Bobby Riggs cialtronesco al punto giusto, che sa farsi voler bene. Emma Stone è una King somigliante, sensibile, convincente: dell’originale ha assunto la postura in campo, dalla camminata ingobbita alla posizione in cui aspetta il servizio dell’avversario, riesce a non essere mai caricaturale, rendendo piena giustizia alla donna che ha cambiato per sempre il tennis femminile. Lui faceva scommesse, lei faceva la storia. Raffaella Reggi, la pioniera della generazione di italiane culminata nei titoli Slam di Francesca Schiavone (Roland Garros taro) e Flavia Pennetta (Us Open 2015), da capitana di Federation Cup ha sfidato Billie Jean in panchina. Italia-Usa, Ancona 1999: «La ricordo intelligente, brillante, piena di carisma. Ne avvertivi la presenza anche quando sedeva senza dire niente. Mi avvicinai con rispetto e timidezza: sentivo di essere accanto a un pezzo della nostra storia. Perdemmo l’incontro, però Silvia Farina si tolse la soddisfazione di battere Monica Seles». Ma oggi Raffi, nonostante McEnroe che sottolinea che Serena sarebbe solo numero 70o della classifica maschile (paragone nonsense, caro vecchio John), con la questione dei premi uguali che riaffiora come lava dalla bocca di un vulcano in ebollizione, una battaglia dei sessi avrebbe ancora senso? «No. Rischierebbe di essere solo intrattenimento, un circo senza significato. Cosa c’è da dimostrare ancora a livello femminile? Francamente non ne vedrei íl senso». È dal «Giardino dei Finzi Contini» (firmato De Sica) che l’affascinante narrativa del tennis, con la solitudine dei suoi numeri primi, si presta al linguaggio del cinema. Presto rivivrà la rivalità tra Borg e McEnroe però il messaggio di Billie Jean resta attuale. E, quel che più conta, immortale.

Le ragazze del tennis un patrimonio perduto e il vuoto che ci aspetta

Giorgia Mecca, la repubblica del 23.10.2017

Il patrimonio perduto dallo sport italiano si legge dentro un buco che ci riporta indietro di quasi vent’anni. Il ciclo delle ragazze d’oro del tennis è un capitolo ormai chiuso. Per la prima volta dal Duemila, questa stagione finisce senza neppure un’italiana tra le migliori cinquanta del mondo. Apre la classifica Camila Giorgi al settantottesimo posto. Dopo di lei, in novantunesima posizione, resiste l’eterna Francesca Schiavone che, a trentasette anni, è l’unica azzurra ad avere conquistato un titolo Wta nel 2017, al torneo di Bogotà. «Siamo agli sgoccioli». Con queste parole Roberta Vinci è uscita dal campo dopo aver perso al primo turno degli Us Open contro Sloane Stephens. Il tennis non può rimanere una priorità per tutta la vita. A un certo punto il tempo scade. Nel suo caso senza rimpianti: in 19 anni di carriera ha vinto in doppio tutti i tornei del Grande Slam, è stata la settima giocatrice più forte del mondo, ha battuto Serena Williams nel suo anno e nel suo regno prima di giocare contro Flavia Pennetta la prima e unica finale di uno Slam tutta italiana. E poi quattro Federation Cup, nel 2006, 2009, 2010 e 2013. Erano gli anni del Roland Garros di Francesca Schiavone, della finale, sempre a Parigi di Sara Errani, di un gruppo di atlete capaci di chiudere sempre la stagione tra le prime venti al mondo. E adesso? «È la fine di un cido», commenta Paolo Bertolucci. «Speriamo ne cominci presto un altro». E aggiunge: «Ciò che è successo negli anni scorsi al tennis femminile è un fatto eccezionale. È giusto esserne orgogliosi e grati, ma dobbiamo anche capire che il tennis non si è fermato agli Us Open del 2015». Il tennis resta in Italia uno sport in crescita: nel 2009 i tesserati per la federazione italiana tennis erano 240.999, a distanza di otto anni sono centomila in più, con un incremento (ad anno non ancora compiuto) dell’8,46 per cento rispetto al 2016. Gli Internazionali d’Italia dal 2019 diventeranno un minislam, con dieci giorni di torneo e più giocatori iscritti nel tabellone, tra pochi giorni a Milano cominciano le Next Gen Finals, il master tra i migliori otto giocatori under 21. Segni di vivacità. «Ma sono i campioni a fare la grandezza di uno sport, sono loro a creare movimento». Laura Golarsa, dopo avere giocato a tennis da professionista fra il 1987 e il 1999, si è resa conto che quello che lo sport le ha insegnato è merce preziosa per il futuro, per questo ha deciso di aprire un’accademia che ha l’obiettivo di aiutare i giocatori a diventare professionisti: «La federazione e tutti noi che lavoriamo per il tennis abbiamo un’unica responsabilità, quella di non disperdere i nostri talenti. Quante Pennetta ed Errani abbiamo perso per strada in questi anni? Senza contare che forse, nemmeno loro sarebbero arrivate così in alto se non fossero andate ad allenarsi in Spagna». Il tennis è sport solitario fino allo sfinimento, il peso di vittorie e sconfitte sta tutta sulle spalle del giocatore, il talento qualcuno ce l’ha, qualcuno no o lo perde per strada. «Ma una tennista di sedici anni-continua Golarsa – non dovrebbe essere costretta a rinunciare a una carriera per mancanza di soldi. Quando questo succede, e succede spesso, significa che abbiamo sbagliato qualcosa». La federazione ha lavorato sulla promozione della base, ma non basta a formare i talenti. Ancora Golarsa: «C’è bisogno di un investimento sul piano tecnico: i giocatori hanno bisogno di competizione, di girare il mondo per venti settimane: giocare tornei su tornei e magari all’inizio perderli tutti». Tutto questo può essere visto come un costo o come un investimento, è l’unico modo per emergere. «E poi sono fondamentali i maestri, gli atleti che si affacciano al professionismo sono giovanissimi, non possono essere abbandonati a loro stessi, o affidarsi a personaggi improvvisati che non conoscono il circuito». Anche questo ha un costo. Dal 2016 è entrato a far parte dello staff tecnico del centro federale di Tirrena, che segue le giovani promesse del tennis offrendogli anche un sostegno economico, Filippo Volandri. «È un buon segnale. L’ultimo dei problemi dell’Italia è la mancanza di talenti sul piano tecnico. Ci stiamo lasciando alle spalle una stagione di tennis straordinario; perché non ripartire da questo? Chi meglio di Flavia Pennetta può insegnare a un’atleta quanto bisogna soffrire dentro un campo prima che serva a qualcosa, che cosa bisogna pensare prima di un match point, che cosa bisogna mangiare? La federazione ha tra le mani un patrimonio eccezionale, e ha il dovere di non lasciare cadere nel vuoto questi quindici anni, di coinvolgere nei suoi progetti tutti gli atleti del passato, di rubare ciò che possono dalla loro esperienza. La mia paura è che questo non accada». I cicli finiscono, il delitto è non averli cavalcati per seminare. «Certo, si poteva fare di più», Bertolucci è amaro, l’attesa sarà lunga.

Finals, le regine dell’incertezza

Angelo Mancuso, il messaggero del 23.10.2017

Da una parte le picchiatrici Pliskova, Muguruza, Ostapenko e Venus Williams, dall’altra le palleggiatrici Halep, Wozniacki, Svitolina più la potente Garcia. Sono cominciate ieri le WTA Finals di Singapore, il master femminile riservato alle migliori 8 giocatrici della stagione (fino a domenica diretta su SuperTennis). Un evento che la metropoli asiatica ha provato a rendere più glamour (alla vigilia del sorteggio dei gironi c’era tanta curiosità per gli abiti da sera che avrebbero indossato le giocatrici), ma non promosso quanto i vertici della WTA si aspettavano. Ecco perché dal 2019 ci sarà una nuova sede e il torneo potrebbe tornare in Europa. TUTTO POSSIBILE Impossibile avventurarsi in pronostici: in assenza di una dominatrice stile Serena Williams (la neo-mamma ha annunciato di voler tornare in campo a inizio 2018 per difendere il titolo conquistato lo scorso gennaio agli Australian Open), i due gruppi lasciano il tempo che trovano. Tutte possono vantare legittime ambizioni di successo, compresa l’ultima arrivata Garcia. Non solo: 7 delle 8 protagoniste hanno in teoria la possibilità di chiudere l’anno al n.1 del mondo. In pratica tutte tranne la new en- ttY francese. Del resto dopo la temporanea uscita di scena di Serena alle prese con pannolini e biberon per la piccola Alexis Olympia, in vetta al ranking si sono succedute negli ultimi mesi Pliskova, Muguruza e Halep, attuale leader. Di queste tre solo la spagnola può vantare titoli dello Slam (due), mentre la ceca e la rumena non sono ancora andate a segno. Nel raggruppamento bianco botta e risposta proprio tra Pliskova e Muguruza. La ceca ha collezionato 25 vincenti e rifilato un doppio 6-2 a una spenta Venus Williams, che a 37 anni è probabilmente sbarcata a Singapore con il serbatoio in rosso. Immediata la risposta della spagnola, che ha superato per 6-3 6-4 la Ostapenko campionessa del Roland Garros. Oggi tocca al gruppo rosso con le sfide Halep-Garcia e Svitolina-Wozniacki. I round robin si concluderanno venerdì: sabato le semifinali incrociate tra le prime due di ciascun girone, domenica la finale. SUDORE E GRINTA È una Sara Errani vecchio stile quella ammirata in Cina. Prima la semifinale a Tianjin dove ha battuto tre top 100 al rientro dalla squalifica di due mesi per assunzione di letrozolo (l’ITF ha riconosciuto la buona fede dell’azzurra che si è difesa sostenendo la versione della contaminazione alimentare a casa), quindi ieri il titolo nel 60mila dollari di Suzhou, in Cina. La 30enne romagnola ha ritrovato la grinta e la determinazione dei tempi d’oro e in finale ha liquidato per 6-1 6-0 la cinese Hanyu Guo. Solo due settimane fa era crollata intorno alla 300esima posizione della classifica mondiale. Da oggi è salita al n.145 e si è guadagnata un posto nelle qualificazioni agli Australian Open, primo Slam del 2018. Virtualmente avrebbe la possibilità di giocare a Melbourne partendo dal tabellone principale se dovesse andare a buon fine il ricorso al TAS di Losanna per riavere il prize money e i punti (375) che le sono stati cancellati e relativi al periodo dal 16 febbraio al 7 giugno. Il processo si terrà il 9 novembre e in quella sede il TAS si pronuncerà anche sull’appello presentato dall’Agenzia Antidoping del Coni, che ha chiesto un inasprimento della pena. La decisione arriverà prima di Natale.

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