Domenica di verdetti

Del Potro e Tsonga per andare a Londra, Federer per cullare i sogni di leadership (anche se non lo ammette). Wozniacki per vincere il suo titolo più importante

Domenica di verdetti

Con la finale del Masters tra Venus Williams e Caroline Wozniacki si chiude la stagione WTA, o quantomeno smette di pulsare quel locus coeruleus – che richiama un po’ il colore spento dei campi di Singapore – a cui vale la pena di dedicare la maggiore attenzione. Ci saranno poi l’Elite Trohpy di Zhuhai e un mesetto di tornei di categoria 125K – con Errani e Schiavone in campo – a fare da stanco corollario, in un periodo che per le protagoniste annunciate della stagione 2018 sarà invece già off season inoltrata. Di fatto però la finale tra la Venere del circuito e la più brava delle perdenti del 2017, che ha rotto l’incantesimo solo un mese fa a Tokyo, ha forma e connotati di un sipario.

I bookmakers credono che sarà la danese a congedarsi con la vittoria (favorita con quota 1,50) scegliendo di ignorare un paio di dati piuttosto rilevanti.

 
  • La rinata Caroline, nelle finali dei tornei di rango superiore ai Mandatory, ha più spesso perso che vinto. Ha dovuto recitare il discorso della sconfitta due volte negli Slam, una volta alle Finals (Doha 2010), quattro volte nei Mandatory e persino una volta nel Tournament of Champions di Sofia che all’epoca (2012) riscuoteva quasi più attenzioni di Zhuhai oggi. Dice tutto il fatto che un’eventuale vittoria oggi sarebbe da considerarsi, forse, la più importante della sua carriera.
  • Negli scontri diretti Venus ha vinto sette volte su sette, perdendo appena un set. Gli strascichi di grandezza di Rino Tommasi insegnano che i numeri vanno interpretati, tocca quindi precisare che l’ultimo incrocio risale a Miami 2015 e che entrambe hanno interpretato questa stagione in modo piuttosto inaspettato. In senso positivo, ma condividendo la difficoltà di piazzare un acuto, che riuscirà invece oggi a una delle due.

L’altro verdetto, già somatizzato, è quello che ha consacrato la bistrattata Simona Halep in testa al ranking WTA. Senza curarsi di detrattori e polemiche sul suo status ormai acclarato di perdente, Tiffany le ha persino donato un anello per l’occasione oltre al canonico trofeo che spetta alla giocatrice che chiude la stagione davanti a tutte. Vincendo poco – un solo titolo a Madrid – e fallendo quasi tutte le occasioni di fare quel famoso passo in più, Simona ha avuto il grosso merito di portare la medietas al potere. In fondo non è nemmeno una sua colpa se nessuna delle avversarie dotate di maggiore potenza di fuoco, su tutte Muguruza che chiude con appena 40 punti di ritardo, ha saputo prendersi una leadership che mai come quest’anno è sembrata alla portata di tante.

Se di verdetti parliamo però, è tra i maschietti che dobbiamo cercare per imbatterci nei maggiori motivi di interesse. Le finali di Vienna (Tsonga-Pouille) e Basilea (Federer-del Potro) ci schiariranno parecchio le idee su numeri, scenari e altre faccende di banale estrazione tennistica. Una vittoria nel derby francese consegnerebbe a Tsonga la posizione di secondo inseguitore nella corsa alle Finals, il cui ultimo spot appartiene attualmente al pericolante Carreno (2605 punti). Lo spagnolo non ne ha azzeccata mezza dopo l’ottimo US Open e se non vuole essere costretto a contattare lo stesso psicanalista della povera Johanna Konta dovrà fare punti a Bercy. Rischia persino di doverne fare più dell’arrembante del Potro, che battendo Federer balzerebbe proprio davanti a Carreno prendendosi virtualmente l’ultima piazza disponibile. 

L’argentino però, punzecchiato da Federer sulla reale entità dei suoi infortuni, si trova di fronte un ragazzotto che ieri ha bullizzato Goffin in una semifinale passibile, per punteggio e andamento, di ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il povero belga ha riscritto la definizione di “inerme” nell’anno in cui il dizionario più famoso d’Italia compie cent’anni. Speriamo che gli attuali curatori dello Zingarelli abbiano la delicatezza di lasciarlo fuori dagli esempi. Sempre il ragazzotto Federer, anche se tende a non volerlo ammettere, al n.1 ci pensa eccome. E sa bene che gli è necessario vincere Basilea e poi recarsi anche a Bercy, sempre per vincere, altrimenti questo (stucchevole) tira e molla sulla sua presenza sarebbe poco spiegabile.

Di contrasto del Potro è l’unico ad aver battuto Federer nel suo feudo basilese (assieme a Djokovic) dal 2006, grossomodo da quando Federer ha cominciato a trasformarsi in quell’oggetto più grande del circuito ATP stesso. L’ha battuto addirittura due volte, sempre in finale, nel 2012 e nel 2013. E anche considerando questa leggera acredine che sembra essersi creata tra i due dopo il match di Shanghai, viene da pensare che quella di oggi sarà una faccenda tennistica piuttosto accorata, prima che numerica. Pur non dimenticando i traguardi alt(r)i per cui scendono in campo, si tratterà soprattutto di battere l’omino dall’altra parte del campo.

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