Nadal, Federer e un anno magico. Al Masters l’ultima battaglia (Crivelli), Borg-McEnroe, gli opposti vulcani del tennis-mito (Scanzi)

Nadal, Federer e un anno magico. Al Masters l’ultima battaglia (Crivelli), Borg-McEnroe, gli opposti vulcani del tennis-mito (Scanzi)

Rassegna stampa a cura di Daniele Flavi
Nadal, Federer e un anno magico. Al Masters l’ultima battaglia

Riccardo Crivelli, la gazzetta dello sport del 31.10.2017

 

A volte, giova ripetere le cose: lo dicevano già i nostri padri latini. E allora basta andare indietro di un anno con la memoria e fotografare le immagini di allora, come è già successo tante volte in questa stagione: Murray e Djokovic che a suon di vittorie, con un finale di stagione palpitante di torridi brividi, si giocano il numero uno della classifica, mentre l’altra metà del cielo dei Fab Four, la premiata ditta FederereNadal, si affatica incerta in allenamento dopo aver dubitato perfino di poter continuare a giocare a tennis. Insomma: in vetrina i nuovi dominatori, all’angolo gli antichi padroni. CHI E n. PRIMO? Perciò, con lo sguardo di dodici mesi dopo, il 2017 che sta abbassando il sipario merita a buona ragione di passare alla storia come un’annata magica e irripetibile: coloro che sembravano perduti, due tra i giocatori più amati di sempre, sono rinati, riportando indietro il tempo e le relative emozioni. A Nadal basta vincere domani il match d’esordio a Bercy (contro Chung) per chiudere l’anno al numero uno, per la quarta volta in carriera: fenomenale. Federer risponde (fin qui) con sette tornei vinti a sei, tre Masters 1000 a due e un perentorio e secco 4-0 nelle sfide dirette stagionali. Ma il divertissement su chi in fondo meriterebbe il trono stagionale ) Federer: «Non gioco a Bercy per essere in forma a Londra e l’anno prossimo» è davvero cosa misera di fronte alla disumana grandezza del loro talento, alla feroce determinazione con cui non si sono piegati al conto chiesto ai loro corpi da un decennio e più di battaglie allo spasimo, all’intima e mai sopita passione per il loro sport e per l’adrenalina che procura. Intanto, come due vecchi amici, si sono spartiti gli Slam, due a testa, e non era mai accaduto che facessero pari nella stessa stagione. Volendo scavare per gioco tra le pieghe della loro personalità, è vero che il numero uno si attaglia di più al carattere di Rafa, straordinario lavoratore che ama costruire giorno per giorno le sue imprese, e quindi gode di fronte a un riconoscimento prolungato come può essere il primato in classifica, mentre il Federer di adesso è il purosangue da grande appuntamento, che punta ad incrementare i numeri della sua leggenda, tanto che per qualcuno le 14 lunghezze che lo separano da Connors alla voce tornei vinti (109 a 95) non sono poi un obiettivo così peregrino nella sua testa. MARIERS DECISIVO Certo, Roger finirà per rimpiangere l’unico errore di programmazione stagionale, la scelta di giocare a Montreal quando l’obiettivo del numero uno (intendiamoci, non è che non lo stuzzicasse, e molto) era assai più vicino di adesso, finendo per chiedere troppo al fisico appena prima degli Us Open, non a caso dominati dall’arcirivale. Perciò, fallita la corsa al primato, il Masters di Londra (dal 12 novembre) diventa il discrimine, il possibile punto esclamativo, al netto della classifica. E lo sanno entrambi. Così, Rafa ha saltato Basilea, conscio che questa volta può davvero esorcizzare la maledizione delle Finals, mai vinte: «Se a Bercy conquisterò il numero uno, lo considererò un traguardo molto importante, ma la stagione non è finita e non è il momento di pensarci troppo. Sono stato favorito dall’assenza di Roger sulla terra? E’ stata una sua decisione per essere competitivo a Wimbledon, mi sembra abbia pagato. Magari se avesse giocato sul rosso, non sarebbe stato così in forma sull’erba». Insomma, un po’ di pepe non può mancare, e Londra sarà per forza il momento della resa dei conti. Il Divino ha rinunciato a Bercy per una setti ma corona al Masters: «Il mio corpo mi sta chiedendo una pausa, lo sento. Lo stop mi serve per rimanere in salute, non solo per Londra, ma anche per il prossimo anno, è un effetto domino. Ho pensato al ranking, ma ho dovuto toglierlo dall’equazione. Forse se fossi stato più vicino nel punteggio ci sarei andato, ma sono piuttosto distante da Rafa. E voglio evitare di farmi male». La soluzione ci sarebbe: un calcio al computer e il n 1 del 2017 assegnato ad entrambi. Qualcuno avrebbe il coraggio di lamentarsi?

Borg-McEnroe, gli opposti vulcani del tennis-mito

Andrea Scanzi, il fatto quotidiano del 31.10.2017

“Deve sentirsi l’uomo più solo di questo cazzo di pianeta”. A parlare così è Vitas Gerulaitis, tennista e forse più ancora playboy. Si sta godendo la vita in una discoteca di Londra. Davanti a lui c’è John McEnroe. L’argomento, come sempre, è Bjorn Borg. STA PER COMINCIARE Wimbledon 1980 e lo svedese è obbligato a vincere il titolo per il quinto titolo consecutivo. “Borg non è una macchina. È un vulcano che si tiene tutto dentro, finché non esplode”. Gerulaitis non ha mai battuto Borg ma evidentemente lo conosceva bene. Borg McEnroe è uno dei migliori film di sport mai girati. Gli attori sono bravissimi, su tutti Sverrir Gudnason (davvero identico a Borg) e Shia LaBeouf (un McEnroe credibilissimo). Tutto funziona, dalla capacità di scavare nella psi che dei due duellanti – così diversi e così simili – alla ricostruzione di quegli anni. Anche le sequenze tennistiche sono incredibili. È un film che ricorda da vicino Rush, il capolavoro di Ron Howard che seppe raccontare la sfida tra Hunt e Lauda se al primo sostituite McEnroe e al secondo Borg, non cambia molto. Ed è un complimento. C’è il dramma, c’è l’amicizia. C’è la sfida perfetta c’è quella cosa che a volte nello sport accade e si chiama “epica”. Il film, anzitutto, restituisce lo spaesamento di Borg. Lo fa sin dall’inizio, quando Borg è in cima al grattacielo della sua casa a Monaco, e quando si sporge dalla terrazza non capisci – non lo capisce neanche lui – se stia allenando i bicipiti o se pensi al suicidio. Comincia a camminare nel centro della cittadina monegasca, tutti lo riconoscono e si rifugia in un bar. Il barista non sa chi sia egli domanda il nome: “Mi chiamo Ruhne, faccio l’elettricista. È un bel lavoro, un lavoro normale”. Ruhne è il nome del padre di Borg. Elettricista, appunto. Prima di assurgere a macchina, Borg era uno sfasciaracchette non meno di McEnroe. INFATTI, nel rivale, si rivede. Lo stima. Addirittura, nella finale, lo stimola a non smarrirsi: “Stai tranquillo, è una bella partita, pensa solo a giocare”. Il giovane Borgsi allenava nella periferia di Stoccolma contro un garage. Aveva già il rovesciobimane, perché erabravo anche a hockey su ghiaccio e gli era venuto naturale farlo così. Troppo irruento, i club di Stoccolma lo cacciavano sempre: “Il tennis è uno sport per gentiluomini, non è adatto a tutti i ceti sociali”. A credere in lui, al punto da farlo esord ire in Davis a soli 15 anni, è Lennart Bergelin. Ex tennista, tre volte ai quarti a Wimbledon. Lo interpreta il solitamente bravissimo Stellan Skarsgard (Will Hun ting, l a serie River su Netfiix): “Dicono che tu non ci sia con la testa. Promettimi di non mostrare più emozioni in campo. Sarai come una pentola a pressione. Mi hai capito?” Borg capì e vinse 11 Slam. Vittima e ostaggio “di un cazzo di rito religioso” (è ancora Gerulaitis a fotografarlo), non pestava la linea di fondo perché portava sfortuna. Chiedeva sempre la stessa auto, lo stesso hotel, le stesse sedie. Ogni sera controllava l’incordatura delle cinquanta racchette. E dormiva in camere freddissime per abbassare la frequenza cardiaca. Un uomo auto condannatosi all’implosione, laddove il rivale era l’esatto opposto. Il New York Times lo definì “il peggior rappresentante dei valori americani dai tempi di Al Capone”. In campo se la prendeva coi piccioni e in cuor suo sognava di diventare trattenuto come Borg, per compiaceregli esigentissimi e ricchissimi genitori. Era un altro tennis, in cui i protagonisti divennero di colpo rockstar. Lo capisci dagli scazzi tra lui e Connors, col primo che provoca e il secondo che scavalca la rete e quasi lo prende a cazzotti. LO CAPISCI dalla parabola di Peter Fleming, amico e compagno (prodigioso) di doppio di McEnroe, che proprio con John perse il suo unico quarto a Wimbledon in singolare, e forse accadde perché l’amico gli rubò la cavigliera senza la quale non poté giocare al meglio. Borg arrivò devastato a quel quinto Wimbledon. Lo vinse, ma a quale prezzo? Il suo allenatore lo sapeva “Per Bjorn arrivare secondo o terzo è come arrivare tredicesimo. Se comincia a perdere, per lui è la fine”. L’anno successivo, sempre in finale con McEnroe(dicuiè grande amico), perse Wimbledon e Us Open. Uscì dal campo di New York prim’ancora della premiazione: aveva capito che era finita. Si ritirò a 26 anni, provò a tornare goffamente a inizio Novanta con ancora le sue racchette di legno. Tentò il suicidio, si sposò tre volte, andò incontro a crac finanziari: era saltata la pressione alla pentola. Era esploso il vulcano. La sfida II bilancio, Bjorn Borg 7 a 7, (1956) è in perfetto e John equilibrio McEnroe La sfida più (1959) si celebre è la sono sfidati finale 1980 in tutto 14 a Wimbledon volte tra il (vinta dallo 1978 eil1981 svedese)

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