Le memorie di Adriano: «Borg amico e McEnroe arrogante in campo» (Bottazzo). Matteo, il volto azzurro del futuro: «Vado di fretta e sogno Wimbledon» (Semeraro). Tennis, gli Internazionali femminili tornano al Country (Filippone)

Le memorie di Adriano: «Borg amico e McEnroe arrogante in campo» (Bottazzo). Matteo, il volto azzurro del futuro: «Vado di fretta e sogno Wimbledon» (Semeraro). Tennis, gli Internazionali femminili tornano al Country (Filippone)

Le memorie di Adriano: «Borg amico e McEnroe arrogante in campo» (Tiziana Bottazzo, La Gazzetta dello Sport)

 

Adriano Panatta questa sera sfilerà sul tappeto rosso della Festa del Cinema di Roma per l’anteprima del film «Borg-McEnroe». «Sono ansioso di vederlo: non è semplice fare un film sul tennis con non-tennisti. E poi quei due non sono tipetti facili da imitare, decisamente particolari. Chissà cosa hanno escogitato», esordisce Adriano, curioso ma non invidioso dei manifesti che da mesi tappezzano le città per lanciare il film che uscirà nelle sale il 9 novembre.

Ma che effetto fa rivedere quello sguardo glaciale di Borg, quella bocca stretta?

Mi diverte. Io e lui, così diversi. La sua continuità, io con i miei alti e bassi. Il mio gioco acrobatico, più rischioso, il dritto piatto, il suo più alto. Lui attendista, io che prendevo subito l’iniziativa. L’opposto. In tutto. Anche caratterialmente. A chi mi chiedeva: com’è Borg? Io rispondevo: muto. Non ho mai sentito una parola in campo, mai un gesto di stizza. Al massimo scrollava la testa. Lo rispettavo. Una volta ho perso la pazienza e gli ho sputato addosso. Cioè ho fatto il gesto di sputare. Era quella famosa volta a Marbella, quando la sera prima l’avevo portato a letto a braccia perché era sbronzo perso. Pensavo il giorno dopo di vincere facile, invece sul 6-1, 3-0 per lui, al cambio di campo gli ricordo della sera prima. Lui sogghigna e mormora: “mi sento benissimo”. Io reagisco, lui si allontana a testa bassa e mi stende.

Cosa ha invidiato di Borg?

Le sue vittorie. E di aver perso quella grande occasione di giocarmela a Wimbledon nel ’79: sono stato un cretino.

Così diversi, ma così amici.

Sì, con me Bjorn ha avuto sempre un rapporto affettuoso, negli spogliatoi ci scambiavamo poche parole, ma capivo che aveva stima di me, come giocatore e come persona. Bastava un gesto, una frase. Una volta mi diede una bella lezione di buona educazione: Wimbledon, sette di sera, stanchi morti, eravamo alla Club House in attesa della transportation per l’albergo. Una frotta di ragazzine era lì fuori in attesa di un autografo. Io borbotto, lui mi blocca: non possiamo andarcene, ci hanno aspettato tanto e noi dobbiamo perdere 5-10 minuti per farle contente. Aveva ragione, l’ho molto ammirato. Un altro aneddoto. Quando decise di riprendere a giocare mi chiamò, ci vedemmo a Milano, si presentò con la racchetta di legno. “Ma ‘ndò vai” gli dissi, ormai quell’arnese lì è superato. Lui non mollava: di questa mi fido, mi trovo bene. Gli dissi che era un testone, ma di più non potevo fare.

Vi rivedete spesso?

L’ultima volta è stato l’anno scorso a Montecarlo. Stiamo insieme, si beve un bicchiere di vino, si scherza. Hai rovinato il tennis, gli dico, e poi era tennis il tuo? Giocavi tutto storto. Battute, perché poi quello che vinceva parecchio era lui, era una macchina da guerra.

McEnroe invece?

L’ho vissuto poco, solo sfiorato a fine carriera. Fino alla sconfitta in Coppa Davis a San Francisco. Ci vediamo, abbiamo un buon rapporto, ma non di amicizia. Non mi è mai piaciuto il suo atteggiamento in campo, così arrogante. Così diverso da me: io in campo non ho mai piantato grane, non ho mai litigato.

Un film su Adriano Panatta?

Credo mai. Capisco queste operazioni, il tennis e il golf sono sport televisivamente molto popolari. Borg e McEnroe li conoscono in tutto il mondo. lo però nel mio piccolo ho fatto una parte l’anno scorso in una fiction con Massimo Ghini e il prossimo anno uscirà un film molto particolare, innovativo, di cui non posso parlare. Che parte faccio? Adriano Panatta. Che c’è di meglio?

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Medvedev, l’antidivo un po’ bad boy alle Next Gen Atp Finals (Cristian Sonzogni, La Gazzetta dello Sport)

E’, un antidivo che ogni tanto si lascia andare ad atteggiamenti da bad boy. È nato nella fredda Mosca ma vive al caldo in Costa Azzurra. E un contrattaccante da fondo col rovescio migliore del diritto e la risposta più efficace del servizio, all’opposto di quanto richiederebbe il manuale del tennista moderno. Insomma, è tutto e il suo contrario, Daniil Medvedev, russo 2lenne, tra i protagonisti delle Next Gen Atp Finals di Milano. Con i colpi del suo campione-modello, Marat Safin, ha poco da spartire, e del resto è difficile pure trovare altri paragoni per un ragazzo che non ha punti deboli evidenti ma difficilmente lascia fermi gli avversari, se non con qualche angolo prezioso, aiutato sul lato sinistro dalla presa bimane. Eppure Medvedev dà l’impressione di uno che farà parlare molto di sé, proprio per quei contrasti così evidenti tra ciò che si vede e ciò che è realmente, tra un momento e l’altro di una carriera da stabilizzare: un giorno alle stelle, come quando riuscì a battere Wawrinka a Wimbledon; un giorno nella polvere, come quando, sempre nel Tempio, perse da Ruben Bemelmans gettando alcune monetine sotto la sedia dell’arbitro per polemica. «Ora – dice con aria serena – cose come queste non le faccio più. Ho chiesto scusa e ho capito l’errore. Lavoro con uno psicologo perché questi atteggiamenti non frenino la mia crescita». Una crescita che parte da lontano, dalla scelta dei genitori di seguire la figlia che lavorava a Nizza, trasferendosi in via definitiva a Cannes, dove c’è quell’Elite Tennis Center divenuto per lui punto di riferimento. Con il supporto di un gruppo di coach francesi guidati dal monegasco Jean-Rene Lisnard, top 100 una quindicina di anni fa. «Sono molto legato alla mia famiglia – ammette Daniil – e non invidio quei giovani che sono costretti a lasciarla per inseguire il loro sogno. Io trovo bellissimo vivere con i miei, o che mio padre assista agli allenamenti. Se sono dove sono, devo tutto a loro». Ma dove è esattamente, il moscovita? E’ all’inizio di un percorso che potrebbe portarlo lontano, ben più in alto di quel numero 48 che è il suo record personale. È in un periodo di passaggio, nel tennis come nella vita. «Perché è vero – conferma – che in Costa Azzurra ci si allena tutto l’anno nelle migliori condizioni trovando sparring di alto livello, ma mi mancano anche gli amici di Mosca. Mi manca la vita russa, quella che davvero mi appartiene». Un emigrante destinato a tornare in patria, dunque, quando avrà terminato il suo percorso. Che avrà bisogno di più tempo per completarsi. Perché il tennis di Daniil richiede pazienza e dedizione. Non è facile né immediato, da giocare e da capire. Non ha la rapidità di braccio di Rublev né l’esuberanza e l’estro di Shapovalov. Ma chissà che questo essere antipersonaggio non diventi un punto di forza, quando i riflettori della Next Gen si saranno spenti e bisognerà lavorare duro per farsi largo in quel circuito dove anche un solo giorno di pausa – fisica o mentale – si paga. «So – dice convinto – di valere i top 10 in futuro, e questo è il mio obiettivo». Che è roba diversa da un sogno. Nella famiglia Medvedev, dove i sacrifici non spaventano, c’è qualcosa di più concreto da realizzare.

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Matteo, il volto azzurro del futuro: «Vado di fretta e sogno Wimbledon» (Stefano Semeraro, La Stampa)

«Amo il cinema, specie i film di Tarantino», dice Matteo Berrettini, anni 21, il volto italiano della Nuova Generazione Atp, a cui il paragone fra le Next Gen Finals della settimana prossima e «The Hatefull eight», l’ultimo truculento prodotto del regista americano, in fondo non dispiace. «Bell’accostamento. A parte il finale, che è un bagno di sangue…». Matteo avrebbe il fisico (1,94), l’intelligenza e anche la classifica (122 del mondo) per entrare di diritto come wild card italiana nelle Finali accanto alla meglio gioventù mondiale, ma per decisione della Fit il posto dovrà comunque giocarselo da oggi a domenica in un torneo di qualificazione tutto azzurro allo Sporting Milano 3 di Basiglio. «Le regole sono regole», spiega Matteo, che ha iniziato a giocare a sei anni al Circolo della Corte dei Conti di Roma e oggi si allena all’Aniene sotto la guida di Vincenzo Santopadre. «La mia è una famiglia di tennisti, papà è un ex terza categoria, è stato lui a portarmi al Circolo. Io per un po’ avevo smesso poi è stato mio fratello minore Jacopo, che gioca pure lui, a farmi tornare la voglia». Da junior è cresciuto all’ombra di Gianluigi Quinzi, quest’anno ha vinto 35 partite a livello Challenger (un titolo, a San Benedetto) nei tornei Atp ha sbattuto contro Fabio Fognini a Roma: «La partita che mi ha fatto capire che stavo facendo le cose giuste. Ma che dovevo farle più in fretta». Il tennis va veloce: Sasha Zverev, il migliore degli U21, a Milano non ci sarà perché è già il n.4 Atp e giocherà il Masters,  Andrei Rublev è arrivato nei quarti agli Us Open, Denis Shapovalov ha battuto Nadal e Del Potro. «Zverev impressiona: a 17 anni ne dimostrava 30, in campo si sente il più forte di tutti. Un po’ di presunzione aiuta». Matteo, che l’anno scorso è stato fermo sei mesi per infortunio, di base adora Federer: «ovviamente per le sue giocate. Ho anche palleggiato con lui due anni fa al Foro: gentile e impressionante, una scioltezza unica, decide sempre lui quando chiudere lo scambio. Apprezzo però sempre più Nadal per come ha saputo riprendersi dagli infortuni». Obiettivi? «Salire il più alto possibile, e restarci, adesso capisco quanto è dura resistere nel circuito. Il torneo dei sogni? Roma. E Wimbledon, che ho giocato da junior e mi resta nel cuore. Poi la Coppa Davis: rappresentare l’Italia sarebbe il massimo». Non ha paura dei grandi palcoscenici: «Le Next Gen Finals sono una vetrina importante anche per il tennis italiano: siamo un bel gruppo di giovani, ma serve continuità». Per non diventare materia da Pulp Fiction. «Preferisco Jackie Brown: meno citato, ma geniale». Mica banale il ragazzo.

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Tennis, gli Internazionali femminili tornano al Country (Tullio Filippone, La Repubblica – Palermo)

Gli internazionali di tennis femminile torneranno a Palermo nell’estate del 2019. Sono passati quattro anni da quando Roberta Vinci si imponeva sulla collega azzurra Sara Errani. Da allora le campionesse della racchetta non hanno più calcato i campi di terra battuta del Country, perché nel 2013 l’assemblea dei soci del circolo aveva accettato un’offerta malese e il torneo del circuito Wta International aveva traslocato a Kuala Lumpur. Adesso, approfittando di un ritardo dei pagamenti, il Country ha rescisso il contratto e informato la Wta, che ha deliberato il ritorno della licenza a Palermo per il 2019, visto che non è stata trovata una data idonea per l’anno prossimo. «Chiediamo al Comune di aiutarci a superare i lacci burocratici e offrire servizi come le navette gratuite da e per gli alberghi e un palinsesto di eventi culturali e musicali, alla Federtennis di farsi promotrice insieme a noi di un patrimonio per lo sport e ai palermitani di supportarci sottoscrivendo per tempo gli abbonamenti», dice Oliviero Palma, storico direttore del torneo. Per far fronte ai costi stimati sui 500mila euro – il solo montepremi si aggira intorno ai 250mila dollari – gli organizzatori contano di incassare 150mila euro dai proventi della biglietteria, altri 150mila dai diritti televisivi della Wta e dell’emittente Super Tennis e 200mila da sponsor e pubblicità. «Non chiediamo nessun finanziamento pubblico – aggiunge Palma – ma se i bilanci dovessero essere in perdita cederemo definitivamente la licenza perché significherebbe che alla città e al suo movimento tennistico non interessa questo grande evento». Viale dell’Olimpo comunque è un cantiere aperto dove già fervono i preparativi, si lavora sulla Club House e, soprattutto, c’è un progetto per il nuovo campo centrale da 2500 spettatori. «Saremo aperti ai consigli dei cittadini e speriamo nella collaborazione degli altri circoli – dicono gli organizzatori -vogliamo coinvolgere le associazioni dei commercianti e degli albergatori affinché questo torneo sia uno strumento di promozione turistica».

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In campo il fast tennis, bello e senz’anima (Giorgia Mecca, Il Venerdì di Repubblica)

«Immaginate un quadro del Rinascimento esposto nel palazzo di un museo da centinaia e centinaia di anni. Se all’improvviso qualcuno decidesse di gettargli addosso della vernice fresca, tutti lo considererebbero un pazzo. Avrebbero ragione». Per Lea Pericoli il tennis è sempre stato uno spettacolo, per questo non riesce a capire la necessità di cambiamento. «Sono le regole con cui è diventato grande Bill Tilden e come quelli che hanno giocato prima di lui, o Nastase, Borg e McEnroe, Sampras e poi Federer. Ci hanno forse regalato un brutto spettacolo?». Eppure l’Associazione dei tennisti professionisti (Atp) ha votato per la rivoluzione, definita dall’amministratore delegato Chris Kermode una delle innovazioni più eccitanti degli ultimi anni. Il tennis del futuro si giocherà su cinque set di quattro game ciascuno con eventuale tie-break ai sette punti sul tre pari; non ci saranno più i vantaggi, ma sul 40 pari sarà introdotto il killer point (il giocatore alla risposta deciderà da che parte ricevere il servizio); sarà abolita anche la regola del nastro sul servizio, si chiama no let rule: se, durante la battuta, la pallina colpisce il nastro non si deve ripetere il punto, lo scambio continua. E poi: un orologio a bordo campo scandirà con esattezza il tempo e i ritmi di gioco: cinque minuti di riscaldamento prima della partita e venticinque secondi tra un scambio e l’altro. Lo spettacolo chiama, il tennis risponde. Le nuove regole sono il risultato di un accordo tra Atp, sponsor, media (soprattutto televisione), e naturalmente i giocatori. Il tennis del futuro sarà testato per la prima volta a Milano dal 7 all’11 novembre durante le Next Gen Atp Finals, il torneo tra gli otto migliori under 21 del mondo. Prima di prendere qualsiasi decisione, l’Atp ascolterà il parere di tutte le parti interessate: televisioni, giocatori e spettatori, che saranno liberi di muoversi sugli spalti anche a partita in corso. Altro che occhi che si muovono da una parte all’altra del campo e religioso silenzio. Lo spettacolo deve continuare, il tennis anche. E quindi, secondo l’Atp, bisogna renderlo più veloce e più intenso, con meno spreco di tempo tra un punto e l’altro. Alla fine di ogni punto, John McEnroe si massacrava le dita tra le corde della racchetta, Ivan Lendl si strappava le ciglia, Rafa Nadal si aggiusta i pantaloncini, poi si tocca il naso, poi le braccia, poi i capelli, qualsiasi cosa pur di staccare per un attimo lo sguardo dall’avversario e provare a non farsi divorare dalla paura. «Il tennis è anche questo. Non si tratta solo di servizi a duecento chilometri orari e rovesci vincenti: dietro a ogni punto c’è un processo interiore. I tic a volte sono estenuanti e a volte fanno sorridere, ma sono l’unico modo che hanno i giocatori per non impazzire». A Carlo Magnani, autore di Filosofia dei tennis, questa rivoluzione non piace. «Il tennis è uno sport che ha bisogno di tempo e di pensiero. Hanno deciso di portargli via il tempo, gli ruberanno anche il pensiero». Cambierà il modo di giocare, cambierà tutto. «La regola dei vantaggi era una consuetudine di gentilezza: sul 40 pari prima di conquistare il game il punto bisognava vincerlo due volte, era una cortesia nei confronti dello sconfitto. Adesso non sarà più così, hanno deciso per il killer point, un disastro». Ha vinto lo spettacolo, hanno vinto i soldi che la velocità fa guadagnare. Nicola Pietrangeli, vincitore di due Roland Garros, nel 1959 e nel 1960, sarà a Milano per vedere cosa succederà al tennis dopo Federer. «Per quanto riguarda le nuove regole, sta cambiando tutto il mondo, forse era arrivato il momento che cambiassimo anche noi». Non ne è molto convinto, in realtà: «Siamo nati e cresciuti con la regola del settimo game, il momento più importante del set, quello in cui si rompevano gli equilibri e chi doveva trovare il coraggio di un vincente, improvvisamente lo trovava. Con le nuove regole il settimo game non esisterà più». Anche nel tennis comandano i soldi e i giocatori si sono adeguati, per il momento nessuno si è opposto alla rivoluzione. Continua Pietrangeli: «Certo, giocheranno di meno e guadagneranno di più». Andy Murray si è detto contento delle novità: «Ci accusano di essere troppo legati alla tradizione, questa è l’occasione per sperimentare». Le innovazioni, se approvate, riguarderanno i tornei dell’Atp, ma in ogni caso sarà questione di tempo e bisognerà vedere ciò che succede a Milano. Il tennis è uno sport di pazzi, di equilibri e nervi fragilissimi. Ogni partita, potenzialmente, può durare all’infinito: si ricomincia sempre da capo, ed è vero che in campo può succedere di tutto. Alla fine, però, vige una legge: vince il più forte. Il rischio delle nuove regole è di rendere tutto più veloce e casuale; l’istinto al posto della tattica, la fortuna al posto della fatica. Sergio Palmieri è il presidente delle Next Gen Atp Finals, e nemmeno lui riesce a prevedere ciò che succederà in campo con le nuove regole. «Però mi ricordo di quando è stato introdotto il tie-break nel 1970, eravamo tutti preoccupati che il tennis sarebbe diventato un terno al lotto. Invece, alla fine il tennis si è fatto ordine da solo e otto volte su dieci vince il migliore. Era successo anche nella pallavolo, ora sono tutti contenti dei nuovi tempi televisivi». Le nuove regole, continua Palmieri, non vogliono stravolgere niente, non ce n’è bisogno: «L’obiettivo dell’Atp è aumentare il numero di momenti decisivi durante la partita. Il pubblico di solito guarda per intero solo l’ultimo set. Prima è più difficile mantenere l’attenzione, forse perché i momenti determinanti sono pochi. Set più corti vanno nella direzione dello spettacolo, non vogliono la rivoluzione, vogliono appassionare. Qualcuno continua a parlare dei propri tempi, ma sono tempi che non esistono più». Tra le innovazioni da testare a Milano, la tecnologia, che sostituirà i giudici di linea; si potrà richiedere un solo time out medico durante la partita e i giocatori avranno la possibilità di parlare con il proprio allenatore a ogni cambio di campo utilizzando le cuffie. «E’ la novità che mi lascia più perplesso» dice Palmieri. «Se fossi un giocatore, l’ultima cosa che vorrei è sentire la voce di qualcuno che mi parla addosso dicendomi cosa fare. Il tennis è uno sport che si gioca in silenzio, da soli». Il presidente della Federazione tennis lombarda per sedici anni ha seguito come manager John McEnroe, spesso giravano per i tornei da soli. «A volte John mi diceva: “Quando vedi che in campo impazzisco, fai qualcosa, guardami negli occhi, gesticola, cerca di calmarmi, parlami”. Io ho provato a farlo, lui mi ha sempre mandato a quel paese». Cosa penserà McEnroe del tennis del futuro? «John è sempre stato favorevole alle innovazioni. Non ha ancora detto niente, sono certo che lo farà solo dopo aver visto cosa succede a Milano, come rispondono i giocatori, come si riorganizzano il tennis e le sue leggi. Allora capirà se è giusto che queste regole sopravvivano. Prima non c’è niente che possa dire, quindi non dirà niente. Ed giusto che sia così».

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