Nadal, un ginocchio k.o. Il Masters è a rischio (Crivelli). Baldi che sorpresa. Elimina Berrettini (Sonzogni). Nadal ai box (Semeraro). Borg contro McEnroe. Braccio di ferro in campo e battaglia psicologica (Romani). McEnroe-Borg, il duello senza fine. Fuoco contro ghiaccio (Satta)

Nadal, un ginocchio k.o. Il Masters è a rischio (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Se non si trattasse delle preziose ginocchia, che lo tormentano da anni, le malelingue avrebbero già intinto la tastiera nel curaro: Nadal si ritira da Bercy dopo aver messo in cassaforte il numero uno, così può prepararsi al meglio per il Masters, l’unico grande appuntamento che gli manca in una carriera sfavillante, e mai cosi vicino. GIORNO TRISTE Invece, diciassette mesi dopo la conferenza stampa chiusa tra le lacrime per annunciare il ritiro dal Roland Garros causa infortunio al polso sinistro, Parigi torna ad essere il palcoscenico del dolore: il primo giocatore al mondo abbandona il Masters 1000 francese (peraltro mai vinto) per un penetrante fastidio al ginocchio destro che si porta dietro dalla trasferta asiatica e peggiorato durante la partita vinta giovedì negli ottavi contro Cuevas, durante la quale ha chiesto l’intervento del medico per farsi fasciare e si è mosso abbastanza male, senza spingere troppo e con una circospezione che non è passata indifferente agli occhi degli spettatori. Nadal è fuori, lasciando il posto in semifinale allo stranito serbo Krajinovic e soprattutto stendendo un velo di dubbi sulle Finals di Londra che cominciano tra otto giorni: «E’ una decisione molto difficile per me, soprattutto qui, dove conosco tutti ed è come una famiglia per me. Ho fatto un trattamento dopo il match contro Pablo, per provare a farcela a giocare nei quarti, ma è era impossibile per me scendere in campo. E’ un giorno triste. Il dolore durante la partita era forte, ma non mi piace ritirarmi, speravo che migliorasse in seguito, ma devo essere onesto con i miei avversari, con il torneo e con me stesso, non mi vedevo in grado di giocare tre partite qui, e io ero qui per vincere il torneo». FUTURO E’ la 12′ volta che lo spagnolo abbandona un torneo, ma solo la quarta in cui concede walk over, cioè non scende neppure in campo. Paradossalmente, nel parallelo con il 2008, l’anno in cui per la prima volta si issò al numero uno del mondo, tenuto anche al termine della stagione, adesso entra pure Bercy: fu proprio qui, infatti, che nove anni fa si manifestarono per la prima volta i problemi legati alla sindrome di Hoffa, un’infiammazione cronica del tessuto adiposo del tendine rotuleo, quello che congiunge la rotula alla tibia, causata da ripetuti microtraumi, poi riemersi ciclicamente nel 2009, nel 2010 e soprattutto nel 2012, con uno stop di sette mesi , fino alla pausa del 2104 (tre mesi). Nel 2008 fu costretto a saltare anche il Masters di fine anno, e ovviamente quello è diventato subito il pensiero di tutti: «Non penso a Londra adesso, non è il momento di parlare di Londra. Ci proverò, certo, ma non ne parliamo adesso, è già un giorno difficile. Se il dolore resta questo, certamente non posso essere competitivo. Devo pensare al lungo termine». II guerriero certamente non s’arrende, abituato com’è a gestire i capricci delle sue ginocchia: «Sono sempre state un problema, ed è normale che a fine stagione il corpo sia stanco. Mi consulterò con i medici come avevo già fatto dopo Shanghai, in passato i trattamenti hanno funzionato bene. Per me non è un discorso che riguarda il Masters, devo curarmi in modo serio per avere la possibilità di continuare a giocare il più a lungo possibile». Su la testa, campeon

 

 

Baldi che sorpresa. Elimina Berrettini (Cristian Sonzogni, La Gazzetta dello Sport)

E tutto molto veloce, allo Sporting Milano 3 di Basiglio. Talmente veloce che disorienta. Chiedere a Matteo Berrettini, per i dettagli. L’italiano più «Next» di tutti si arena all’esordio nelle qualificazioni delle Next Gen Atp Finals contro Filippo Baldi, uno che «Next», inteso come promessa, lo è stato a lungo prima di perdersi nel passaggio tra i pro. Ora però la musica è cambiata, da quando il lombardo ha cominciato ad allenarsi a Palermo con Cinà e Aldi. «Sento fiducia attorno a me», dice Filippo. Il 4-3 4-1 4-3 che condanna il romano è l’unica sorpresa di una giornata filata liscia con i successi di Caruana su Carli (4-3 4-1 4-3), Pellegrino su Moroni (1-4 4-1 4-2 4-1) e Quinzi su Balzerani (4-2 4-2 4-2). Quinzi che spera di ritrovare nel main draw quel Chung che aveva battuto nella finale di Wimbledon Juniores. «Ci metterei la firma. Intanto sono contento di avere risolto il problema al gomito senza operazione». Oggi le semifinali dalle 15 (Quinzi-Caruana e Baldi-Pellegrino), domani alle 18 la finale che assegna la wild card. Per le nuove regole, dai set corti al no-ad, è un plebiscito: i giocatori si adeguano e apprezzano. Più di quell’arbitro che, vedendo la palla toccare il nastro sul servizio, ha strillato «let». Ma qui, nel tennis «Next», il let non esiste più.

 

Nadal ai box (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Adieu, Paris. Due giorni dopo aver vinto il primo turno al Masters 1000 di Bercy mettendo in cassaforte il numero 1 per il resto della stagione, Rafa Nadal si è ritirato dal torneo, ed è l’ennesimo inciampo di un 2017 che oltre per la clamorosa risurrezione sua e di Federer sarà ricordato per i tanti (troppi) infortuni eccellenti. « Una decisione difficile per me», ha spiegato contrito lo spagnolo. «Ma già durante la partita con Chung i dolori (al ginocchio, ndr) erano forti e dopo i trattamenti ho capito che era impossibile scendere in campo. Odio ritirarmi, ma non potevo giocare altre tre partite, e io ero qui per vincere il torneo». La settimana prossima c’è il Masters a Londra, e anche se Nadal ha negato che si tratti di un ritiro preventivo, è possibile che l’idea gli frulli sotto la bandana. Del resto proprio Federer lo aveva spiegato dopo il successo a Shanghai: «Salto Parigi per preparare al meglio le Atp Finals». Il problema non sono tanto e solo Roger e Rafa – santi subito – ma il contesto sanitario generale. Sette dei primi venti del mondo hanno dovuto chiudere la stagione in anticipo, vittima di infortuni assortiti, e fra di loro ci sono tre dei primi quattro dello scorso anno: Novak Djokovic, Andy Murray e Stan Wawrinka. Lo svizzero ha appena lasciato le stampelle dopo uri operazione al ginocchio, il serbo non gioca dai quarti di Wimbledon persi contro Berdych per un problema cronico al gomito, e la prossima settimana uscirà dai top-10; lo stesso Berdych si è fermato ad ottobre con la schiena a pezzi. Anche Murray, il n. l del 2016, è sceso in campo l’ultima volta a Wimbledon, bloccato da un’anca malconcia che lo tormenta da anni, e ha ripreso da poco ad allenarsi. Nessuno dei Top 5 del 2016 era in tabellone a settembre agli US Open, l’anno nero alla fine ha colpito anche Kei Nishikori (polso), Nick Kyrgios (anca), Milos Raonic (polpaccio). E se i primi quattro degenti di lusso sono ormai over 30, gli ultimi tre hanno età che vanno dai 22 ai 27 anni, quindi in teoria ancora lontani dall’usura fisiologica. «Ma i risultati che hanno ottenuto negli ultimi anni questi giocatori, in termini di livello e di continuità, non ha precedenti», ha provato a spiegare al New York Times il presidente dell’Atp Chris Kermode. «E a un certo punto questo non può che ripercuotersi sul fisico». Un tempo i migliori giocavano anche di più, ma spesso contro avversari meno tosti e soprattutto su superfici amiche come l’erba e la terra. L’arrivo di nuovi materiali che permettono scambi a velocità supersonica sul terreno peggiore per le articolazioni – il cemento – e un calendario fitto di tornei che prevedono grossi guadagni ma anche scontri impegnativi fin dai primi turni, non solo ha aumentatolo stress, ma ha violentato la dinamica dei colpi, provocando danni anche in parti del corpo un tempo meno sollecitate (ad esempio l’anca). In una stagione che dura undici mesi chi arriva quasi sempre in fondo ai tornei è ovviamente più esposto agli infortuni. Il risultato è che chi può permetterselo ha capito che fermarsi e rigenerarsi, prendendosi pause ampie, è l’unica salvezza. Meglio stopparsi quando si accende la spia gialla piuttosto che rischiare il crac, meglio scendere un po’ in classifica che mettere a repentaglio la carriera. Lo hanno dimostrato quest’anno Nadal e Federer, a lungo inattivi nel 2016, o Del Potro, che in carriera di riposi forzati ne ha subiti mille. L’effetto collaterale è però che i tornei devono spendere capitali in montepremi ritrovandosi spesso senza stelle capaci di attirare il pubblico. E’ allora è il sistema, più che il singolo, a rischiare il collasso.

 

Borg contro McEnroe. Braccio di ferro in campo e battaglia psicologica (Cinzia Romani, Il Giornale)

Più che un film sportivo, è un thriller psicologico Borg McEnroe (dal 9 con Lucky Red), presentato ieri e con successo alla Festa del cinema alle battute finali. Non potevano essere più diverse, infatti, le due primedonne della racchetta internazionale, al centro del racconto d’una sfida infinita, diretta con passione dal regista danese Janus Metz. Se Borg è ghiaccio, McEnroe è fuoco; se il primo vuole stare sul trono per sempre, il secondo fa di tutto per spodestarlo. La psiche di due star leggendarie, che si muovono sul campo da tennis come su un campo di battaglia, viene scandagliata seguendo un copione che mescola realtà e fantasia, recitazione e temperamenti reali, documentario e fiction. Naturalmente, il sanguinario McEnroe non ha apprezzato che il regista lo facesse sembrare un “gradasso”, come ha detto lo sportivo. Però questa versione tennistica di Toro Scatenato, che nella finale di Wimbledon, 1980, assume toni epici, fa i conti soprattutto con i caratteracci dei due fuoriclasse. E i set sulla terra rossa sono spettacolari. Come il “tiebreak” quarto set vinto da McEnroe (18-16) surclassato da Borg al quinto. “Il mio film racconta la storia di due ragazzi, ognuno in lotta per dimostrare di essere il migliore, per sentirsi importante, per essere qualcuno. Imprigionati nella loro rivalità, fanno i conti con i propri demoni», spiega Metz che usa un registro epico per suggerire l’importanza storica degli eventi. «Essendo un biopic ispirato alla vita di Bjöm e di John e, in particolare, alla mitica finale di Wimbledon del 1980, ho voluto rievocare un’era dello sport in cui i giocatori di tennis erano delle rockstar». Non si tratta, dunque, soltanto di due uomini che giocano a tennis e sfasciano racchette. Sono anche amici, prima d’essere rivali. «Stai tranquillo, è una bella partita. Pensa solo a giocare», suggerisce a McEnroe l’apparentemente controllato Borg, che da ragazzino si allenava contro un garage, alla periferia di Stoccolma. Un tipo duro, non di classe, che i club più snob rimandavano indietro. Col pretesto che il tennis è uno sport d’élite, non per tutti i ceti sociali. A credere in Bjom, che ha duellato anche con l’ex-moglie Loredana Bertè, un’altra rockstar, è l’ex-tennista Lennart Bergelin, incarnato da Stella Skarsgard. «In campo sarai come una pentola a pressione. Mi hai capito?», dice il coach all’adolescente bimane, fatto esordire in Coppa Davis a 15 anni solamente. Un mezzo maniaco, comunque, questo Borg, interpretato con realismo dall’islandese Sverrir Gudnason: non calpestava la linea di fondo, perché portava jella; chiedeva sempre la stessa stanza in albergo, le stesse sedie, la stessa automobile. E ogni sera controllava l’incordatura delle cinquanta racchette, dormendo in stanze gelate, per diminuire la frequenza cardiaca. McEnroe, incarnato con sorprendente efficacia da Shia LaBeouf, il piantagrane dei Transformers, si arrabbia molto e quasi fuma dalle orecchie, se il rivale lo surclassa uno smash dopo l’altro. D’altronde Shia è un ribelle di suo e a volte la polizia l’arresta per ubriachezza: non ha avuto difficoltà a rivestire la parte dell’iracondo. Un punto interessante del film è la scoperta di quanto siano simili i due tennisti, che nel corso delle loro carriere si sono sfidati 14 volte in 4 anni, tra il 1978 e il 1981, totalizzando 7 vittorie per parte. «Il film parla di uno scontro tra titani e dello scontro tra due continenti. Ma alla fine i due ragazzi sono uguali: il prezzo del successo, per loro, è lo stesso. Due rivali che, durante il torneo di Wimbledon, capiscono che la sola persona in grado di comprendere quello che l’altro stesse vivendo, era l’avversario», racconta il regista, che per mettere a fuoco il tumulto interiore di Björn e John, usa la camera a mano e la steady-cam, trasmettendo un senso d’immediatezza. E, per i più curiosi, va segnalato che Leo Borg, il figlio più piccolo di Bjorn, qui si cala nei panni del padre, ritratto trai 9 e i 12 anni. Pare non sia stato facile reclutarlo, ma dopo alcune discussioni con la famiglia Borg, tutto è andato per il suo verso. Metz, che nel 2010 ha vinto il Grand Prix della semaine de la Critique del festival di Cannes con il docufilm Armadillo, ha impresso al suo biopic il ritmo serrato della serie televisiva True Detective, della quale è regista.

 

McEnroe-Borg, il duello senza fine. Fuoco contro ghiaccio (Gabriella Satta, Il Messaggero)

II ghiaccio e il fuoco, il controllo delle emozioni e la rabbia, la mentalità egualitaria svedese e la competitività tutta americana. Negli anni Settanta e Ottanta, i campioni Björn Borg e John McEnroe dominarono i campi da tennis e la loro accesa rivalità infiammò intere generazioni di tifosi che li acclamavano come fossero delle rockstar. Ora il film Borg McEnroe, diretto da Janus Metz Pedersen e applauditissimo alla Festa di Roma anche dagli ex tennisti Nicola Pietrangeli, Adriano Panatta e Silvia Farina (sarà nelle sale il 9 novembre con Lucky Red) fa rivivere quel celebre scontro affidando i ruoli dei protagonisti rispettivamente all’attore islandese Sverrir Gudnason e all’americano Shia LaBeouf. Il film ricostruisce con ritmo avvincente e diversi flashback i match, i vezzi, le personalità dei due tennisti dentro il campo e fuori, fino a sfociare nell’epica finale di Wimbledon 1980: vinse Borg che, reduce da quattro trionfi consecutivi nello stesso torneo, annientò il rivale in cinque set. «Ma non volevo limitarmi a raccontare una storia centrata sul mondo del tennis che, tra l’altro, conosco poco», spiega il regista, «nel film, lo sport è solo un pretesto per esplorare il comportamento umano, la fama, il senso della sfida, l’ambizione, cioè tematiche squisitamente esistenziali che la rivalità tra i due campioni evidenza molto bene». RABBIA IN CAMPO Imprigionati dalla competizione (tra il 1978 e il 1981 si affrontarono 14 volte con 7 vittorie per parte) i due campioni finiscono per fare i conti con se stessi e i propri demoni. E il film li descrive bene. Da una parte c’è il ragazzo svedese incapace di perdere, paternamente assistito dal suo allenatore (interpretato dall’attore Stellan Skarsgard): «Borg, che da ragazzino aveva manifestato un carattere ribelle e venne cacciato dalla scuola di tennis per comportamento scorretto, imparò poi a dominare le emozioni e a canalizzare la rabbia nel gioco», spiega Pedersen. Di tutt’altra pasta l’americano: «McEnroe aveva un’indole irascibile, sanguigna e in campo dava libero sfogo ai suoi furori. Ma ad accomunarlo al suo rivale era la straordinaria capacità di spingersi ai limiti e perfino di superarli». I due campioni, oggi rispettivamente 61 e 58 anni, diventarono amici solo dopo la leggendaria finale di Wimbledon, tanto che Borg fece da testimone alle nozze di McEnroe. Prima di girare il film, il regista ha contattato entrambi, con risultati contrastanti. «Con John è andata male, non ne ha voluto sapere. Björn invece ha accettato di coinvolgersi e si è pienamente riconosciuto sullo schermo: per un’incredibile coincidenza, il ruolo di lui da adolescente è stato interpretato da suo figlio Leo, promessa del tennis svedese. Ed è stata prodiga di consigli e informazioni anche Mariana Simionescu, la tennista rumena prima moglie di Borg (che avrebbe poi sposato la cantante Loredana Berté, ndr)». NUOVA RIVALITÀ Oggi il tennis è teatro di un’altra grande rivalità: quella tra lo svizzero Roger Federer e lo spagnolo Rafael Nadal. Ma, formidabili in campo, i due sono più campioni sportivi che “personaggi”, hanno vite private tutt’altro che “epiche” e non suscitano isterie collettive: sembrano dunque poco adatti ad essere gli eroi di un film. «A me non verrebbe mai in mente di realizzarlo», osserva Pedersen, «e non solo perché so pochissimo di Federer e Nadal. Più dello sport mi interessano gli esseri umani». Proprio quelli che mette in scena Borg McEnroe. «Il mio film», sorride il regista, «tutto sommato è la versione, ambientata nel tennis, di Toro scatenato».

 

 

 

 

 

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