London Calling: Grigor Dimitrov e le promesse da mantenere

Il bulgaro ha strappato il pass per le Finals dopo una stagione fantastica. Alla O2 Arena è forse il primo degli outsider e dovrà dimostrare di essere davvero cresciuto

London Calling: Grigor Dimitrov e le promesse da mantenere

Grigor Dimitrov ha centrato la sua prima qualificazione alle ATP Finals. Un traguardo a lungo atteso e raggiunto al termine della miglior stagione della sua carriera. Il 2017 ha segnato la rinascita di Grisha: una semifinale in Australia giocata a livelli stellari e persa di misura contro Nadal; ottavi a Wimbledon, sconfitto da un Federer deluxe, ma soprattutto tre titoli che interrompono un digiuno che durava dal 2014. Tra le coppe conquistate quest’anno spicca ovviamente il vaso di Cincinnati, primo e (per ora) unico Masters 1000 della sua bacheca. Ciò che ha sorpreso è stata la continuità del bulgaro, se escludiamo un fisiologico calo primaverile e lo scivolone contro l’ispirato Rublev di New York. Nonostante i notevoli progressi però, Grisha non è riuscito del tutto a scrollarsi di dosso quel vago senso di incompiuto che ha caratterizzato tutta la sua carriera. Emblemi di questo sono le tre sfide stagionali con Nadal, nelle quali è sempre sembrato in grado di fare male all’avversario e di poter portare a casa la vittoria salvo poi soccombere nei momenti decisivi. Ad ogni modo, il ragazzo di Haskovo si presenta a Londra come la più valida alternativa al duopolio Fedal, ma soprattutto sembra aver trovato una maggiore serenità, lontano dall’oscura ombra di Federer e dalle luci di red carpet e rotocalchi. Lui che fin da piccolo è stato cresciuto profondamente imbevuto di sport, ma che forse non era preparato ad affrontare una celebrità tanto immediata.

A tre anni impugna la prima racchetta sotto la supervisione del padre Dimitar, maestro di tennis, e della madre Maria, insegnante di educazione fisica ed ex giocatrice di pallavolo. La carriera da junior è di quelle folgoranti: nel 2008 vince due titoli Slam (a Wimbledon e Flushing Meadows) e raggiunge il numero uno di categoria. L’anno successivo inizia a farsi notare nel circuito maggiore. A Rotterdam, omaggiato di una wild card, prima sconfigge Tomas Berdych e poi fa impazzire Nadal per tre set, sfruttando alla grande la velocità del campo indoor, ma cedendo all’inesperienza. Per tre anni gravita per lo più a livello Challenger, ottenendo quattro titoli e raggiungendo la top-50 nel 2012. Durante la stagione successiva torna a far parlare di sé ad alti livelli, mentre sulla bocca di fan e addetti ai lavori inizia già ad affiorare l’etichetta di “Baby Federer” che lo perseguiterà negli anni a venire. A Montecarlo raggiunge i quarti di finale contro Nadal, riuscendo ancora ad impegnarlo seriamente prima di arrendersi ai crampi che lo costringono a giocare il terzo set praticamente da fermo. Poche settimane dopo, a Madrid arriva la più importante vittoria della sua carriera contro Djokovic, allora numero uno del mondo, ma la sua corsa si arresta poi contro Stan Wawrinka. Proprio alla fine di questo torneo, viene ufficializzata la sua relazione con Maria Sharapova, a causa della quale inizia a rimbalzare da una copertina all’altra.

 

Il 2013 è anche l’anno del primo titolo ATP, sotto il tetto di Stoccolma e contro un avversario del calibro di David Ferrer. Il 2014 sembra la stagione della svolta, della definitiva esplosione ad alti livelli. In Australia raggiunge i quarti di finale dove ancora una volta si trova di fronte Nadal. Il bulgaro sembra in giornata d’oro e porta facilmente a casa il primo set. Poi però i dubbi, l’inesperienza o chissà quali altri fantasmi lo frenano e lo portano a perdere i successivi due parziali al tiebreak. Grigor spreca una gran quantità di occasioni, soprattutto nel terzo (tre set point) e si scioglie nel quarto set. Nei mesi che seguono porta a casa tre titoli su altrettante superfici (Acapulco, Bucarest e Queen’s). A Wimbledon si verifica un altro exploit che da un lato alimenta le speranze degli appassionati, ma dall’altro continua a confermare il timore di molti. Grisha si issa fino alle semifinali, irridendo lungo la strada il campione in carica Andy Murray. Nell’incontro con Djokovic valevole per la finale, Dimitrov finisce col cedere in quattro set tirati, nonostante abbia più chance di portare la contesa al quinto. L’ottimo risultato gli spalanca le porte della top-10 per la prima volta, ma la sensazione generale è che al ragazzo manchi sempre un centesimo per arrivare all’euro. I successivi due anni e mezzo effettivamente palesano tutta la confusione di Dimitrov, forse schiacciato dal peso delle aspettative e dalla relazione con Masha che sembra averlo relegato al ruolo di ragazzo-copertina.

La collaborazione con Roger Rasheed lo migliora notevolmente sotto il profilo fisico, ma lo porta inspiegabilmente ad un atteggiamento più passivo in campo. Il bulgaro si trova spesso a remare due o tre metri fuori dalla linea di fondo, perdendo in incisività e alla lunga anche in freschezza. Si susseguono sconfitte sempre più inaspettate e precoci, poi la separazione con Sharapova. Ormai Grisha sembra destinato a diventare l’emblema della lost generation, il più classico e malinconico dei “vorrei ma non posso”. Sulla panchina intanto Rasheed lascia il posto a Franco Davin, il quale a sua volta viene sostituito da Daniel Vallverdu a metà 2016. Proprio con Vallverdu ha inizio la tanto sospirata risalita di Grisha, culminata nel suo ottimo 2017 e nel pass per le Finals. Ora a Londra, Dimitrov deve cercare di dare seguito ai suoi miglioramenti per dimostrare, soprattutto a sé stesso, di essere capace di compiere quel miglio in più che lo separa dai grandissimi di questo sport. Se c’è una cosa che il circuito ci ha insegnato negli ultimi anni, è che non è mai troppo tardi per sognare in grande.

Precedenti con gli altri qualificati:

  • vs Rafael Nadal 1-10
  • vs Roger Federer 0-6
  • vs Alexander Zverev 1-2
  • vs Dominic Thiem 1-2
  • vs Marin Cilic 1-3
  • vs David Goffin 3-1
  • vs Jack Sock 1-3

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