Toni Nadal: “Ai bambini bisogna rendere le cose difficili per educarli bene”

L'ex allenatore di Rafa spiega come sia importante educare i figli con l'esempio e come intende applicare gli stessi principi usati per crescere suo nipote per la sua Accademia

Toni Nadal: “Ai bambini bisogna rendere le cose difficili per educarli bene”
Toni Nadal - ATP Finals 2017 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Nel 1989 prese sotto la sua tutela un bimbo di tre anni e lo ha modellato fino a farlo diventare il miglior tennista spagnolo di tutti i tempi. Quasi tre decenni dopo si fa da parte per concentrarsi sull’educazione alla Rafa Nadal Academy. Anche se non ha alcun titolo accademico che lo accredita, esistono poche voci più autorevoli di quella di Toni Nadal.

Intervista originale di “El Mundo

 

Cos’è più difficile, allenare mente o corpo?
È più semplice allenare persone che vogliono migliorare, qualunque sia la loro condizione.

Migliorare è impossibile senza una generosa dose di sacrificio. Come si insegna ad un bambino la cultura della rinuncia?
È imprescindibile fargli capire l’impegno che dovrà assumere, anche se poi questo cambia da persona a persona. Con Rafa fu molto semplice perché fin dal principio questo concetto gli fu chiaro. Oltre alla sua condizione fisica, la sua forza mentale è enorme.

Secondo la sua esperienza, a che età un bambino sarà in grado di capire il concetto di responsabilità?
Dipende da come ti hanno preparato alla vita. Proteggere troppo i bambini è dannoso, perché li si abitua ad essere motivati solo per quello che piace loro. In Accademia vediamo molti casi come questo e ti rendi conto che l’età è un fattore poco importante. Puoi avere un bambino di 12 anni completamente impegnato ed un altro di 18 anni a cui costa tanto fare dei sacrifici.

Rafa è cresciuto con la diretta testimonianza dei successi di suo zio Miguel Angel e lui stesso da piccolo ha dimostrato delle grandi capacità anche nel calcio. Com’è arrivata la necessità di dedicarsi solo al tennis?
La verità è che a lui piaceva molto di più il calcio ma ciò che ha fatto pendere l’ago della bilancia è stato che già da molto piccolo iniziava a vincere nel tennis.

Come si educa uno sportivo d’élite?
Con la stessa normalità con cui si educa un qualunque bambino, però adeguata all’obiettivo che ti poni. È ciò che succede quando non ottieni un buon voto. Se vuoi ottenere qualcosa nella vita devi sforzarti.

L’educazione di Rafa potrebbe essere applicata al sistema scolastico in generale?
Credo di sì. L’educazione insiste nel voler trasmettere dei concetti, ma io sono convinto che sia più importante formare il carattere. È ciò che davvero ti aiuta nel risolvere i problemi nella vita.

E come si forma il carattere?
Con le difficoltà. Se al bambino gli faciliti il lavoro allora è difficile che migliori. Bisogna prepararli a ciò che incontreranno nella vita e insegnarli a risolvere i problemi fin da piccoli.

Cosa manca quindi nel sistema educativo?
Io parto dal fatto che l’educazione è il pilastro principale. Se hai una società educata, avrai meno problemi in ogni ambito. È importante potenziare e valorizzare il lavoro degli educatori ed appoggiarsi a loro per migliorare il sistema. Commettiamo l’errore di permettere a dirigenti lontani dalle reali problematiche del settore di prendere le decisioni quando invece dovremmo prima ascoltare quelli che lavorano sul campo. L’educazione richiede un consenso che sia capace di stabilire  delle norme che non cambino con il colore del governo. Questo è fondamentale.

Avere successo nello sport può essere usato come scusa per abbattere le esigenze scolastiche?
Mai. Nella Grecia antica lo sport era inteso come complementare alla formazione della persona. Secondo me nell’educazione andrebbero potenziate materie come lo sport e l’arte perché l’esperienza mi porta a dire che chi li pratica ha di solito una maggiore etica.

Accetterebbe in Accademia qualcuno che dimostri grandi capacità ma che non è un bravo studente?
Noi imponiamo dei minimi standard e quelli che non li superano, per quanto siano bravi sul campo, non possono partecipare ai tornei. È fondamentale perché ci è chiaro che non tutti gli alunni dell’Accademia avranno la possibilità di essere dei tennisti professionisti e perché, come dicevo inizialmente, la nostra filosofia è insegnare a superare le difficoltà della vita, non rendere le cose facili.

Che differenza c’è nell’allenare Nadal a 15 anni, a 20 anni e a 30?
La mia linea di lavoro è sempre stata quella di esigere molto, ma anche di cercare di responsabilizzare. Al Nadal 15enne dico io cosa fare, perché credo di avere maggiore capacità di giudizio e devo anche dare degli insegnamenti, ma crescendo è stato poi sufficientemente maturo da sapere cosa fare da solo.

Come spiega che gli stessi tennisti dominano il circuito professionista da più di un decennio?
Sicuramente tennisti come Nadal, Murray, Federer, Djokovic e qualcun altro come David Ferrer sono stati molto coinvolti nel loro lavoro e con una enorme capacità di sacrificio. Per Federer, nonostante tutto quello che ha vinto e la sua età, il tennis continua ad essere la sua priorità. Lo stesso succede a Rafa, nonostante i tanti problemi fisici. Ci sono sempre stati grandi giocatori, ma forse questa generazione si è impegnata di più. Nadal, Federer e Djokovic hanno vinto 47 titoli del Grande Slam insieme. Se prendiamo la generazione di Connors, Borg e McEnroe, che è stata altrettanto brillante, i titoli sono solo 26.

Perché non è venuta fuori alcuna alternativa?
Perché la generazione che ne doveva seguire i passi non è stata altrettanto buona. Ed è stato così perché è il riflesso della società in cui viviamo, ultra protettrice con i bambini. Quando noi siamo arrivati nel circuito, i migliori avevano tra i 21 e i 23 anni. Adesso, a quell’età non sono ancora arrivati tra i professionisti. Perché? Perché i ragazzi sono più immaturi e gli costa crescere.

Per concludere, ci dia cinque consigli per educare un bambino alla disciplina e al rispetto…
Prima di tutto è fondamentale che i genitori facciano autocritica; secondo, rispettare i ruoli. Quando io ero piccolo era impensabile che il posto migliore a tavola fosse per i bambini, adesso è tutto al contrario ed è un errore perché devono guadagnarselo. Terzo, evitare di pensare che la priorità siano sempre i figli e quindi concedergli tutto ciò che chiedono; quarto, insegnarli a fare non solo quello che piace a loro, ma far si che gli piaccia ciò che fanno e quinto, tornare alla formula classica, educare con l’esempio. Bisogna che i bambini capiscano che devono sforzarsi per ottenere ciò che vogliono. È una cosa che andrebbe applicata a tutti i livelli della società.

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