Quantum Lob: in viaggio nel tempo degli NC (e non solo) – Parte 2

Episodio 2: giornalisti e altre catastrofi. Un nuovo salto temporale dello stagista di Ubitennis, Zuri Etxebarria

Quantum Lob: in viaggio nel tempo degli NC (e non solo) – Parte 2
photo Art Seitz

Quantum Lob #1

Il nauseato stagista ha bisogno di qualche secondo per riprendersi dall’inaspettato balzo nel tempo e, soprattutto, dalla musichetta stile boy band che lo ha accompagnato. Ancora confuso, sente un paio di imprecazioni provenire dal campo alle sue spalle; istintivamente, si volta e constata che quelle parole poco civili sono seguite da una racchetta che vola decisa in direzione della sua fronte. Con un riflesso da far invidia a Spiderman, Zuri schiva la racchetta rotante scaraventata fuori dal campo dall’imberbe omicida mancato. Un uomo va a raccoglierla sul gentile invito del ragazzino, “allora, babbo, me la riporti o gioco con le mani?”. Un messaggio del suo tutor lo informa che ha fatto un altro salto nel tempo (rivelazione inaspettata), di circa un anno in avanti nel passato (si può dire?), anche se il motivo non è ancora del tutto chiaro (non ne hanno idea), ma non c’è da preoccuparsi (è spacciato). Continuando a leggere, scopre che l’adolescente isterico avrebbe fatto una carriera molto – ma molto – meno luminosa di quella che troppi addetti ai lavori avevano con eccessiva compiacenza vaticinato. Zuri accosta il padre chiedendogli se può intervistare la giovane promessa.

 

Con lo sguardo severo che squadra per interminabili secondi il perplesso stagista, l’uomo finalmente replica che, forse, risponderà lui stesso alle domande, ma il figlio non parla con la stampa. Al limite, concede interviste televisive, così non possono inventarsi le risposte. Zuri dubita che ci sia qualche emittente TV, ancorché cittadina, a un torneo regionale di nanerottoli. L’intimorito stagista va in difficoltà quando gli viene chiesto per quale giornale lavori (non può rispondere “per una famosa testata online” se la testata ancora non esiste e l’espressione online è sconosciuta ai più). Svicola fingendosi un giornalista freelance, ma subisce così il sarcasmo del tipo: “Ah, disoccupato”. Zuri pensa di dover essere più rapido nelle trasmissioni sinaptiche: se si fosse spacciato per un redattore del quotidiano El País, l’antipatico interlocutore non avrebbe certo avuto la possibilità di controllare.

Mi stava dicendo che non permette a Suo figlio di parlare con la stampa: qual è il motivo?
Non tollero queste insinuazioni. Io non controllo la sua vita, ma abbiamo deciso insieme di evitare che scribacchini senza scrupoli, invidiosi del suo talento, manipolino le sue risposte.

Quindi, avete avuto esperienze negative in questo senso: mi può fare qualche esempio?
Lei non mi ascolta. Se lo tengo lontano dai giornalisti, non ci sono ovviamente esempi da fare. Non c’è bisogno che rischi di essere travolto da un treno per vietargli di andare a giocare sui binari. Però, un mese fa, un trafiletto microscopico su una pagina locale lo citava sconfitto in finale in quel posto dove non torneremo mai più, ma non faceva alcun cenno all’arbitraggio scandaloso. Come poi gli succede spesso.

Almeno da quel punto di vista, oggi è andata bene…
Ma ha seguito l’incontro con la diligenza che il Suo ruolo Le impone o ti sei semplicemente aggirato per il circolo? (allarmante il repentino passaggio dal Lei al tu, ndr).

Ammetto che la mia attenzione fosse dapprima insufficiente, ma poi è stata prepotentemente richiamata all’ordine.
Stavi guardando quando l’arbitro gli ha chiamato fuori quel servizio? Poi, è andato a controllare il segno e ha confermato la chiamata. Una vergogna! Ci saranno stati venti segni in quella zona: come ha fatto a indicare quello giusto? E quando gli ha dato il punto perso per l’invasione? È chiaro che correre in avanti per recuperare una smorzata tanto corta quanto fortuita lo porta a travolgere la rete: vogliamo punirlo perché è il più veloce di tutti? O perché ha reagito a quell’ingiustizia scagliando la racchetta fuori dal campo?

È vero che ha aggredito un avversario di Suo figlio alla fine di un incontro?
Attento a cosa scrivi che ti querelo. Innanzitutto, non era un torneo giovanile, l’avversario aveva quarant’anni e ha detto a mio figlio che gioca bene, ma io lo sto rovinando. E gli ho dato solo una leggera spinta, praticamente involontaria.

Restiamo allora nel circuito giovanile: com’è il rapporto con gli altri ragazzi?
Lui gioca a tennis per vincere le partite, non per farsi degli amici. Stiamo parlando di agonismo, non di parrocchia.

Così, però, rischia di essere visto da tutti come l’antipatico di turno. Forse, non è l’ideale per un quattordicenne e potrebbe avere ripercussioni sulla voglia di giocare e sui risultati.
Siamo alla psicologia da quattro soldi. È antipatico perché vince e, così dicono, perché ostenta un atteggiamento di superiorità. Sta’ a vedere che è colpa sua se gli altri ragazzi gli sono inferiori. Ne riparliamo tra dieci anni quando sarà entrato nei primi 100 ATP e lo incenserai vantandoti con i tuoi colleghi di averlo scoperto da ragazzino, comodamente dimentico del tuo atteggiamento di oggi. Adesso scusami, ma devo dire al giudice arbitro che non mi metta quell’incompetente sulla sedia né domani né mai più.

Zuri pensa che, se non esistessero personaggi del genere, non avrebbe l’ardire di inventarseli; intanto, coglie gli ultimi scampoli dell’animato dialogo fra il ragazzo e quello che è evidentemente il suo maestro, reo, a quanto pare, di non averlo preparato adeguatamente ad affrontare lo slice assassino dell’avversario odierno che lo ha costretto al terzo set. Lontano da occhi indiscreti, l’intraprendente stagista persuade l’insegnante a qualche confidenza anonima.

Chi è più nocivo per la salute di un maestro: genitori o allievi?
Tra i ragazzi, ci può anche essere quello che sembra lì per farti un piacere o l’altro che non sai se ti prende in giro o davvero non capisce mai un esercizio la prima volta che lo spieghi – e neanche la seconda –, ma alcuni genitori sono pericolosi. Se a essere convinto di avere un talento straordinario è un adolescente, ti devi solo impegnare un po’ di più per tenerlo in riga; quando invece è il padre, o più raramente la madre, ad avere e ad alimentare questa convinzione, non si sa dove si finisce.

Diciamo allora che il padre di un allievo vuole che il maestro gli faccia esprimere il suo potenziale da giocatore di livello internazionale, potenziale che, per il maestro, proprio non esiste: non basta dirglielo? Non è anche una questione di onestà?
Sì, ma ci sono altre considerazioni. Per esempio, quel padre, accecato dall’immagine di sfolgoranti successi futuri scolpita nella sua mente, penserà che il maestro si sbagli e non sia adatto a suo figlio; se è un personaggio influente in quel circolo, magari il presidente, ecco che il maestro potrebbe diventare inadatto a molti.

“Senti anche tu questa canzone? Sono gli Ska-P?”. L’espressione interrogativa del suo interlocutore, unita all’incipiente senso di nausea e vertigini, suggerisce al rassegnato stagista di cercarsi velocemente un posto dove poter vaporizzarsi senza traumatizzare nessuno. Zuri dubita che vaporizzarsi sia il termine corretto, ma il pensiero viene presto sopraffatto dagli effetti del salto. Qualche secondo per ritrovare l’equilibrio, strizza gli occhi, li riapre e la prima immagine che gli si imprime sulla retina poco si adatta al pezzo ska-punk che ha accompagnato questo viaggio. L’immagine di quattro zombie che vagano all’interno di un recinto.

Michelangelo Sottili

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