Mercoledì da leoni: Arnaud Boetsch a Malmö ’96

Le imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti al grande pubblico. L'ultima tappa dell'anno è in Svezia. Sembrava tutto pronto per un trionfo casalingo, ma Kulti aveva fatto i conti senza Boetsch...

Mercoledì da leoni: Arnaud Boetsch a Malmö ’96

Quando, il 30 maggio 1979, Bob Houghton – tecnico inglese del Malmö – sfidò i sorprendenti connazionali del Nottingham Forest nella finale della (allora) Coppa dei Campioni, la Halle 7 del Malmömässan era un cantiere navale in cui la Kockums, azienda a controllo statale, non aveva ancora iniziato a produrre quei sofisticati sottomarini che l’avrebbero resa leader del settore per oltre un decennio.

Diciassette anni dopo, nella prima domenica di dicembre di una stagione sportiva che ebbe nei Giochi Olimpici di Atlanta il suo apice (e all’interno di questi l’impresa sovrumana di Michael Johnson, capace di abbassare a 19”32 il record mondiale dei 200 metri che egli stesso aveva strappato a Mennea qualche settimana prima), all’interno dell’ex cantiere, ora trasformato in un centro convegni che occupa un’area di due ettari, le sorti della Coppa Davis sono nelle mani dei salariati, delle seconde – e terze – scelte, dopo che le prime hanno esaurito il loro ingrato compito. Per la verità, gli unici veri nobili della racchetta presenti alla Mässan Halle sono seduti: sulla panchina riservata al capitano, quello francese; nella tribuna dietro le spalle del giudice di sedia, quello svedese.

 

Yannick Noah sembra incarnare limiti e grandezza storici della nazionale che rappresenta; lui, eroe di un Roland Garros (1983) passato alla leggenda, è stato richiamato a gran voce alla guida della formazione transalpina sull’onda di quel debutto fulminante che culminò con la conquista dell’insalatiera cinque anni fa in quel di Lione, a sessant’anni (meno uno) dall’ultima volta. Ma, nei minuti antecedenti l’inizio del quinto e decisivo incontro di questo snervante weekend scandinavo, il campione di Sedan si sente sotto assedio, un po’ come l’imperatore Napoleone III nella disastrosa battaglia del 1870 che si svolse proprio in quella località delle Ardenne, al termine della quale venne fatto prigioniero dai prussiani.

Stefan Edberg, invece, ci ha provato. Hageskog, il suo capitano, non se l’è sentita di negargli la convocazione pur sapendo che sarebbe stata l’ultima apparizione ufficiale dell’ex numero uno del mondo. Il trentenne di Vastervik aveva annunciato fin dall’inizio del ’96 il ritiro a fine stagione; tuttavia, pur senza alzare alcun trofeo, Edberg era stato capace di rientrare abbondantemente tra i primi venti ATP (adesso era 14) e, comunque, non c’erano poi tutte queste alternative. La vena aurifera gialloblù, quella dei figli, nipoti e pronipoti di Bjorn Borg, stava lentamente per esaurirsi ma le ultime settimane prima della finale avevano rialzato le quotazioni di Magnus Gustafsson, semifinalista a Bercy grazie a due vittorie eccellenti su altrettanti top-10 (Agassi e Ferreira). Ma c’era il solito, annoso problema del doppio a turbare il sonno di Hageskog: scegliere due specialisti affiatati e privarsi di un potenziale buon singolarista o rinunciare a un doppista per avere più chance in singolare?

Se Edberg fosse stato quello dei migliori anni della sua carriera, il problema non si sarebbe nemmeno posto. Invece non è così; il suo fisico è logoro e chiedergli di scendere in campo eventualmente tre volte è improponibile. In Davis spesso, prima di giocare a tennis, si gioca a scacchi e la strategia può essere determinante.

Alla fine la scelta ricade su Bjorkman-Kulti, che giocano insieme anche nel circuito e hanno raggiunto cinque finali in stagione, di cui due vinte. È vero, in semifinale hanno perso con i cechi Korda-Vacek ma in precedenza si erano imposti su Bhupathi-Paes e sembrano poter partire da favoriti contro qualsiasi formazione Noah possa mettere insieme. Invece stavolta la strategia è sbagliata, Guy Forget e Guillaume Raoux portano in dote alla Francia il secondo punto e la Svezia inizia l’ultima giornata con le spalle al muro. Pur nella composta accettazione degli eventi, tipica dei popoli nordici, qualche spiffero critico filtra dalle pareti del già freddo cantiere riadattato e si deposita sul “povero” Hageskog, reo questa volta di non aver impostato tatticamente al meglio la sua coppia e dunque lasciando che Bjorkman andasse a servire più volte rispetto al più concreto Kulti.

Come da regolamento, sono i numeri 1 ad aprire il programma della domenica. Di nuovo, i padroni di casa sono favoriti perché il 22enne Enqvist sul Plexipave della Malmömässan vale certamente più di Pioline. Quella di Cedric è stata una buona stagione ma solo nella prima metà, fino al Roland Garros in cui ha raggiunto i quarti; poi le soddisfazioni si sono fatte via via sempre più rare e la vittoria di venerdì su Edberg, che ha portato in vantaggio la Francia, è stata troppo condizionata dall’infortunio alla caviglia rimediato da Stefan per essere del tutto vera.

Non staremo certo a ricordare in questa occasione come l’atmosfera della Davis sia la migliore possibile per rubare fiato a chi ne ha e donarne invece ai bisognosi. E allora non ci stupiremo se le gambe di Enqvist non rispondono ai comandi e impediscono alla sua già proverbiale potenza di essere tale solo nelle intenzioni o di sfogarsi ben oltre le misure del campo. Nel complesso Cedric non è un cuor di leone ma in Davis, tutto sommato, ha sempre fatto il suo: 10 vittorie nei 13 singolari disputati e una sola autentica macchia, la sconfitta in semifinale con Andrea Gaudenzi sul GreenSet di Nantes a fine settembre.

Quando Pioline chiude il tie-break del secondo set al 18° punto – e ha già incamerato il primo – le possibilità che Enqvist possa rovesciare l’esito della sfida si riducono ulteriormente. Il record di Thomas al quinto set è negativo (3 vinte e 4 perse) e lo sparuto gruppetto di sostenitori gialloblù, che si sono dipinti il volto con i colori della bandiera e indossano riproduzioni di elmetti vichinghi, non è granché di aiuto a ravvivare il fuoco. Meglio, molto meglio il dritto di Enqvist, che inizia a restare dentro i metri quadrati utili e mette in affanno Cedric. Lo svedese infila due 6-4 e pareggia ma nel quinto Pioline torna a comandare le operazioni. L’ospite sale 3-0, viene recuperato ma sul 5-3 serve per l’insalatiera e, pur non sfruttando l’opportunità, non si perde d’animo. Siamo oltre le quattro ore di gioco quando il francese si trova a due punti dal traguardo, avanti 7-6 e 15-30 in risposta. “Ho lottato duramente e non ho mai smesso di crederci” dirà Enqvist in conferenza stampa. Lo scandinavo risale, pareggia e non si ferma più fino al 9-7 che rimanda tutto al quinto match. Lui il suo l’ha fatto, adesso ci devono pensare gli altri.

L’altro in oggetto, dopo interminabili ore passate a testare la condizione della caviglia di Stefan Edberg, è Nicklas Kulti. Per l’ex numero 1 del mondo non è stata una decisione facile. In caso di successo sarebbe la sua quinta Davis – anche se nel 1987 non giocò la finale contro l’India – ma la situazione lo costringe ad anteporre il bene della squadra alla sua ambizione. E poi, inutile negarlo, il tennis di Stefan è delicato come un cristallo di Boemia e anche una crepa sottile, quasi invisibile come una caviglia leggermente in disordine – perché così sembra, altrimenti non sarebbe stato in grado di portare a termine il match della prima giornata – diventa un fattore. Nella testa prima ancora che nel fisico.

Kulti, dunque, preferito a Bjorkman. E un anno dopo, quando Jonas arriverà addirittura alla quarta posizione nel ranking ATP, sarà facile affermare che, forse, lui quella partita non l’avrebbe persa. Ma quello che conta è il presente e il presente di Bjorkman non è una garanzia. Due anni prima, in coppia con Apell, non sbagliò un colpo e fu indispensabile alla squadra che vinse il trofeo; pure le sue performance in singolare hanno aiutato la causa in passato (vittoria al quinto set sia con il danese Fetterlein che con l’indiano Paes). Tuttavia, Nicklas pare più solido e mette sul tavolo il differente bottino nel circuito: 6 finali, di cui la metà vinte, contro la sola (persa) dal compagno.

Poi, diciamocelo, l’avversario è Arnaud Boetsch, non Pete Sampras! Il francese di Meulan ha 27 anni e il suo tennis si addice alla perfezione all’insegnamento, soprattutto nel rovescio a una mano che trasuda eleganza e facilità di esecuzione. Non è un cuor di leone, Arnaud e in Davis – come peraltro nel circuito – ha collezionato sorrisi e lacrime, in prevalenza queste ultime. Nel ’93, sulla terra rossa di Cannes, ha perso in tre set da Paes avviando il crollo transalpino contro l’India; quest’anno, in semifinale, si è fatto battere sul GreenSet di Nantes dall’italiano Furlan ma nella terza giornata ha rimediato portando a casa il punto decisivo contro Gaudenzi. Luci e ombre, insomma, e una pericolosa tendenza a uscire dalle partite senza più rientrarvi e senza apparenti validi motivi.

La vittoria di Enqvist ha fatto cambiare il vento della finale ma la ragione impone una considerazione: sarà Boetsch a condizionare il match perché lui, molto più di Kulti, possiede i colpi per deviarne il corso. Non a caso il transalpino è salito in stagione al suo best-ranking (12) e ha battuto quattro top-10 – tra cui di recente il n°2 Michael Chang a Bercy – ma la metà esatta delle sue sconfitte (14 su 28) sono arrivate contro avversari oltre la cinquantesima posizione mondiale. Di sicuro, caviglia o meno, Arnaud è contento di non doversela vedere con Edberg, che ha sconfitto per la prima e unica volta in marzo a Miami dopo averci perso dieci incontri consecutivi. Con Kulti invece è avanti 2-0 ma è trascorso un lustro ormai e poi quella era terra rossa e c’entra poco o nulla con quanto sta accadendo all’interno della Mälmomässan.

Tra i sostenitori francesi, a salutare la conquista del primo parziale al tie-break (7 punti a 2), c’è anche il funambolico Mansour Bahrami ma ben presto la solidità di Kulti prende il sopravvento e la Svezia si porta a un solo set dalla vittoria (6-2 6-4). La quarta frazione è equilibrata; Nicklas potrebbe chiuderla convertendo la palla-break sul 4-4 ma il transalpino annulla e si torna al gioco decisivo, dove Boetsch ha la meglio procurandosi il mini-break con un passante di rovescio in contro balzo che muore sulla linea laterale sotto gli occhi disperati dello scandinavo. Il francese ha due opportunità per andare al quinto sul 5-3 ma quella buona è la terza: 7-5 e tifosi ospiti in paradiso.

Comunque vada, siamo già nella storia della Davis. Ben 32 delle 83 finali precedenti (una, quella del 1974 tra Sudafrica e India non si disputò) si sono concluse con il punteggio di 3-2 ma nessuna al quinto set della quinta partita. Ci sono state, è vero, tre finali chiuse da incontri al quinto set (Stati Uniti-Gran Bretagna del 1913, Francia-Stati Uniti del 1932 e Australia-Stati Uniti del 1957) ma in ciascuna di quelle occasioni il risultato era acquisito. Qui no. Qui Svezia e Francia sono sul doppio 2-2 e a questo punto il termine pronostico viene abolito. Kulti ha trasmesso una sensazione di maggiore solidità complessiva ma, quando non è riuscito a scrollarsi di dosso il rivale, nei momenti topici dei due arrivi in volata Boetsch ha calato sul tavolo della sfida i suoi assi nascosti.

La quinta frazione è un distillato di tensione emotiva che raggiunge il culmine quando Kulti risponde sullo 0-40 in vantaggio 7-6. Per Boetsch, simpatizzante di Scientology, è il momento di “attaccare chi lo attacca” e far ricredere chi lo ritiene psicologicamente debole. Ma una grossa mano gliela dà l’altro. Il rovescio tradisce Nicklas tre volte sulla strada della gloria: la prima dopo uno scambio, la seconda e la terza direttamente in risposta. Insomma, più che di culto è una questione di Kulti, incapace di domare la pressione.

Adesso sì che è facile vedere la luce di questa contesa infinita. Boetsch resta in scia, si prende il vantaggio nel 17° gioco (9-8) e in quello seguente è lui ad avere tre match-points consecutivi. Kulti gli disinnesca i primi due e sta per restituirgli la malefatta di qualche minuto prima aggredendo la risposta con un rovescio lungo linea che il francese riesce a stento a tenere in campo; a quel punto però lo svedese è costretto a colpire indietreggiando e l’apertura troppo ampia del dritto lo porta ad impattare con una frazione di secondo in ritardo. La palla sfila oltre il fondo e Boetsch ha un paio di secondi per esultare prima di essere seppellito da compagni e capitano.

“Nel ’91 ero là (a Lione, ndr) ma non giocai e mi limitai a sostenere i compagni dalla tribuna. Stavolta ho avuto la possibilità di essere in campo e tutto quello che è successo oggi è fantastico” racconterà Boetsch ai giornalisti, prima di riporre tutto nel cassetto della memoria. Anche lui avrà la sua storia da raccontare ai figli e magari ai nipoti. Da quella sera alla Mälmomässan, Arnaud non avrà più molto da gioire su un campo di tennis. L’anno seguente infilerà una striscia di sconfitte che lo porteranno fuori dai primi 100 del mondo e nel ’98 sarà costretto a frequentare il circuito minore per raccattare qualche punto ma, anche complice un infortunio, nemmeno lì saprà ritrovare le coordinate del suo gioco cristallino. Chiude la carriera al Challenger di Biella, da n°525 ATP, perdendo in due set da Florian Allgauer. È giunto il momento di stare in famiglia, a Ginevra, e dedicarsi ad altro. Adesso Arnaud è direttore della comunicazione dell’azienda Rolex.

E la Svezia? Chiusa quell’infausta finale con Yannick Noah che fece un giro di campo con Edberg sulle spalle per celebrarne degnamente il ritiro, non ci furono rivoluzioni. Hageskog rimase capitano e i gialloblù si ripresero l’insalatiera l’anno dopo giocando sempre in casa e battendo gli Stati Uniti di Sampras e Chang nella finale dello Scandinavium. Nel 1998 invece furono costretti a viaggiare ma il risultato non cambiò: altra vittoria, stavolta battendo l’Italia al Forum di Assago riempito per l’occasione di terra rossa. Enqvist e Larsson, eroi di Goteborg, erano stati sostituiti da Norman e Gustafsson ma il risultato non era cambiato. Anche se non partoriva più numeri uno, il florido ventre svedese sembrava poter garantire altri decenni di gloria e trionfi.

Invece l’anno dopo scivolarono in serie B, sconfitti nei play-off dall’Austria di Hipfl e Koubek. È stato semplicemente un episodio e le semifinali del 2001 e 2007 sembrano confermarlo ma il declino è alle porte: nel 2012 il Belgio spinge la Svezia nel Gruppo 1 e nel 2016 Israele la fa scendere di un altro cerchio nell’inferno della Davis. Adesso, con i fratelli di origine etiope Elias e Mikael Ymer, i gialloblù sono tornati al G1 ma il 36° posto nel ranking dietro a nazioni come la Nuova Zelanda e la Repubblica Dominicana, tanto per fare due nomi, suona davvero malissimo per una squadra che ha disputato 11 finali (di cui 7 consecutive) in sedici anni, vincendone 6. Quasi 7, se Kulti…

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