Due azzurri negli ottavi: un tuffo nel passato, ma non è un trionfo

MELBOURNE - Sharapova che delusione! Halep che guerriera, ma che fortuna. Federer paterno con Sascha Zverev

Due azzurri negli ottavi: un tuffo nel passato, ma non è un trionfo
Fabio Fognini - Australian Open 2018 (@RDO foto)

Non mi pareva possibile che davvero due tennisti italiani non fossero mai arrivati agli ottavi di uno Slam in 42 anni. Forse ero stato tratto in inganno dalle… donne, che ci avevano abituato male. Le nostre quattro top-ten, più Silvia Farina che è stata veramente sfortunata a fermarsi all’undicesimo posto e sono in pochi a ricordarlo come meriterebbe, quel traguardo insieme lo hanno raggiunto più volte. Anche se poi è arrivata quella finale all’US Open 2015 a oscurare tutti i precedenti. Non mi pareva possibile perché non è che nessun italiano non sia mai approdato agli ottavi. Ce ne sono stati diversi, anzi, e poiché molti appartenevano alla stessa generazione, ero convinto che fosse risuccesso anche dopo il 1976. Cito a memoria e sono certo che qualche lettore mi pescherà in castagna ,ma Cancellotti, Gaudenzi, Furlan, Camporese, Pozzi, Sanguinetti, Volandri, Seppi, Fognini e Lorenzi sono tutti giocatori che almeno una volta agli ottavi di uno Slam ci sono arrivati.

Se Wimbledon 1974 è stato il mio primo di 44 – saranno 45 quest’anno (senza contare quello Olimpico del 2012) – il mio primo Roland Garros è stato quello del 1976, quello magico sigillato da Adriano Panatta. Ho già avuto  modo di dire più volte che mi illusi allora che fosse iniziato un periodo d’oro per il tennis italiano e che avrei rivissuto innumerevoli volte le grandi emozioni che mi seppe dare Adriano Panatta a Parigi quell’anno, fin dal primo turno in cui annullò miracolosamente un matchpoint in tuffo a quello strano ceco di nome Pavel Hutka (serviva con una mano e giocava con l’altra, e sul rovescio le metteva tutte e due: Roberto Lombardi e io ci avevamo giocato in doppio contro, lui e tal Pisecki, al Trofeo Bonfiglio). Invece nessun italiano ha mai più vinto un Slam dopo quell’anno, non ci si è neppure avvicinato. Perché oltre ai quarti purtroppo non si è mai issato nessuno. Se penso che da quel Roland Garros 1976 si sono completati 166 Slam (ho sbagliato? In aritmetica sono sempre stato negato…) e non abbiamo più raggiunto una semifinale vengo colto da un attimo di depressione. C’erano 664 posti di semifinalisti in questi anni e non siamo stati in grado di prenotarne uno!

 

Francamente non pensai allora che anche avere due italiani contemporaneamente in ottavi sarebbe stato un fatto eccezionale, unico per 42 anni. Anche perché prima di quel 1976 era successo tante volte: due a Wimbledon e dieci a Parigi. Ma erano tempi in cui dominavamo in Europa in Coppa Davis, tempi nei quali Pietrangeli giocava 4 finali del Roland Garros vincendone due, e pure Beppe Merlo arriva in semifinale  a Parigi. E in Davis il duo Pietrangeli-Sirola non perdeva da nessuno. Panatta, che prima degli ottavi aveva battuto dopo Hutka il corridore e pallettaro giapponese Yun Kuki e poi un altro ceco di miglior caratura, Jiri Hrebec, superò negli ottavi l’attuale direttore del torneo di Montecarlo, il croato Zeljko Franulovic, prima di infliggere la seconda sconfitta (dopo quella del 1973) allo svedese Borg, campione delle ultime due edizioni. Poi avrebbe battuto i due “sorci” americani dal tennis così simile, due piccoletti irriducibili dal rovescio bimane (lo scrivo perché allora non era poi così comune: Jimbo Connors, classe 1952 e 4 anni più anziano di Borg, era stato uno dei primi a giocarlo così; ricordo che il mio maestro al Circolo Tennis Firenze non faceva che ripetermi che con il rovescio a due mani non c’era futuro…), Dibbs e Solomon, il primo per tre set a zero, il secondo con un punteggio simile a quello inflitto a Borg, 7-6 al quarto set… e meno male che riuscì a evitare il quinto.

I successi ripetuti di Panatta fecero passare in secondo piano i quarti di finale raggiunti da Barazzutti, che – sebbene Corrado fosse poi demolito da un Vilas troppo forte – erano invece un traguardo di tutto rispetto e oggi ci farebbero gridare Alleluja! E magari lo grideremo se Seppi batterà Edmund, difficile ma non impossibile, o se Fognini sconfiggerà Berdych, impossibile se il ceco che è stato a lungo top-ten e anche n.4 del mondo, ripeterà la prestazione offerta contro del Potro e se Fabio non giocherà meglio che contro Benneteau. Il francese, forse provato dalla lotta precedente con Goffin quando la calura era quasi killer, m’è sembrato parecchio modesto. Quando Fabio ha giocato come sa, nel secondo e nel terzo set, non c’è stata proprio partita. Come spesso gli accade si è complicato la vita. Andare al quinto set è sempre un rischio. Contro Berdych dovrà stare molto più attento, dovrà essere più continuo. Tomas è oggi sceso a n.20, ha avuto un 2017 poco brillante, ma sembra tornato in buona forma e poi questa partita… non si disputerà sulla terra rossa prediletta dal “nostro”, laddove Fabio lo ha battuto due volte, tutte e due a Montecarlo (2009 e 2013, match datati), e ci ha perso però a Roma 2015, oltre che sul cemento dell’US Open 2011. Per la verità, come ha ricordato Fabio subito il match vinto con Bennetau, “da un po’ di tempo i migliori risultati. li faccio sul cemento… dove peraltro mi è sempre piaciuto giocare. Quando ero più giovane – ha aggiunto – li facevo sulla terra rossa”. Quanto a Seppi lui ha perso l’unico confronto diretto con Edmund ad Anversa due anni fa. Cercherà di prendersi la rivincita nella vostra notte, direi intorno alle 4 del mattino.

Ora, a costo di passare per antipatico e incontentabile, ben conoscendo come la nostra stampa affamata di successi e di vincitori da sbattere in prima pagina – magari la ripresa del campionato di calcio attenuerà queste tendenza – devo dire che in fondo in fondo sia Seppi sia Fognini non hanno fatto nell’occasione molto più di quello che il loro ranking suggeriva. Non hanno, cioè, vinto fin qui incontri fuori pronostico. Seppi ha battuto Moutet n.155, Nishioka n.168, Karlovic n.89 per conquistare gli ottavi per la quarta volta in sei anni a Melbourne. E, insomma, per centrare i primi (strameritati) quarti della carriera in uno Slam dovrebbe battere un altro giocatore che è entrato a malapena fra i top-50, il britannico Edmund, n.49. Vero che Andreas è 27 posti più in basso, n.76, ma insomma è stato anche 18… quindi alla fine tutto si riduce a chi si sveglia meglio, sebbene indubbiamente Edmund sia con i suoi 23 anni un giocatore in ascesa e Andreas con i suoi quasi 34 invece in discesa.

Non si può negare che anche Fabio abbia infilato un corridoio favorevole: ha via via eliminato Zeballos n.66, Donskoy n.72 e Benneteau n.59. Lui è n,25, verrebbe da dire cinicamente che ha fatto il suo… dovere. Ma qui in Australia salvo che una volta, nel 2014 quando arrivò anche quella volta agli ottavi (perdendo da Djokovic) non aveva mai fatto risultati particolari. Già per essere arrivato al quarto turno – quando lo scorso anno aveva perso al secondo – dovrebbe guadagnare tre posti, salire da n.25 a n.22. Se poi battesse Berdych entrerebbe tra i primi venti, quello che l’altro giorno lui aveva detto essere il suo primo obiettivo. Ma Berdych, come ha detto Fabio, “tira a 200 km l’ora”, sarà difficile da arginare e contrastare.

I risultati tinti d’azzurro mi hanno fatto trascurare l’ennesimo k.o. negli Slam di Sascha Zverev che nel 2017, tranne che per gli ottavi a Wimbledon ha fallito prima in tutti gli altri. Gli ho chiesto se imputasse il 6-0 patito nel quinto set contro Chung a una questione fisica oppure mentale e mentre mi attendevo che optasse per la prima è stato onesto invece a dire la seconda. Più tardi Federer ha raccontato di aver incontrato Sascha negli spogliatoi e di aver cercato di tirarlo su: Gli ho detto che non si deve mettere troppa pressione addosso, anch’io fino al 2003 che avevo 22 anni, negli Slam soffrivo e perdevo presto. Gli ho detto che a quell’età non bisogna mettersi in testa che se non si vince il torneo si ha fallito. Raggiungere i quarti è già un buon risultato. Lui è giovane… deve avere pazienza”. Bello, paterno, questo Federer che si preoccupa di incoraggiare un ragazzone che molti pronosticano futuro n.1 del mondo quando il ricambio generazionale avrà avuto luogo. Ma anche questo Chung che l’ha battuto e che aveva vinto il torneo di Milano è un tipo bello solido. Davvero interessante. “Questi ragazzi – ha detto Djokovic – sembrano più vecchi degli anni che hanno. Il fatto è che sono più professionisti, sono molto ben preparati. Insieme ai progressi della tecnologia in questi dieci che intercorrono fra il mio primo Slam vinto qui nel 2008 e oggi, è proprio quello della maggiore professionalità dei giovani tennisti di oggi il cambiamento più significativo”.

Lui con Ramos Vinolas e Roger con Gasquet non hanno avuto mezzo problema – intervento del fisio a parte – e quindi non mi resta che dire quanto sia rimasto deluso dall’inconsistenza di Maria Sharapova davanti al “muro” Kerber, quanto mi abbia sorpreso l’autorevolezza della Osaka nel battere la Barty, quanto abbia temuto per la Halep contro la Davis che si è arresa soltanto 15-13 al terzo dopo aver fallito tre matchpoint. L’altro giorno Simona era caduta e si era storta la caviglia in un modo tale che – visti mille replay in tv –  ero sicuro non avrebbe potuto rigiocare in questo torneo. Meglio così invece, ma adesso a quel malanno si sarà aggiunta una terribile stanchezza. Soltanto in 10 Slam su 50 disputati Maria Sharapova non era arrivata alla seconda settimana. Francamente spero proprio si riprenda.

Buon weekend.

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