Adriano e quel tuffo del 1976 che ha trovato solo ora gli eredi (Scanagatta). Io, Panatta e Barazzutti. Quell’irripetibile 1976 (Clerici). L’urlo di Fabio (Semeraro). Fognini come Seppi, ottavi storici per l’Italia (Cocchi). Chung vince il derby Next Gen con Zverev (Cocchi). Maria, urlare non basta. Chung spegne Zverev (Azzolini)

Adriano e quel tuffo del 1976 che ha trovato solo ora gli eredi (Scanagatta). Io, Panatta e Barazzutti. Quell’irripetibile 1976 (Clerici). L’urlo di Fabio (Semeraro). Fognini come Seppi, ottavi storici per l’Italia (Cocchi). Chung vince il derby Next Gen con Zverev (Cocchi). Maria, urlare non basta. Chung spegne Zverev (Azzolini)

Adriano e quel tuffo del 1976 che ha trovato solo ora gli eredi (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

 

Quarantadue anni dopo. Con Fabio Fognini che batte il francese Benneteau in cinque set (3-6 6-2 6-1 4-6 6-3 in 3h) e raggiunge Andreas Seppi negli ottavi (Andreas ha giocato stanotte contro il britannico Kyle Edmund, risultato e commenti su www.ubitennis.com), i due azzurri hanno scritto un pezzettino di storia. Una storia che forse nel 1976 Adriano Panatta e Corrado Barazzutti giustamente non si erano nemmeno accorti di avere scritto. Infatti prima dell’Era Open (cioè del ’68) era già successo due volte a Wimbledon e ben 10 al Roland Garros che due giocatori italiani centrassero quell’obiettivo. Allora c’erano meno nazioni tennisticamente sviluppate. L’Italia era fra le più forti. Ovviamente Panatta si rese conto invece di essere entrato nella storia del tennis quando battendo in successione dagli ottavi in poi Franulovic, Borg, Dibbs e Solomon vinse a Parigi il suo primo (e unico) Slam, dopo aver rischiato l’eliminazione al primo turno quando solo un prodigioso tuffo contro il ceco Hutka gli consentì di salvare un matchpoint. Barazzutti invece perse nei quarti da Guillermo Vilas, che sui campi rossi era secondo solo a Borg. In seguito diversi italiani hanno raggiunto gli ottavi qua o là, soprattutto sulla terra rossa ma non solo (Cancellotti, Gaudenzi, Furlan, Camporese, Pozzi, Sanguinetti, Volandri, prima degli attuali Seppi, Fognini e Lorenzi) ma mai contemporaneamente. Insieme ci sono riuscite spesso e volentieri Schiavone, Errani, Pennetta e Vinci e forse proprio i loro successi combinati — come dimenticare la finale tutta italiana Pennetta-Vinci all’US Open 2015? — hanno fatto scordare che era appunto dal 1976 che i maschietti invece non ci davano la doppia soddisfazione. Come sempre per riuscire in certe imprese…ci vuole anche un tantino di buona sorte, occorre infilare il corridoio giusto. Senza nulla togliere ai loro meriti pare giusto osservare che Seppi ha battuto Moutet n.155, Nishioka n.168, Karlovic n.89 per conquistare gli ottavi per la quarta volta in sei anni a Melbourne: potrebbe centrare i primi quarti in carriera – e sarebbe un premio ultrameritato per il quasi trentaquattrenne altoatesino – superando l’inglese nato in Sud Africa Edmund che è n.49. Mentre Fognini che ha via via eliminato Zeballos n.66, Donskoy n.72, Bennetau n.59 troverà il ceco Berdych, n.20 Atp dopo svariati anni da top-ten. Nel giorno in cui gli italiani conquistano per la prima volta il doppio traguardo, i francesi per la prima volta dal 2105 non hanno neppure un rappresentante in ottavi, il favorito n.4 Zverev conferma il complesso che lo blocca negli Slam perdendo 6-0 al quinto dal coreano Chung (il vincitore del torneo Next Gen a Milano), la Sharapova prende una stesa memorabile dalla Kerber (6-1 6-3), Federer e Djokovic passeggiano con Gasquet e Ramos Vinolas. La Halep, n.1, vince solo 15-13 al terzo salvando 4 matchpoint con la Davis.

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Io, Panatta e Barazzutti. Quell’irripetibile 1976 (Gianni Clerici, La Repubblica)

Figuratevi se non c’ero, al Roland Garros, nel 1976. dopo che Adriano aveva vinto a Roma, nella finale degli Internazionali, un decisivo tiebreak con Vilas finito 7-1. Il mio amico Newcombe mi aveva detto: «Se Panatta gioca così, non c’è niente da fare. Uno che annulla 11 match point come fatto con Warwick, è assistito dagli Dei». Avevamo seguito il torneo, con Nicola Pietrangeli, e speravamo di rivederne una aurea fotocopia al Roland Garros, anche perché in un palco del Centrale ci aveva dato appuntamento Audrey Hepburn. Fu l’unico istante di delusione, quando Audrey non venne, perché Adriano continuava con le sue volée da portiere mentre, in un momento di ebbrezza, arrivavo a sperare che anche Corrado Barazzutti, in quarto turno riuscisse a superare l’ostacolo nientemeno che di Vilas. Mai si sarebbero incontrati due italiani, in un Grand Slam, in quarti di finale. Adriano, dopo una partenza preoccupante con Hutka (12-10 al quinto), non smarriva che un set contro lo jugoslavo Franulovic per ritrovarsi nei quarti contro Borg, vincitore l’anno precedente. Imbattibile dal fondo, aveva adottato un passante bimane che ancora non si chiamava così, e ci domandavamo come si potesse domarlo. «Ci vuole un drop seguito a rete», disse Nicola, e questo avvenne, mentre Bergelin, l’allenatore di Borg, saltava sulla sedia, cercando di far capire al suo protetto di stare più avanti, dentro il campo, per chiudere gli angoli ad Adriano. Simile accorgimento non doveva essere sfuggito ai due avversari successivi, i Beagles, come li aveva soprannominati il mio caro amico Bud Collins, o i Sorci Maledetti, come li chiamava la Pericoli. Dibbs e Solomon, regolaristi americani, dei quali Adriano disse: «Sono solo due, i Curiazi erano in tre. Cosa voltete che siano, due, per un romano?». Dibbs fu liquidato in 9 games. Rimaneva Solomon che dalla sconfitta dell’amico in semifinale qualcosa aveva imparato. Cominciò a entrare di più in campo, e annesse il terzo set. Fu allora che un giornalista che aveva capito le ragioni della propria modestia quale giocatore penetrò negli spogliatoi, e suggerì ad Adriano di attaccare in centro, invece che nell’angolo sinistro. Panatta gli diede retta, e penso che ancor oggi se ne ricordi. Purtroppo da Chez Regine, il night club dei Vip, Audrey Hepburn non fu dei nostri.

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L’urlo di Fabio (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Negli ottavi degli Australian Open Fabio Fognini c’era arrivato solo un’altra volta, in quel 2014 in cui arrivò a ridosso della Top Ten. «Ma era tutto diverso, ero più giovane, venni qua senza obiettivi e vinsi tre partite prima di trovare Djokovic. Adesso gioco quasi meglio sul cemento che sulla terra, è una superficie che mi diverte. Poi sarà che a trent’anni sono un po’ più sveglio e un paio di trucchetti li ho imparati…». Trucchetto numero uno: restare calmo. Anche perché a bordocampo i supervisori sono in agguato visto che su Fabio, dopo la faccenda degli insulti alla giudice di sedia agli US Open, pende la minaccia della squalifica negli Slam. Così, dopo essere entrato al rallentatore nel terzo turno contro Julien Benneteau, 36 anni, n. 49 Atp, averlo dominato nel secondo e terzo set, esserselo fatto scivolare via nel quarto (quando ha colpevolmente ceduto due volte il servizio), sul 4-3 e servizio nel quinto Fabio ha messo la testa nel freezer ed è riuscito a restare calmo anche dopo un incomprensibile warning per fallo di piede. Fabio avrebbe potuto chiudere il match anche prima, visto che a lungo la sua superiorità è stata netta, ma è confortante vederlo allegro e rilassato nel giorno in cui dopo 42 anni l’Italia ha piazzato due uomini negli ottavi di uno Slam. «Be’, vuol dire che anche noi maschi qualcosa iniziamo a combinare, no?. E un bel traguardo. Ero un po’ stanco e dispiaciuto per il doppio perso (a fianco di Granollers il giorno prima, ndr), l’importante ora è il singolare. Vincere qui è sempre speciale proprio perché raramente ho giocato bene. Fisicamente sono a posto, ho finito la scorsa stagione in anticipo per un problema al ginocchio, quindi ho avuto più tempo per prepararmi E i risultati si vedono, ho fatto semifinale a Sydney, non ero mai partito così bene». Prima di conoscere l’avversario degli ottavi aveva scherzato: «Chi preferisco fra Bendych e Del Potro? Preferirei l’avversario di Seppi (Edmund, ndr). No, non fa differenza: tanto la palla più lenta che arrivava a 200 l’ora…». Gli è toccato Tomas Berdych, e il bilancio con l’ex n. 4 del mondo (ora è 20) è in pareggio: 2-2. Per Fabio, che con una vittoria tornerebbe fra i Top 20, è il momento di tirare fuori tutti i trucchetti da cemento che si è portato in valigia.

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Fognini come Seppi, ottavi storici per l’Italia (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

I1 caldo di Melbourne scalda il cuore dell’Italia tennistica. A distanza di 42 anni abbiamo di nuovo due giocatori italiani agli ottavi di finale di un torneo dello Slam. Dopo Andreas Seppi, che aveva domato le fucilate al servizio del gigante Karlovic per approdare al match di questa mattina all’alba contro il britannico Edmund, anche Fabio Fognini ha raggiunto la seconda settimana degli Australian Open. L’ultima volta che l’Italia aveva avuto contemporaneamente due giocatori agli ottavi di finale del singolare maschile in una prova del Grande Slam, era stato al Roland Garros del 1976. Un momento meraviglioso della storia tennistica italiana, quando Adriano Panatta vinse il titolo e Corrado Barazzutti si fermò agli ottavi battuto da Vilas. Fabio ha dato l’anima nel match contro Benneteau, il 36enne francese che aveva rispedito a casa David Goffin. Fognini è al quinto senza perdere la concentrazione nei momenti decisivi, determinato a ripetere l’approdo tra gli ultimi 16 come già gli era accaduto nel 2014. In quell’occasione si fermò davanti al muro invalicabile di Novak Djokovic, poi eliminato da Wawrinka ai quarti. Contro Benneteau l’azzurro ha dimostrato di essere un giocatore più maturo. La preparazione off season, svolta a Miami, accompagnato dalla famiglia, deve avergli dato quella stabilità che forse gli mancava. «Nel secondo e nel terzo set sono stato impeccabile — ha spiegato Fabio — nel quarto ci siamo fatti un po’ di regali ma nel quinto ho cercato di prendere in mano la situazione. Ho provato ad alzare il livello di gioco perché l’ho visto stanco e ci sono riuscito». Il lavoro con il coach argentino Franco Davin e il preparatore atletico Duglas Cordero prosegue con profitto e il tecnico è soddisfatto: «Ha fatto una preparazione molto buona — ha detto Davin — ma qui ha giocato tante partite di fila e anche il doppio lo ha provato abbastanza anche dal punto di vista mentale. Fabio sta bene, ma ci sono avversari durissimi e per andare avanti deve giocare sempre meglio. Io cerco di aiutarlo, lui è una grande persona, andiamo avanti settimana per settimana puntando molto sulla costanza, cercando di evitare alti e bassi». Qui, in coppia con Bolelli, Fognini ha conquistato il primo titolo Slam della carriera, ma in singolare non aveva mai raccolto molto, 2014 a parte. «Sono contento perché finalmente sto giocando bene anche qui — ha detto —. E il cemento comincia a piacermi. Credo che sia un mix di cose, un po’ l’età e la maturità che mi consentono di leggere meglio certe situazioni in partita, e un po’ tutto il lavoro che sto facendo». Lui e Andreas hanno costruito un altro tassello di storia del tennis, e ora non bisogna abbassare la tensione contro Berdych, l’eterno incompiuto, che Fognini dovrà superare per sognare ancora: «Faccio questo lavoro perché amo giocare questi match, ed è bello che anche noi maschietti facciamo gioire l’Italia come hanno fatto altre volte le ragazze. Affrontare giocatori del livello di Tomas è sempre stimolante, io parto sfavorito, il problema è suo. Certo, la palla più lenta che mi arriverà sarà ai 200 orari, ci sarà da correre». Corri ragazzo, corri.

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Chung vince il derby Next Gen con Zverev (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Sascha alle Next Gen Finais di Milano era venuto per un’esibizione prima di volare a Londra dove lo attendeva il masters dei «grandi». Hyeon Chung invece era forse il meno attraente degli otto ragazzi presenti alla prima edizione del torneo ma alla fine è stato il trionfatore. I due a Rho non si sono incrociati, ma a Melbourne il derby delle nuove generazioni li ha visti protagonisti al terzo turno. Il sudcoreano con gli occhiali e l’apparecchio ha decretato che non è ancora il momento, per Sascha il predestinato, di conquistare un torneo dello Slam. Tre ore e venti e cinque set ci sono voluti al numero 58 al mondo, per sconfiggere il tedesco numero 4 e puntare dritto all’ottavo di finale contro il suo idolo Novak Djokovic a cui molti lo paragonano. E’ dunque lui, il ragazzo con gli occhiali, l’unico sopravvissuto della generazione futura nello Slam down under: «E’ stato un match molto difficile — ha detto Chung —, Sascha è un giocatore fortissimo e in più sappiamo come giocare l’uno contro l’altro il che ha reso la battaglia ancora più dura». Il «muro» coreano rimandava indietro a Zverev ogni buona intenzione, tanto che il tedesco si è anche beccato un warning per aver frantumato la racchetta in un picco di frustrazione: «Devo capire cosa mi succede nei momenti decisivi degli Slam — ha detto Zverev —. Mi è successo a Wimbledon, poi a New York e qui. Sono giovane, ho il tempo dalla mia parte ma devo lavorare su questo aspetto». Il premio per Hyeon invece è giocare con il serbo: «Ci siamo affrontati due o tre anni fa — ha detto —, voglio godermi ogni momento della nostra partita». Di poche parole, Chung corre qua e là per il campo, proprio come il suo prossimo avversario faceva nei tempi migliori. E’ freddo, non si lascia sovrastare dalle emozioni, proprio come sapeva essere il Nole che triturava i rivali. Quel medico che aveva consigliato ai genitori di fargli fissare una palla gialla su un campo verde per migliorare il suo difetto ottico ci aveva visto giusto. «Quando gioca così — ammette Zverev — può fare del male. Certo, bisogna vedere se riuscirà a mantenere questo livello». Questione di punti di vista.

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Maria, urlare non basta. Chung spegne Zverev (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Arrivano le batoste che nessuno si aspettava. Ma sono persino logiche se non ci si ferma ai nomi messi alla porta e si entra nei massimi sistemi tennistici. Escono Sharapova e Zverev. Maria contro una ritrovata Kerber, che sembra assai vicina ai livelli che l’hanno condotta, due anni fa, a vincere due Slam, a scavalcare Serena e insediarsi al numero uno. La bella siberiana non è ancora pronta per simili confronti, lo si è visto. Al momento, le sue urla, la sua foga, funzionano con le avversarie di seconda fascia, ma quando si avvicina alla vetta trova giocatrici che bastonano come fa lei e tengono la palla in campo molto più a lungo. Si spiega così la sconfitta, netta e inequivocabile. Diversa invece l’uscita di Zverev, che certo non è meno forte del coreano Chung il vincitore della Next Gen milanese. Qui entra in ballo un problema di adattamento. Il palleggio di Chung teso e solido, non gli lascia spazio, gli sfila l’iniziativa. Ieri Zverev ha condotto fino al terzo set, poi l’altro ha messo in campo risorse che il tedesco ancora non possiede: la pazienza, l’attaccamento al punto, la capacità di soffrire. La missione di “superare i quarti” per la prima volta, è di nuovo fallita. Un passo indietro per Sascha, anche se la classifica (è quarto) non ne risentirà.

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