Fognini c’è, ma Sugita agita gli azzurri (Crivelli). Fognisì, Seppi no (Semeraro). Oldani: “Vi racconto lo chef Federer” (Lombardo)

Fognini c’è, ma Sugita agita gli azzurri (Crivelli). Fognisì, Seppi no (Semeraro). Oldani: “Vi racconto lo chef Federer” (Lombardo)

Fognini c’è, ma Sugita agita gli azzurri (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport 03/02/2018)

È mancato un punto. O meglio, sono mancate le gambe dopo la solita battaglia a oltranza che ormai è diventata un marchio di fabbrica. Sul match point a favore nell’11° game del quinto set (30-40, servizio giapponese), quando l’orologio segna 200 minuti di partita, Seppi arriva spompato sul non imprendibile dritto incrociato dell’avversario e spedisce in rete il suo, di dritto, piegandosi poi con le mani sulle ginocchia, stremato. È il segno della resa: il tie break infatti non avrà storia, Andreas perderà la 16esima partita al quinto in carriera (22 vittorie, l’ultima in Australia con Karlovic due settimane fa) e l’Italia, dal 2-0 che avrebbe sostanzialmente sancito la qualificazione ai quarti fin dal primo giorno, si ritrova appesa a un delicato 1-1 e a una sfida che si risolverà in un’ultima giornata infuocata. Per fortuna il pubblico di Morioka (ampi vuoti in tribuna) non sembra animato dallo spirito dei samurai. Meno male che nel primo singolare un’altra maratona, addirittura allungatasi fin quasi alle quattro ore (3h56′), esalta una volta di più l’anima-Davis di Fognini, capace di rimontare da due set a uno sotto per il 19 successo individuale in Coppa (7 sconfitte) : “È stata davvero una brutta partita, ne sono consapevole: sicuramente la più brutta di quest’anno. Ma non ho più nulla da dimostrare: quello che sto facendo lo sto facendo per me e perché amo questo sport”[SEGUE]. Incredibile storia quella di Sugita, esploso nel 2017 alla soglia dei trent’anni (li compirà a settembre) dopo una carriera passata ad assaggiare il pane duro dei circuiti minori. Numero 112 all’inizio dell’anno scorso, è letteralmente sbocciato grazie, dice lui, “all’equilibrio che ho trovato tra gioco e mente, perché non è facile a quasi 30 anni mettere tutte le cose a posto per uno che è alto appena 1.75 e pesa 70 chili e ha passato gran parte della sua vita sui campi di periferia”. Al match di Davis è arrivato da numero 41 del mondo, dopo un’escursione al 36 a ottobre, sotto la fatidica “quota 45” di Matsuoka, il miglior giocatore del Sol Levante prima dell’avvento di Nishikori e appunto del ragazzo di Sendai. Che è allenato da un cubano, Braen Aeiros, solo di cinque anni più vecchio del suo allievo, coach cresciuto a Panama e formatosi tra Thailandia e Cambogia prima di conoscere Sugita incredibilmente in Italia, a Sanremo, all’accademia di Bob Brett, dove entrambi stavano facendo uno stage. Colpi piatti, anticipo ed esecuzioni velocissime da giocatore di ping pong, Yuichi nell’ultimo anno è stato capace di arrivare nei quarti sulla terra (a Barcellona) e sul cemento (a Cincinnati) e di vincere il primo e fin qui suo unico torneo sull’erba, ad Antalya, segno di un’invidiabile completezza: nell’Era Open, solo Nishikori e Matzuoka, appunto, erano riusciti ad alzare un trofeo per il loro paese. Ma se il primo in Giappone è di gran lunga lo sportivo più popolare, Yuichi malgrado i suoi freschi successi non è ancora arrivato al cuore dei connazionali, tanto che dopo la vittoria in Turchia decine di giornalisti presero d’assalto il suo circolo per scoprire chi fosse quella sorta di alieno mai sentito prima… [SEGUE].

 

Fognisì, Seppi no (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport 03/02/2018)

In Coppa Davis non esistono i match facili: sembra retorica, ma è la verità che tutti i vecchi lupi di Coppa, per primo il capitano azzurro Corrado Barazzutti, conoscono benissimo. A Morioka la prima giornata del match di primo turno fra Giappone e Italia non è stata l’eccezione alla regola: due match oltre le tre ore e mezzo, entrambi da cinque set, con l’1-1 finale che sta un po’ stretto all’Italia… [SEGUE]. Confortata dall’assenza di Kei Nishikori (ma anche di Yoshihito Niskioka, pure lui impegnato in un challenger), l’Italia del resto era planata da favorita sulla neve e nel freddo (-10) di Morioka ma sapendo benissimo che il match poteva facilmente aggrovigliarsi, un po’ per la superficie, un Greenset iperveloce, un po’ per la grinta (proverbiale e tradizionale) dei giapponesi. A complicare tutto ci si è messa anche la spalla di Fognini, reduce dagli ottavi (e dal caldo) degli Australian Open, e dolorante già in allenamento. “Negli ultimi due giorni mi aveva dato fastidio”, ha spiegato il nostro numero 1. “Con il dottore l’avevamo sistemata, ma in partita è tornata a farmi male”[SEGUE]. “In campo mi sono un po’ innervosito”, ha spiegato. “Ma a Barazzutti continuavo a rispondere che ero disposto a stare in campo sei ore per portare a casa il punto. E stata una partita davvero brutta, la mia più brutta dell’anno, anche se è la prima che gioco in Nazionale da papà, ma ci tenevo troppo a vincerla per mandare in campo più tranquillo Andreas”. E la preoccupazione paterna di Fognini era sembrata saggia e decisiva all’inizio del match fra Seppi e Sugita. L’azzurro ha infatti piazzato la prima fuga (4-2) ma si è fatto riacchiappare (4-4) chiudendo comunque al decimo gioco. Nel secondo è stato lui a dover inseguire vanamente, sprecando anche tre palle break sul 3-1 Giappone. L’altalena è continuata nel terzo set, con un Seppi falloso che ha concesso due break con uno di Sugita, nel quarto invece è stato decisivo il turbolento decimo gioco, nel quale l’Italia ha protestato per una chiamata arbitrale discutibile. Il quinto è iniziato male (0-1), Seppi con l’aiuto di un Sugita nervoso è stato bravo a pareggiarlo sul 4-4 ma si è lasciato poi sfuggire un occasione sullo 0-30 nel game successivo e addirittura un match-point, affossato di diritto, due game più tardi. Finite le energie, soprattutto mentali, Andreas è poi crollato 7-1 nel tie-break dopo 3 ore e 28 minuti… [SEGUE].

Intervista a Davide Oldani: “Vi racconto lo chef Federer” (Marco Lombardo, Giornale 03/02/2018)

[…] Davide Oldani e Roger Federer sono diventati una coppia in cucina e la smorfia con cui lo chef smorza l’esultanza del divino, al momento della fogliolina di basilico finale, è da cult.

Davvero quegli spaghetti erano così così?
Ma no: Roger si è dimostrato fuoriclasse pure in quello.

Ci racconti com’è questo Federer un po’ sconosciuto?
Davvero una sorpresa. Molto piacevole.

In che senso?
Che la sorpresa è scoprire la persona che ti aspetti: pulita e con grande passioni. Abbiamo trovato subito il feeling e con la famiglia Barilla abbiamo composto un trio con gli stessi valori.

Quando avete girato? E lo conoscevi già?
Lo spot è stato fatto a settembre in una splendida villa in Brianza. E Roger non lo conoscevo: alla fine della giornata è stato come fossimo amici da lungo tempo. Ma questo credo che si veda.

Quanto ci avete messo?
Una giornata. E la cosa pazzesca è che, dopo aver provato, è sempre stata buona la prima. Questo per dire il suo approccio al lavoro.

Qualcosa che non sappiamo di lui?
Qualcosa che non sapevo neppure io. E che non mi aspettavo: è un buongustaio. E gli piace proprio mangiare…

Ti ha raccontato come stava preparando l’assalto al ventesimo Slam?
Mi ha consigliato qualche tattica. Ma credo che qualche segreto se lo sia tenuto…

E tu?
Io gli ho regalato qualche trucco ai fornelli. E gli ho fatto assaggiare la Battuta d’inizio, il mio piatto dedicato a Wimbledon.

L’hai più sentito?
L’ho lasciato tranquillo, sapevo che era concentrato sull’obbiettivo Melbourne. Ovviamente adesso lo aspetto al D’O per festeggiare.

Che fai: lo rimetti ai fornelli?
Per carità, lo metto a tavola. E sono orgoglioso di questo sport che celebra il made in Italy e che è perfino arrivato sugli schermi di Times Square a New york. Che dire: Roger è proprio un fenomeno. E io ho aggiunto qualcosa di fenomenale alla mia vita.

La festa per Cocciaretto. Il prof: “Brava anche a scuola. Elisabetta studentessa modello” (Ch.mor., Corriere Adriatico Fermo 03/02/2018)

Dovevano festeggiare Elisabetta Cocciaretto per il risultato raggiunto una settimana fa, le semifinali all’Australian Open under 18, ma oggi pomeriggio, dalle ore 18, il circolo tennis Cococcioni le farà i complimenti anche per la convocazione in azzurro arrivata qualche giorno fa per la Federation Cup… [SEGUE]. “Peccato non poterci essere, sono bloccato da un altro impegno improrogabile”: a parlare è un tifoso di Elisabetta Cocciaretto, non uno qualunque, ma Cesare Catà. Non lo è perché gioca a tennis e frequenta spesso il circolo, ma perché Catà la conosce bene. Il professore filosofo è stato infatti suo docente di filosofia quando, prima di andare a Tirrenia, frequentava il liceo delle scienze umane. “Veniva alla Don Bosco, ed era bravissima – ci dice Catà riferendosi alla Cocciaretto – pensi che nel 2015 ha anche vinto la pagella d’oro”. Una ragazza determinata e dalla forte grinta anche nello studio. Nei corridoi del circolo si dice che abbia ottimi voti anche adesso, e questo non sorprende il professor Catà. “Non mi meraviglio affatto – prosegue – come studentessa era brava, molto intelligente, e pronta, ad affrontare anche le sfide dello studio”. In una parola? Una ragazza determinata, con una forza mentale e d’animo che si notava anche fuori dal campo da tennis, quando invece di aprire il fodero della racchetta, apriva il libro per studiare. Le sue materie preferite? “Filosofia in primis, ma le andava a genio anche la letteratura. Bravissima pure in psicologia”. E chissà che questa sua particolare inclinazione all’analisi, non la aiuti anche nel rettangolo di gioco? Può darsi, tant’è che a domanda specifica, se si aspettava questo exploit di Elisabetta, Catà dice: “Ovvio e non solo perché sono un suo tifoso. La determinazione l’ha aiutata anche a superare l’infortunio alla schiena durato un anno e mezzo”[SEGUE].

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