Focus – UBITENNIS http://www.ubitennis.com Tennis in tempo reale Sun, 17 Dec 2017 20:10:59 +0000 en-US hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.7.5 Il circuito Challenger e i giovani: trampolino o palude? http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/16/il-circuito-challenger-e-giovani-trampolino-o-palude/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/16/il-circuito-challenger-e-giovani-trampolino-o-palude/#respond Sat, 16 Dec 2017 14:23:24 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235604 È il Purgatorio del tennis, tra circuito maggiore e Futures. Visto come punto di passaggio verso i vertici di questo sport. È realmente questo il Challenger Tour?]]>

Per i giovani tennisti dovrebbe essere una tappa intermedia verso il circuito maggiore, una sorta di apprendistato propedeutico prima del confronto con i “grandi” della racchetta. È l’ATP Challenger Tour, un grande circo aperto undici mesi l’anno: 155 tornei, una media di 14 al mese, 3,5 a settimana.

Per alcuni ha funzionato, un nome su tutti: Denis Shapovalov. Un anno e mezzo nei circuiti minori e sei vittorie (due Challenger e quattro Futures), poi lo scorso agosto alla Rogers Cup le vittorie su Juan Martin del Potro e Rafael Nadal l’hanno catapultato nel “tennis che conta”. Scorrendo la classifica del ranking ATP però ci si accorge di come, tolti i partecipanti alle Next Gen Finals di Milano e Alexander Zverev, che gravitano ormai stabilmente nell’orbita ATP World Tour, gli under 21 in top 100 siano solo due: Frances Tiafoe (79) e Stefanos Tsitsipas (91). Un po’ pochini.

Proviamo ad andare oltre, nella top 200, per cercare gli aspiranti top 100, 50, 10 di domani che ancora non sono “arrivati”: Taylor Fritz (105), Alexander Bublik (117), Ernesto Escobedo (120), Quentin Halys (129), Sebastian Ofner (132), Matteo Berrettini (136), Casper Ruud (141), Elias Ymer (144), Akira Santillan (145), Tommy Paul (152), Corentin Moutet (156), Felix Auger-Aliassime (162), Stefan Kozlov (167), Soonwoo Kwon (168), Michael Mmoh (175), Carlos Taberner (181), Jaume Munar (188), Benjamin Bonzi (190), Kamil Majchrzak (199). Tra loro in pochi hanno esperienza a livello ATP, la maggior parte di questi giovani si barcamena tra main draw nei Challenger e qualificazioni del circuito maggiore, e in alcuni casi non è raro vederli disputare Futures.

Senza considerare i giovanissimi come Auger-Aliassimine, Ruud e Moutet, che devono finire di svilupparsi fisicamente e quindi pagano ancora molto dal punto di vista atletico, per gli altri, quanto spazio c’è nel tennis di domani? Senza scomodare Roger Federer, abbiamo molti esempi di come la durata media delle carriere si stia allungando. Gilles Muller ha vinto quest’anno a 34 anni i suoi primi tornei ATP, Victor Estrella Burgos (37), David Ferrer (35) e Philipp Kohlschreiber (34) nonostante siano agli sgoccioli sono riusciti ugualmente ad aggiudicarsi un titolo, a 32 anni Jo-Wilfried Tsonga e John Isner continuano a vincere con continuità (rispettivamente quattro e due successi stagionali).

Questo stato di cose non cambia a livello Challenger: contando le vittorie di quest’anno, gli under 21 ne hanno ottenute 24 (2 Shapovalov, 2 Tiafoe, 2 Bublik, 2 Auger-Aliassime, 2 E. Ymer, 1 Chung, 1 Tsitsipas, 1 Kozlov, 1 Moutet, 1 Kecmanovic, 1 Jasika, 1 Rubin, 1 Kuhn, 1 Santillan, 1 Berrettini, 1 Munar, 1 Mmoh, 1 Yibing, 1 Nagal) contro le 34 degli over 30 (4 Tipsarevic, 3 Lu, 2 Sela, 2 J. Melzer, 2 Dutra Silva, 2 Menéndez Maceiras, 2 Youzhny, 2 Lacko, 2 Garcia Lopez, 2 Kavcic, 1 Darcis, 1 Lorenzi, 1 Stakhovsky, 1 Estrella Burgos, 1 Gasquet, 1 Jaziri, 1 Marchenko, 1 Bachinger, 1 Cuevas, 1 Robert, 1 Berlocq).

Se il problema per i giovani anni fa era principalmente il rimanere ad alti livelli, confermarsi, dopo un eventuale exploit iniziale, costituito magari da una buona stagione sul rosso o sul cemento americano, ora per loro la strada sembra complicarsi ancora prima. Per le nuove leve è e sarà sempre più difficile emergere in un contesto così competitivo e livellato sotto l’aspetto tecnico da preparazioni fisiche che portano i singoli a spingersi sempre oltre i propri limiti con risultati soddisfacenti. La discriminante diventa spesso la testa, l’esperienza, quella che i professionisti nati nella metà degli anni ’80 sono riusciti a maturare giocando ad alti livelli e che invece i giovani devono “costruirsi” con l’ausilio di esperti del settore, i cosiddetti mental coach. Il talento farà sempre la differenza, se sorretto da testa e fisico, ma per tutti gli altri, quello dei Challenger non si rivelerà un trampolino di lancio, piuttosto una palude nella quale si rimane impantanati, o un paracadute d’emergenza da aprire una volta constatato che vincere tre match di qualificazione di un 250 è impresa ardua.

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Thomas Fabbiano, da Federer per l’assalto ai grandi http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/16/thomas-fabbiano-da-federer-per-lassalto-ai-grandi/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/16/thomas-fabbiano-da-federer-per-lassalto-ai-grandi/#respond Sat, 16 Dec 2017 09:41:09 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235612 Migliore stagione della carriera per l’azzurro, capace di risalire la classifica fino alla settantesima piazza. Merito di un tennis finalmente più aggressivo]]>

FOLIGNO, GARANZIA DI RISULTATI

A Foligno un piccolo birillo rosso, icona per eccellenza per gli amanti del biliardo, al tempo dello storico caffè sul corso materializzava quello che secondo l’antica tradizione era il cosiddetto centro del mondo. Leggenda a parte, la città umbra rappresenta, se non per il mondo intero sicuramente per l’Italia della racchetta, un importante punto di riferimento grazie alla presenza sul suolo cittadino della Tennis Training School di Villa Candida. Se giusto un anno fa in compagnia dei suoi atleti di punta noi di Ubitennis ne celebravamo il riconoscimento quale miglior scuola italiana secondo la federazione, è notizia proprio di questi giorni la riconferma al vertice per la scuola diretta da Fabrizio Alessi anche per l’annata appena archiviata. Tra i meriti che hanno indirizzato la scelta, assodata la bontà della struttura, c’è ovviamente anche la fruttuosa attività dei professionisti di casa. Uno di questi è Thomas Fabbiano, reduce dalla miglior stagione della carriera che lo ha visto prima rientrare tra i primi cento giocatori al mondo e poi chiudere i battenti alla posizione numero 73, passando per un best ranking tre posizioni più in alto nella seconda metà di settembre.

VERSO IL 2018… INSIEME A ROGER FEDERER

Il tennista di Grottaglie, Puglia, nel momento in cui scriviamo si trova in Dubai per avvicinarsi, come afferma lui stesso, alle condizioni in cui si giocheranno i primi tornei del 2018. E proprio da Dubai è arrivata una bellissima sorpresa di fine stagione per l’azzurro. Quale? Ecco il racconto dello stesso Thomas su Facebook: “Sapevo che Federer era a Dubai. Ieri mi ha scritto Ivan Ljubicic chiedendomi se fossi disponibile ad allenarmi con Roger. Il mio allenamento del giorno dopo era già programmato con il mio allenatore, due ore di cesto per mettere a posto qualche accorgimento sui miei colpi. Ma non potevo non cogliere quest’occasione. Vedere dall’altra parte della rete colui che mi ha fatto emozionare per anni in tv, non nego che mi ha fatto un certo effetto. Grazie a questo sport per avermi fatto provare queste emozioni!“.

ASIA, TERRA DI CONQUISTA

Ventotto primavere e professionista da una decina d’anni, Fabbiano – terzo giocatore d’Italia per il computer dietro a Fognini e Lorenzi – ha dato il via alla sua scalata alla classifica in Australia. Gennaio, nello Slam down under, dopo averle mancate in precedenza a Doha e Sydney, centra le qualificazioni sotto il sole di Melbourne Park prima di arrendersi all’esordio nel main draw dalla promessa, mantenuta ma non troppo, Donald Young. Un paio di tornei di rodaggio per affinare lo stato di forma – Dubai e Marsiglia in tal senso non offrono spunti di particolare interesse – e dalla Cina arriva il primo segnale. L’oriente, per tradizione, è terreno di caccia preferenziale per Thomas e il rally asiatico nel circuito Challenger significa, in successione, la finale a Zhuhai persa con Evgeny Donskoy, i quarti a Shenzhen sconfitto da Yuichi Sugita e il trionfo a Quanzhou con lo scalpo all’atto conclusivo di Matteo Berrettini, un altro che probabilmente ricorderà questo 2017 come quello, si spera, della svolta. Tutto ciò prima dell’accoppiata vincente sudcoreana, in bacheca finiscono infatti i titoli di Gimcheon e Seoul, dove a cadere sotto i colpi rinfrancati di Fabbiano sono rispettivamente Teymuraz Gabashvili e l’enfant du pays Soonwoo Kwon. Tre titoli in un amen, dunque, e una classifica prossima di nuovo alla Top 100. “La chiave che mi ha consentito di mantenere per gran parte della stagione un’alta intensità di gioco e quindi un rendimento elevato per più partite – racconta Thomas – è la solidità che ho saputo dare al rovescio”. E ancora: “Questo miglioramento ora rende possibile un posizionamento più attiguo alla linea di fondo e una maggiore facilità nel girarmi sul diritto per ribaltare con il mio colpo migliore l’inerzia dello scambio”. Analisi lucida di un giocatore spesso impeccabile nelle scelte sul campo.

POCA TERRA ROSSA PRIMA DEI PRATI

Fisico compatto e piedi veloci, che Fabbiano prediligesse per attitudine e caratteristiche tecniche le superfici rapide non lo si scopre certo ora. Saggia all’uopo la scelta di limitare al minimo sindacale la stagione sul rosso, fatta di pochi tornei in previsione dello Slam parigino e, appunto, l’apparizione fugace in Bois de Boulogne: sette partite in tutto e quattro sconfitte. Nulla di grave. Con alle spalle il mattone tritato, giugno e luglio per il circus significano sostanzialmente prati verdi, rimbalzi bassi e gambe che si piegano ancora più del consueto. A Nottingham la cavalcata nell’ATP 250 che si disputa in riva al fiume Leen è entusiasmante. Lieto fine escluso, che tuttavia non sposta di una virgola la valutazione globale della prestazione fornita dal pugliese nella terra d’Albione. Un’aggressività in campo tutta nuova consente infatti all’allievo della coppia Gorietti-Torresi di issarsi fino alla finale poi persa senza demeritare per mano di Dudi Sela – giocatore, l’israeliano, di una certa competenza nonché ex numero 29 al mondo – dopo aver sbarrato la strada al next-gen dall’avvenire che è già quasi certezza, Denis Shapovalov. La prova del nove per quanto concerne il salto di qualità nel tennis di Fabbiano giunge prima da Eastbourne, due settimane più tardi, dove Steve Johnson si vede costretto ad attingere a tutto il mestiere disponibile per prevalere e poi anche da Wimbledon nonostante un pessimo sorteggio e la relativa sconfitta già al primo turno. Nel bianco di Church Road, Thomas per due set, giocati sul filo di lana e magnificamente persi, costringe il futuro semifinalista Sam Querrey in stato di grazia a sudare le proverbiali sette camice per avere la meglio. Una sconfitta agrodolce, tuttavia, che lascia in premio a Fabbiano, quale parziale consolazione, la consapevolezza di poter essere competitivo anche ai livelli più alti.

CEMENTO, CASA DOLCE CASA

Ad agosto con il carrozzone dei tennisti che marcia spedito in direzione New York, quarto e ultimo major stagionale, il cemento ancora una volta gli è amico. Nei prestigiosi “mille” di Montreal e Cincinnati, Fabbiano, intanto, si toglie la soddisfazione di accedere ai tabelloni principali. Due esordi, una maggiore esposizione mediatica e due sconfitte secondo pronostico nel continente nordamericano, ma è già tempo di pensare agli US Open. Racconta Thomas: “Il momento migliore di questo 2017 è coinciso con il torneo di Flushing Meadows e in particolare con l’incontro di secondo turno con Thompson. Quel giorno non stavo affatto giocando bene e non avevo sensazioni positive eppure sono riuscito a lottare con tutte le energie che avevo. La mia prima vittoria in 5 set, una grande soddisfazione”. Ammesso per diritto di classifica nel main draw newyorchese, Fabbiano fa dunque il suo ingresso nella Grande Mela contro John-Patrick Smith, per la verità non un granché come avversario. Avanti comodamente per due set a zero, il match dell’italiano rischia però di complicarsi, ma è bravo Thomas nel fermare la rimonta dell’australiano con un vittorioso tie-break che chiude quarto parziale e partita. Un paio di giorni più tardi è invece la volta di Jordan Thompson, altro aussie ma tutt’altra consistenza. In ritardo per due volte di un set, l’azzurro riesce con caparbietà ad avere la meglio grazie a un finale in crescendo. È un derby tricolore, pertanto, a sancire la prima apparizione di Fabbiano in un terzo turno di uno Slam ma nella circostanza, ghiotta per entrambi, è troppo solido il senese Paolo Lorenzi per non cogliere l’occasione, forse, della vita. Ma la classifica si impenna.

OBIETTIVI A BREVE SCADENZA

Di fatto la stagione del rilancio per Fabbiano si chiude qui, complice una comprensibile stanchezza per i tanti incontri disputati. Fissato il best ranking al numero 70, ben 54 posizioni più in alto rispetto a 365 giorni prima, disputa senza infamia e senza lode il torneo di San Pietroburgo – fuori con Jan-Lennard Struff al secondo turno – e quello di Mosca – sconfitto subito dall’ottimo Damir Dzumhur di questo autunno – passando per il Challenger di Tashkent, prima, e gli ATP di Vienna e Parigi, poi, dove si annoverano solo le ultime sconfitte di dodici mesi da ricordare.

Con la mia attuale classifica – riflette Thomas ad alta voce – ho la certezza di entrare nei tabelloni dei principali tornei almeno fino a marzo, quindi l’obiettivo è quello di farmi trovare pronto fin da subito. Umile e infaticabile lavoratore, Fabbiano ci ha abituato ogni anno a ripresentarsi ai blocchi di partenza con una freccia all’arco tutta nuova, pronta per essere scoccata. Abbiamo apprezzato la versione 2.0 dell’azzurro decisamente più propositiva, con il diritto – il colpo che Thomas si porta da casa – protagonista assoluto e un rovescio assai più solido che in passato. Grazie alla fiducia scaturita dai buoni risultati ottenuti, il target puntato sulla cinquantesima piazza del ranking potrebbe non essere affatto una chimera. Per i tennisti italiani, esempi in tal senso se ne contano diversi, la maturità tennistica prevede spesso una lunga gestazione e anche per Fabbiano il momento propizio potrebbe essere arrivato.

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Da Wimbledon a Milano, nel tempio del tennis http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/16/da-wimbledon-a-milano-il-tempio-del-tennis/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/16/da-wimbledon-a-milano-il-tempio-del-tennis/#respond Sat, 16 Dec 2017 07:06:49 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235762 In pieno centro a Milano, una chiesa è stata adibita a campo da tennis. Per creare un ambiente che in realtà con il tennis non c'entra nulla. L'artista Asad Raza in esclusiva]]>

“Meditate. È il concetto alla base di questa esperienza”. Pochi minuti in cui palleggiare in silenzio, mentre fuori imperversa lo stress. Fa un freddo cattivo, umido, ma non piove. La chiesa di San Paolo Converso si trova nel bel mezzo del caos milanese, a due passi da Corso Italia, che si intreccia con via Torino e in pochi minuti conduce al Duomo. Sconsacrata nel 1808, 250 anni dopo la posa della prima pietra, negli anni la chiesa è stata adibita a magazzino, sala prove, studio di registrazione: tra le altre, anche le voci di Mina e Maria Callas hanno risuonato qui. Da tre anni è stata acquisita da uno studio di architetti, che regolarmente la rende ambiente per mostre e installazioni, riqualificandola per la città.

A meno di cinquanta passi c’è la Basilica di Sant’Eufemia: quella, sì, una chiesa ancora dedicata al culto, uno spettacolo di architettura (romanica all’esterno, neogotica all’interno) che sembra messa per caso, incastonata nel viavai delle auto del centro. Due edifici distanti appena trenta metri eppure infinitamente lontani. Appena oltre l’ingresso di San Paolo Converso c’è infatti una morbida rete protettiva: serve ad attutire le pallate che arrivano dall’interno, perché sul suolo della chiesa è stato montato un campo da tennis. Due terzi in realtà, poco più dei quattro quadrati del servizio. Marco Zanghì, in tuta nera Adidas, si occupa di accogliere i visitatori e far loro da sparring, nei due minuti che ognuno ha a disposizione, insieme a racchetta e palline: “La risposta del pubblico è stata variegata, ma piuttosto positiva. L’installazione non è stata pubblicizzata granché, eppure nelle giornate del sabato abbiamo avuto anche più di mille ingressi”. Scambi lenti, che coinvolgono l’umanità più varia: tennisti amatoriali in abbigliamento tecnico o addirittura pantaloncini, professionisti d’ufficio che tolgono la giacca ma mantengono la cravatta, sneakers e stivaletti con il tacco. C’è chi potrà dire di aver provato il tennis per la prima volta nella propria vita, in una chiesa. E si è pure difeso bene.

Ovviamente, un religioso silenzio. Si sente solo il suono delle corde (nemmeno in perfette condizioni, ma non interessa a nessuno) e dei rimbalzi, con ritmi più o meno regolari a seconda della bravura del visitatore. E poco importa se un principiante stecca e centra il busto di una statua in marmo. Ad osservare tutto dall’alto c’è un sontuoso affresco di Giulio Campi, che ritrae l’Assunzione di Maria in Cielo: sembra tutto un po’ surreale, quando partendo dal soffitto dipinto si abbassa lo sguardo fino all’arancione acceso del terreno di gioco. Peraltro rapido da far invidia al parquet del Paraguay anni ’70-’80. “Per me che sono statunitense è una sensazione difficile da descrivere. Mi guardo intorno e vedo un affresco del sedicesimo secolo, l’unica cosa che mi viene da pensare è wow. Ho pensato a lungo al tennis e al modo in cui avrei potuto costruirci attorno a un concetto: una chiesa, italiana peraltro, mi è sembrato il luogo ideale”. Asad Raza è l’ideatore e autore dell’opera, dal (non) nome Untitled (plot for dialogue).

“Detesto l’idea che la verità debba arrivarci da un’autorità, dall’alto quasiracconta mentre sediamo nel backstage della chiesa, un dedalo di impalcature di acciaio e scrivanie brulicanti di laptop e addetti ai lavori. Anticamente questo era lo spazio occupato dal coro, che era separato dalle navate tramite una grata nera. “Il visitatore non deve assistere: sarebbe passivo, per quanto capace di interpretare e dare un senso a ciò che vede. Piuttosto, ho visualizzato la possibilità di un dialogo tra architettura, arte e appunto il visitatore: ho subito immaginato uno scambio tra tennisti, che in fondo sono sempre in dialogo, in confronto. Uno scambio vero e proprio, per l’appunto”. Accanto a lui la sua Olivia, che lo accompagna in veste di assistente. Raza, 43 anni, ha collaborato per svariate stagioni con più testate, compreso un blog del New York Tennis, scrivendo di tennis nelle ottiche più disparate. E in futuro, “perché no, il tennis potrebbe continuare ad essere al centro delle mie idee. Mi piacerebbe”.

Non si tratta di performance art, quella branca dell’arte che ha portato alla ribalta nomi del calibro di Marina Abramovic: “Diciamo piuttosto che è un tipo di arte in cui sono gli spettatori, ad agire, a creare. È grazie a loro che il campo assume una dimensione, un senso. Nelle performance art è invece l’artista a fare di sé l’opera stessa, usando il proprio corpo e i propri movimenti”. A volte addirittura lasciandolo usare ad altri: la stessa Abramovic, in una performance a Napoli negli anni ’70 (Rythm 0), mise a disposizione del pubblico qualsiasi tipo di oggetto da usare su di lei per sei ore. Dal pettine si passò al rasoio, era possibile utilizzare anche una pistola. Intervennero le forze dell’ordine. Nulla a che vedere con la sensazione di pace, riflessione, estraniazione e al tempo stesso introspezione data da un dritto appoggiato al di là della rete a San Paolo Converso.

Pochi minuti, poi tocca al (o ai) visitatori successivi. Si sorride, non si parla. Qualcuno abbozza anche i saltelli in posizione di attesa, come se fosse fondamentale essere perfetti in un momento così insolito. Mentre si colpisce è possibile scorgere l’esterno, in fondo alla navata: auto e passanti a una velocità che sembra tripla, mentre all’interno tutto scorre come fuori dal tempo. “Contro il logorìo della vita moderna” (cit.). Non è neanche un esercizio per immaginarsi a Wimbledon o in chissà quale stadio importante, non serve e tutto sommato non è neanche possibile, tanto è forte l’assorbimento che la splendida chiesa e la geniale installazione propongono. C’è solo, per l’appunto, da meditare. O non meditare, piuttosto. È il concetto alla base di questa esperienza.

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Ubitennis cerca te! http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/16/ubitennis-cerca-te/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/16/ubitennis-cerca-te/#respond Sat, 16 Dec 2017 05:58:06 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235788 Mancano due settimane alla nuova stagione. Sei pronto a far parte di Ubitennis?]]>

È stato un 2017 ricco, come forse nessuno si sarebbe mai aspettato. Si è detto tutto, probabilmente di più, su Federer, Nadal e i loro rientri. Sulla crisi di Djokovic e Murray, che stanno correndo ai ripari pronti per tornare al massimo. Siamo nel mezzo della tanto odiata off season, pausa che gli amanti del tennis cercheranno di coprire seguendo magari il Padel (o il touchtennis!) o qualche campionissimo in giro per il mondo a raccattare spiccioli. Ma tranquillizzatevi perché Ubitennis non chiude di certo, anzi: vi stiamo proponendo approfondimenti, revival, riepiloghi della stagione, di tutto e di più per rendere l’attesa della nuova stagione meno pesante.

Non si fermano e anzi procedono con rinnovata dovizia di particolari i pezzi al femminile di AGF; la versione ‘ludica’ degli spunti tecnici di Baldissera; il pagellone formato vacanze di Garofalo, la rubrica sul tennis che ruota attorno a Djokovic di Vidovich (che è anche il nostro mental coach), l’ormai consueto appuntamento del venerdì con la piccola biblioteca di Ubitennis coordinata da Pier Paolo Zampieri.

Naturalmente non ci fermeremo qui.

Delle migliori partite vi ripresenteremo la rivisitazione di Ubitennis e vi ricondurremo attraverso l’anno appena concluso con il percorso dei top 15 e qualche bonus, e con una serie di podcast perfetti per ingannare l’attesa di dicembre. Poi un bilancio dell’annata del tennis italiano maschile e femminile; quindi verificheremo se il mago Ubaldo ci ha azzeccato con i pronostici del 2017 (ahia) e davvero tanto, tanto altro ancora.

Ma come ogni anno Ubitennis vi fornisce l’occasione per collaborare con noi. Il 2017 è stato, per il terzo anno consecutivo, un anno record sotto il profilo della partecipazione degli utenti (e quindi del lavoro necessario per proporvi un prodotto di qualità e costantemente aggiornato). Questo risultato non sarebbe possibile senza il continuo rapporto con i nostri lettori. Che non è fatto solo di lettura e a volte di commenti. A tal proposito ci fa piacere che i nostri lettori si sentano stimolati a intervenire e avremmo piacere che ciò continui ad accadere spesso. La nostra policy dei commenti non sempre incontra il vostro favore, ma sappiate che la mole di lavoro e sopratutto di fiducia nei vostri confronti ci porta a lasciare sempre la porta aperta a voi utenti, sperando non ne approfittiate in modo negativo. Speriamo quindi che sempre più lettori “silenziosi” si uniscano ai “ciarlieri”: entrambi sono la nostra forza.

Ma soprattutto speriamo che abbiate voglia di “saltare il fosso”. Tutti i redattori e i collaboratori di Ubitennis sono stati prima di tutto appassionati lettori, proprio come voi. E proprio come voi non credevano di poter mai avere il piacere di trovare la propria firma nella prima pagina di quello che rimane il sito di tennis più seguito in Italia. E invece la trafila è semplicissima, basta mandare una mail a direttaubitennis@gmail.com, lasciando il vostro nome, cognome, città di residenza e qualche riga di presentazione. Verrete contattati molto rapidamente per iniziare la vostra collaborazione con noi. Sarete seguiti e istruiti, le vostre proposte saranno tenute in considerazione e discusse con voi. Quest’anno cerchiamo in particolar modo qualcuno che possa approfondire la vita dei circoli e del tennis italiano, ma ovviamente ogni candidatura verrà valutata.

Bussate alla porta di Ubitennis e scoprirete come nascono gli articoli, come si scova una notizia e come ci si districa nella complessa rete di fonti e social network, il Sacro Decalogo della chat redazionale, la magia ‘geografica’ che può tenere in connessione le idee di chi scrive oltreoceano e di chi invece è appena tornato a casa dopo una faticosa traversata del Grande Raccordo Anulare. Ma anche a chi ci riferiamo con la locuzione “Patriaman“, come si impara a decifrare le Sacre Scritture vergate sui taccuini del Direttore; cosa un inviato non deve mai scordare (e a proposito, come si fa a diventare un inviato?), chi è il più saggio e chi il più giovane della truppa, se è vero che per scrivere di tennis è assolutamente vietate avere simpatie e antipatie per i tennisti.

Perché no, un giorno Ubitennis potrebbe diventare un prodotto ancora migliore grazie a un’idea lanciata proprio da uno di voi. Scriveteci dunque, noi vi aspettiamo.

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L’applicazione metodica su Fognini del bicchiere mezzo vuoto http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/15/lapplicazione-metodica-su-fognini-del-bicchiere-mezzo-vuoto/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/15/lapplicazione-metodica-su-fognini-del-bicchiere-mezzo-vuoto/#respond Fri, 15 Dec 2017 12:00:51 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=200789 Anche dopo il grandissimo successo contro Murray a Roma, sono tantissimi i commenti tendenti a sminuire i risultati positivi di Fabio. Come quasi sempre gli accade]]>

Partiamo da una premessa, fondamentale per essere ben compresi nel prosieguo del nostro ragionamento: Fabio Fognini, nella sua attività di tennista professionista, non è sempre un esempio da seguire per i giovani. Quando in campo gli capita di rompere le racchette, di dire parolacce, o di litigare con i giudici di linea o di sedia, non si può dire che lo sia. Il tristissimo episodio degli insulti sessisti verso la giudice di sedia Louise Engzell, di cui è stato protagonista durante il primo turno degli ultimi US Open, rappresenta solo la punta di un iceberg di anni di sceneggiate non edificanti innanzitutto per la sua immagine pubblica.

Non solo: accade anche che, moltissime volte, il ligure – senza che probabilmente se ne renda conto – abbia atteggiamenti scortesi fuori dal campo. Come quando, ancora adesso, non risponde a giornalisti a lui sgraditi o, se è costretto a farlo, va avanti a monosillabi. Un comportamento che Fabio adotta anche con chi non conosce direttamente, ma ha la lettera scarlatta di collaborare per elementi della carta stampata, secondo lui, scorretti. Così facendo il ligure non ha rispetto per chi lavora molte volte duramente senza arricchirsi e non è in tal modo che può pensare di fare appieno il suo dovere di tennista professionista. Un ruolo che svolge da un decennio abbondante, che però comprende, tra i suoi compiti, la parte fondamentale dell’avere rispetto per il mestiere di giornalista, seppur ricoperto da chi risulta antipatico o da chi non si ritiene stimabile. Che piaccia o meno a Fognini, quella persona a lui sgradita, lavorando, fa da tramite tra la sua immagine pubblica e la gente che lo segue da casa, ovvero quelle stesse persone che, interessandosi ai suoi risultati, gli garantiscono indirettamente sponsor e montepremi. Forse gli farebbe davvero bene aprire i giornali esteri, vedere come e cosa si permettano di dire verso i loro campioni e come essi però facciano sempre il loro dovere di professionisti, collaborando professionalmente con la stampa, anche quella “nemica” e politicamente scorretta. Non sempre Fabio Fognini si mostra maturo al mondo esterno: come quando sembra si senta al centro del mondo e si consente atteggiamenti spacconi francamente inspiegabili, anche per chi avrebbe vinto dieci Slam più di lui, che tra l’altro – ci auguriamo sinceramente di aggiornare il conteggio – ancora sta a 0.

Capiamoci: secondo noi, nonostante tutto, per quel pochissimo che siamo consci di sapere di lui, Fabio è un ragazzo di buon cuore che risponde male al mondo esterno anche a causa di una malcelata timidezza. Ci scommetteremmo a riguardo, vedendo i buoni rapporti che ha con i colleghi, gente che lo frequenta decisamente di più dei tifosi o dei giornalisti: molti di loro si divertono a vederlo quando inizia a dare i “numeri” in campo, ma lo accettano con simpatia negli spogliatoi, dove sa stare in punta di piedi e col sorriso.

In realtà, però, il punto non è discettare su se Fognini sia antipatico o meno, o se sia un bravo o cattivo ragazzo. A noi deve interessare esclusivamente del tennista e non faremo l’errore che crediamo compiano tanti appassionati e, ancor più gravemente, la maggioranza di chi scrive di tennis: farsi inconsciamente influenzare da quel che si pensa istintivamente del Fognini persona (un aspetto sul quale, soltanto chi vive Fabio nella quotidianità può esprimersi). Chi ragiona cosi, fa lo speculare errore che il ligure compie con i giornalisti e, seguendolo, non potremmo più “bacchettare” il taggiasco a tal riguardo, per provare a farlo crescere ulteriormente come professionista.

Innegabilmente, con il numero 1 azzurro, se perde male – come ogni tanto gli capita – si è tutti impietosi; quando invece ottiene ottimi risultati, questi vengono sempre giustificati con qualche motivazione che esula dal talento del ligure e scade in ragioni che non devono mai definirlo molto bravo: chi lo ritiene tale, o è prezzolato dalla federazione o è un incompetente. Quando Fabio vince 5 tornei ATP e raggiunge 9 finali, ci riesce solo perché erano tornei mediocri: in realtà uno di essi, Amburgo, è un ATP 500 e, soprattutto, se fosse così semplice raggiungere questi traguardi, sarebbero stati conseguiti anche da altri tennisti non bravi, come tanti provano a far passare Fabio. Quando il ligure raggiunge due volte le semifinali in tornei della categoria Masters 1000, si ricordano immediatamente le sue varie eliminazioni ai primi turni; quando sconfigge sin qui dieci volte giocatori nella top ten, vi è riuscito solo perché erano chiaramente fuori forma. Quando, continuando tra i tanti esempi possibili, con Simone Bolelli, Fognini è il primo italiano a vincere uno Slam in doppio e a partecipare alle ATP Finals, il motivo è soprattutto della crisi della specialità, disertata dai migliori tennisti.

Pochissime volte si è ricordato che nel tennis dell’Era Open, la continuità di risultati nei vari anni della carriera di singolarista, pone, numeri alla mano, Fabio dietro solo a Panatta e Barazzutti tra i tennisti italiani. Anche nel corso degli ultimi Internazionali d’Italia, durante i quali ha sconfitto dopo una prova eccezionale il numero 1 del mondo, un risultato che mancava al tennis italiano addirittura da dieci anni, con lui molti hanno guardato il bicchiere mezzo vuoto: “Lo scozzese quest’anno è fuori forma, aveva perso già con Coric qualche giorno prima…” e via con mille analisi che tendevano a ridimensionare i risultati dell’allievo di Franco Davin. Di più: l’indomani di quella vittoria, nella sfida contro Zverev, inutile negarlo, c’è stata una parte non esigua della stampa e del pubblico che ha tifato per il tedesco, in modo da poter tornare a deridere il ligure e chi tifa per lui.

Eppure siamo tutti bravi a ricordare, certamente non farete fatica a trovarlo in rete, come Fabio negli Slam, i tornei più importanti per un tennista, non abbia mai fatto nulla di rimarchevole (un solo quarto di finale, al Roland Garros 2011; appena due ottavi, uno agli Australian Open 2014, l’altro agli US Open 2015), che è un tennista capace di perdere contro i Travaglia di turno (come a NY, a settembre), che ha una seconda di servizio troppo debole ad alti livelli, che commette un numero eccessivo di errori gratuiti, ecc… Per la maggioranza del mondo del tennis italiano, soprattutto quello che pretende di essere competente, Fabio è fortunato e sopravvalutato. Sulla fortuna abbiamo dubbi seri: una carriera che tra le sue gemme massime annovera l’essere stato più un anno e mezzo nella top 20, non può rendere credibile nel giudizio tale parola, sempre che non si voglia incredibilmente teorizzare che la fortuna duri 500 giorni consecutivi. La vera domanda è: negli ultimi anni quanti atleti italiani in sport competitivi come il tennis sono stati oggettivamente – la classifica ATP sarà pure asettica, ma certamente non va a simpatie – tra i primi 20 della loro categoria per poco meno di 100 settimane e hanno avuto tanta stampa e tanti appassionati contro? Possiamo ben dire che il suo sia un caso più che inedito, tanto più che da 35 anni nessuno riusciva a fare nel tennis quanto da lui compiuto.

Sul fatto poi che Fabio sia sopravvalutato da alcuni commentatori, è innegabile, ma dipende ovviamente dal giudizio che si esprime su di lui e qui non troverete mai detto che il ligure sia un campione o un fenomeno. Non stiamo nemmeno teorizzando che Fabio debba per forza arrivare tra i primi 8 del ranking ATP o che abbia tutte le qualità per riuscirci (come pure ha affermato ai microfoni di Sky, a commento della vittoria su Murray, uno che di tennis ne sa qualcosa, Paolo Bertolucci).

Qui stiamo solo ragionando sul fatto, inoppugnabile, che due cose fanno bene ad un movimento sportivo nazionale: una grande rivalità di personaggi forti alla quale la gente possa interessarsi e/o i successi di un campione nazionale. Il tennis in Italia, come nel mondo, ha conosciuto negli ultimi anni un grande boom grazie alla rivalità tra Federer e Nadal, al cui traino sono venuti altri grandi campioni come Djokovic e Murray. Il bacino d’utenza da riempire, per un’ulteriore crescita del nostro sport, è quello di raggiungere chi segue una specialità dopo che in lui è stato suscitato lo spirito d’emulazione a seguito delle vittorie di un campione della propria nazione. Ebbene, Fabio non è ancora un campione – i suoi risultati in carriera, quando lo scorso maggio ha compiuto 30 anni, smentiscono tale definizione – ma è un buonissimo giocatore, anzi, ottimo se comparato alla tradizione italiana, molto avara di gioie nel mondo della racchetta. Troppi hanno difficoltà a riconoscergli di aver regalato indubbiamente una visibilità extra al tennis, coi suoi successi in campo e col suo essere un personaggio anche fuori dal rettangolo di gioco (ha un aspetto piacente e una vita extra tennistica piuttosto glamour). Circostanze che fanno bene sia a chi ama la racchettta che a chi lavora con il tennis.

Noi tifiamo per Fognini in ogni torneo in cui è iscritto, specialmente se si tratta di un Masters 1000 o di un Major: lo facciamo non perché Fabio ci sia simpatico o perché sia la prima persona con la quale prenderemmo un caffè. Spereremo vinca, come sempre quando scende un tennista azzurro, perché la sua vittoria farebbe bene in termini di visibilità al tennis e quindi a noi che amiamo questo sport. Ma tanto già si sa: Fabio per tanti è solo fortunato e sopravvalutato e, se a gennaio dovesse per assurdo vincere gli Australian Open, ci sarebbe riuscito soltanto grazie al tabellone più fortunato della storia del tennis.

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Quantum Lob: in viaggio nel tempo degli NC (e non solo) – Parte 2 http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/15/quantum-lob-viaggio-nel-tempo-degli-nc-e-non-solo-parte-2/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/15/quantum-lob-viaggio-nel-tempo-degli-nc-e-non-solo-parte-2/#respond Fri, 15 Dec 2017 06:51:27 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235229 Episodio 2: giornalisti e altre catastrofi. Un nuovo salto temporale dello stagista di Ubitennis, Zuri Etxebarria]]>

Quantum Lob #1

Il nauseato stagista ha bisogno di qualche secondo per riprendersi dall’inaspettato balzo nel tempo e, soprattutto, dalla musichetta stile boy band che lo ha accompagnato. Ancora confuso, sente un paio di imprecazioni provenire dal campo alle sue spalle; istintivamente, si volta e constata che quelle parole poco civili sono seguite da una racchetta che vola decisa in direzione della sua fronte. Con un riflesso da far invidia a Spiderman, Zuri schiva la racchetta rotante scaraventata fuori dal campo dall’imberbe omicida mancato. Un uomo va a raccoglierla sul gentile invito del ragazzino, “allora, babbo, me la riporti o gioco con le mani?”. Un messaggio del suo tutor lo informa che ha fatto un altro salto nel tempo (rivelazione inaspettata), di circa un anno in avanti nel passato (si può dire?), anche se il motivo non è ancora del tutto chiaro (non ne hanno idea), ma non c’è da preoccuparsi (è spacciato). Continuando a leggere, scopre che l’adolescente isterico avrebbe fatto una carriera molto – ma molto – meno luminosa di quella che troppi addetti ai lavori avevano con eccessiva compiacenza vaticinato. Zuri accosta il padre chiedendogli se può intervistare la giovane promessa.

Con lo sguardo severo che squadra per interminabili secondi il perplesso stagista, l’uomo finalmente replica che, forse, risponderà lui stesso alle domande, ma il figlio non parla con la stampa. Al limite, concede interviste televisive, così non possono inventarsi le risposte. Zuri dubita che ci sia qualche emittente TV, ancorché cittadina, a un torneo regionale di nanerottoli. L’intimorito stagista va in difficoltà quando gli viene chiesto per quale giornale lavori (non può rispondere “per una famosa testata online” se la testata ancora non esiste e l’espressione online è sconosciuta ai più). Svicola fingendosi un giornalista freelance, ma subisce così il sarcasmo del tipo: “Ah, disoccupato”. Zuri pensa di dover essere più rapido nelle trasmissioni sinaptiche: se si fosse spacciato per un redattore del quotidiano El País, l’antipatico interlocutore non avrebbe certo avuto la possibilità di controllare.

Mi stava dicendo che non permette a Suo figlio di parlare con la stampa: qual è il motivo?
Non tollero queste insinuazioni. Io non controllo la sua vita, ma abbiamo deciso insieme di evitare che scribacchini senza scrupoli, invidiosi del suo talento, manipolino le sue risposte.

Quindi, avete avuto esperienze negative in questo senso: mi può fare qualche esempio?
Lei non mi ascolta. Se lo tengo lontano dai giornalisti, non ci sono ovviamente esempi da fare. Non c’è bisogno che rischi di essere travolto da un treno per vietargli di andare a giocare sui binari. Però, un mese fa, un trafiletto microscopico su una pagina locale lo citava sconfitto in finale in quel posto dove non torneremo mai più, ma non faceva alcun cenno all’arbitraggio scandaloso. Come poi gli succede spesso.

Almeno da quel punto di vista, oggi è andata bene…
Ma ha seguito l’incontro con la diligenza che il Suo ruolo Le impone o ti sei semplicemente aggirato per il circolo? (allarmante il repentino passaggio dal Lei al tu, ndr).

Ammetto che la mia attenzione fosse dapprima insufficiente, ma poi è stata prepotentemente richiamata all’ordine.
Stavi guardando quando l’arbitro gli ha chiamato fuori quel servizio? Poi, è andato a controllare il segno e ha confermato la chiamata. Una vergogna! Ci saranno stati venti segni in quella zona: come ha fatto a indicare quello giusto? E quando gli ha dato il punto perso per l’invasione? È chiaro che correre in avanti per recuperare una smorzata tanto corta quanto fortuita lo porta a travolgere la rete: vogliamo punirlo perché è il più veloce di tutti? O perché ha reagito a quell’ingiustizia scagliando la racchetta fuori dal campo?

È vero che ha aggredito un avversario di Suo figlio alla fine di un incontro?
Attento a cosa scrivi che ti querelo. Innanzitutto, non era un torneo giovanile, l’avversario aveva quarant’anni e ha detto a mio figlio che gioca bene, ma io lo sto rovinando. E gli ho dato solo una leggera spinta, praticamente involontaria.

Restiamo allora nel circuito giovanile: com’è il rapporto con gli altri ragazzi?
Lui gioca a tennis per vincere le partite, non per farsi degli amici. Stiamo parlando di agonismo, non di parrocchia.

Così, però, rischia di essere visto da tutti come l’antipatico di turno. Forse, non è l’ideale per un quattordicenne e potrebbe avere ripercussioni sulla voglia di giocare e sui risultati.
Siamo alla psicologia da quattro soldi. È antipatico perché vince e, così dicono, perché ostenta un atteggiamento di superiorità. Sta’ a vedere che è colpa sua se gli altri ragazzi gli sono inferiori. Ne riparliamo tra dieci anni quando sarà entrato nei primi 100 ATP e lo incenserai vantandoti con i tuoi colleghi di averlo scoperto da ragazzino, comodamente dimentico del tuo atteggiamento di oggi. Adesso scusami, ma devo dire al giudice arbitro che non mi metta quell’incompetente sulla sedia né domani né mai più.

Zuri pensa che, se non esistessero personaggi del genere, non avrebbe l’ardire di inventarseli; intanto, coglie gli ultimi scampoli dell’animato dialogo fra il ragazzo e quello che è evidentemente il suo maestro, reo, a quanto pare, di non averlo preparato adeguatamente ad affrontare lo slice assassino dell’avversario odierno che lo ha costretto al terzo set. Lontano da occhi indiscreti, l’intraprendente stagista persuade l’insegnante a qualche confidenza anonima.

Chi è più nocivo per la salute di un maestro: genitori o allievi?
Tra i ragazzi, ci può anche essere quello che sembra lì per farti un piacere o l’altro che non sai se ti prende in giro o davvero non capisce mai un esercizio la prima volta che lo spieghi – e neanche la seconda –, ma alcuni genitori sono pericolosi. Se a essere convinto di avere un talento straordinario è un adolescente, ti devi solo impegnare un po’ di più per tenerlo in riga; quando invece è il padre, o più raramente la madre, ad avere e ad alimentare questa convinzione, non si sa dove si finisce.

Diciamo allora che il padre di un allievo vuole che il maestro gli faccia esprimere il suo potenziale da giocatore di livello internazionale, potenziale che, per il maestro, proprio non esiste: non basta dirglielo? Non è anche una questione di onestà?
Sì, ma ci sono altre considerazioni. Per esempio, quel padre, accecato dall’immagine di sfolgoranti successi futuri scolpita nella sua mente, penserà che il maestro si sbagli e non sia adatto a suo figlio; se è un personaggio influente in quel circolo, magari il presidente, ecco che il maestro potrebbe diventare inadatto a molti.

“Senti anche tu questa canzone? Sono gli Ska-P?”. L’espressione interrogativa del suo interlocutore, unita all’incipiente senso di nausea e vertigini, suggerisce al rassegnato stagista di cercarsi velocemente un posto dove poter vaporizzarsi senza traumatizzare nessuno. Zuri dubita che vaporizzarsi sia il termine corretto, ma il pensiero viene presto sopraffatto dagli effetti del salto. Qualche secondo per ritrovare l’equilibrio, strizza gli occhi, li riapre e la prima immagine che gli si imprime sulla retina poco si adatta al pezzo ska-punk che ha accompagnato questo viaggio. L’immagine di quattro zombie che vagano all’interno di un recinto.

Michelangelo Sottili

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I match dell’anno: Wawrinka-Murray, spettacolo a Parigi http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/14/match-dellanno-wawrinka-murray-quattro-ore-e-mezza-di-spettacolo-parigi/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/14/match-dellanno-wawrinka-murray-quattro-ore-e-mezza-di-spettacolo-parigi/#respond Thu, 14 Dec 2017 16:57:11 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235738 Ripercorriamo il 2017 attraverso le partite che hanno lasciato il segno. Giugno: al Roland Garros lo svizzero conquista la sua quarta finale Slam avendo la meglio in una battaglia che esalta le capacità difensive dell'ex n.1 del mondo. Li rivedremo mai a quei livelli?]]>

Parigi, pur orfana di Roger Federer, si accende a giugno. La Decima di Rafa Nadal al Roland Garros arriva contro un Wawrinka che non aveva mai perso, fino a quel momento, nelle tre finali Slam disputate. Il torneo non resterà negli annali, se non per una partita bellissima. In una semifinale che replica quella del 2016, lo svizzero ha la meglio su Andy Murray al termine di una battaglia di quattro ore e mezza. Nell’incertezza del tabellone femminile, la spunta Jelena Ostapenko che in precedenza non aveva mai vinto un torneo WTA. Chiusa la stagione europea su terra, tra gli appuntamenti in preparazione ai Championships merita un accenno il nono trionfo di Federer sull’erba di Halle. Meno di un’ora per portare a scuola Sasha Zverev, lasciando intendere quello che accadrà a Londra nelle settimane successive.


IL PRE-PARTITA

Il trionfo di Dubai sembrava poter lanciare Andy Murray verso un’altra stagione da protagonista. La campagna europea su terra, però, lo proietta al Roland Garros tra alti e bassi. A Barcellona lo scozzese si ferma in semifinale, battuto da Thiem. Il ko di Madrid contro Coric è foriero di presagi negativi in vista di Roma, dove finirà per regalare una notte di gloria a Fognini e al pubblico del Centrale. A Parigi, però, sembra di rivedere il miglior Andy: solo tre i set lasciati per strada fino ai quarti, superando in relativa scioltezza ostacoli non proprio irrisori: Kuznetsov, Klizan, Del Potro, Khachanov e Nishikori.  Incoraggianti i primi mesi dell’anno anche per Wawrinka: solo il derby svizzero con Federer gli è risultato indigesto in semifinale agli Australian Open e poi in finale a Indian Wells. Pur non entusiasmando nei Masters 1000 su clay, Stan è arrivato a Parigi alzando comunque il trofeo di casa a Ginevra. Il suo Roland Garros sarà un percorso netto fino alla semifinale: nemmeno un set perso contro Kovalik, Dolgopolov, Fognini, Monfils e Cilic.

LA PARTITA

[3] S. Wawrinka b.[1] A. Murray 6-7(6) 6-3 5-7 7-6(3) 6-1

Quattro ore e mezzo di grandissimo spettacolo. Attacco contro difesa, per voler schematizzare.  Dritti e rovesci lungolinea di straordinaria potenza e intensità, che hanno esaltato per larghi tratti un ribattitore sublime come lo scozzese.  Cosa è stato capace di recuperare Murray oggi, smash compresi, ha dell’incredibile”, è il flash del direttore Ubaldo Scanagatta all’uscita dal Philippe Chatrier. Il primo set è il meno spettacolare: Murray ha la meglio al tie break, ma non sposta gli equilibri. Il livello di gioco dello svizzero sale progressivamente ed esalta dall’altra parte l’eccellenza nella fase difensiva. L’assalto di Wawrinka tra secondo e terzo set (sette giochi di fila) trova il contraltare nella rimonta (7-5 al terzo dopo essere stato sotto 0-3) che fa risalire Murray in vantaggio di un set grazie alla capacità di rispedire dall’altra parte della rete qualsiasi palla, smash compresi. Nel quarto set gira la partita: si arriva al tie break che Wawrinka interpreta con piglio dominante. Esce dalle sabbie mobili a suon di vincenti, spingendo l’avversario sui teloni di bordo campo e impedendogli di rallentare gli scambi. Una paurosa risposta di dritto fissa il 7-3 che apre la strada al quinto set, momento in cui il tennis dello svizzero sfiorerà la perfezione. Stupendo un dritto imprendibile che passa all’esterno del paletto. Nell’ultima mezz’ora Murray cede di schianto.

PERCHÉ PROPRIO QUESTA?

Il loro 2017, in sostanza, terminerà qui. Una stagione tormentata dagli infortuni che li vedrà uscire entrambi senza gloria da Wimbledon, prima di dire basta. Si è chiuso un ciclo, anche tecnico per Wawrinka dopo la separazione da coach Norman e l’operazione al ginocchio. Murray tornerà in campo a Brisbane, testando sul cemento australiano la resistenza dell’anca che lo tormenta. Rivivere le emozioni che ci hanno regalato a Parigi ci lascia con un dubbio: li rivedremo mai a quei livelli?

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Ritratti: Bologna, piccola capitale del tennis http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/14/ritratti-bologna-piccola-capitale-del-tennis/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/14/ritratti-bologna-piccola-capitale-del-tennis/#respond Thu, 14 Dec 2017 11:33:29 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=228673 Alcune città hanno voluto particolarmente bene al tennis. Una di queste è la Bologna di Camporese, Cané e Bolelli]]>

“Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la sua” (U. Eco).

Un giovane professore arrivato a Bologna nel 1975 per insegnare semiotica al neonato DAMS, tra le sue tante cose interessanti, ebbe a dire anche questa. Umberto Eco, nato non bolognese, sarebbe divenuto uno dei simboli della Bologna degli anni ’70, capitale dei movimenti giovanili e dei suoi modi di rappresentare il presente e prefigurare il futuro. DAMS e non solo. Un coacervo di idee in movimento fiorite in contemporanea, la Bologna di quegli anni. Zanardi non era solo il nome di una strada, Piazza Grande non solo il paradigma di una piazza, né Roversi solo l’introvabile Tazìo tra le figurine dei calciatori di un album mai finito. Bifo era il personaggio di un paese delle meraviglie che era in una radio che della bambina che lì si perse, aveva il nome. Si vendeva bene Bologna in quegli anni tra un Sartre e un Bodelaire, un Sarti e un Dalla. La Bologna gravida della paranoica punkEmilia, ponte tra l’Italia e la Mitteleuropa. Ma non solo di arte e cultura, musica e libri si cibano i giochi della Rivoluzione. Pensare, agire, creare. Lavorare stanca e il modo migliore è farlo con lentezza eppure a Borgo Panigale, in via Cavalieri Ducati han sempre costruito moto velocissime.

Il fuoco non covava soltanto nelle strade del centro, ma anche negli angoli più tranquilli della città. Anche di storie di sport vivono i luoghi. Nei campi da tennis, Bologna, come tutti le città, provava a scovare e donare al Paese il nuovo Adriano Panatta. Due ragazzini nati a pochi anni di differenza in particolare destavano le attenzioni. Uno magrolino, esile, ottima manualità, eccessivo negli atteggiamenti e nell’alternanza degli stati d’animo. L’altro, tranquillo ragazzone, alto e allampanato, rigido di busto e di gambe, diritto killer e fantastico colpitore al punto da far passare in secondo piano un talento affatto banale. Paolo Canè ed Omar Camporese.

Il tocco del virtuoso aveva il primo, ma cilindrata bassa e andava specializzandosi sui campi in rosso, handicap tipico delle italiche vicende tennistiche. Eppure la miglior partita della carriera l’avrebbe fatta sull’erba di Wimbledon dove per un filo non batteva Lendl. Non è sempre del vicino l’erba più verde e un campo veloce sa essere amico migliore di uno lento per chi propone un tennis di qualità come il Paolino delle giornate in cui scendeva dal letto dal lato giusto. Il secondo mobilità pari allo zero, nessuna voglia di scambiare, servizio-diritto lo schema preferito. Non che non sapesse fare altro, anzi, lo faceva in maniera sublime, ma aveva la cilindrata dei campioni lui, meglio non stancarsi e perder tempo. Crescendo e maturando avrebbero amplificato queste caratteristiche.

Di Canè si ricordano gli psyco matches, le lunghe corse e rincorse, le sofferenze, le invenzioni, i crolli, i furori, le frustrazioni, gli sbalzi umorali, al punto che il sommo Clerici lo battezzò ‘”neuroCanè”, appellativo, che, a torto, ebbe meno successo di “turbo rovescio” conferitogli dal re dei cronisti sportivi pop, Giampiero Galeazzi. Di Camporese si ricorda di come, quando non aveva fisico incerottato, fosse capace di ridurre qualsiasi avversario al ruolo di impotente sparring. I due avrebbero dato vita ad una splendida idea di squadra monca di Coppa Davis, spesso infortunati, forte sulla terra uno e sul veloce ed incontenibile indoor l’altro, anche ottimo doppista in coppia col fido Diego Nargiso.

Paolo Canè ebbe come best ranking il numero 24 e tre vittorie in tornei non di prima fascia, sull’amata terra. Memorabile la sua vittoria in Davis a Cagliari su un Wilander ancora numero 1 anche se già nella sua parabola discendente. Un fisico non all’altezza, un tennis tutto sommato filante ma leggero, un servizio poco incisivo e una testa ballerina non lavorarono purtroppo nella stessa direzione della sua mano sensibile, facendone un giocatore ostico da incontrare nelle giornate buone specie sul rosso e in Davis dove si trasformava in una sorta di indemoniato. “Paoli’, daje che mo se ritira“, urlatogli dagli spalti del Foro Italico nel momento in cui Jarryd, suo avversario di un match mai nato, si apprestava a servire sul 6-0 5-0; un paio di tuffi sul rosso di Cagliari in Davis e sull’erba di Wimbledon, una star della canzone come compagna. Fenomenologia di Paolo Canè in tre punti.

La palla colpita da Camporese, suonava Wagner. La ascoltò per ore quella musica Boris Becker in un match infinito il 19 gennaio 1991. Australian Open, terzo turno. Quinta ora di gioco. Boris Becker è 40/0 e serve il primo dei tre match point sull’11-10 del quinto set. Partita finita. Almeno così dovrebbe essere. Primo set point annullato da un paio di comodini lanciati dall’altro lato del campo da Omar.

40 /15

Boris Becker serve il secondo match point. Sassata di Omar di risposta e volèe comunque non difficilissima di Becker in rete.

40/30

Terzo match point. Boris batte sul rovescio di Omar che si gira sul diritto e spara una bordata lungo linea. Parità.

40/40

Risposta da fantascienza di Omar, rovescio bloccato dal centro ad uscire con avversario che resta immobile e siamo sulla palla dell’11 pari.

40/A

Serve&volley di Becker, risposta vincente di rovescio lungo linea da cineteca di Omar, Becker infilato e 11 pari.

Camporese arriverà a due punti dal match che finirà con la vittoria del pel di carota tedesco 14-12 al quinto set in uno dei match più lunghi della storia degli Slam. Al momento di stringersi la mano, Boris alza il braccio di Omar assieme al suo per una comune contemporanea standing ovation. Lasciano il campo entrambi da vincitori, anche se solo uno è ad aver passato il turno. Becker gli sussurra: “Sei un giocatore incredibile“.

Camporese per non smentire Becker contro cui ripeterà poche settimane dopo in Davis pari pari la stessa maratona dell’Australia, tra un infortunio e l’altro suonò quelle sinfoniche cavalcate a diversi top ten. Edberg, Moya, Stich, Ivanisevic, Lendl, Bruguera tra quelli che gli strinsero la mano da sconfitti. Goran Ivanisevic la pensava allo stesso modo di Becker e scelse Omar come amico compagno di doppio vincendo 3 tornei. Allo stesso modo la pensava Capitan Panatta quando lo riesumava dal lettino del fisioterapista e lo buttava direttamente in campo negli incontri di Davis, sapendo che anche quasi da fermo e di solo braccio poteva battere chiunque, anche da numero 156, e sotto due set a zero.

La spiegazione del perché tal “giocatore incredibile”, non abbia avuto risultati pari alla beckeriana definizione, non era da trovare in un campo da tennis, ma nel fisico di Camporese. Omar aveva la velocità di braccio, la potenza, il modo di colpire la palla, il talento, la capacità di far vincenti e il gioco risolutivo che fa la differenza tra un buon giocatore e un campione, ma il fisico ricordava più quello di un ragazzone impacciato nei suoi enormi piedoni, che non quello di un atleta. Quel fisico sottoposto a continui infortuni, ne avrebbe limitato la carriera specie nei momenti migliori, per poi interromperla precocemente. Pigro di gambe, velocissimo di braccio, Omar Camporese resta il più grande rimpianto del tennis italiano post Panatta.

Gli anni passano, cambiano e modificano. Bologna è meno giovane di allora. Lontano dal centro, in angoli più tranquilli della città, ci sono ancora ragazzini che giocano a tennis. Nessuno pensa più allo scovare un nuovo Panatta. Anche solo un buon giocatore basta e avanza. Simone Bolelli da piccolo sognava di diventare un giocatore di tennis e voleva diventarlo usando quel modello di racchetta che fischia, quello che in mano ad Ivanisevic e Leconte aveva fischiato note sublimi. Ci sarebbe riuscito anche se quel modello l’avrebbe dovuto poi pensionare, per uno più facile. Aveva anche e ha Simone delle cose in comune con Camporese, essenzialmente la capacità di colpire la palla pulita e con potenza e soprattutto la lentezza di gambe e la facile propensione all’infortunio, cose che non gli hanno impedito, pur limitandolo, di diventare il buon giocatore che è ancora.

Gli anni passano, cambiano e modificano. Nelle strade di Bologna non più dagli altoparlanti, parole, canti ed inni alla Rivoluzione. Il vociare è ancora alto, ma da movida silente. Sartre e Baudelaire son morti, ma anche Sarti e Dalla lo sono. I gucciniani “portici cosce” accolgono meno e sempre meno son le storie che essi raccontano. Il giovane movimento punk, teso alla mitteleuropa, ha visto da adulto giunte comunali di destra.

“Ci fu una grande battaglia di idee e alla fine non ci furono né vincitori, né vinti, né idee” (S. Benni).

Fede Torre

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Il 2017 di Stan Wawrinka: l’anno che ha chiuso un ciclo http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/14/il-2017-di-stanislas-wawrinka-lanno-che-ha-chiuso-un-ciclo/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/14/il-2017-di-stanislas-wawrinka-lanno-che-ha-chiuso-un-ciclo/#respond Thu, 14 Dec 2017 10:02:21 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235589 La stagione appena trascorsa ha visto un Wawrinka a due facce: competitivo nei Major prima, condizionato dall'infortunio poi. E dal divorzio da coach Norman. Potrà tornare al vertice del tennis mondiale]]>

Sono passati quasi 4 anni da quella domenica di fine gennaio 2014 in cui è stata promulgata la Legge Stanimal – uno Slam l’anno val bene un po’ di letargo. L’edizione 2016 di Flushing Meadows, che ha visto Wawrinka incassare la quota parte di major come da normativa vigente, non lasciava presagire che nel 2017 il tennis avrebbe derogato a questa regola. Invece, qualcosa si è rotto nella potentissima macchina da tennis che il circuito ha avvistato per la prima volta quel 26 gennaio. Una forza della natura, lo Stan evoluto, cui – lo si sarebbe scoperto di lì a poco – era stata disattivata una sola funzione: il pilota automatico. Il concetto stesso di velocità di crociera non era stato contemplato, con la conseguente alternanza di picchi di gioco impossibili da arginare, persino per mostri sacri come Nadal e Djokovic, e depressioni carsiche in cui lasciare il furore agonistico temporaneamente in quiescenza.

Per dovere di chiarezza, parliamo di Stanislas the Second – per distinguerlo dall’omonimo talento non del tutto espresso, incapace di divincolarsi dal limbo che imbriglia le seconde schiere. Il campione elvetico uscito finalmente dal cono d’ombra del Maestro Federer, con l’obiettivo di rubargli per un triennio – si parva licet – il ruolo di Svizzera 1. È toccato proprio al fuoriclasse basilese, 36 mesi dopo, nello stesso stadio che ha conosciuto il nuovo Wawrinka, riportare indietro le lancette e le gerarchie là dove per tanto tempo erano rimaste cristallizzate: Roger si è ripreso il titolo di Svizzera 1, Stan è tornato a fare la riverenza. Questo l’inizio di un’annata dai toni chiaroscurali, che si è chiusa in perdita sul piano del gioco, con l’aggravante di un colpo di scena finale a rendere più incerte le ambizioni di risalita nel 2018.

ANCORA TU, ROGER (MA NON DOVEVI BATTERMI PIÙ?)

Wawrinka inizia l’anno abbandonando il fortino di Chennai per Brisbane. Nel Queensland il nativo di Losanna gioca un torneo discreto, che si conclude in semifinale quando si imbatte in Nishikori. Ma è nel primo major dell’anno che torna il purosangue da gran premio. O così almeno sembra. Sulla sua strada, sempre lui, Federer. Che lo perseguita persino quando gioca in un altro stadio, come testimonia questo scambio con un tifoso dell’8 volte campione di Wimbledon.

La semifinale con il connazionale, già in affanno nel turno precedente, sembrerebbe un match alla sua portata. In realtà, la strada per lui si fa subito molto ripida: la contesa appare segnata da uno svantaggio incolmabile. Ma Stan non demorde e, persi i primi due set, vince i successivi. Finendo per cedere nella frazione decisiva.

E FEDERER INSISTE, PROPRIO UNO STR…ANO AMICO

“Enough is enough”, sembra pensare un Wawrinka molto provato emotivamente dalla finale appena persa a Indian Wells. A batterlo, il solito, sadico amico. Cui rivolge scherzosamente un epiteto in mondovisione. Il primo Masters 1000 del calendario è ancora terreno di conquista per il suo idolo, ma Stan può comune essere soddisfatto del livello mostrato nel primo trimestre. Meno confortante il passo falso di Miami, dove, negli ottavi, è il rampante Sascha Zverev a sconfiggerlo. Ma è già tempo di volare in Europa.

TRAVOLTO DAL PIÙ GRANDE SPECIALISTA SUL ROSSO

Almeno potrà dire “Io c’ero”. Esser parte, seppur perdente come da copione, di uno dei momenti della storia del tennis, La Decima realizzata al Roland Garros da Rafael Nadal, non sarà stato uno dei suoi sogni di bambino. Ma, se proprio si deve scegliere un palcoscenico dove recitare la parte dello sconfitto, beh, meglio optare per la finale di un big event. Il torneo parigino rappresenta il clou (guarda caso) della stagione sul rosso di Wawrinka. Che comincia in sordina, con sconfitte a Montecarlo da Cuevas, tutto sommato accettabile, e a Madrid da Paire, il cavallo pazzo francese la cui consistenza si limita alla folta barba. Agli Internazionali lo ferma Isner. L’ouverture della bella prestazione francese è la vittoria, la prima (e anche l’ultima) dell’anno, nel 250 di Ginevra. I motori sono caldi e a Porte d’Auteuil, prima di essere triturato da Nadal in finale, spegne in una semifinale fiume le residue speranze di Murray di risollevare la propria stagione.

L’INFORTUNIO CHE DECRETA LO STOP

Le comparsate al Queens e a Wimbledon, tornei storicamente mai terreno di caccia per lo svizzero per una certa incompatibilità tecnica con la superficie, non aggiungono nulla al suo 2017. La notizia arriva invece a inizio agosto. Wawrinka si opera al ginocchio e annuncia che tornerà a giocare nel 2018. Lo US Open perde il campione uscente, l’ennesimo top player costretto a saltare la porzione finale della stagione.

E INFINE, LO SHOCK: NORMAN SE NE VA

Se per il tennis giocato c’è da attendere qualche mese, sono gli annunci a tenere banco. Comincia l’allenatore dei miracoli, Magnus Norman, colui che ha trasformato un solido top 10 nell’inarrestabile guastasogni dei mostri sacri – chiedere a Nadal e Djokovic. Il primo relatore della Legge Stanimal decide di interrompere la collaborazione con l’elvetico. La notizia coglie di sorpresa lo stesso Wawrinka, che il primo dicembre, con rinfrescante irritualità no social, affida le sue considerazioni a una conferenza stampa. L’evento, un po’ chiacchierata tra vecchi amici che non si vedono da tanto, un po’ occasione per fornire la versione ufficiale sui piani futuri, chiarisce due cose. Stan smentisce le voci di un suo imminente ritiro e rivela che il divorzio da Norman è stato deciso unilateralmente dal coach. In particolare, la tempistica scelta appare “scioccante, visto che nei momenti difficili ti aspetteresti il supporto delle persone che ti sono vicine”.

Tornerà, quindi, Stan. Ma non si pronuncia sulla data. Si è dato obiettivi di lungo termine, inutile affrettare il recupero. Può darsi che il momento magico sia finito. È probabile che, anche per via dei suoi 32 anni, il gioco “vinco uno Slam, mi rilasso e ci rivediamo in una di queste finali” non gli riuscirà più. In fondo, l’importante è che si butti nuovamente nella mischia. E se dovesse trovare la misura dei suoi traccianti per una quindicina di giorni, nella venue giusta, potrà tornare a trasformare i sogni di chi sogna in grande in altrettanti incubi.

 

 

 

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Federer, cioccolatini d’oro e dubbi: il Roland Garros è già a rischio? http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/14/federer-cioccolatini-doro-e-dubbi-il-roland-garros-e-gia-rischio/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/14/federer-cioccolatini-doro-e-dubbi-il-roland-garros-e-gia-rischio/#respond Thu, 14 Dec 2017 08:41:36 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235695 Lindt scommette sulla longevità agonistica di Roger rinnovando la sponsorizzazione con 17 milioni di euro. "Voglio giocare ancora qualche anno", dichiara il numero due del mondo che però non inserisce Parigi tra le sue priorità]]>

Roger Federer, non solo cioccolato svizzero…

La fiducia nella longevità agonistica del quasi 37enne Roger Federer è enorme. Non si spiega diversamente il super rinnovo di contratto che Lindt – secondo quanto rivelato da Forbes – ha appena concluso con il suo più importante testimonial. Il brand del cioccolato svizzero verserà dal 2018 nelle casse del campione di Australian Open e Wimbledon circa 17 milioni di euro. Un accordo di cui non è stata svelata la scadenza, ma tutto lascia presupporre che si voglia almeno arrivare al decennale visto che la partnership ha preso il via nel 2009. “Voglio giocare ancora qualche altro anno”, ha dichiarato il numero due del mondo al termine del suo straordinario 2017 dando fiducia a chi investe su di lui.

Ai titoli sul campo (sette trofei, tra cui i due Slam) vanno aggiunti gli oltre 13 milioni di dollari guadagnati di soli montepremi e il nuovo contratto di sponsorizzazione firmato con Barilla, stimato intorno ai 40 milioni. L’azienda italiana è riuscita così a entrare nell’elite dei marchi che accompagnano da tempo la stella di Basilea, affiancandosi agli storici compagni di viaggio (Nike, Rolex, Mercedes, Moet & Chandon oltre alla stessa Lindt) di una carriera vissuta costantemente al vertice del tennis mondiale da ormai 15 anni. Forbes ritiene Federer il quarto sportivo che guadagna di più al mondo, dietro Cristiano Ronaldo, LeBron James e Leo Messi, sopravanzando tutti però per quanto riguarda le sole sponsorizzazioni: 58 milioni di dollari all’anno, poco meno di 50 milioni di euro. L’appeal commerciale di Federer viene ritenuto senza confini. Nelle analisi di mercato giocano a suo favore la buona reputazione del personaggio, l’eterogeneità geografica del pubblico del tennis e la tendenziale appartenenza a una fascia di reddito non bassa degli appassionati della racchetta.

Nel dare nuova linfa al fenomeno Federer, in ogni caso, molto hanno fatto i risultati dell’annata appena conclusa. La coperta è corta: per gestire ancora al meglio le energie fisiche e mentali un atleta di quasi 37 anni non può giocare sempre. Ma allo stesso tempo non può non far discutere una pianificazione scientifica degli impegni che va a discapito degli appassionati e dello spettacolo. “Wimbledon, US Open e Australian Open sono punti fermi, tutto quello che c’è intorno deriva da loro. Andrò in campo solo al top della condizione”, ha dichiarato Federer in proiezione 2018 ai microfoni di Sfr Sport. Parole sibilline, per quanto non ci sia una dichiarazione di intenti esplicita. Il timore è che la programmazione di Roger e del suo entourage finisca nuovamente per penalizzare il Roland Garros e la stagione europea su terra, così come accaduto nel 2017. Non cadremmo dalle nuvole, ma saperlo già a dicembre stroncherebbe parecchi sogni.

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Spunti tecnici, cose belle del 2017: Indian Wells, il paradiso del tennis http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/13/spunti-tecnici-cose-belle-del-2017-indian-wells-il-paradiso-del-tennis/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/13/spunti-tecnici-cose-belle-del-2017-indian-wells-il-paradiso-del-tennis/#respond Wed, 13 Dec 2017 17:02:19 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235639 Filmati originali ed esclusivi in super slow motion. Dal giardino nel deserto della Coachella Valley, Sock, Berdych, Keys e Zimonjic. Dettagli tecnici interessanti, tennis di altissimo livello da ammirare ]]>

C’è un motivo, se il mondo si divide in chi c’è o c’è stato (e la adora), e chi purtroppo si deve limitare a sognarla (scrivendoci anche iconiche canzoni). La California, senza mezzi termini, è probabilmente uno dei posti più belli di questo pianeta. Clima favoloso, natura di ogni genere, dalle montagne innevate con i ghiacciai perenni alle spiagge con i surfisti, le palme e i tramonti, e tutto quello che sta in mezzo a questi estremi. Parchi e città, scogliere e foreste, come dicono da quelle parti “you name it“, qualsiasi cosa ti intrighi, la puoi trovare, al massimo livello.

Per quanto riguarda noi, si sa, l’interesse è il tennis, e come volevasi dimostrare, poco a nord di Los Angeles, nella Coachella Valley famosa per i festival di musica e i concerti, ecco quello che in base alla mia esperienza (ormai piuttosto corposa) è l’impianto migliore del mondo dedicato al nostro sport. Solo l’altrettanto splendido Melbourne Park, sede degli Australian Open, può a mio avviso rivaleggiare con l’Indian Wells Tennis Garden, che però ha più campi, ben 29. E un clima più gradevole ancora, caldo secco con poco vento.
Ovviamente, durante l’edizione di quest’anno, i “training courts” californiani sono stati la mia frequentazione prediletta. Andiamo a rivedere insieme qualche bel filmato, ricavato da sequenze a 60 f.p.s. (frames per secondo), in super slow motion quindi, che ho potuto realizzare in marzo, e che non era stato utilizzato per la pubblicazione. Come sempre quando possibile (o meglio, quando si è sul posto di persona), il materiale è tutto originale ed esclusivo.

Qui sopra, uno dei colpitori più puliti e perfetti tecnicamente degli ultimi 15 anni, degno rappresentante della grandissima tradizione della scuola tennis della Repubblica Ceca (e dell’ex Cecoslovacchia, se è per quello), Tomas Berdych. Vediamo un dritto impattato di fianco, con ottimo appoggio del piede sinistro e rotazione busto-spalle, e due rovesci, con esemplare azione dei polsi e proiezione in avanti del peso. Che bei fondamentali.

Qui sopra, la finalista dell’ultimo US Open, Madison Keys, una di quelle che tira più forte di tutte tra le ragazze, raggiungendo spesso velocità superiori a Serena Williams, per esempio. “Maddy” ci mostra un dritto inside out tirato in semi-open stance, da ammirare il passo di aggiustamento e la successiva spinta dei piedi, uno slice di rovescio, che è un bell’esempio di come vada correttamente accompagnato in orizzontale-laterale il finale del colpo, e altri due rovesci in spinta. L’ultimo, piuttosto basso, è notevole per come la giocatrice gestisce la flessione delle ginocchia, che vanno a ruotare usando gli avampiedi come perni, la dinamica dell’esecuzione è splendida.

Qui sopra, ritroviamo uno dei “mattatori” dell’ultima parte di stagione, che a Indian Wells raggiunse la semifinale (battuto da Roger Federer), e che avevo avuto poi modo di importunare a Parigi all’inizio di novembre per analizzare il suo gran drittone in top-spin. Qui vediamo l’esecuzione di Jack impegnato in un allungo laterale, e possiamo capire bene l’incredibile azione del polso e dell’avambraccio dello statunitense nella fase di caricamento del colpo. Confermo quello che scrissi dal training court 3 di Bercy, questo dritto è un vero e proprio lancio da baseball, solo sviluppato in orizzontale invece che verticale, come quando si scagliano i sassi di piatto per farli rimbalzare sull’acqua. Piccolo particolare, lui lo fa con una Babolat da 3 etti e mezzo più piombo in testa al fusto, non solo con la mano. Che roba, e che fiondate che gli partono.

Qui sopra, per concludere questo mini-viaggetto invernale nei ricordi del tennis di questa primavera, un piccolo omaggio a uno dei giocatori più classici come impostazione dei colpi, il grande doppista serbo Nenad Zimonjic. Un tipo che comunque è stato capace di battere Andre Agassi in singolare, a St.Polten nel 2004, quando Andre era numero 6 del mondo, oltre che trascinare da specialista del doppio e anche da capitano-giocatore la squadra di Coppa Davis del suo paese a tante vittorie. Nenad ha compiuto 41 anni a giugno, ma vederlo da due metri è sempre uno spettacolo. Fondamentali portati come un maestro di tennis, perfetti. È interessante il dettaglio che Zimonjic, in posizione di attesa, impugna continental, ovvero “a martello”. Possiamo di conseguenza notare i precisi e leggeri cambi di “grip” del serbo negli istanti in cui passa a impostare il dritto e il rovescio, mentre nell’ultimo recupero, uno slice basso, la presa rimane fissa. Da manuale i piegamenti delle gambe, i passi di aggiustamento, la scioltezza degli impatti anche in controbalzo, il controllo dei finali. Tecnica di “vecchia scuola”, raffinatissima e precisa.


Alla fine della premiazione di Roger Federer, questo era quello che l’imprescindibile collega Vanni Gibertini ed io vedevamo dalla tribuna stampa. Finiti i festeggiamenti, consegnati i trofei, rimangono solo i coriandoli su un campo vuoto. E un po’ di nostalgia, rivedendo tutte queste immagini, mitigata solo dal fatto che fra due mesi e mezzo saremo di nuovo lì, in questo strano e magnifico paradiso del tennis costruito come un’oasi nel deserto. A presto, Indian Wells.

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Touchtennis: il fratello minore che sogna di crescere http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/13/touch-tennis-il-fratello-minore-che-sogna-di-diventare-grande/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/13/touch-tennis-il-fratello-minore-che-sogna-di-diventare-grande/#respond Wed, 13 Dec 2017 13:38:02 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235619 Dopo paddle e beach tennis, una nuova disciplina sulle orme del tennis. Inventata da un papà innamorato dei propri figli. E presto destinata a far breccia nel cuore dei tifosi]]>

FRATELLO MINORE – Non si fa in tempo ad apprezzare o criticare una nuova regola, una modifica, una postilla, che subito ne viene proposta una nuova. Quasi ci si scandalizzava per il nuovo formato presentato alle NextGen di Milano, peraltro alla fine apprezzato dalla quasi totalità dei presenti: e invece si ritroveranno le stesse (o quasi) novità nel circuito ITF dal 2018. Come se non bastasse, dopo discipline affini o anche solo lontane parenti del tennis (paddle, beach tennis), si comincia a parlare addirittura di una nuova variante. In tempi recenti, una ristretta cerchia di persone ha iniziato a sentir parlare di un certo Touchtennis. Come spesso accade però, i veri appassionati di tennis, quelli tradizionalisti e più conservatori, storcono il naso pensando che questo sport, come altri simili, si possano, anzi si debbano considerare delle sotto-categorie. Già dal nome si capisce che un qualcosa di diverso dall’antenato tradizionale c’è. Per scoprire la motivazione bisogna fare delle indagini in merito alla storia ed alle caratteristiche di questa disciplina, che pure già possiede classifiche ufficiali e addirittura una divisione in Masters 1000 e Slam similare a quella del tennis.

Una serie di highlights dell’edizione 2010 dell’US Open: in finale ha vinto Marcus Willis (sì, esatto, proprio luiPer inciso, Willis ha vinto 10 titoli nella disciplina touchtennis di cui 6 Slam)

COSA NON SI FA PER I FIGLI – Nasce agli inizi degli anni 2000 a Londra, quando un padre, per facilitare i figli col tennis classico, cominciò ad allenarli con delle palle di spugna e delle racchette più piccole. Da questo momento in avanti si iniziarono a delineare velocemente le caratteristiche di un nuovissimo sport. Oltre alla già citata ristretta misurazione delle racchette (21 pollici) e le particolarissime palline di spugna, di dimensioni maggiori rispetto a quella del tennis tradizionale, si modifica anche l’ampiezza del campo di gioco: 12 metri in lunghezza, 5 in larghezza.

IL PUNTEGGIO – Il tutto viene reso ancora più accattivante dal regolamento del punteggio. In stile del tutto Next Gen, una partita di Touchtennis viene portata a casa dal giocatore che si aggiudica due set su tre sulla breve distanza, arrivando cioè fino alla conquista di 4 games. Sul tre pari, il tie-break arriva a 5 punti. E sempre in linea con lo stile milanese del master giovanile, anche nel Touchtennis le perfidia del let al servizio viene considerata valida. Oltre al pericolosissimo nastro, il turno di battuta è complicato dalla possibilità di giocare una sola palla di servizio rischiando perciò in ogni circostanza il doppio (che in realtà sarebbe singolo!) fallo.

NON SOLO POLSO – Nonostante le regole si allontanino un po’ dal parametro classico, il touchtennis offre uno spettacolo mozzafiato proprio per la disabitudine a vedere colpi diversi e lontani dal mondo del tennis normale, che rendono avvincente ogni scambio. Al contrario di quanto si possa pensare, la strategia non è basata solo su colpi di fino, anzi; gli scambi in cui la potenza e la precisione prevalgono, sono molto diffusi. Una visione più semplicistica del gioco farebbe intendere quest’ultimo come una disciplina senza alcuna implicazione fisica, ma se provato, si rivela sin da subito particolarmente faticoso e dispendioso a livello energetico.

Una carrellata dei migliori scambi della stagione 2016

MONTPREMI E CLASSIFICHE – I ranking, il calendario dei tornei, e soprattutto la valuta dei montepremi è tutto rigorosamente… british. Il numero 1 del mondo è tale Simon Roberts, nativo di Bolton, che ha iniziato a giocare nel 2012. Da allora ha raccolto 32 titoli (di cui 4 Slam, 3 Masters e 11 Masters Cup), gioca con una Babolat Rafael Nadal Edition e in totale ha guadagnato 4670 sterline. Nulla di cui stupirsi, il montepremi di un torneo oscilla tra le 200 e le 1000 sterline, che sembrano pertinenza del solo Belgium Open (categoria: Grand Slam), della Masters Cup e dei Championships di Weybridge, una sorta di mini-Wimbledon, tra i pochi tornei ad essersi disputato con una certa continuità negli ultimi anni. Nel 2013 il torneo inglese (vinto da Marcus Willis) poteva addirittura vantare un montepremi di 5000 sterline. La collocazione dei tornei in calendario, in generale, è però piuttosto variabile e discontinua.

QUANTA STRADA ANCORA C’È DA FARE – Le regole, le attrezzature e i colpi particolari rendono estremamente eccitante ogni punto, tenendo col fiato sospeso fino all’ultimo gli spettatori. Per chi non ha mai provato o assistito a questo sport, è difficile capire come un simile stravolgimento del tennis possa divertire così tanto. La diffusione, anche in Italia, è ancora estremamente moderata e nonostante esista già da qualche anno un vero e proprio tour, resta difficile trovare delle strutture pronte ad ospitare questo ‘piccolo grande mondo’. Lo scetticismo va però combattuto con l’informazione ed è per questo motivo che, da qualche tempo, maestri FIT ed esperti conoscitori del Touchtennis come Marco Catalano, portano la ricchezza di questo sport in giro per l’Italia attraverso giornate evento come quella organizzata presso l’ASD Tennis Giaveno il 18 novembre. Grandi e bambini hanno potuto assistere alla scoperta di questa variante del tennis, divenendo poi tutti protagonisti di mini-tornei particolarmente divertenti.

Come detto, lo sport non è ancora molto conosciuto ed  apprezzato ma, grazie alle attività di diffusione già in atto, ci si potrà abituare ad ammirare l’effervescenza di questa entusiasmante disciplina.

Matteo Guglielmo

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L’ITF approva set corti, no-ad e no-let: dal 2018 si potranno utilizzare http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/13/litf-approva-set-corti-no-ad-e-no-let-dal-2018-si-potranno-utilizzare/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/13/litf-approva-set-corti-no-ad-e-no-let-dal-2018-si-potranno-utilizzare/#respond Wed, 13 Dec 2017 09:00:42 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235608 Per la prima volta le nuove regole entrano a far parte di un regolamento ufficiale. Quando e come verranno utilizzate? Proviamo a capirlo]]>

Non vi è (e non potrebbe ancora esserci) notizia dei tornei che ne usufruiranno, ma l’ultimo aggiornamento regolamentare dell’ITF in vista del 2018 sancisce un punto di svolta: per la prima volta da quando si è cominciato a chiacchierarne, i set corti e i game senza vantaggi entrano a far parte di un regolamento ufficiale.

Non come struttura portante degli incontri disputati sotto egida ITF (la Coppa Davis, tutto il circuito giovanile e i Futures, oltre agli Slam che possiedono però un board decisionale autonomo), ma come “Regole di punteggio alternative“. Il regolamento ITF infatti (consultabile integralmente QUI) prevede una sezione canonica in cui sono elencate tutte le regole che governano il mondo del tennis, con una serie di appendici a corredo. L’Appendice V (Alternative procedures and scoring methods) è quella interessata da queste novità: include le modalità di punteggio alternative che l’ITF ha vagliato – e approvato – e che quindi saranno utilizzabili nei tornei. Utilizzabili non equivale a utilizzate, ma la novità sostanziale è che dal 2018 i tornei potranno avvalersi di queste modifiche, non più confinate a sperimentazioni estemporanee quali le Next Gen Finals (sotto egida ATP ma non ancora riconosciute nel regolamento e nel calendario ufficiale) e le qualificazioni Slam.

L’ipotesi più verosimile? Che set corti e no-ad trovino posto a livello Futures, dove lo spettro dei tornei è tanto ampio da consentire questa possibilità. Gli Slam, come abbiamo visto, gestiscono con relativa autonomia le modifiche regolamentari, mentre l’ipotesi dell’introduzione di queste regole nella competizione a squadre si scontra con la difficoltà, ormai evidente, di apportare alla Davis modifiche anche meno radicali. Resta la possibilità del circuito giovanile, che al pari dei Futures potrebbe fare da terreno di sperimentazione “ufficiale”, e in relazione al quale il margine di manovra sembra più ampio e le possibilità che qualcuno si metta di traverso molto più basse.

Vale la pena sottolineare che il comunicato ITF menzione esclusivamente “Lawn Tennis Association e Tennis Australia” tra coloro che nelle ultime due stagioni hanno condotto sperimentazioni con queste nuove modalità di regolamento, ignorando l’ATP e conseguentemente le Next Gen Finals. Sembra che da questo punto di vista la cooperazione tra le due federazioni non sia ottimale, anche se per ora il rischio di un tennis “diviso” è ancora troppo remoto.

Non resta ora che riassumere come il regolamento ITF 2018 ha interiorizzato queste novità.


MODALITA’ DI PUNTEGGIO NO-AD

Quando tre giocatori vincono tre punti a testa (40-40), si gioca un “deciding point“. Sarà il ribattitore a decidere la metà di campo da cui rispondere (a differenza delle Next Gen Finals), e nei match di doppio la coppia che risponde non potrà modificare la sua disposizione in campo.

SHORT SET

La regola base prevede che il set si vinca a 4 con scarto minimo di due game, e che in caso di arrivo sul 4-4 si disputi il tie-break. Anche in questo caso la regola è stata recepita in modo diverso rispetto a quanto visto a Milano, dove il tie-break veniva disputato sul 3-3. Allo stesso tempo però il regolamento prevede questa possibilità: “In via alternativa, e a discrezione degli organizzatori, si potrà giocare il tie-break sul 3-3”.

SHORT TIE-BREAK

È prevista anche la possibilità di un tie-break corto a 5 punti, con deciding point sul 4-4 (dunque no oltranza) e cambio campo ogni quattro punti giocati.

MATCH TIE-BREAK

Quando i match sono in parità (1-1 al meglio dei tre e 2-2 al meglio dei 5) viene introdotta la possibilità di disputare un tie-break decisivo, come già avviene per il doppio con il super tie-break. Il parziale decisivo potrà risolversi con il classico formato a 7 punti + eventuale oltranza (tie-break classico) o con il formato a 10 punti + eventuale oltranza (super tie-break del doppio).

NO-LET (SOLO DOPPIO)

Solo e soltanto nei match di doppio che già utilizzano il regolamento alternativo (short set e no-ad), potrà essere annessa anche la regola dell’assenza del net a servizio. Chi risponde potrà continuare a giocare il punto anche se la palla tocca il nastro e finisce nel quadrato del servizio.


In sostanza, l’ITF ha accettato l’esistenza di questi regolamenti alternativi mettendoli a disposizioni dei tornei, ma l’attuazione effettiva è ben lungi dall’essere delineata. E con ogni probabilità sarà proprio la quantità (e la qualità) delle sperimentazioni nei tornei sotto egida ITF a determinare quanta strada faranno nel mondo del tennis.

 

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Hot Shots! 12+12 punti memorabili del 2017 http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/12/hot-shots-1212-punti-memorabili-del-2017-wta/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/12/hot-shots-1212-punti-memorabili-del-2017-wta/#respond Tue, 12 Dec 2017 19:01:47 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235515 Due dozzine di punti speciali, selezionati tra i migliori giocati nella stagione conclusa. Oltre alla "solita" Agnieszka Radwanska fra le protagoniste anche molte giocatrici della giovane generazione]]>

Proseguono le antologie di fine anno. Dopo quella della scorsa settimana dedicata ai match, ecco quella dedicata ai singoli punti. Come già in passato, ho deciso di dividerli in due categorie: grandi colpi e grandi scambi. Penso sia l’unica strada possibile per dare ordine al materiale scelto, perché altrimenti i punti avrebbero caratteristiche così diverse da non essere quasi paragonabili. In alcuni casi la distinzione è al limite, ma ho preferito incorrere in qualche scelta dubbia piuttosto che mischiare situazioni troppo differenti.

Le fonti sono tre: gli “Hot Shots” della WTA, le diverse raccolte che si trovano su Youtube (o similari), e i promemoria che prendo io stesso durante l’anno mentre seguo le partite, e che spero rendano la selezione meno scontata. Riguardo a quest’ultima fonte: purtroppo non sempre i miei appunti trovano riscontri su Internet, specie quando si tratta di Slam, visto che i gestori dei Major sono tanto rigidi nel controllo dei video quanto parchi nel pubblicarli (non ho mai capito il senso di una politica così restrittiva, che certo non aiuta a diffondere il tennis).
Ultima nota. L’ho già scritto martedì scorso ed è quasi superfluo dirlo: la scelta non ha nessuna pretesa di essere definitiva, anzi, è più soggettiva che mai.

Prima parte: dodici grandi COLPI

12. Agnieszka Radwanska
(Radwanska d. Pironkova 6-1, 4-6, 6-1 Australian Open, R128)
Con chi cominciare se non con Aga, che da molti anni è la regina degli “Hot Shots”? Qui trasferisce sul cemento di Melbourne un colpo da terra battuta: con gran stridio di suole esegue alla perfezione un recupero in allungo di rovescio, trasformandolo in un lob vincente. E alla povera Pironkova non resta che osservare la parabola. Una giornata difficile per Tsvetana che qualche minuto prima era stata superata da questo tweener.

11. Svetlana Kuznetsova
(Kuznetsova d. Townsend 6-4, 6-2 Miami, R32)
Quando sostengo che Kuznetsova su un campo da tennis sa fare tutto, mi riferisco anche a soluzioni come queste, che ci si aspetterebbero da giocatrici come Radwanska (vedi qui sopra). O come Kim Clijsters, a cui è quasi inevitabile pensare di fronte al recupero in semispaccata che Sveta esegue per ricavarne un cross stretto di dritto in allungo. In questo caso tuffarsi in avanti e colpire diventano un tutt’uno, con la difficoltà di dovere mantenere comunque la dolcezza di mano necessaria per disegnare la traiettoria vincente.

QUI IL VIDEO

10. Marketa Vondrousova
(Vondrousova d. Beck 6-1, 6-3 Biel R32)
Tutte le qualità difensive della diciassettenne Vondrousova in questo passante in corsa. Ancora prima che il gesto tecnico, il rallentatore ci restituisce nei dettagli le sue straordinarie doti atletiche. Marketa sembra nata per fare sport: si muove per il campo leggera ed elegante, con una souplesse quasi incredibile. Riesce a giocare colpi di grande difficoltà senza perdere di coordinazione e senza dare l’idea dello sforzo, tanto che dal replay si ha l’impressione che per lei questo passante sia una cosa del tutto naturale.

9. Anastasija Sevastova
(Sevastova d. Goerges 6-4, 3-6, 6-3 Mallorca, Fin.)
Non poteva mancare in questa selezione un’altra giocatrice dalla mano “fatata” come Sevastova, capace di tocchi superiori. Tra le tante smorzate eseguite in stagione, questa controsmorzata rimane speciale. Qui il gesto che Anastasija utilizza carica la palla di una tale quantità di side-spin da renderla assolutamente imprendibile. E Goerges, che pure è con i piedi ampiamente dentro il campo, non ha alcuna possibilità di replica.

QUI IL VIDEO

a pagina 2: i colpi dal numero 8 al numero 5

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Sono trascorsi già sette mesi dal lancio della nostra app ufficiale per iOS e Android e la vostra risposta è stata ancora una volta positiva. 3400 download, 632.000 pagine visualizzate, 175.000 sessioni e non vi annoieremo citando ancora altri numeri. In Italia, nel maggio 2017, gli accessi da smartphone e tablet hanno superato quelli da desktop: 9.3 milioni contro 9.1. Con gli utenti che hanno ormai virato sul mobile è di fondamentale importanza orientare le proprie forze in questa direzione, ed è il motivo che ci ha convinto a sviluppare un’applicazione dinamica, fresca, con una grafica diversa.

Scaricandola, avrai la possibilità di personalizzare la tua esperienza di navigazione. A chi non è mai capitato di dover posticipare la lettura di un articolo, ovviando al problema lasciando la scheda del browser aperta o salvando il link della pagina web? Registrandoti potrai salvare gli (S)punti Tecnici del maestro Baldissera o l’ultimo editoriale del Direttore e leggerlo quando e come vuoi. E naturalmente avrai accesso a tutti i nostri contenuti, potrai interagire con i nostri canali social, ascoltare i podcast dei nostri inviati e leggere tutte le interviste esclusive.

Se hai ANDROID, puoi scaricarla cliccando QUI. Se hai IOS, invece, clicca QUI.


Lo score e alcune recensioni

  • “L’app e’ molto fluida anche su un device datato come il mio. Comoda la possibilita’ di ingrandire e ridurre il carattere a piacimento e di caricare i commenti a parte. La grafica e’ basilare, ma il suo lavoro, cioe’ quello di esporrei contenuti in maniera chiara ed organizzata, lo fa egregiamente.”
  • “Applicazione eccellente, niente da dire. La trovo molto comoda e ben fatta”
  • “Finalmente in versione app uno dei migliori siti di tennis”

  • “Finalmente è possibile accedere ad Ubitennis da app! Bellissimo sito, articoli entusiasmanti ed interessantissime discussioni”
  • “Non ci sono paragoni!!! Se vuoi sapere qualcosa di tennis, ti serve Ubitennis”
  • “Il miglior sito di tennis in assoluto!!! Finalmente è arrivata l’app!!! Per gli appassionati un must!!!”

Grandi regali agli utenti registrati:

Gli utenti della nostra app avranno accesso a regali esclusivi come i volumi del libro  “50 anni di Credito Sportivo: mezzo secolo di campioni“, un’opera che racconta le più grandi rivalità dello sport italiano tra il 1957 e il 2011. L’autore è il nostro direttore Ubaldo Scanagatta che vi porterà indietro nel tempo attraverso testi e immagini dei personaggi che hanno scritto la Storia dello sport italiano.

I 110 campioni di 28 diversi sport raccontati nelle 256 pagine complessive, illustrati da oltre 600 foto, sono due per anno:

  • 1957 Coppi-Bartali
  • 1958 I fratelli Mangiarotti
  • 1959 Pietrangeli-Gardini
  • 1960 Berruti-Consolini
  • 1961 Monti-Nones
  • 1962 Ragno-Lonzi
  • 1963 Rivera-Mazzola
  • 1964 Menichelli-Pamich
  • 1965 Gimondi-Adorni
  • 1966 Di Biasi-Cagnotto
  • 1967 Benvenuti-Mazzinghi
  • 1968 Zoff-Albertosi
  • 1969 De Magistris-Pizzo
  • 1970 Riva-Boninsegna
  • 1971 Thoeni-Gros
  • 1972 Raimondo e Piero DInzeo
  • 1973 Calligaris-Lamberti
  • 1974 Agostini-Ubbiali
  • 1975 Ferrari-Alboreto
  • 1976 Panatta-Barazzutti
  • 1977 Bettarello-Munari
  • 1978 Simeoni-Dorio
  • 1979 Saronni-Lanfranco
  • 1980 Mennea-Da Milano
  • 1981 Giuseppe, Carmine, Agostino Abbagnale
  • 1982 Rossi-Conti
  • 1983 Cova-Panetta
  • 1984 Moser-Argentin
  • 1985 Maldini-Bergomi
  • 1986 Canins-De Zolt
  • 1987 Meneghin-Riva
  • 1988 Bordin-Maenza
  • 1989 Baresi-Scirea
  • 1990 Bernardi-Lucchetta
  • 1991 Bugno-Chiappucci
  • 1992 Compagnoni-Kostner
  • 1993 Baggio-Vialli
  • 1994 Di Centa-Fauner
  • 1995 Tomba-Ghedina
  • 1996 Trillini-Rossi
  • 1997 Chechi-Cassina
  • 1998 Pantani-Ballerini
  • 1999 Belmondo-Piccinini
  • 2000 Rosolino-Fioravanti
  • 2001 Idem-May
  • 2002 Cipollini-Bartoli
  • 2003 Rossi-Biaggi
  • 2004 Vezzali-Baldini
  • 2005 Sensini-Magnini
  • 2006 Cannavaro-Buffon
  • 2007 Bettini-Ballan
  • 2008 Totti-Del Piero
  • 2009 Pellegrini-Filippi
  • 2010 Schiavone-Pennetta
  • 2011 Zoeggeler-Kostner

 

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Il 2017 di Carreno Busta: a testa bassa fino alla top 10 http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/12/il-2017-di-carreno-busta-testa-bassa-fino-alla-top-10/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/12/il-2017-di-carreno-busta-testa-bassa-fino-alla-top-10/#respond Tue, 12 Dec 2017 12:04:39 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235537 Finalmente protagonista nei grandi appuntamenti, l’iberico ha chiuso la migliore stagione della carriera da numero 10 del mondo. Ma il bello deve ancora venire]]>

BRAVO E FORTUNATO

Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita”, disse Confucio. Adagio antico che un giocatore tutta fatica e intelligenza tennistica come Pablo Carreno Busta deve essersi ripetuto come un mantra chissà quante volte, a mo’ di incitamento autogeno, rincorrendo a testa bassa una pallina scagliata da avversari spesso meglio attrezzati di lui in quanto a talento. La dedizione – che non può che essere parte integrante della tua indole quando i modelli adolescenziali sono Ferrero e Ferrer, due docenti emeriti dell’università mondiale dell’impegno – alla lunga paga sempre e per Pablo da Gijon, città del nord della Spagna che affaccia sul golfo di Biscaglia nonché residenza dello scrittore Luis Sepúlveda, ciò è significato irrompere in punta di piedi, quasi con timidezza, in quella Top 10 che fa da preludio all’eccellenza di questo diabolico sport. È successo per la prima volta lunedì 11 settembre, all’indomani della vittoria di Nadal agli US Open. Un major nel quale la cavalcata trionfale di Carreno Busta, 161° tennista a far capolino tra i primi dieci nella storia dell’ATP e contemporaneamente 18° spagnolo, si è interrotta solo in semifinale, sotto i colpi (e gli ace) di un redivivo Kevin Anderson. Un traguardo raggiunto, tra l’altro, senza lasciare per strada nemmeno un set. Aiutati che il ciel t’aiuta, si dice in questi casi. Quindi bravo e fortunato, che non guasta mai, il tennista iberico ad approfittare di un tabellone a New York assai favorevole, con quattro giocatori provenienti dalle qualificazioni nei primi quattro match sostenuti – forse un record – e un claudicante Diego Schwartzman nella quinta e più importante partita della carriera.

https://www.instagram.com/p/BYszIN1BnsF/?taken-by=pablo_carreno_

THE STORY SO FAR

Nato ventisei primavere fa da mamma Maria Antonia, dottoressa, e papà Alonso, architetto, Pablo – una passione anche per il calcio e per lo Sporting di Gijon, squadra della città natale, in particolare – inizia a giocare a tennis già all’età di sei anni. Cresciuto tennisticamente nell’accademia di Ferrero ad Alicante, dopo una luminescente esperienza da juniores dove fu anche numero 6 al mondo, nel corso del 2009 passa tra i professionisti, ma è solo nel 2013, quattro anni più tardi, che comincia a frequentare in pianta stabile i tornei del circuito maggiore. I primi anni al cospetto dei giocatori più forti al mondo non sono tutti rose e fiori, complice anche qualche noia fisica alla schiena che sembra addirittura metterne in dubbio il proseguo dell’attività. La tempra però è quella giusta e il 2016 rappresenta finalmente l’anno della svolta, con i successi sul veloce di Winston-Salem, prima, e Mosca, poi, quest’ultimo ai danni del nostro Fognini. Il resto è storia recente.

PRIMI SEGNALI

Risultati alla mano, il tennista spagnolo ha innegabilmente vissuto quest’anno la miglior stagione della carriera, culminata con la partecipazione, benché da subentrante, alle Finals londinesi. E pensare che l’annata non era affatto nata sotto una buona stella. Estromesso anzitempo da Istomin nello slam australiano e, da lì a poco, sconfitto in Coppa Davis dal carneade croato Skugor, Carreno Busta ha dovuto attendere fino a marzo inoltrato per lanciare con decisione il primo segnale ai rivali, in virtù della semifinale raggiunta sul cemento di Indian Wells, poi sconfitto da Wawrinka. Con il circus che torna a fare tappa sull’amata terra europea, arrivano in primavera le prime conferme ad un vento che pare ormai essere decisamente cambiato. Pablo si è fatto grande. In maggio, infatti, l’allievo di Samuel Lopez e Cesar Fabregas incamera con autorità il tradizionale torneo dell’Estoril – primo hurrà in stagione e terzo torneo di sempre a finire nella bacheca dell’asturiano – con lo scalpo emotivamente prestigioso di Ferrer, uno dei suoi idoli indiscussi.

DA PARIGI A LONDRA

Dopo due ‘mille’ disputati in chiaroscuro – a Madrid, sconfitto all’esordio dall’imprevedibile Paire, e Roma, fuori senza demeritare per mano del connazionale Bautista Agut – Parigi, che continua a valer bene una messa, significa una duplice prima volta: la vittoria su un Top 10, Raonic, e i quarti di finale centrati in una prova monumento, parafrasando il gergo ciclistico, disputati e persi per ritiro contro l’invincibile Nadal in versione mattone tritato.

Detto poc’anzi dell’exploit newyorchese e della successiva partecipazione senza acuti significativi a quello che fu il Masters – due partite e due sconfitte contro Thiem e il futuro vincitore Dimitrov nell’O2 Arena di Londra – c’è poco altro di rilevante da aggiungere se non il sottolineare un bilancio consuntivo alquanto positivo, che recita 36 vittorie totali in stagione a fronte di 26 sconfitte, di cui 6 fedelmente rispettose delle gerarchie del computer. Mai Pablo aveva saputo fare di meglio nei precedenti 8 anni da professionista e la sensazione che, in barba alla next-gen che scalpita, tra talento, inesperienza e aspettative da non disattendere, il bello debba ancora venire.

Debutando en el #nittoatpfinals , sumando experiencias inolvidables. #Maestro

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MATURITÀ

Quasi un metro e novanta per ottanta chili scarsi di peso, Carreno Busta è un giocatore che per peculiarità, e per sua stessa ammissione, predilige cimentarsi sul rosso ma che si è dotato negli anni di una competenza tecnica che gli consente oggi di ben figurare su ogni tipo di superficie. Dati alla mano – quarti in Bois de Boulogne e semifinali a Flushing Meadows la dicono lunga – un uomo per tutte le stagioni. Insieme al rovescio bimane, se non il suo colpo migliore sicuramente quello portato con la maggiore naturalezza di esecuzione, Pablo ha saputo costruire un bagaglio senza particolari lacune, che consta di un diritto pesante, solido e sufficientemente redditizio e di un servizio robusto, vario e ad alta percentuale. Difensore eccellente grazie a una mobilità atipica per atleti di quella mole e stratega impeccabile nelle scelte tattiche, un vero e proprio ragioniere applicato al gioco del tennis, ciò che stupisce di lui è soprattutto la capacità di alzare l’asticella nei momenti importanti dell’incontro. Spartiacque, quest’ultimo aspetto, tra il buon giocatore e il campione, in uno sport dove spesso la vittoria dista alla sconfitta giusto lo spazio di una manciata di punti. A fortificare il concetto, un dato piuttosto eloquente: negli ultimi dodici mesi l’asturiano è stato in grado di affrontare positivamente una numerosità di palle break pari in percentuale al Federer illegale di questo 2017 e solo tre punti in meno di Nadal, notoriamente un fenomeno nel togliersi dagli impicci quando la pallina si fa rovente. Il tutto senza la garanzia di un servizio alla Isner o la ribattuta di Murray.

NIENTE È IMPOSSIBILE

Troppe volte sottovalutato da spettatori e addetti ai lavori – ma non dai colleghi che già nel 2013 lo votarono come “Most Improved Player” – probabilmente per il suo non risultare mai appariscente nelle soluzioni adottate in campo, Carreno Busta in un’intervista concessa di recente, denotando un’umiltà non comune, ha voluto dire di sé: Non sono certo un fuoriclasse, ma sono un giocatore che ha lavorato molto per arrivare in alto”. Altissimo, con il superlativo di chi in off-season a ricaricare le batterie ci va con la decima posizione del ranking in tasca e la serenità scaturita dall’aver fornito di sé ogni volta la miglior versione possibile.

https://www.instagram.com/p/BbJk85zFMrY/?taken-by=pablo_carreno_

Esponente di quella classe operaia che finisce sempre per andare in paradiso, Carreno Busta, sempre a proposito di dedizione, ha inoltre aggiunto: “Mi è stato più volte ripetuto che nulla è impossibile se si lotta per ottenere ciò che più si desidera. Io sto lottando e le cose stanno andando alla grande, così non mi arrendo”. “Nothin’ is impossible”, dunque, come recitava qualche anno or sono il claim pubblicitario di una nota casa di abbigliamento, con il compianto Jonah Lomu quale azzeccato testimonial. I Carreno Busta del mondo, e il loro esempio concreto, sono qui ogni giorno a ricordarcelo. Perché non sempre a vincere è il più talentuoso, spesso finisce per prevalere chi ne ha più voglia. Lo sport tout court è pieno di queste dimostrazioni e su Pablo, chiamato a gran voce a non far rimpiangere la generazione d’oro spagnola destinata come tutte al crepuscolo, ci si può mettere la mano sul fuoco.

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Next Gen: quanta strada ancora c’è da fare, per Ymer e gli altri http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/11/next-gen-quanta-strada-ancora-ce-da-fare-per-ymer-e-gli-altri/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/11/next-gen-quanta-strada-ancora-ce-da-fare-per-ymer-e-gli-altri/#respond Mon, 11 Dec 2017 16:59:15 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235449 Elias e Mikael devono ancora esplodere. Opelka, Escobedo, Kozlov: i flop del 2017, che sperano di riprendersi il prossimo anno]]>

Per la “sezione negativa” del rendiconto annuale della Next Gen, vale naturalmente la stessa premessa del precedente articolo, dedicato ai migliori della stagione. Nel dispensare giudizi, occorre guardare oltre il ranking di ciascun tennista, per valutarne la stagione alla luce dei punti di partenza e delle aspettative riposte nella stagione precedente.

In quest’ottica, la delusione più grande per chi segue la cosiddetta Next Gen è legata probabilmente al nome di Reilly Opelka, classe ’97, oggi numero 229 del ranking. In molti ricorderanno la sua brillante apparizione al torneo di Atlanta, nell’estate scorsa, dove Opelka da n. 837 del mondo era approdato in semifinale superando Christopher Eubanks, Kevin Anderson e Donald Young. In semifinale si era trovato di fronte John Isner, tennista al quale è stato più volte accostato fin dalla giovanissima età per caratteristiche fisiche e potenza del servizio, oggettivamente fuori dal comune. Riesce a strappargli il primo set, ma alla fine perderà il match. Grazie all’exploit di Atlanta, Opelka diventa n. 395 del mondo e inizia la sua scalata nel ranking, che vede un’altra accelerazione a novembre (208), quando lo statunitense conquista il suo primo titolo Challenger, a Charlottesville. Gli elogi e i paragoni avventati si sprecano, le aspettative per la nuova stagione sono altissime. Il miglior risultato del 2017, tuttavia, è forse il match di primo turno conquistato agli Australian Open e perso in cinque set con David Goffin. Per il resto, una lunga serie di occasioni sprecate nel circuito Challenger, prestazioni deludenti sull’erba (superficie sulla quale, nel 2015, aveva conquistato il titolo di Wimbledon Juniores), tante eliminazioni al primo turno: emblematica quella subita da Malek Jaziri ad Atlanta, un anno dopo l’exploit, che ne determina inevitabilmente il crollo nel ranking. Nel match con il tunisino, in generale molto più solido di lui, Opelka spreca ben otto match point. Da quel momento inizia a sparare dritti a rete o un metro fuori dal campo, quindi il crollo nervoso e il 6-1 rimediato nel terzo set. Il resto della stagione, sulle superfici a lui più congeniali, è altrettanto privo di note positive.

L’impressione che si ricava osservando il gioco di Opelka, è quello di un tennis troppo grezzo e monocorde, oltre che estremamente vulnerabile sul lato del rovescio. È una caratteristica per certi versi comune al modello statunitense dominante, fatto di servizio e dritto molto pesanti, in alcuni casi formidabili, ma anche di lacune tecniche. A deludere, come lui, le aspettative, sono stati anche Noah Rubin (per quanto il giudizio su di lui debba essere rinviato al prossimo anno, causa un periodo di stop per infortunio) e in parte Ernesto Escobedo. Il messicano-statunitense, dal fisico potente, è un giocatore interessante prima di tutto per il percorso tennistico umile e originale che ha deciso di compiere, attaccato alle proprie radici e al di fuori delle grandi accademie. Grazie a risultati non appariscenti, ma relativamente costanti, Escobedo quest’anno è riuscito a raggiungere il suo “best ranking”, la posizione n. 67, a metà luglio. Il risultato migliore è arrivato sul rosso (semifinale a Houston), superficie sulla quale sembra trovarsi, come il connazionale Tiafoe, particolarmente a suo agio. Dall’inizio della stagione sull’erba in poi il suo percorso è stato però difficile e costellato di sconfitte anche banali. Se lo si osserva a distanza ravvicinata, si resta impressionati dalla velocità e dalla pesantezza del suo dritto. E tanto gli basterà, probabilmente, per affermarsi a buoni livelli nel circuito maggiore, un augurio che per gli stessi motivi possiamo rivolgere a un tennista come Matteo Berrettini. Ma non si può tacere delle debolezze sul piano mentale e delle lacune nella gestione dei match, che si porta dietro dall’esperienza del circuito Challenger e che nella prossima stagione saranno un po’ il metro della effettiva maturazione di Escobedo.

Nonostante i risultati positivi raccolti recentemente, deve essere incluso in questo bilancio anche Stefan Kozlov, che ha chiuso l’anno n. 167, un relativo arretramento rispetto al finale della scorsa stagione quando lo statunitense, classe ’98, si era piazzato quasi a ridosso delle prime cento posizioni, anche grazie ai due titoli Challenger conquistati nella seconda parte dell’anno. Il suo 2017 è stato un anno a corrente alternata, volendo usare un eufemismo, anche se sul finale sono arrivati due acuti a livello Challenger: il titolo a Las Vegas e la semifinale a Charlottesville. Non si possono trascurare le buone prestazioni sull’erba –superficie sulla quale Kozlov si muove molto meglio di altri della sua generazione – dove ha centrato un doppio secondo turno nei tornei maggiori (‘s-Hertogenbosch e Queen’s). Perché considerare allora deludente la sua stagione? Perché in termini di qualità e varietà dei colpi, timing sulla palla, rapidità negli spostamenti laterali, Kozlov ha pochi eguali nel panorama della Next Gen, soprattutto quella statunitense. Il suo è un talento enorme che rischia però di essere disperso se non accompagnato da una crescita adeguata della muscolatura e, soprattutto, da una gestione migliore delle diverse fasi di gioco. Il tennis di Kozlov mostra ancora, da un lato, una certa impazienza e superficialità dal punto di vista tattico, dall’altro, non per caso, si traduce in una forte vulnerabilità quando è chiamato a giocare scambi più lunghi e fatti di colpi interlocutori.  

Sul versante europeo, rientra nell’elenco “negativo” Quentin Halys, uno dei “prodotti di punta” della federazione francese. Considerato il talento del ragazzo e i risultati brillanti a livello Juniores, gli addetti ai lavori avevano previsto la sua consacrazione nel circuito maggiore già lo scorso anno. Le cose sono andate però diversamente e Halys ha disputato quasi esclusivamente tornei Challenger (vincendo il suo primo titolo, a Tallahassee), mentre vani sono stati i suoi tentativi di avanzare nei tabelloni principali del circuito maggiore. A distanza di un anno, la situazione appare sostanzialmente immutata. Il francese, oggi 129 del mondo (l’anno scorso aveva chiuso 153), ha raccolto molti punti a livello Challenger grazie alle due finali e alle quattro semifinali raggiunte nel corso dell’anno, che gli consentono appunto di guardare a distanza ravvicinata la top 100. E tuttavia, ogni volta che il francese si affaccia nel circuito maggiore, le sue cadute sono sistematiche e in alcuni casi sorprendenti. Con l’eccezione di Atlanta, dove ha raggiunto il secondo turno, Halys è stato eliminato al primo turno o al primo turno di qualificazione, in tutti i tornei disputati nel circuito maggiore. Allenato da Olivier Ramos, sotto la supervisione anche di Arnaud Clément, Halys sembra da tempo pronto per un salto di qualità che però tarda ad arrivare. Va però detto, e non è un dato di poco conto nel panorama in larga parte monocolore della Next Gen, che il francese è dotato di una precisa identità di gioco, votata all’attacco e basata anche sulla ricerca della rete. Sarebbe un peccato non vederlo il prossimo anno, finalmente, varcare la soglia della top 100.

Da quanto tempo è atteso, invece, l’ingresso dei fratelli Ymer – o meglio, quello di Elias, il maggiore, classe ‘96 – nelle prime cento posizioni del ranking? Sicuramente dal 2015, l’anno in cui Elias conquistava il primo Challenger della carriera e superava i tre turni delle qualificazioni di tutti e quattro i Major, richiamando alla mente le gesta di Soderling quattro anni prima. Il problema è che da allora il ranking di Elias dà una sensazione di ineluttabile fissità: 127 il suo best ranking nel 2015, 124 nel 2016, 144 nel 2017, grazie a una decisa risalita nel seconda parte dell’anno grazie alla conquista di due titoli Challenger (sul rosso di Cordenons e sul cemento indoor di Mouilleron le Captif). Vittorie incoraggianti per tentare di imprimere una svolta decisiva nella propria carriera. Considerazioni per certi versi analoghe valgono per il fratello Mikael, classe ’98, oggi n. 418, posizione non distante da quella con cui aveva chiuso la stagione precedente. Tuttavia anche Mikail, il più talentuoso dei fratelli, ha lanciato buoni segnali, congedandosi (pare definitivamente) dal circuito Futures, a inizio anno, con una vittoria, e da quel momento giocando in pianta stabile a livello Challenger, dove naturalmente a causa del ranking è costretto a partire sistematicamente dalle qualificazioni. Al di là dei risultati (da segnalare i quarti di finale a Biella e la semifinale a Bastad) è sul piano del gioco e dell’esecuzione di alcuni fondamentali – su tutti il servizio – che si sono potuti notare alcuni miglioramenti. Per Mikael, che ha 19 anni, la “variabile tempo” è sicuramente meno incombente, ma c’è da scommettere che la sua progressione nel ranking potrà essere più improvvisa e fulminea rispetto a quella del fratello maggiore.

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I match dell’anno: alla ‘Caja’ il clamoroso sgambetto di Eugenie http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/11/match-dellanno-alla-caja-il-clamoroso-sgambetto-di-eugenie/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/11/match-dellanno-alla-caja-il-clamoroso-sgambetto-di-eugenie/#respond Mon, 11 Dec 2017 12:21:09 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235390 Ripercorriamo il 2017 attraverso le partite più belle ed emozionanti. Maggio: la notte della resa dei conti tra Sharapova e Bouchard, alla Caja Mágica di Madrid]]>

Voi direte, come può il secondo turno di un Premier Mandatory che si disputa tra una giocatrice non testa di serie (n.60 del mondo) e una wild card (n.258 del mondo) essere una partita tanto attesa, e poi confermarsi persino incertissima e vibrante sotto il profilo emozionale? La risposta è ‘Bouchard-Sharapova‘. Sin dalla prima – e per ora unica – stagione di alto livello disputata dalla canadese, quel 2014 ormai quasi sepolto da una sequela di figuracce, Eugenie si era posta un po’ come ‘l’anti-Maria’. Voleva prenderne il posto tanto sul campo quanto – e forse più – fuori, aizzando una battaglia per l’accesso alle copertine, al cuore dei fan, al dominio dei social e di tutto quanto attiene al mondo del glamour tennistico. L’occasione di rinverdire la sua posizione si è presentata con la squalifica per doping di Sharapova: Bouchard si è sistemata in testa alla fila delle accusatrici, arrivando a definire Maria “un’imbrogliona che non dovrebbe più giocare a tennis“. Va da sé che queste dichiarazioni, rese pubbliche meno di due settimane prima del torneo di Madrid, hanno contribuito a caricare di significati la sfida disputata l’otto maggio. Che è stata, in tutto e per tutto, una resa dei conti.


IL PRE-PARTITA

Di ‘pre’ nel torneo di Madrid c’è ben poco, poiché l’incontro si è disputato in occasione del secondo turno. Entrambe si sono presentate alla Caja Mágica con ben pochi risultati positivi alle spalle: Maria per essere rientrata in campo soltanto una manciata di giorni prima, nel Premier di Stoccarda, Genie per aver disputato un solo buon torneo nel 2017 (l’International di Sydney a gennaio) e poi essere incappata in una serie di sei sconfitte consecutive nel circuito maggiore, intervallate dalla partecipazione all’ITF di Indian Harbour in cui la canadese è riuscita comunque a “distinguersi” archiviando una sconfitta (con bagel) dalla numero 896 del mondo.

A Madrid l’urna riserva loro un esordio insidioso. Sharapova batte in rimonta Lucic-Baroni, che avrebbe poi incontrato nuovamente a Roma arrendendosi per un infortunio che le avrebbe impedito di prendere parte alla stagione sull’erba. Bouchard supera Cornet in tre set per tornare a vincere un incontro dopo tre mesi di digiuno. Esordi insidiosi, dicevamo, ma non abbastanza da impedire la quinta edizione del ‘Bouchova‘, fino a quel momento una rivalità senza storia in virtù delle quattro affermazioni su quattro di Maria con un solo set perso, sulla terra del Roland Garros nel 2014. E quella era la miglior Bouchard di sempre.

LA PARTITA

E. Bouchard b. [WC] M. Sharapova 7-5 2-6 6-4 (2h e 51 m)

Start ore 20:15, sotto le stelle primaverili di Madrid, e appena al quinto punto dell’incontro Maria già manda un segnale importante alla sua avversaria tirando “alla figura” un passante di rovescio che poteva certamente essere giocato in modo meno bellicoso. Ma insomma, sarà una battaglia e lo si capisce sin da subito. Anche perché Genie è presentissima in campo: corre, lotta, tiene sul rovescio, si carica. Ma si carica alla sua maniera anche Maria, ad ogni pericolo scampato (e ce ne sono parecchi sul suo servizio un po’ ballerino).

I tre set si caratterizzano per una particolarità: nessun break nei primi cinque game, bailamme totale da quel momento in poi con il tasso di rottura dei servizi che si dimostra fuori scala per ogni rilevatore, pur tarato sugli standard parecchio alti del circuito WTA dove un break non è esattamente l’evento più inusuale in una partita di tennis. Alla fine però la gestione emozionale dell’incontro è più spesso nelle mani di Bouchard, e questa invece è una novità considerando la ferrea capacità di Sharapova di navigare in acque tempestose e uscirne sana e salva. La canadese è la prima ad andare sotto, la prima a rimontare, per poi chiudere in proprio favore la prima sequenza di break e contro-break. Nel secondo set Maria rimette le cose a posto, ma lungi dall’essere sparita dall’incontro Genie ritrova cuore e testa nel terzo e intensissimo parziale, non certo immune da capovolgimenti di fronte. Sul 5-4 (e servizio) annulla una palla break delicatissima a Maria e converte il secondo match-point con un dritto di notevole cilindrata. Dopo quasi tre ore di gioco esultanza con doppio salto, stretta di mano a un paio di gradi centigradi e post su Twitter di deliziosa sfrontatezza: “Che ne dite di questo?“. 

PERCHÉ PROPRIO QUESTA?

L’unico Slam che fa la sua comparsa a maggio è un pezzettino di Roland Garros, che nei match disputati negli ultimi quattro giorni del mese non ha offerto uno spettacolo memorabile (per la verità neanche dopo, missili di Ostapenko e Halep-Pliskova a parte). Bouchard-Sharapova è stato non solo il match più significativo del mese, ma probabilmente anche il più avvincente. La qualità in campo è stata superiore alle aspettative, considerando l’affrontarsi di due giocatrici, sebbene diverse, comunque piuttosto monotematiche nel loro piano di gioco. Duole notificare l’edizione non memorabile degli Internazionali d’Italia femminili, vinti dalla regina dei Premier 5 Elina Svitolina (3/5 nel 2017). Se oltre alle polemiche sullo stadio mezzo vuoto nella finale contro Halep uno dei pochi motivi di interesse è stata una conferenza della sempre apprezzabile Jelena Jankovic, beh, forse si poteva fare meglio.

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Roger Federer, l’uomo che si crede al di sopra del tennis http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/11/roger-federer-luomo-che-si-crede-al-di-sopra-del-tennis/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/11/roger-federer-luomo-che-si-crede-al-di-sopra-del-tennis/#respond Mon, 11 Dec 2017 06:04:24 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=233861 È giusto che uno sport sia monopolizzato da un suo atleta?]]>

Immaginate che Lionel Messi e Cristiano Ronaldo si mettano d’accordo per organizzare un’enorme partita amichevole nel bel mezzo della stagione, nella quale si affrontano i migliori undici giocatori sudamericani e quelli europei. E, perché no, immaginate che vogliano intitolare la sfida a Pelé e che chiamino come allenatori delle due squadre Maradona e Van Basten. Sarebbe un evento di portata globale, con i biglietti per lo stadio esauriti in pochi minuti e le televisioni a fare a gara a suon di milioni di euro per i diritti tv. Ma provate ad immaginare anche le reazioni indispettite delle principali leghe continentali, che vedrebbero i loro campionati privati delle loro stelle più brillanti, o dei tifosi di Real Madrid, Barcellona, Bayern Monaco, Chelsea, Paris Saint Germain, Juventus e altri top club europei costretti per un fine settimana a non poter ammirare i loro idoli. Ecco forse per queste ragioni un tale evento non sarebbe possibile. E forse proprio per questo non verrà mai nemmeno in mente di metterlo in piedi né alla pulce né a CR7 e nemmeno ai loro entourage avidi di denaro.

Immaginate anche che Messi nel 2022, a 35 anni suonati e ancora a secco di mondiali con la sua Argentina dopo l’ennesima delusione in terra russa, decida che il deserto del Qatar sarà la sua ultima spiaggia. Immaginate anche che, al fine di risparmiare le ormai limitate energie per il presumibile ultimo giro di valzer nella più prestigiosa competizione per nazionali del mondo, il fenomeno di Rosario in un’intervista ad un giornalista spagnolo ipotizzi di non giocare tutta la seconda parte di stagione con il Barcellona, club sotto il quale è ancora sotto contratto. I dirigenti catalani, alquanto indignati, non esiterebbero a fargli rispettare i suoi oneri contrattuali, magari chiamando in causa anche una sorta di riconoscenza nei confronti di tutte le persone che all’interno e all’esterno della società hanno contribuito a renderlo grande. Si prospetterebbe per Messi una dura battaglia legale dalla quale uscirebbe probabilmente sconfitto. E per questo non è un’ipotesi che potrebbe mai prendere in considerazione.

Questi due episodi, all’apparenza inverosimili, dovrebbero, con le dovute differenze riguardanti il tipo di sport e la connessa natura dei rapporti economici tra datore di lavoro e dipendente, ricordare qualcosa agli appassionati di tennis. In questa stagione, Roger Federer, il recordman di tutti i tempi per numero di Slam in singolare e permanenza in vetta alla classifica mondiale (tanto per non entrare nell’inutile dibattito sul GOAT) ha infatti infranto anche la barriera della fantascienza, dimostrando ormai di sentirsi (e di essere nei fatti) al di sopra del mondo del tennis, delle sue istituzioni e di quantomeno una parte dei suoi tifosi.

In primo luogo organizzando la Laver Cup. Questo evento, a suon di cachet con moltissimi zeri, ha portato a Praga, tra il 22 e il 24 settembre, i dodici migliori giocatori del mondo, dividendoli in due squadre, Europa e resto del mondo. Il circuito maggiore si è sostanzialmente visto così privato per alcuni giorni dei suoi dodici (quattordici se contiamo le riserve) migliori talenti in attività. È vero che in quella settimana erano in programma i tornei 250 di San Pietroburgo e Metz, ai quali probabilmente molti dei giocatori impegnati nella capitale ceca non avrebbero partecipato comunque. Ed è vero anche che probabilmente questa collocazione non è stata casuale ma frutto di una trattativa tra le istituzioni globali del tennis, ATP e ITF nel caso specifico, e l’entourage di Federer, nella persona del potente manager Tony Godsick. Ma la portata dell’evento è stata notevole e la sua perfetta riuscita, testimoniata in maniera unanime da giornalisti e addetti ai lavori, l’ha reso uno dei momenti più alti della stagione maschile. Questo grazie soprattutto alla prima volta degli arci-rivali Nadal e Federer da compagni di squadra, al carisma di Bjorn Borg e John McEnroe in panchina e all’impegno di tutte le star in campo. In particolare, il paragone con una Coppa Davis che, nonostante i continui tentativi di riforma, continua a perdere appeal e viene frequentemente snobbata dai top players, è stato evidente. Insomma Roger 1-ITF e gli sfortunati organizzatori e spettatori di San Pietroburgo e Metz che magari su un Kyrgios qualunque ci potevano pure sperare 0. Cambio campo.

In secondo luogo, il 36enne fenomeno di Basilea dall’aria bonaria ha rimarcato la sua presunta superiorità rispetto al pianeta tennis saltando inopinatamente tutta la stagione su terra rossa europea. Nel caso specifico cerchiamo di ricostruire in maniera consequenziale gli eventi per vederli da un’altra prospettiva rispetto alla narrativa del “ha fatto bene per rimanere sano e vincere Wimbledon per l’ottava volta-tanto se le regole glielo permettono è giusto così”. Il 2 aprile, dopo aver domato Nadal nella finale di Miami con una performance sfavillante, Federer annuncia che l’unico torneo che disputerà sul mattone tritato quest’anno sarà il Roland Garros. Fino a quel momento il campione rossocrociato aveva disputato 21 partite dall’inizio della stagione, con un bilancio di 20 vittorie e 1 sconfitta. Solamente in cinque occasioni era rimasto in campo più di due ore. Insomma era in forma, stava dominando e aveva giocato sì tante partite ma per la maggior parte brevi. Tuttavia, sceglie di non presentarsi né a Montecarlo né a Madrid e nemmeno Roma per la rabbia degli organizzatori di questi tornei (tranne del nostro Binaghi che sornionamente dichiara di avere sempre fatto il tifo per il suo rivale iberico) e di chi aveva pagato il biglietto sperando di vederlo. Vale forse la pena ricordare che in questi tornei Federer ha raccolto solo due successi in carriera (entrambi a Madrid) e nel suo sfortunato 2016 aveva ottenuto la miseria di tre vittorie tra il principato e la capitale. Il 15 aprile il re del tennis comincia a mettere in dubbio la sua presenza a Bois de Boulogne affermando di non voler “giocare tanto per giocare”. Il 15 maggio, a distanza ormai di un mese e mezzo dalla sua ultima apparizione su un campo da tennis, Federer scioglie ogni riserva e annuncia su Twitter che “giocare il Roland Garros non sarebbe la cosa migliore per il suo tennis e per la preparazione al resto della stagione”. Pure a Parigi tifosi e addetti ai lavori non la devono aver presa troppo bene. Insomma, nonostante sia in ottima condizione fisica, il tennista più vincente in attività non prende parte ad un Major e agli eventi propedeutici, dove curiosamente ha sempre vinto pochino. Roger 2 – organizzatori dei tornei menzionati, appassionati che hanno comprato biglietti e tutti i tennisti professionisti che se stanno bene sono obbligati a giocare quei tornei o che magari lo vedono come un privilegio 0. Game, set and match.

A questo punto, dovrebbe essere lapalissiano che ormai Federer si senta al di sopra del mondo del tennis in termini di istituzioni, colleghi e fans. La domanda che sorge spontanea è se sia moralmente accettabile che un tennista elevi sé stesso oltre il tennis stesso. La risposta è semplice e diretta: no. Ogni sport ha una storia che precede qualunque suo atleta e una che lo segue. Può darsi che uno sportivo cambi la storia del proprio sport, che ne alteri il modo di giocarlo, la struttura o la percezione collettiva. Ma qualcosa era successo prima e qualcosa succederà dopo. E ci potrebbe essere qualcun altro che avrà un impatto persino più dirompente di lui. Nel caso specifico, la ventennale carriera di Federer è un’inezia se raffrontata ai quasi 130 anni di storia del tennis moderno e tutti quelli che probabilmente dovranno ancora venire.  Inoltre, pur avendone lui riscritto la storia, il testimone passerà ineluttabilmente ad altri che potrebbero vincere più Wimbledon, rimanere più settimane al numero uno, avere una carriera più longeva. Senza contare il fatto che è l’esistenza di una disciplina stessa a rendere l’atleta ciò che è. Cosa sarebbe diventato Messi senza il calcio, LeBron James senza il basket o Michael Phelps senza il nuoto? E cosa sarebbe diventato Federer senza il tennis? Un anonimo bancario della filiale della Credit Suisse di Basilea?

Tuttavia, la domanda in questa maniera è posta in termini eccessivamente astratti e decontestualizzati. Ci dobbiamo chiedere invece se è giusto che oggi, in questo preciso momento, la comunità del tennis sia piegata alle bizzose esigenze di Roger Federer. E qua l’immaginario attore “tennis” viene sostituito da persone in carne ed ossa come dirigenti delle principali istituzioni internazionali, organizzatori di tornei, altri giocatori nel circuito e appassionati di tutto il mondo che comprano biglietti per gli incontri, abbonamenti televisivi e gadget vari ed eventuali. Tale comunità sembra per lo più accettare in maniera connivente la dittatura federeriana sul mondo del tennis. In questo 2017, infatti praticamente nessuna voce si è levata contro i comportamenti dispotici del maestro elvetico. A memoria si possono segnalare giusto un paio di dissidenti, forse non a caso entrambi francesi, popolo rivoluzionario per eccellenza. Il primo è Marc Gicquel, ex n.37 del ranking ATP, che con un tweet sul suo profilo ha criticato le rinunce di Shapovalov al Challenger di Orleans e di Berdych al ATP 250 di Shenzhen, eventi della stagione regolare con punti ATP in palio, in favore della Laver Cup. Il secondo è Guy Forget, due volte vincitore della Davis e oggi organizzatore del Masters 1000 di Bercy, che si è detto deluso dalla scelta di Federer di rinunciare all’ultimo istante al torneo, lasciando spiazzati i suoi tifosi ma anche altri giocatori in corsa per le ATP Finals.

Del resto la comunità tennistica è rimasta assolutamente silente, abbacinata dalla luce emanata in campo dal suo despota e dagli enormi introiti che essa riesce ancora a generare. Per questa ragione è moralmente accettabile che Federer si senta al di sopra del tennis. Coloro che stanno al di sotto sono perfettamente consapevoli della situazione, di buon grado la subiscono e conseguentemente si augurano che vada avanti più a lungo possibile. Lunga vita dunque a re Roger e chi se ne importa se il tennis, al momento, è cosa sua.

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Quantum Lob: in viaggio nel tempo degli NC (e non solo) http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/10/quantum-lob-viaggio-nel-tempo-degli-nc-e-non-solo/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/10/quantum-lob-viaggio-nel-tempo-degli-nc-e-non-solo/#respond Sun, 10 Dec 2017 12:03:22 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235223 Episodio 1: lo stagista accidentale. Vi portiamo in un mondo parallelo, dove cambiano suoni e sensazioni. Dove il tennis giocato non c'entra nulla, eppure è tutto]]>

Zuri Etxebarria, stagista in scambio culturale con la versione spagnola di Ubitennis, è perplesso di fronte a quella che sembra un’anomalia spazio-temporale nel bel mezzo della redazione. “Una bizzarra anomalia spazio-temporale si è improvvisamente aperta nel bel mezzo della nostra redazione” lo informa il suo tutor. Zuri pensa “mi pareva”, ma domanda: “Di solito se ne aprono di non bizzarre?”. “Sembra che colleghi direttamente con il tennis degli anni ’90”. “Bizzarro…”. “Appunto. In pratica, ti ritrovi ai margini di qualche campo dove è in corso un torneo senza però la possibilità di andartene in giro. Abbiamo pensato che sarebbe interessante intervistare giocatori e addetti ai lavori dell’epoca sapendo ciò che sappiamo ora. “Molto interessante”. “No, non molto, altrimenti non ci manderemmo te, Zuri Etxebarria”. “Le sfide di Pete e Andre, il mio idolo Guga, Roger ragazzino!”. “Non presti attenzione, ma per questa volta ti perdono perché sei uno stagista. Tu entri nell’anomalia e, un attimo dopo, sei in un tennis club italiano a guardarti un torneo o un campionato a squadre della Federtennis. “Ma io non so nulla di quel periodo: andavo alle elementari a San Sebastián!”.

Lo sconcerto di Zuri di fronte all’anomalia è nulla al confronto di quello provocato dal folle riassunto di un decennio ridotto a novanta secondi che gli propina il suo tutor. “Adesso sai tutto, Zuri Etxebarria”. “Non c’è bisogno che mi chiami ogni volta con nome e cognome”. “Hai il tuo cellulare, Etxebarria: scopriamo dove e quando sei, ci dici chi incontri e ti passiamo le informazioni che riusciamo a trovare”. “Dubito che uotsàp funzioni attraverso l’anomalia”. “Non ti fissare sui dettagli, dai, va’”. Il viaggio non è male: vertigini, stordimento, odore di cento tubi di palle appena aperti, sussulti di un grunge morente, nausea immotivata.

Zuri riceve un messaggio del tutor con il sistema delle classifiche federali. Legge. Ciò che oggi è la quarta categoria era chiamato l’inferno degli NC, i non classificati. Nei tornei per NC, trovavi quello che ancora non sapeva con quale mano tenere la racchetta e quell’altro che se la sarebbe giocata con un attuale 3.1. Subito sopra, molto vagamente corrispondenti agli attuali terza categoria, c’erano i C, dal C4 al C1, poi i B, anch’essi divisi in quattro gruppi. I tabelloni dei tornei erano sorteggiati come nell’ATP, si partiva tutti insieme, al massimo entro due turni, ben diversamente da oggi che cominci contro un pari classifica, poi trovi uno appena sopra e via così, trattato come un fragile (inetto) bambino di prima elementare, protetto (segregato) per un paio di mesi prima di poter incontrare nel corridoio quelli di seconda. Giovanni è il giudice arbitro di questo torneo maschile riservato agli NC con una cinquantina di iscritti. Zuri comincia con le domande.

La prima cosa che si nota guardando il tabellone è che hai indicato le teste di serie, mentre altri tuoi colleghi non lo fanno. C’è una regola?
Nei tornei per non classificati, le teste di serie possono essere designate oppure no. L’indicazione è che non devi farlo se non conosci tutti i giocatori.

Quindi, li conosci tutti.
Non tutti ma la maggior parte, trattandosi di un torneo provinciale. Sono stato redarguito per questo durante una riunione di aggiornamento; tuttavia, come ho rimarcato in quell’occasione, è più onesto il mio metodo.

Rispetto a?
Rispetto al giudice arbitro che non indica le teste di serie ma, magicamente, il suo “sorteggio” fa uscire il più forte della provincia nella prima riga in alto del tabellone, quello che ci perde sempre in finale nell’ultima riga in basso e via così.

Il segno delle virgolette che hai fatto con le dita è riferito solo alle teste di serie?
No, quasi tutti i tabelloni sono compilati dal giudice disponendo gli iscritti a uno a uno: questo Tizio gioca da tre mesi e lo metto contro il figlio del presidente del circolo che ospita il torneo (altrimenti non mi chiamano il prossimo anno), l’altro mi sta antipatico e lo piazzo subito contro la testa di serie numero uno (anche se non c’è scritto “1”).

E per quanto riguarda i tornei per classificati, diciamo un torneo C?
È lo stesso discorso. Gli ingenui NC che si iscrivono, solitamente tennisti mediocri, vengono fatti giocare subito contro i C2 o i C1. La stessa sorte capita ai C4 una volta esauriti i non classificati.

Perché giocatori mediocri?
Escludendo i giovani in crescita, gli NC più forti evitano di partecipare ai tornei di C per non correre il rischio di essere classificati, così possono continuare a vincere i loro tornei e partecipare alla Coppa Italia.

Coppa Italia?
Non sai cos’è? Ma da che epoca vieni? (ci riflette, ndr). Ah, giusto, hai detto che sei spagnolo (basco, ndr). Insomma, la Coppa Italia è l’ambitissimo campionato nazionale a squadre per NC.

Ambitissimo NC? Che razza di ossimoro. E farne una competizione addirittura nazionale è una…
Attento a quello che scrivi: è tanto cara al Presidente.

Torniamo allora ai tabelloni pilotati. Non è un sistema che rischia di far diminuire gli iscritti?
Sicuramente. Prima o poi, i giocatori di classifica più bassa, e quindi la maggioranza, smetteranno di partecipare ai tornei: a parità di costo, è meglio un’ora con il maestro che 40 minuti passati a raccogliere le palline dei vincenti avversari sotto gli occhi di gente che sghignazza. E, di conseguenza, se non fai tornei, hai anche meno stimoli per andare dal maestro. Dovranno inventarsi un rimedio.

All’improvviso, vertigini, stordimento, odore di cento tubi di palle appena aperti, suoni tipici del trip hop, nausea immotivata. Arriva un altro messaggio: “Non ne capiamo il motivo, ma pare che tu abbia fatto un altro balzo: un paio d’anni in avanti rispetto a dov’eri, niente di che…”.

Seduto all’ombra di un’imponente quercia che domina il campo centrale (l’unico del circolo), dove una malcapitata NC fresca del suo primo “corso adulti” è presa a pallate dalla numero uno del tabellone che sembra impugnare la racchetta storica di Ivan Lendl, Zuri ha la possibilità di intervistare Claudia. Appena uscita dalla doccia con addosso una canottiera sbiadita dei Nirvana e poco altro a (non) nascondere il fisico da fotomodella, cattura gli sguardi anche dei più distratti e non fa in tempo ad appoggiare i gomiti sul tavolo da giardino che lo stesso viene ricoperto da piatti e bicchieri di plastica, vassoi vari con pane, mortadella, salame e crostata e una bottiglia di lambrusco. Il tutto a cura del presidente del circolo e di sua moglie, probabilmente mossi da motivazioni differenti, almeno a giudicare dallo sguardo beato di lui e da quello rabbioso di lei. Dal campo, intanto, arriva l’urlo di disperazione della malcapitata NC che, incapace di tenere il ritmo dell’avversaria, rischia di subire il perfect set.

Non pensavo che ci fossero ragazze in grado di maneggiare la racchetta di Lendl.
Non pensavo che riuscisse a giocarci qualcun altro oltre a Lendl. Parliamo di me, adesso?

Claudia, eri considerata una buona tennista da giov… ehm, da ragazzina, ma il tuo difetto, a quanto dicono, è di giocare sempre uguale, di non avere un piano B.
L’importante è avere un bel lato B. Scherzi a parte (anche se è verissimo, come potrai verificare tra un paio di minuti quando mi alzerò per andarmene), la verità è che non ho neanche un piano A. Vado in campo e cerco di colpire la palla, magari forte, fortissimo, anche se mi prendono in giro perché dallo sforzo mi si chiudono gli occhi – come se, tenendoli aperti, facesse una qualche differenza visto che non so dove devo tirare. Comunque sia, se dopo la partita il giudice arbitro viene a dirmi l’orario del giorno dopo, significa che ho vinto. Non capita spesso.

Non per contraddire la tua ironia, ma l’anno scorso eri una NC e quest’anno sei C2, un balzo di tre gradini. Qualche match l’avrai portato a casa, anche contro delle classificate.
Sì, l’anno scorso mi è rimasta dentro qualche palla di troppo. Così, a dicembre, mi hanno chiamata dal Comitato Regionale FIT: “Claudia” ha esordito con tono dolente questa persona di cui non faccio il nome, “quest’anno dobbiamo proprio classificarti, non abbiamo scelta”.

Per chiarirci, tu vorresti restare NC per sempre, qualcuno al Comitato lo sa e ti appoggia.
Mi appoggia come fa con tutti quelli non vogliono classificarsi, non perché sono bionda. Ascoltami, ho 29 anni (e 18 mesi) e un lavoro, scusa se non ho più voglia né tempo di andare in giro per la regione a cercare tornei di C per poi incassare subito un 6-0 6-1. Insomma, il tipo del Comitato ha continuato dicendo che devono promuovermi almeno a C4 altrimenti succede un casino perché ho vinto troppo, che avrei quasi i punti da C3 e bla bla.

Ah, ma allora esiste un sistema di punteggi: come funziona?
Quello ufficiale, non lo so, nessuno può saperlo; si narra di un essere mitologico rinchiuso nei meandri della sede del Comitato che passa il suo tempo analizzando tabelloni. Il sistema reale, invece, beh, lo sto raccontando adesso, sta’ attento.

Scusa…
Gli rispondo che della classifica C4 non se ne parla proprio, altrimenti mi “sorteggiano” al primo turno contro le C1. Se sono quasi C3, datemi addirittura la C2. E così è stato.

Un sistema perfetto.
Cosa può esserci di meglio? Pensaci mentre mi guardi che mi allontano.

Una ragazza da far girare la testa, da vertigini, stordimento… ah, no, è un altro balzo nel tempo: arrivano subito anche l’odore di cento tubi di palle appena aperti, una canzoncina da boy band e la nausea questa volta motivata. Qualche secondo per riprendersi e la sua attenzione è inevitabilmente richiamata da un paio di imprecazioni provenienti dal campo alle sue spalle. Si gira in… tempo per vedere che quelle parole poco civili sono seguite da una racchetta scagliata in direzione della sua fronte. Zuri pensa che, dopotutto, non dovrebbe neanche essere lì.

Michelangelo Sottili

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