Interviste – UBITENNIS http://www.ubitennis.com Tennis in tempo reale Mon, 18 Dec 2017 18:15:07 +0000 en-US hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.7.5 Toni Nadal: “Ai bambini bisogna rendere le cose difficili per educarli bene” http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/14/toni-nadal-ai-bambini-bisogna-rendere-le-cose-difficili-per-educarli-bene/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/14/toni-nadal-ai-bambini-bisogna-rendere-le-cose-difficili-per-educarli-bene/#respond Thu, 14 Dec 2017 08:44:31 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235744 L'ex allenatore di Rafa spiega come sia importante educare i figli con l'esempio e come intende applicare gli stessi principi usati per crescere suo nipote per la sua Accademia]]>

Nel 1989 prese sotto la sua tutela un bimbo di tre anni e lo ha modellato fino a farlo diventare il miglior tennista spagnolo di tutti i tempi. Quasi tre decenni dopo si fa da parte per concentrarsi sull’educazione alla Rafa Nadal Academy. Anche se non ha alcun titolo accademico che lo accredita, esistono poche voci più autorevoli di quella di Toni Nadal.

Intervista originale di “El Mundo

Cos’è più difficile, allenare mente o corpo?
È più semplice allenare persone che vogliono migliorare, qualunque sia la loro condizione.

Migliorare è impossibile senza una generosa dose di sacrificio. Come si insegna ad un bambino la cultura della rinuncia?
È imprescindibile fargli capire l’impegno che dovrà assumere, anche se poi questo cambia da persona a persona. Con Rafa fu molto semplice perché fin dal principio questo concetto gli fu chiaro. Oltre alla sua condizione fisica, la sua forza mentale è enorme.

Secondo la sua esperienza, a che età un bambino sarà in grado di capire il concetto di responsabilità?
Dipende da come ti hanno preparato alla vita. Proteggere troppo i bambini è dannoso, perché li si abitua ad essere motivati solo per quello che piace loro. In Accademia vediamo molti casi come questo e ti rendi conto che l’età è un fattore poco importante. Puoi avere un bambino di 12 anni completamente impegnato ed un altro di 18 anni a cui costa tanto fare dei sacrifici.

Rafa è cresciuto con la diretta testimonianza dei successi di suo zio Miguel Angel e lui stesso da piccolo ha dimostrato delle grandi capacità anche nel calcio. Com’è arrivata la necessità di dedicarsi solo al tennis?
La verità è che a lui piaceva molto di più il calcio ma ciò che ha fatto pendere l’ago della bilancia è stato che già da molto piccolo iniziava a vincere nel tennis.

Come si educa uno sportivo d’élite?
Con la stessa normalità con cui si educa un qualunque bambino, però adeguata all’obiettivo che ti poni. È ciò che succede quando non ottieni un buon voto. Se vuoi ottenere qualcosa nella vita devi sforzarti.

L’educazione di Rafa potrebbe essere applicata al sistema scolastico in generale?
Credo di sì. L’educazione insiste nel voler trasmettere dei concetti, ma io sono convinto che sia più importante formare il carattere. È ciò che davvero ti aiuta nel risolvere i problemi nella vita.

E come si forma il carattere?
Con le difficoltà. Se al bambino gli faciliti il lavoro allora è difficile che migliori. Bisogna prepararli a ciò che incontreranno nella vita e insegnarli a risolvere i problemi fin da piccoli.

Cosa manca quindi nel sistema educativo?
Io parto dal fatto che l’educazione è il pilastro principale. Se hai una società educata, avrai meno problemi in ogni ambito. È importante potenziare e valorizzare il lavoro degli educatori ed appoggiarsi a loro per migliorare il sistema. Commettiamo l’errore di permettere a dirigenti lontani dalle reali problematiche del settore di prendere le decisioni quando invece dovremmo prima ascoltare quelli che lavorano sul campo. L’educazione richiede un consenso che sia capace di stabilire  delle norme che non cambino con il colore del governo. Questo è fondamentale.

Avere successo nello sport può essere usato come scusa per abbattere le esigenze scolastiche?
Mai. Nella Grecia antica lo sport era inteso come complementare alla formazione della persona. Secondo me nell’educazione andrebbero potenziate materie come lo sport e l’arte perché l’esperienza mi porta a dire che chi li pratica ha di solito una maggiore etica.

Accetterebbe in Accademia qualcuno che dimostri grandi capacità ma che non è un bravo studente?
Noi imponiamo dei minimi standard e quelli che non li superano, per quanto siano bravi sul campo, non possono partecipare ai tornei. È fondamentale perché ci è chiaro che non tutti gli alunni dell’Accademia avranno la possibilità di essere dei tennisti professionisti e perché, come dicevo inizialmente, la nostra filosofia è insegnare a superare le difficoltà della vita, non rendere le cose facili.

Che differenza c’è nell’allenare Nadal a 15 anni, a 20 anni e a 30?
La mia linea di lavoro è sempre stata quella di esigere molto, ma anche di cercare di responsabilizzare. Al Nadal 15enne dico io cosa fare, perché credo di avere maggiore capacità di giudizio e devo anche dare degli insegnamenti, ma crescendo è stato poi sufficientemente maturo da sapere cosa fare da solo.

Come spiega che gli stessi tennisti dominano il circuito professionista da più di un decennio?
Sicuramente tennisti come Nadal, Murray, Federer, Djokovic e qualcun altro come David Ferrer sono stati molto coinvolti nel loro lavoro e con una enorme capacità di sacrificio. Per Federer, nonostante tutto quello che ha vinto e la sua età, il tennis continua ad essere la sua priorità. Lo stesso succede a Rafa, nonostante i tanti problemi fisici. Ci sono sempre stati grandi giocatori, ma forse questa generazione si è impegnata di più. Nadal, Federer e Djokovic hanno vinto 47 titoli del Grande Slam insieme. Se prendiamo la generazione di Connors, Borg e McEnroe, che è stata altrettanto brillante, i titoli sono solo 26.

Perché non è venuta fuori alcuna alternativa?
Perché la generazione che ne doveva seguire i passi non è stata altrettanto buona. Ed è stato così perché è il riflesso della società in cui viviamo, ultra protettrice con i bambini. Quando noi siamo arrivati nel circuito, i migliori avevano tra i 21 e i 23 anni. Adesso, a quell’età non sono ancora arrivati tra i professionisti. Perché? Perché i ragazzi sono più immaturi e gli costa crescere.

Per concludere, ci dia cinque consigli per educare un bambino alla disciplina e al rispetto…
Prima di tutto è fondamentale che i genitori facciano autocritica; secondo, rispettare i ruoli. Quando io ero piccolo era impensabile che il posto migliore a tavola fosse per i bambini, adesso è tutto al contrario ed è un errore perché devono guadagnarselo. Terzo, evitare di pensare che la priorità siano sempre i figli e quindi concedergli tutto ciò che chiedono; quarto, insegnarli a fare non solo quello che piace a loro, ma far si che gli piaccia ciò che fanno e quinto, tornare alla formula classica, educare con l’esempio. Bisogna che i bambini capiscano che devono sforzarsi per ottenere ciò che vogliono. È una cosa che andrebbe applicata a tutti i livelli della società.

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I Signori della sala stampa: René Stauffer e “il genio del tennis” http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/13/signori-della-sala-stampa-rene-stauffer-e-il-genio-del-tennis/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/13/signori-della-sala-stampa-rene-stauffer-e-il-genio-del-tennis/#respond Wed, 13 Dec 2017 09:14:04 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235564 Il biografo di Roger Federer. Vent'anni trascorsi a seguire le gesta di uno dei più grandi di sempre. La passione e la dedizione per la sua Svizzera]]>

LA PRESENTAZIONE DEL DIRETTORE

Conosco René Stauffer da una vita. Lo chiamo, scherzando ma non troppo, “il vero biografo di Roger Federer”, anche per rispondere a lui che da molti anni – dacché gli detti in anteprima la notizia del ritiro di Bjorn Borg – mi chiama invece “the Borg of the Pencil”. Beh sì, non si scriveva con il lapis, ma quasi… la lettera 22 dell’Olivetti era il massimo della tecnologia.

Confesso qui anche tutta la mia sana invidia – dopo essermi fortemente illuso agli albori della mia carriera per colpa di Adriano Panatta che nel ’76, al mio Roland Garros, lo vinse in quell’anno unico e magico anche per via della Davis –  per René che ha avuto la straordinaria fortuna di svolgere la nostra professione in un periodo d’oro per il tennis svizzero, un tempo sport assolutamente secondario rispetto allo sci e non solo: Jakob Hlasek fra i primi dieci del mondo e poi anche Rosset che vince una inattesa medaglia d’oro alle Olimpiadi, il fenomeno Martina Hingis che batte tutti i record di precocità (e ora, in doppio, di anzianità), Heinz Gunthardt che vinse il doppio a Wimbledon (con l’ungherese Taroczy, il mio adorabile… cognato! Nora Taroczy, sua sorella, era stata una mia fidanzata) la stella abbagliante di Roger Federer che batte tutti i record possibili e immaginabili e dai 17 ai 37 anni è ancora sulla breccia da grandissimo. Tutto mentre io aspetto da 40 anni di raccontare le gesta di un top-ten italiano. Non un n.1, un top-ten, capito? Che sfiga ragazzi!

Sempre a scrivere delle imprese di altri. René cominciò a pensare di scrivere un libro su Roger nel 2003, 14 anni fa, quando Federer fu il primo svizzero a conquistare uno Slam. Interpellò i genitori Federer che però si opposero: era troppo presto per scrivere una biografia di un ragazzino di 22 anni. Ma quando il libro fu pubblicato 3 anni dopo in tedesco, non c’erano più dubbi sul posto che Roger avrebbe occupato nella storia del tennis. Aveva già vinto sette titoli dello Slam. L’unico aspetto imprevedibile era che Roger avrebbe vinto lo Slam n.19 a 36 anni. René scrisse 35 capitoli di biografia non autorizzata, ma per la quale Roger e i genitori si sarebbero complimentati. Nella versione italiana pubblicata nel 2013 per le edizioni Mare Verticale, “Il genio del tennis, la storia di Roger Federer” i capitoli sono diventati 45. E prima o poi ci sarà una riedizione con un numero di capitoli ancora ingrossati, ma mai quanti i tornei da lui vinti.

A René invidio anche il fatto di aver “scoperto” Roger Federer otto-nove mesi prima di me. Nel settembre del 1996, infatti, il suo giornale di allora, il Tages-Anzeiger, lo aveva inviato a Zurigo per scrivere un articolo sulla World Youth Group, una sorta di Davis per juniores. Avete già capito chi era il quindicenne che vide giocare per la prima volta. E contro un italiano poi scomparso dai grandi orizzonti tennistici: Fracassi. Perse il primo set, ma vinse in tre. A Pasqua dell’anno successivo Roger Federer venne a giocare il torneo giovanile delle Cascine al mio circolo, il CT Firenze, quello dove avevo sempre giocato, dove mio padre era stato il presidente e io il direttore del torneo ATP dal ’75 per un lustro. Roger non aveva ancora diciassette anni (li avrebbe compiuti ad agosto). Ovviamente vinse il torneo. Così lo scoprii anch’io. Dopo René, ma un bel po’ prima di tutti i miei più noti colleghi italiani. Sono scoperte, quella di René come la mia, che avvengono sempre per caso. Quel giorno che René fu inviato a seguire quella manifestazione giovanile non era per nulla contento. Pensava “che barba, che noia”. E io al CT Firenze speravo che vincesse un italiano.

René ha un’altra fortuna: è esattamente dieci anni più giovane di me, è quindi piombato sul tennis proprio al momento giusto, nell’epoca del grande fulgore del tennis svizzero (che ha avuto anche una Patty Schnyder, una Timea Bacsinszky… e un certo Stan Wawrinka e una Coppa Davis in bacheca). E poi René ha ancora i capelli biondi, belli lisci. Li avevo anch’io, ed erano invece riccioli, ma li ho persi tutti. Come il tennis italiano. A lui però dico sempre: “Il sangue nella mia testa è stato costretto a scegliere: il cervello o i capelli. Con te ha preferito i capelli…”. Battutaccia pessima che ci si può permettere soltanto con i veri amici, i buoni colleghi da una vita. 

Ubaldo Scanagatta

LA SCHEDA

  • Vive vicino Zurigo
  • Dal 1981 al 1989 scrive di tennis per il giornale svizzero “Blick”
  • Dal 1989 al 1992 è redattore a “Sport”
  • Collabora dal 1993 col “Tages-Anzeiger”
  • Segue Roger Federer dal 1996
  • Nel 2006 pubblica la biografia “Quest for perfection. The Roger Federer Story”

L’INTERVISTA

Siamo con René Stauffer, giornalista sportivo per Tages-Anzeiger e autore di una biografia su Roger Federer. Come ti sei avvicinato al tennis e perché hai iniziato a scriverne?
In Svizzera al tempo avevamo un ragazzo molto promettente, Heinz Gunthardt, che era numero uno juniores e credevamo fosse il “nuovo Borg”. Io mi occupavo di hockey su ghiaccio, ma qualcuno doveva seguirlo e allora iniziai a scrivere di Gunthardt. Poi nel 1982 a Zurigo si disputò un torneo del World Championship Tennis e questo mi diede una grossa mano, perché ricevetti un invito per seguire il WCT di Dallas. Lì vidi Borg che stava per ritirarsi e ricordo anche di aver incontrato per la prima volta Ubaldo, che soprannominai “The Borg of the pencil” (il Borg della matita).

Come proseguì la tua carriera?
Per nove anni ho continuato a scrivere per Blick, il giornale più diffuso in quel periodo. Poi nel 1989 sono passato a Sport, che usciva tre volte a settimana, motivo per cui avevi molto tempo per scrivere e ovviamente ne guadagnava la qualità. Purtroppo però il giornale stava fallendo e allora divenni redattore al Tages-Anzeiger, il principale quotidiano in Svizzera.

Possiamo anche dire che sei stato abbastanza fortunato, perché dopo Gunthardt, che è anche diventato campione di Wimbledon in doppio (e allenatore di Steffi Graf, ndr), hai avuto a che fare con Jakob Hlasek, Marc Rosset, Martina Hingis e, dulcis in fundo, Roger Federer. Come l’hai incontrato e come si è sviluppato il vostro rapporto?
L’ho incontrato quando aveva 15 anni e lanciava ancora le racchette. Lo intervistai e mi disse: “Dovresti essere in grado di giocare in maniera perfetta, per questo mi arrabbio”. Già vent’anni fa aveva qualcosa di speciale ed è per questo che lo seguo ancora. Così ho coperto circa novanta tornei dello Slam e ancora non ho finito. Il tennis non mi lascia.

Quanto successo ha avuto in Svizzera il libro su “Re Roger”?
È la star più grande che la Svizzera abbia mai avuto. Federer ha fan in tutto il mondo, è una persona unica. Per questo da quando il libro è stato pubblicato non ricordo nemmeno quante copie sono state vendute. So che è stato tradotto in dieci lingue, perfino in indonesiano, cinese o bulgaro.

Allora sei un uomo ricco adesso?
Purtroppo no!

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Agassi: “Il GOAT? Conta poco. Però voto Nadal” http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/10/agassi-il-goat-conta-poco-pero-voto-nadal/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/10/agassi-il-goat-conta-poco-pero-voto-nadal/#respond Sun, 10 Dec 2017 16:40:05 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=234650 Andre: "Federer è unico, ma io voto Rafa. Queste nuove generazioni stanno raggiungendo limiti inesplorati, non so dove arriveranno"]]>

Le ultime settimane di quest’anno sono state caratterizzate dall’ennesimo testa a testa tra Federer e Nadal e su chi avrebbe concluso l’anno in cima al ranking. Se a diventare numero 1 fosse stato lo svizzero un altro record sarebbe stato battuto: quello di tennista più anziano a ricoprire quella posizione. L’attuale detentore del record, quando gli è stata fatta notare la cosa, ha risposto così: “Non lo sapevo. Federer, Nadal, quei due hanno battuto così tanti record che diventa difficile paragonarsi a loro. A dire il vero ormai non penso più a queste cose. E ancora meno al mio record di anzianità”. Andre Agassi ha cercato poi di spiegare cosa ha permesso a Federer di essere così competitivo a 36 anni. “Semplicemente il fatto che lui sia unico. La sua grandezza, la sua precisione, la sua facilità. Gioca un tennis così differente rispetto agli altri. Ma non fraintendetemi: quando dico ‘facilità’ non significa che sia facile. Ma Federer crea questa impressione, quella di avere una soluzione a ogni problema. Con tutte queste opzioni, lui ha la possibilità di evitare l’intimidazione fisica che potrebbe essere esercitata da alcuni dei giocatori attuali. Lui ne è consapevole e gioca in maniera intelligente gestendo gli sforzi, e continuando a investire energie nell’apprendere nuove cose”.

Il kid di Las Vegas ha continuato l’intervista al giornale francese Le Matin parlando della nuova generazione. “È come quando hai dei bambini e, tornando da un lungo viaggio, quando li vedi dici ‘wow come siete cresciuti!’. Io non ho idea di come la nuova generazione si evolverà, ma vedo questi ragazzoni e posso constatare con stupore che si sono spinti ancora più in là. I loro corpi sono potenti, i loro movimenti rapidi, fisicamente sono prestanti. Quando guardo Kyrgios mi dico con sarcasmo: ‘Che shock!'”. Si congeda poi l’argomento con un’affermazione che denota la sua spiccata capacità di osservazione: “Il nostro sport sta conoscendo un’evoluzione fenomenale. I tennisti sono sempre più forti, muscolari e veloci. E Federer sempre più intelligente… Come si può emergere in mezzo ad una densità così elevata? Questa emulazione costante sta portando l’individuo verso limiti inesplorati”.

La rivalità tra Federer e Nadal spesso si sposta anche al di fuori dal campo e la prima cosa che si fa quando si dibatte sull’argomento è tirar fuori i numeri e le statistiche (come ad esempio quella di Slam vinti), ma Agassi non dà molta importanza alla cosa e spiega bene le sue ragioni. “Io ritengo che quando Sampras batté il record di titoli dello Slam, solo gli appassionati di tennis sapevano con esattezza quali giocatori erano stati superati. McEnroe, Connors, Laver, sono stati dei veri lottatori ma non si curavano minimamente di collezionare Slam. Oggi è diventato il criterio assoluto, il punto di riferimento. I media hanno creato questo parametro: la loro evoluzione verso delle informazioni più rapide e pratiche ha condotto alla creazione di una cultura fondata sui record da battere. Il cambiamento è avvenuto agli inizi degli anni ’90 ed è stato molto interessante… tutto a un tratto si sono messi a contare. Ma cosa significano queste cifre? Borg si è ritirato a 26 anni e non è mai andato in Australia perché troppo lontana. Per non parlare di me, io non ho alcun rapporto con questo argomento. Lendl si era fissato con Wimbledon. Connors dava tutto agli US Open. Ognuno aveva degli obiettivi molto personali. E inoltre Rod Laver ha avuto un lungo periodo di assenza. Perché cerchiamo di creare dei legami tra epoche così lontane?”. 

E l’interesse nel creare legami tra epoche lontane è proprio una delle cause maggiori di discussioni su chi sia il migliore di tutti i tempi (conosciuto anche come G.O.A.T., o per estes0 ‘greatest of all time’). L’intervistatore in questione ammette di essere svizzero e di conseguenza fare molta attenzione ai record; inevitabilmente ad Agassi viene posta la domanda – sottolineando il fatto che Federer ha vinto gli ultimi quattro scontri diretti – su chi valga di più tra Roger e Rafa. “Ma che importanza ha? La mia scelta sarebbe puramente arbitraria. Con delle argomentazioni in malafede, io potrei difendere una visione opposta alla vostra. Questo dibattito non ha alcun fondamento razionale, si riassume tutto con dei ‘ma se…’, ‘ma se…’, ‘ma se…’. Non è altro che un dibattito democratico. Se costretto, anche se affranto per gli 8 milioni di cittadini svizzeri, io voto per Nadal. Principalmente per la ragione che avete citato voi: un giocatore non può essere considerato il migliore di tutti se è stato battuto tutte quelle volte da un suo diretto avversario“. E in effetti come ragionamento non fa una piega. Ma questa è una storia vecchia come il mondo e forse, come sottolinea lo stesso Agassi, non ha poi così tanta importanza.

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I Signori della sala stampa: Doris Henkel, la penna del boom del tennis tedesco http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/08/signori-della-sala-stampa-doris-henkel-la-penna-del-boom-del-tennis-tedesco/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/08/signori-della-sala-stampa-doris-henkel-la-penna-del-boom-del-tennis-tedesco/#respond Fri, 08 Dec 2017 17:57:44 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235200 Trasferitasi a Monaco di Baviera nel 1985, Doris Henkel scelse di seguire il tennis per il suo giornale: non poteva sapere che pochi mesi dopo, sarebbe iniziata l'epopea del grande tennis tedesco con il trionfo di Becker a Wimbledon]]>

Giornalista freelance residente ad Amburgo, Doris Henkel è una delle principali penne del tennis in Germania nonché una delle principali corrispondenti femminili del nostro sport. Collabora anche con varie testate di Svizzera e Austria. La sua storia è peculiare: quando decide di seguire il tennis per la prima volta per il suo giornale nella primavera del 1985, quello della racchetta non è esattamente lo sport più seguito in Germania per usare un eufemismo. Pochi mesi dopo un ragazzino tedesco di 17 anni di nome Boris vince Wimbledon aprendo la storia irripetibile della grande Germania del tennis: un decennio segnato dai trionfi di Becker, Steffi Graf e Michael Stich. Quando si dice trovarsi al posto giusto al momento giusto…

LA SCHEDA

  • Vive ad Amburgo
  • Giornalista da 40 anni
  • Lavora per il principale quotidiano tedesco, “Süddeutsche Zeitung”, per 8 anni
  • Diventa freelance nel 1992
  • Lavora per più di mezza dozzina di giornali tra Germania e Svizzera
  • Copre il tennis dal 1985 con all’attivo 105 tornei del Grande Slam e 10 Giochi Olimpici
  • Lo sport preferito dopo il tennis è il pattinaggio artistico

Siamo qui con Doris Henkel, amica e collega oltre che famosa giornalista tedesca. Come mai hai iniziato col tennis, era il tuo sport preferito?
Il tennis mi è sempre piaciuto anche se bisogna dire che nella città dove abitavo non c’erano campi da tennis pubblici, quindi giocavo al coperto con una racchetta da badminton perché era tutto quello che avevo. Quando mi sono trasferita a Monaco, il direttore ha chiesto chi volesse coprire il tennis e io ho alzato la mano. L’editor ha detto sì e da lì ho cominciato.

Hai collaborato con parecchie testate però?
Sì, quello di cui parlavo era un grande giornale tedesco con sede a Monaco ed ho iniziato lì. Ci sono stata per otto anni, poi sono diventata freelance e ho collaborato con tanti giornali tedeschi, svizzeri a volte anche austriaci

Hai avuto la fortuna di iniziare proprio nel momento dell’esplosione del tennis in Germania con Boris Becker e Steffi Graf…
Sì, sono stata incredibilmente fortunata. L’episodio che raccontavo prima era della primavera del 1985 e un paio di mesi dopo Becker ha vinto Wimbledon. Quello è stato il momento in cui è iniziato tutto…

Dei tre grandi giocatori tedeschi di quel periodo: Becker, Graf e Stich con chi avevi il rapporto migliore?
Conosci anche tu Steffi, non ha mai avuto rapporti stretti con i giornalisti ancor meno se tedeschi. Becker era il sogno di ogni giornalista: che vincesse o perdesse c’era sempre qualcosa da scrivere su di lui, non c’era mai un momento noioso, quindi mi piaceva scrivere di lui. Con Stich era più difficile perché venendo lui dalla parte nord della Germania era molto più chiuso e tendeva a tirarsi indietro.

Cosa ne pensi della nuova generazione? Alexander Zverev  in particolare, credi che possa raggiungere il livello di Becker? E com’è il suo approccio con i giornalisti?
Innanzitutto non credo lo si debba paragonare a Becker e Stich, che hanno ottenuto grandi successi, sarebbe ingiusto. Zverev ce la sta mettendo tutta, quest’anno è migliorato molto anche nel rapporto con la stampa tedesca. Ha solo 20 anni, sono molto ottimista sul suo futuro.

Cosa credi che accadrà nel 2018 con il rientro in campo dei big? La situazione è molto caotica…
Spero che tutti gli infortunati tornino alla grande, così da poter avere Federer, Nadal, Djokovic, Murray, Wawrinka… e Zverev tra i migliori 8 del mondo.

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Sognando Baker: il miraggio Slam oltre la sfortuna http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/07/sognando-baker-il-sogno-slam-oltre-la-sfortuna/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/07/sognando-baker-il-sogno-slam-oltre-la-sfortuna/#respond Thu, 07 Dec 2017 17:07:16 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=235138 PARIGI - In esclusiva, incontro con lo sfortunato Brian. Dalle prospettive di dominio alle sale operatorie di mezzo mondo. Passando per il matrimonio, e la speranza di poter vincere un Major]]>

Per una volta, non è stata una questione di promesse non mantenute, o troppa pressione dei media che hanno fatto implodere un talento cristallino. Di quello parleremo in puntate future. Brian Baker era destinato ad una carriera di dominio, certificata da una condotta juniores da primo della classe. Tutta la generazione degli ’86 e ’87, metà dei Fab Four inclusi, veniva presa a sberle dal suo tennis a stelle e strisce, fatto di gran servizio e colpi a rimbalzo poderosi, specialmente un rovescio anticipato da fotografare. Se ne accorsero anche le università: Stanford, Florida, Georgia, Duke e Virginia, tutte a correre per accaparrarsi i servigi di quello che era finito sulla copertina di Sports Illustrated come Atleta del Mese, e nominato MVP del liceo.

Ci si è messo di mezzo il fisico, troppo debole per gestire ritmi forsennati di allenamento e viaggi continui: Brian ha collezionato infortuni a ripetizione, che ne hanno compromesso definitivamente l’esplosione ad alti livelli. Quando tutto sembrava ormai nel dimenticatoio però, l’amore per la racchetta è rifiorito d’improvviso: smessi i panni accademici di coach dei ragazzini, ha ripreso a macinare chilometri e vincenti, fino a ritagliarsi uno spazio di rilievo nella nicchia del doppio. Lo avevamo incontrato a Parigi in esclusiva, nella affollatissima e caotica area interviste del Roland Garros.

Quest’anno finalmente il primo titolo, in doppio, a Memphis in coppia con il croato Mektic. Si sono ripetuti ad aprile a Budapest. Certo non i tipi di trofeo che tutti si aspettavano avrebbe alzato in carriera, ma una sensazione che difficilmente può essere spiegata dopo il calvario: “Un traguardo incredibile. Vincerne due in un solo anno fa ancora più specie. Mi sto dedicando di fatto esclusivamente al doppio ora, il mio corpo non può gestire la tipologia di allenamento che mi servirebbe per il singolare. Mi sto divertendo in questa transizione, e spero di poter ottenere altri buoni risultati”. La nuova specialità gli sta quindi permettendo di vivere una sorta di nuova vita tennistica, accantonando definitivamente i sogni di gloria che nutriva quando da juniores dava regolarmente lezioni a Djokovic, Murray e compagnia: “Se voglio continuare ad alti livelli, questa è la scommessa più sicura. Se anche iniziassi a giocare meglio in singolare, ho trentadue anni e dubito il mio corpo reggerebbe a lungo. Credo sia la mossa più intelligente, cercare di andare in fondo e perché no vincere tornei dello Slam in doppio”.

Le cliniche e le sale operatorie lo chiamano ormai per nome, stanti i numerosi tentativi di ripresa dopo infortuni terribili. Entrambe le anche, il polso, da ultimo il ginocchio che lo ha costretto ad abbandonare il campo in sedia a rotelle nel 2013, pur essendo in vantaggio contro Sam Querrey. L’anno precedente la prima finale in singolo, a Nizza, persa contro Almagro, e un best ranking di 52 che solo a pensarci sembra inconcepibile con un corpo così martoriato. Nel 2016 la ripartenza dal purgatorio Challenger, dominato in doppio con addirittura cinque tornei vinti in sei partecipazioni: “Lo scorso anno ho avuto la fortuna di poter usufruire del ranking protetto sia in singolo che in doppio. Ho ricominciato a costruire una buona base per la mia classifica,  ho giocato benissimo, ho avuto anche ottimi partner (due titoli con Groth, ritiratosi quest’anno, ndr). Questo mi ha permesso di poter entrare direttamente in tabellone negli Slam quest’anno”.

A fine (davvero fine, il 31 dicembre) 2016 anche una svolta importante nella vita privata: il matrimonio con Alathea, che l’ha sostenuto negli ultimi , fondamentali, anni di carriera e infortuni: “Qualcosa è effettivamente cambiato adesso, mi godo molto di più il tempo che passo con lei dato che viaggio così spesso. Ci sono ancora momenti in cui non lo realizzo, da quando ci siamo sposati ho giocato tantissimo e ancora dobbiamo andare in luna di miele! Probabilmente sarà qui a Parigi. Alathea è stata una roccia, non c’è altro da dire: è uno dei miei critici più duri, ma il sostegno più importante che potrei desiderare. Anche se adesso scherzo e dico che devo vincere il doppio dei match per mantenerci!”. 

A proposito di sostegno e motivazioni, il passato di Brian è pieno zeppo di momenti in cui sembravano sparire a causa del suo maledetto fisico. In tuta e immancabile cappellino, mentre si gratta la nuca, ci ripensa con una vena di consapevolezza in più: “Gioco a tennis da quando avevo tre anni, e per tutta la vita sono stato bravo in questo, mi ha sempre dato grande gioia. Sono un combattente e un agonista, poter definire il tennis come il mio lavoro è speciale. Ci sono stati momenti in cui l’ho odiato, tutt’ora tra l’altro. Ma il 95% delle volte mi sveglio contento di fare il lavoro che faccio: so di essere incredibilmente fortunato, non capita a tutti di poter essere così contenti del proprio lavoro. C’è anche tutto questo seguito che ci permette prize money tali da poter vivere di questo, ed è un’altra fortuna enorme”.

Nelle pause forzate dal tennis, Baker si è dedicato anima e (poco, fortunatamente) corpo al mondo accademico: Belmont University, a due passi dalla sua Nashville, Tennessee. Si è diviso nei ruoli di coach per la squadra NCAA e di studente, in un cammino che ha completato nel 2015 con una laurea in business adminstration. “Al momento non sono coinvolto con Belmont, non seguo classi ma sono davvero contento di aver finito il mio percorso. Una volta smesso con il tennis avrò la possibilità di seguire qualche altra strada. Ci sono molti lavori relativi al tennis che comunque richiedono un titolo di studio. Vorrei rimanere in questo mondo, ma non sono ancora sicuro di che ruolo mi piacerebbe ricoprire. Vorrei fare il coach, ma non l’ex professionista che allena, insomma dedicarmici davvero. Dipenderà anche dalla mia famiglia, e dalle possibilità che avrò di viaggiare”.

La barba incolta a contornargli un viso pieno e degli occhi chiari intensi, le spalle che si alzano in continuazione come in un continuo “mah”. L’obiettivo primario, adesso e fino alla fine della sua carriera, sarà quello di rimanere integro fisicamente. Ma i due titoli del 2017 potrebbero portare nuove idee: “Con il mio curriculum, direi che il corpo è per forza di cose l’obiettivo primario! Ma quest’anno non ho avuto problemi, e il doppio richiede molto meno sforzo al mio fisico. Certo devo giocare di più, ma va bene. Non mi sono seduto a scrivere quali potranno essere i miei obiettivi, al momento sono 29 del mondo in doppio: arrivare nei primi 20 ed eventualmente rimanerci, o raggiungere quarti o semi in uno Slam sono le cose a cui terrei di più. La top 20 mi sembra il traguardo più realistico, se dovessi mantenere un livello costante”.

L’ultimo sguardo è verso la sua vita. Il passato e il futuro. Se fosse stato più solido fisicamente, staremmo parlando di una storia diversa, accarezzata o scossa da quel rovescio bimane che a vederlo in full power fa impressione. Ci sono rimpianti enormi, ma anche speranze altrettanto grandi. E per descrivere tutto Brian si ferma quasi un minuto a pensare in silenzio: “Non so se parlerei specificamente di rimpianti, quelli li avrei se non avessi fatto tutto quello che potevo. Gli infortuni sono frustranti, non sono un rimpianto. In ogni caso, mi pento di non essermi preso cura del mio corpo nel periodo più importante, tra i 15 e i 18 anni. Avrei dovuto seguire un programma migliore, avrei dovuto apprendere, studiare meglio il mio corpo per capire di più sulla dieta, sulla preparazione atletica. Non credo di essere stato molto professionale all’epoca, anche se ovviamente era praticamente un’epoca diversa. Se avessi avuto dieci anni di condizione fisica adeguata, sono sicuro avrei ottenuto molto di più di quanto ho fatto”.

C’è un barlume piuttosto consistente però: “La mia speranza più grande in realtà è la mia filosofia. Sono ancora qui a lottare e scalciare, il mio tennis è ottimo e posso competere con chiunque. Il problema è fisico, come al solito, ma basta un po’ di fortuna, un buon tabellone e un buon risultato, il ranking migliora, si diventa teste di serie nei tornei che contano. Mi diverto ancora, odio il tennis quando perdo ma il giorno dopo è di nuovo l’amore della mia vita. Non vedo l’ora dei prossimi tre-cinque anni, per mettermi alla prova in una disciplina che è completamente diversa da quella a cui ero abituato. Se miglioro in un paio di punti chiave, potrò togliermi delle soddisfazioni importanti”.

Va via sorridente e con un ritmo da passeggiata nel parco, quasi spaesato. Come se assaporasse ogni attimo della sua permanenza in uno dei tornei più importanti del mondo, lui che avrebbe potuto guardarli solo alla tv se non si fosse impegnato con ogni goccia del proprio animo. Altri tre-cinque anni, come ha detto lui, per poter vedere il suo talento sfortunato brillare in qualche campo secondario di tornei di periferia. O magari, finalmente, vederlo sul tetto delle competizioni più ambite. Come avrebbe meritato, e come il suo corpo non gli ha concesso.

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Shapovalov: “Spero che Federer e Nadal si ritirino presto” http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/04/shapovalov-spero-che-federer-e-nadal-si-ritirino-presto/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/04/shapovalov-spero-che-federer-e-nadal-si-ritirino-presto/#respond Mon, 04 Dec 2017 13:00:13 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=234805 Uscita forte del giovane canadese, che però spiega: "È nel mio interesse, sarà difficile qualificarmi alle Finals se continuano a giocare". Punta a farcela in tre anni]]>

Non c’è anima viva, in questo 2017, che non si sia detta felicissima per il ritorno di Roger Federer e Rafa Nadal ai vertici del tennis. Con l’anno che volge al termine però qualcuno sta iniziando a tirare fuori anche l’altra verità: sarebbe stato molto più facile portare a casa una coppa grossa senza questa loro inattesa seconda giovinezza. A parlare più chiaro e tondo di tutti è stato Denis Shapovalov, che ha rivelato a Marca una speranza di certo condivisa da non pochi colleghi.

“Spero che non continueranno a giocare ancora per molto tempo” sono state le parole del diciottenne canadese, che dopo aver ribadito l’ammirazione che prova nei loro confronti ha argomentato con pragmatismo: “Sarà difficile qualificarmi per le ATP Finals se loro continuano a giocare. Mi piacerebbe riuscirci nel giro di tre anni e perché ciò accada mi serve che inizino a programmare il loro ritiro. È nel mio interesse”. Intanto quest’anno alla O2 Arena c’è andato, per venire doppiamente premiato come Most Improved Player of the Year e come ATP Star of Tomorrow. Va bene, ma solo per il momento: “Mi piace ricevere premi, ma preferisco giocare”.

Saranno indubbiamente queste, dell’intera intervista, le frasi che sentiremo risuonare per un po’ e non è da escludere che la “botta” di sincerità di Shapovalov possa attirargli addosso qualche antipatia. Sarebbe un peccato però, perché dopo la pessima figura di febbraio il ragazzo è riuscito a svoltare la propria immagine – e forse la propria carriera – trasformandosi in un favorito dei tifosi di ogni fascia d’età. “È successo tutto così in fretta nell’ultima parte di stagione, con i risultati a Montreal e agli US Open – dove i suoi incontri facevano il pieno sugli spalti e la partecipazione alla Laver Cup. Non ero abituato a tutta questa attenzione da parte dei media”.

I primi sei mesi del 2017 a battersi nei Challenger, gli ultimi sei a giocare alla pari con quei migliori al mondo ai quali Shapovalov conta di fare presto le scarpe. “Spero di proseguire nella crescita cominciando già forte a gennaio” ha detto, fissando un obiettivo preciso: “conquistare il mio primo titolo”. Per farlo si affiderà ancora al connazionale Martin Laurendeau, che per lui ha sacrificato la panchina di Coppa Davis (lo sostituirà Frank Dancevic). Ma alla suggestione John McEnroe non dice di no. “In futuro non vedo perché non possa aiutarmi”.

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Salvate il soldato Misha http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/03/salvate-il-soldato-misha/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/03/salvate-il-soldato-misha/#respond Sun, 03 Dec 2017 21:08:32 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=228195 Intervista esclusiva. A fine stagione, Mikhail Youzhny ha vinto due Challenger nel sud Est asiatico. Diciassette anni fa il suo primo titolo. Incontro con il militare buono del circuito ATP]]>

Diciassette anni fa, a Samarcanda in Uzbekistan, Mikhail Youzhny vinceva il suo primo titolo Challenger. Ne ha conquistati otto in carriera, l’ultimo a fine stagione completando un back to back con titoli a Ningbo e Ho-Chi Min. Solo Fabrice Santoro fece passare più tempo tra il primo titolo Challenger e l’ultimo: quasi vent’anni, tra Telford ’90 e Johannesburg ’09 (fonte Luca Brancher). Misha è tornato a girovagare per i tornei minori, dopo una quindicina di stagioni ad alti, se non altissimi livelli: dieci titoli ATP, tredici milioni di dollari vinti e un best ranking di numero 8. E non se ne lamenta, anzi, il suo amore per il gioco non è affatto calato: ce lo ha raccontato in esclusiva a Parigi, durante il Roland Garros: “Voglio continuare a giocare, è questo il succo. Non è cambiato il mio approccio al gioco in sé, sono stati vari particolari a incidere sulla mia discesa in classifica. Ad un certo punto di una carriera il ranking può essere un fattore pesante. E le alternative sono due: smettere, o lottare se il tennis è ancora uno stimolo, una priorità. Ho ancora voglia, e sono disposto a fare il necessario per continuare a giocare: Challenger, qualificazioni, non importa”.

L’intervista si svolge nella piccolissima sala interviste numero 4, una stanza spartana con sedie sparse e un tavolino. Youzhny ha appena perso in cinque set al primo turno, sprecano match point contro il brasiliano Rogerio Dutra Silva. Lui che nel palmarès conta anche due semifinali Major, colte entrambe agli US Open, nel 2006 e 2010. E che pochi mesi fa a New York costringeva Federer al quinto set: “Difficile parlarne dopo una sconfitta del genere, magari non sono dell’umore giusto. Ma è sempre bello giocare in palcoscenici di questo spessore. Dopo tutti questi anni sento ancora emozioni, provo ancora sensazioni e brividi anche se su campi secondari. È la mia vita, e sono contento. Le sconfitte fanno parte del gioco”. Dagli stadi più grandi del mondo ai campi afosi del sud est asiatico, dove all’inizio dello scorso anno aveva trascorso tre settimane e inanellato altrettanti Challenger vinti. Portando in giro un tennis d’antan, pungente, vario, come ormai non si vede più: il rovescio a una mano evoca gesti bianchi, sebbene non sia poi così puro, con quel movimento che inizia bimane e poi si frammenta. Unico. “Bisogna adattarsi per sopravvivere nel circuito, ovviamente. Quando ho iniziato io, vent’anni fa, il tennis non era certo così. Ogni quattro o cinque anni ci sono giovani che portano qualche novità, e per provare a essere al top bisogna affrontare questi nuovi input”. Il nuovo power tennis mal si coniuga con il suo mix di talento e tagli, il che rende i suoi incontri ancor più particolari.

A trentacinque anni Mikhail è uno dei vecchi leoni del tour. Ne ha viste di ogni, soffrendo e togliendosi soddisfazioni. Una delle più importanti, senza dubbio a suo dire, fu la Coppa Davis del 2002, strappata da giovanissimo alla Francia con l’ultimo singolare ormai leggendario, in cui rimontò due set di svantaggio a Paul Henri Mathieu nel catino di Parigi Bercy. Curiosamente, Mathieu diceva addio al tennis poche ore prima dell’intervista: “Gli ho chiesto se fosse vero, avevo sentito che qualcuno ne parlava in spogliatoio. È curioso pensare di essere uno degli anziani adesso: io onestamente sto bene. È vero che si vedono tante facce nuove, ma si incontrano anche tanti ex avversari che adesso entrano in spogliatoio come coach, o inviati televisivi. E questo un po’ mi inorgoglisce, essere ancora a combattere mentre altri hanno smesso. Sento di poter ancora giocare a buon livello”. Il taglio di capelli militare e gli occhi vitrei, che quasi spaventano quando Misha parla a voce bassa ma chiara: non a caso il suo saluto al pubblico è con le dita tese alla tempia, come un soldato, e il suo soprannome tra gli appassionati è “Colonel”.

Figlio di Mikhail Sr, ex soldato dell’Armata Sovietica venuto a mancare pochi anni fa e suo primo sostenitore: Misha ha dato ogni goccia di sé al tennis, fin dai primi giorni. Insieme a suo fratello Andrei era costretto a due ore di viaggio al giorno, tra metropolitana e autobus, per raggiungere lo Spartak Club, dove si allenava con una racchetta e una sacca di palline raccolte al circolo, di cui era membro Andrei Chesnokov. Fu lì che incontrò Boris Sobkin, che lo segue da quando aveva dieci anni. “Un padre per me”, si limita a dire Mikhail alzando le spalle, come se non ci fosse bisogno di aggiungere altro. Un’infanzia sofferta, che lo ha scafato e reso maturo e consapevole: “C’è qualcosa che cambierei nella mia carriera, come capita a chiunque altro. Cambierei qualche piccola cosa nella programmazione, soprattutto all’inizio. Ero ovviamente inesperto, ancora non avevo idea di cosa potesse essere meglio per me, in generale. È chiaro che sono particolari che si acquisiscono con l’esperienza, adesso anche il mio team è più consapevole. A diciotto anni non ti senti come a trenta. Credo sia comunque troppo presto per parlare di rimpianti: non ho ancora smesso, e solo allora sarà il momento adatto. So di certo che da quando ho iniziato, non è passato un giorno senza che dessi il massimo”.

Una transizione da uomo da battere a mina vagante, che adesso gli permette di assaporare sensazioni inimmaginabili fino a qualche anno fa: “Da giovane vediamo solo campi da tennis e alberghi, tutto il giorno, tutti i giorni. Crescendo, ho cercato di girare di più, di vivere di più la vita e i viaggi. E paradossalmente, anche quando sei costretto a posti meno glamour perché devi recuperare punti, puoi visitare posti e vedere cose a cui prima non facevi caso. E soprattutto, solo quando perdi l’abitudine ai grandi palcoscenici, puoi apprezzarli quando ci torni. A venticinque anni per me i tornei dello Slam erano la normalità, quasi non me ne accorgevo. Adesso hanno un gusto particolare, quasi nuovo, un ricordo e un sapore diverso”. Un pensiero del genere sembra quasi naturale accostamento ai suoi studi: Youzhny si è infatti laureato in Filosofia all’Università di Mosca, nel 2011. Nel 2008 il matrimonio con Yulia, che lo ha reso padre di Maxim e Igor. Il futuro sarà incentrato sulla famiglia, sul tennis? “Non posso rispondere. Ho sogni e obiettivi, ma non posso parlarne alla stampa. Ho dei progetti, ma è la mia vita, e preferisco tenerla per me”. Onore a te, soldato Misha.

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I Signori della sala stampa: Richard Evans, non solo tennis http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/03/signori-della-sala-stampa-richard-evans-non-solo-tennis/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/03/signori-della-sala-stampa-richard-evans-non-solo-tennis/#respond Sun, 03 Dec 2017 20:21:28 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=234770 Una serie di interviste con i grandi nomi del giornalismo mondiale. Il direttore Scanagatta intervista Richard Evans, una vera e propria leggenda tra gli addetti ai lavori]]>

Di seguito qualche parola del nostro Direttore sulla figura di Richard Evans, leggendaria penna inglese e acuto osservatore del piccolo mondo della racchetta, così come della grande dimensione della Storia con la “s” maiuscola.


Richard Evans è un uomo solo al comando, nel computo degli Slam. È molto probabile che, come è accaduto per Nicola Pietrangeli con i suoi 164 incontri di Davis (record imbattibile dacché, 1982, è diventato impossibile giocare più di 4 incontri l’anno) anche il suo diventi un record insuperabile. Non so se li abbia contati con la precisione di un Rino Tommasi, ma Richard garantisce di aver raggiunto quota 196 Slam! Sarà dura raggiungerlo, anche perché lui, che lavora per Fox e fa radio in diretta per l’ITF nei tornei dello Slam, non ha nessuna intenzione di fermarsi. Io sono a quota 147. Quasi 50 tornei indietro: dovrei… battermi con Ubitennis per 11 anni in più dopo il ritiro di Richard per motivi anagrafici! Sventolo già adesso bandiera bianca!

Richard ha 78 anni, esattamente 10 più di me, ma come potete constatare da questa video-intervista, davvero non li dimostra. Nato in Francia nel ’39, ma da genitori inglesi, è un grande, un grandissimo giornalista che ha scritto per le principali testate britanniche, Times, Telegraph, e ha lavorato per vari network, fra i quali la BBC in tv e in radio. Ha certamente inciso di più nel mondo del tennis con la forza delle sue opinioni, anche se non ha forse il talento di scrittore di un Clerici né la credibilità statistica di un Tommasi. Ma come Tommasi – e con il vantaggio di poterle esprimere in inglese, e quindi di essere inteso da tutto il mondo del tennis – ha la forza delle opinioni e la profonda conoscenza – anche storica – dello sport di cui scrive. E di tanti altri sport. La conoscenza approfondita di vari sport, una vera cultura, e quella massima nel tennis, consente a chi abbia una grande personalità come la sua di esprimere pareri intelligenti e pesanti. Amplio il discorso, anche se c’entra poco. A mio sommesso avviso in Italia oggi, dopo un’epoca in cui forse i giornalisti italiani di tennis erano i migliori del mondo (perché avevano avuto esperienze giornalistiche di vario livello – a contatto con i Brera, i Biagi, i Montanelli, i Piazzesi, i Bartoli – e avevano anche giocato a tennis a discreti livelli agonistici… mentre nessuno degli stranieri lo aveva fatto, anche se c’erano con la penna talenti straordinari come Rex Bellamy, John Roberts, Sue Mott o supercompetenti come Richard Evans), grandi qualità giornalistiche di statura internazionale, in tv come sulla carta stampata, non mi pare che si intravedano, almeno a quei livelli.

Ho conosciuto Richard all’inizio degli anni Settanta. Siamo subito diventati grandi amici. In giro per il mondo, negli Slam, ma anche in mete diverse. Quando dovevo scegliere con chi uscire alla sera fra i colleghi, se non c’erano Rino o Gianni, uscivo con lui. Perché aveva sempre una conversazione interessante da offrire, fascinosa (non solo per le belle donne: ne ha avute tante, oltre a due mogli, con la seconda che gli ha dato un figlio, Ashley, cui è legatissimo). Lui “Roving Eye” – l’occhio sempre in movimento – che era anche il titolo della sua prima rubrica, pubblicata da World Tennis. Ne ha condotta una anche per la rivista francese Tennis Magazine, la migliore mai andata in commercio. La rubrica si chiama Au tour de monde.

È stato più volte anche mio ospite a Firenze, e mi poteva parlare delle sue corrispondenze dalla Cambogia e dal Vietnam, da Memphis subito dopo l’uccisione di Martin Luther King, dagli Stati Uniti quando seguiva le campagne di Robert Kennedy prima che venisse assassinato, le dimostrazioni contro il Governo messicano del ’68 che si conclusero con un massacro, il suo esordio a Wimbledon 1957 quando, appena diciottenne e con zero conoscenze di tennis (era ed è tifoso dell’Arsenal) fu spedito sulle tracce di Althea Gibson, la prima tennista di colore a vincere i Championships (che gli dette clamorose esclusive, facendosi accompagnare da lui perfino al tradizionale ballo dei vincitori), esattamente come gli sarebbe accaduto anni dopo quando andò al seguito di Arthur Ashe in Sud Africa per la lotta contro la politica dell’apartheid dell’epoca pre-Mandela (con il quale sarebbe entrato in contatto nel 1990).

Con Richard, con il quale abbiamo potuto parlare anche delle nostre esperienze all’interno dei nostri giornali (nel mio piccolo ho lavorato e scritto per tutte le pagine de La Nazione, cronaca, interni  esteri, oltre che sport) abbiamo diviso momenti bellissimi anche nelle isole Fiji al tennis-ranch di John Newcombe, all’epoca in cui lui aveva un flirt con Carol Thatcher, la figlia della Lady di Ferro che scrisse anche un libro sulla coppia John-Lloyd-Chris Evert. Io stesso mi ritrovai ad un party dato da Carol per l’inaugurazione del suo appartamento, con Margaret Thatcher che arrivò all’improvviso con il marito e, prima di andare in cucina con noi a portare i piatti sporchi, raccontò storie incredibili di lei con Kohl e i politici italiani.

Richard ha scritto libri e biografie di Marty Riessen, John McEnroe, Ilie Nastase, e la recente autobiografia “The roving eye”. È stato quel che è oggi Nicola Arzani, Senior ATP Media&Marketing p.r., – e anche direttore dell’ufficio europeo ATP quando la base era Parigi – ed è stato anche chairman dell’International Tennis Writers Association che fu emanazione dell’associazione giornalisti europei di tennis europei che avevamo fondato insieme. Vi basterà seguire quest’intervista per capire che grande personaggio sia Richard Evans.

Ubaldo Scanagatta

L’INTERVISTA

Come hai iniziato a seguire il tennis e perché?
Ho iniziato la carriera giornalistica molto presto, a diciassette anni dopo la leva militare. Tre giorni prima di Wimbledon in redazione erano un po’ nel panico perché dovevano scrivere un pezzo su Althea Gibson, ma non si trovava nessuno che potesse farlo. Così il direttore, vedendomi entrare nell’ufficio, disse: “Facciamolo fare a questo giovanotto”. Non aveva idea di chi fossi. Così mi sono presentato ad Althea Gibson, che è stata davvero incantevole, e due giorni dopo ero seduto sul centrale di Wimbledon a prendere appunti. Così sono diventato corrispondente dell’Evening Standard per il tennis e poco dopo sono partito per gli Stati Uniti.

Hai collaborato con moltissimi giornali, puoi menzionarne qualcuno?
Quando ero negli stati uniti, sono diventato corrispondente anche per l’Evening News, un altro giornale di Londra, per tutto e non solo per lo sport. Ho parlato dell’assasinio di Martin Luther King, delle vicende di Robert Kennedy e del Watergate, perchè ero l’unico corrispondente dal Nord America.

Eri molto affascinato da Robert Kennedy.
Sì, l’ho trovato il politico più interessante che abbia mai seguito. Vivremmo in un mondo diverso ora se fosse diventato presidente al posto di Nixon. Erano come il bianco e il nero, due personalità completamente diverse. L’unica cosa da dire su Nixon è che non è peggiore di Trump.

A proposito dei libri che hai scritto, ce n’è uno anche su John mcEnroe e uno su Ilie Nastase. Qual è il giocatore che ti ha affascinato di più e perché?
Scelgo John McEnroe. Era folle e come tennista era un genio. Nessuno ha più giocato come lui.

Nemmeno Roger Federer?
Roger è diverso, perché combina tutte le sue abilità in modo da poter vincere. McEnroe non lo faceva. Ha vinto sette titoli Slam ed è ridicolo. Si è un po’ buttato via. Ha cominciato a provare a vincere gli Australian Open solo alla fine della sua carriera. Diceva di non poter giocare bene sull’erba di Kooyong perché diceva che bisognava scalare una collina per approcciarsi alla rete. Effettivamente c’era un pochino di pendenza nei pressi della rete, ma per lui era una collina! Ha sicuramente vinto molto meno di quanto avrebbe potuto, perché era un genio assoluto con la racchetta in mano.

Sei contento di dedicare il tuo tempo a seguire il tennis o ritieni uno spreco di intelligenza scrivere di persone che colpiscono una pallina? Te lo chiedo perché spesso mi viene detta la stessa cosa.
Ho passato molto tempo a parlare di politica quando ero corrispondente dall’estero e ho iniziato a notare che moltissimi politici mentono e non dicono mai la verità. Gli atleti invece, per la maggior parte, dicono sempre la verità perché non puoi dire di aver giocato bene se hai perso 6-0 6-1, è sotto gli occhi di tutti. Quindi preferisco avere a che fare con l’onestà dei giocatori che con i politici.

Althea Gibson accompagnata da Richard Evans al ballo dei vincitori di Wimbledon

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Noah: “La celebrità ruba la felicità più semplice”. Guiderà ancora lui “Les Bleus”[VIDEO] http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/01/noah-la-vittoria-e-meravigliosa-ma-solitaria-sara-ancora-lui-guidare-les-bleus/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/12/01/noah-la-vittoria-e-meravigliosa-ma-solitaria-sara-ancora-lui-guidare-les-bleus/#respond Fri, 01 Dec 2017 11:58:52 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=234517 Dopo il trionfo di Lille: "La musica mi manca perché riunisce sempre la gente. Lo sport solo quando vinci! E vinci di rado". Yannick, tennis&musica e il privilegio di vivere due vite. La FFT conferma: capitano anche nel 2018]]>

Ritratti: Noah, talento e fantasia oltre l’ostacolo

Intervista esclusiva… intima, preceduta da introduzione di Tomasz Tomaszewski (noto giornalista polacco di Polsat sport tv, nonché buon amico di Yannick Noah).

Vous pouvez lire dans le post de lecteurs en bas les mots originaux de Noah si vous ne voulez pas écouter le video.

Quando nel 1983 Yannick Noah trionfò al Roland Garros battendo in finale lo svedese Mats Wilander, campione in carica, diventò rapidamente un’icona sportiva e un nome che è andato molto al di là dei confini del tennis. Nel corso del tempo infatti Yannick sarebbe diventato popolare almeno quanto Michel Platini, Zinedine Zidane o il celebre cantante Jacques Brel (cantautore della famosissima “Ne me quitte pas”). Poi è anche diventato una star della musica vendendo milioni e milioni di dischi in Francia. Ed è stato così che i nostri cammini si sono incrociati fin dall’anno del trionfo di Noah a Parigi. Ci siamo conosciuti proprio quello stesso anno nel corso dell’US Open a New York dove gli ho perfino  presentato colei che sarebbe diventata la sua futura sposa Cecilia Rodhe (madre del giocatore professionista di basket dei New York Knicks, Joakim Noah). Lei abitava a New York all’epoca in cui  Yannick voleva fuggire dalla Francia (dove la sua eccessiva popolarità gli toglieva la tranquillità di cui aveva bisogno per sopravvivere serenamente). Ci siamo ritrovati a Lille il weekend scorso dove lui ha conquistato la sua terza Coppa Davis nelle vesti di capitano della squadra francese. Per la terza volta dopo Lione 1991 e Malmoe 1996.

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Un trionfo atteso sedici anni che ha indotto la Federazione Francese a confermare la  cinquantasettenne leggenda del tennis d’Oltralpe sulla panchina dei bleus anche per la stagione 2018. La decisione era nell’aria già dai minuti immediatamente successivi al trionfo di Lille, dal momento che Noah, intervistato a caldo in campo, si era accomiatato rivolgendo al pubblico un saluto che sapeva di auspicio: “Ci rivediamo l’anno prossimo. Giovedì, tramite un comunicato pubblicato su Twitter, la FFT ha vidimato la scelta di dare continuità alla gestione tecnica, del resto sostenuta a gran voce e all’unisono da tutti i recenti convocati più in vista, a partire da Jo-Wilfried Tsonga, Richard  Gasquet (cioè la vecchia guardia) e anche Lucas Pouille (sul quale Yannick ha posto la propria fiducia schierandolo nell’ultimo simgolare quando tanti avrebbero fatto pressioni perchè schierasse invece il più maturo Richard Gasquet). Di fatto però, come udrete nella video intervista e leggerete nelle parole finali la parola finale, e la decisione finale,  più che Yannick la dovrebbero aver presa …a sua  moglie e a suo figlio. Uso il condizionale per cautelarmi nel caso che la FFT avesse diramato il suo “Tweet-Comunicato” dimenticando di interpellare Yannick! Non si sa mai…

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1982, finale di Coppa Davis: la Francia incontra gli Stati Uniti e c’è stata la tua sconfitta con McEnroe. E’ stato lì che ti sei innamorato della Coppa Davis?
Amavo la Coppa Davis già da molto prima di quell’anno, quello che mi piaceva era lo spirito di squadra, quella possibilità di condividere la gioia. Mio padre era un calciatore ed era per questo che io amavo il calcio e il tennis: adoravo il tennis perché quando giochi a tennis tutto il tuo destino lo tieni nelle tue mani. Io amavo la gente amo la gente perché amo dividere con loro i miei sentimenti ed è così che succede anche durante la Coppa Davis. A Grenoble abbiamo fatto degli errori, non abbiamo potuto sfruttare a fondo le nostre opportunità ed è per questo che quando avevo 30 anni i miei amici mi hanno detto “Yannick ora che hai deciso di ritirarti dal tennis perché non cerchi di diventare capitano di Coppa Davis?” e io ho accettato sapendo che non avrei ripetuto gli stessi errori compiuti in passato al tempo della nostra sconfitta con gli americani. Ho quindi utilizzato la mia esperienza e l’ho trasmessa a Forget e Leconte e poi il resto è storia (Forget e Leconte hanno vinto la Coppa Davis a Lione nel 1991 battendo Sampras e Agassi, ndr).

Tre trionfi: Lione, Malmö e Lille. A Lione eri giovane, hai lanciato anche il famoso “Saga Africa”, disco che ebbe un grande successo, e ricordo che tutto lo stadio danzava al ritmo di quella canzone…
A Lione avevo 30 anni la gente parlava di “Saga Africa” anche perché  era stata trasmessa in televisione. Quando ho vinto il Roland Garros mio padre era là sul campo (i genitori di Yannick Noah erano divorziati; n.d. Thomasz) ma mia madre non aveva vissuto quella vittoria con me. Per me Lione è stata un’altra cosa. Lione è il mio ritorno all’hotel quando do la mia coppa a mia madre. Così ho potuto restituirle qualcosa perché lei era stata molto, davvero molto importante per me. Volevo dedicare quella vittoria a lei. Malmö invece è stata tutta un’altra cosa ho dei figli svedesi…

Con Cecilia Rodhe che io ti ho presentato qualche anno fa…
È vero, io amo la Svezia… A Malmö c’erano Joakim, Yelena, Eleejah, e Jenayé tutti e quattro i figli riuniti ricevettero i trofei e le medaglie, erano felici. In quanto a Lille invece è stata ancora un’altra storia. Mio figlio più giovane di 14 anni è un appassionato di sport e quando vedo con quale sguardo di ammirazione guarda suo fratello maggiore Joakim, e anche sua sorella maggiore quando gli raccontano i loro percorsi, le loro storie…beh io ci tenevo a che anche lui avesse una coppa ed è per questo che  gliel’ho regalata. E lui oggi ne è molto molto orgoglioso. Avevo due scelte: vincere un’altra Coppa Davis oppure avere un altro bambino!!.

Tu hai avuto tutto: la gloria, i soldi, un grande successo con le donne, ma una volta che hai raggiunto l’apice hai tentato il suicidio, Paradossalmente sei caduto in depressione. Ti sentivi così infelice?
Non è facile rispondere a questa domanda, trovarci una logica: la verità è che il momento esatto e stesso della vittoria è un qualche cosa di straordinario Ma la vittoria non è anche allo stesso tempo un momento di solitudine? Tutto lì sta il rovescio della medaglia. Io amo la gente, amo i piccoli piaceri della vita, quelli più semplici e la gloria ti porta via un po’ di quella semplicità. Per me una bella giornata è alzarsi al mattino sedersi magari a un tavolo, leggere un libro e andare dal fornaio a incontrare la gente parlarci, essere semplicemente spettatori della vita e invece quando si ha successo si diventa attore più che spettatore. Gli altri cominciano a osservarti a giudicarti. Io invece amo essere uno spettatore, osservare gli altri e trarre qualcosa da questa esperienza ed è per questo motivo che adesso vivo su una barca e giro intorno al mondo. Di tanto in tanto torno a giocare un pochino di tennis per come posso ma la mia vita è altrove.

Tu sei allo stesso tempo uno sportivo e un artista. Non ti mancano il palcoscenico e la musica? Quali sono i tuoi progetti per l’anno prossimo?
La musica mi manca, questo è sicuro. La musica riunisce la gente sempre mentre lo sport solamente quando vinci e si vince troppo raramente. Anche quando vinci, le vittorie nello sport sono effimere mentre la musica resta sempre. Nel mio caso ho vissuto, mi sono evoluto attraverso lo sport e la musica. Ho avuto due vite,  che privilegio poter vivere queste due vite! E non ho una vera risposta alla tua domanda. Non so ancora che cosa farò. Io condivido tutta la mia vita con mia moglie e mio figlio e voglio parlarne con loro. Se loro mi dicono che devo smettere con il tennis allora io metterò fine alla mia carriera di capitano.

Evidentemente i suoi cari non hanno ritenuto di pretendere tanto, e Yannick potrà provare a difendere la decima insalatiera così a lungo inseguita.

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I Signori della sala stampa: Homsi, dal Libano all’ATP http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/28/signori-della-sala-stampa-homsi-dal-libano-allatp/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/28/signori-della-sala-stampa-homsi-dal-libano-allatp/#respond Tue, 28 Nov 2017 17:17:15 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=234347 Una serie di interviste con i grandi nomi del giornalismo mondiale. Il direttore Scanagatta intervista il libanese George Homsi, tra i freelance tennistici più stimati]]>

George Homsi è nato in Libano, ma fin da giovanissimo si è trasferito in Francia e dagli Anni Ottanta è giornalista specializzato nel tennis e ha coperto tutti i tornei più importanti per diverse testate cartacee e radiofoniche. Fra le altre L’Equipe, Tennis de France, le radio RTL e, in Svizzera, RTS Sport. È stato direttore della Comunicazione ATP, fra il 1992 e il 1996, succedendo a Richard Evans nel posto oggi occupato da Nicola Arzani. Oggi collabora, fra gli altri, con RTS Sport, Sportinformation, Radio France. Parla correntemente francese, inglese, libanese, arabo e sa esprimersi anche in svedese e italiano. Da più di 35 anni è amico di Ubaldo Scanagatta, che qui lo ha intervistato per Ubitennis.

Qual è il primo Slam che hai seguito da inviato?
Nel 1982.

Parlaci della tua carriera. Come ti sei approcciato al tennis?
La ragione principale per cui mi sono avvicinato al giornalismo è stata la mia passione per il tennis, e non viceversa. Sono stato abbastanza fortunato da poter trasformare il mio amore per il tennis in una professione. All’inizio non è stato facile; si comincia lentamente, poi inizi a conoscere qualcuno che capisce che puoi fare quel tipo di lavoro.

Per quanti e quali giornali, riviste, radio hai lavorato?
Ho lavorato per molte testate. Onestamente non è una cosa a cui presto particolare attenzione, il mio approccio è più ‘ giorno dopo giorno’. Comunque ho lavorato molto per l’Equipe, che ha sempre avuto molti freelance, e per molti anni ho collaborato con RTL Radio. Anche per diversi magazine internazionali.

Hai ricoperto anche l’incarico di direttore della Comunicazione ATP. Come ci sei arrivato?
Ero molto giovane, non sapevo esattamente cosa aspettarmi. È stata un’esperienza che mi ha insegnato molto e mi ha aiutato a capire che gestire un team non è il mio punto di forza. È per questo che sono un freelance, amo l’idea di sentirmi indipendente.

È difficile essere un freelance oggi, con i giornali che sono sempre più in difficoltà?
Ci sono abituato, ma ovviamente è più difficile di quanto non fosse anni fa. Soprattutto per via dei budget ristretti e dell’avvento di Internet.

Non so tu, ma di solito noi giornalisti non diventiamo troppo ricchi con il tennis…
Se un giorno dovessi diventare ricco, beh, difficilmente sarebbe grazie al tennis o in generale grazie al giornalismo!

Quale consiglio ti senti di dare a un giovane che voglia diventare un giornalista grazie alla passione per il tennis, come te?
Il consiglio è… la passione. Se hai davvero una forte passione, seguila: tutte le porte si apriranno grazie alla passione. Seguila, tienila viva. Se la perdi tutto diventerà molto difficile.

È stato facile per te comprendere diverse lingue. È perché sei nato in Libano?
O perché sono intelligente (sorride)! Scherzi a parte, comprendere la lingua e gli accenti mi viene molto naturale. Il fatto che sono nato in Libano e da piccolo parlavo già due lingue diverse mi ha aiutato molto. In Libano parliamo francese e arabo che sono due lingue molto diverse; la bocca diventa, come dire… malleabile, così è più semplice districarsi tra le diverse pronunce. E poi mi diverte molto.

Dal 1982, quando hai cominciato, quanto è cambiato il tennis dal punto di vista giornalistico?
È cambiato completamente. Anni fa era tutto molto più ‘umano’, potevi dialogare direttamente con i giocatori. Oggi ci sono diverse barriere da superare, organizzazioni, agenti, uffici stampa. Onestamente è una delle cose che mi piace meno. Non voglio passare per uno che rimpiange il passato ma in questo caso sì, abbiamo perso qualcosa. Un po’ di umanità.

Grazie per essere stato con noi George. Almeno noi non abbiamo perso il nostro rapporto ‘umano’.
Grazie mille (in italiano).

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Gasquet: “Moschettieri? Grottesco”. Noah non assicura sul suo futuro http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/27/gasquet-noi-moschettieri-grottesco-noah-il-mio-futuro-mano-ai-ragazzi/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/27/gasquet-noi-moschettieri-grottesco-noah-il-mio-futuro-mano-ai-ragazzi/#respond Mon, 27 Nov 2017 08:10:55 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=234049 LILLE - Champagne a fiumi nella conferenza francese, delusioni e sguardi bassi tra i belgi. Darcis: "Ho preso due batoste, mi dispiace per i miei compagni"]]>

dal nostro inviato a Lille

FESTA FRANCIA

Lo champagne scorre a fiumi, il ritardo è giustificabile. La Francia arriva in sala stampa al gran completo a prendersi l’applauso dei giornalisti di casa. Yannick Noah sorride, è un po’ brillo, poi le lacrime gli bagnano gli occhi e abbassa la visiera del cappellino. Lo spazio per l’analisi tecnica è ridotto all’osso. “Io non sono un mago – esordisce –, la vittoria è dei giocatori. Abbiamo conquistato questa Davis anche grazie a qualche episodio fortunato, specie nel doppio. Sono un uomo fortunato ad avere a che fare con questi ragazzi. È grazie a loro che anche mio figlio di 14 anni mi ha visto vincere la Davis, era troppo piccolo nelle altre due occasioni”. Ed è proprio alla squadra che il condottiero, amatissimo in Francia, affida il suo futuro: “Ci riuniremo con i ragazzi per parlare di noi, saranno loro a farmi capire se sarà il caso di continuare da capitano”.

Lucas Pouille, man of the match, dà l’idea di essere uno di quelli che non ha messo il freno ai festeggiamenti. “Ero molto tranquillo quando sono sceso in campo – racconta -, pur sapendo di giocare per tutta la Francia. Ho vinto con una buona prova sul piano tecnico, ma sempre rispettando tantissimo Darcis che è un giocatore esperto, abilissimo in Davis”. Interviene Gasquet, che approfitta del clima ilare per dire la sua sull’appellativo dai contorni ‘epici’ utilizzato dalla stampa francese: “Non abbiamo mai chiesto o preteso che ci chiamassero ‘I Moschettieri’!. È una cosa di cui sentiamo parlare già da dieci anni e la troviamo alquanto grottesca; ma ne prendiamo atto. Siamo felicissimi di aver vinto questa gara, è davvero una favola. Siamo tutti grandissimi amici. Durante la stagione molti giocatori hanno preso parte al torneo e oggi aver vinto è semplicemente fantastico. Inseguivamo questa vittoria da tanti anni. Correre in campo da Lucas in lacrime è stato un momento magico di cui ci ricorderemo per sempre”.

DELUSIONE BELGIO

Il capitano belga Johan Van Herck ha invece la voce rotta, senza nascondere la delusione. “Siamo uomini di sport – le sue parole –, ai più alti livelli vogliamo sempre vincere. Non è accaduto e dobbiamo rispettare il risultato. Ma adesso è dura”. Una maledizione quella che sta vivendo il Belgio, alla seconda finale persa negli ultimi tre anni. Qualche rimpianto potrebbe esserci, per non aver schierato in doppio la versione stellare di Goffin. Ma il capitano dei Diables Rouges non vuole guardare indietro: “Rifarei tutte le scelte, non è stato quello il problema. Ma forse sono anche poco lucido ora per analizzare cosa non ha funzionato al meglio in questi tre giorni. Sono orgoglioso dei miei ragazzi, insieme a loro riusciremo quanto prima a portare la Davis in Belgio. È il nostro più grande desiderio”.

David Goffin invece era stato profetico, suo malgrado. Dopo il successo su Tsonga si era lasciato andare a uno “spero serva a qualcosa”. Non è servito. La stella del Belgio vuole però tranquillizzare i suoi connazionali: quest’altra delusione non interromperà il suo cammino in maglia rossa, nonostante il 2018 dovrà essere per lui l’anno della consacrazione da top player nel circuito. “Siamo una squadra molto unita – le sue parole –, siamo orgogliosi di essere arrivati fin qui e non c’è alcuna voglia di mollare. Nella prossima edizione giocheremo il primo turno in casa e io conto di esserci”. Steve Darcis, che alla prova del nove in finale ha perso nettamente i suoi due singolari, non cerca attenuanti per la condizione fisica imperfetta. “Il gomito sta bene. Ho affrontato due avversari (Tsonga e Pouille, ndt) che mi hanno surclassato. Lucas ha gestito la partita meglio di me. Ovviamente sono deluso per la mia prestazione, non ho giocato bene, purtroppo succede. Mi sono allenato bene negli ultimi quindici giorni e aveva buone sensazioni, ma ho preso due batoste contro due giocatori molto più forti di me. Mi dispiace molto per i compagni”.

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Noah: “Ho rischiato la testa!”. Herbert: “Mahut era in campo con me” http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/26/noah-se-avessimo-perso-mi-avrebbero-tagliato-la-testa-herbert-mahut-era-campo-con/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/26/noah-se-avessimo-perso-mi-avrebbero-tagliato-la-testa-herbert-mahut-era-campo-con/#respond Sun, 26 Nov 2017 08:51:03 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=233899 Il capitano francese spiega la scelta di Gasquet: "Ho tenuto fuori Mahut per avere un'opzione in più in vista dei singolari dell'ultimo giorno". Van Herck: "Goffin ha tutto per battere Tsonga, ce la giochiamo"]]>

Coppa Davis: Francia, avanti con il brivido. Ora “La Decima” è più vicina

dal nostro inviato a Lille

E alla fine ci ha visto giusto. Buttando dentro Gasquet, Yannick Noah si era attirato tutti gli strali della critica preventiva: ben 32 titoli di doppio in tribuna (Mahut e Benneteau) a vantaggio dei soli due trofei conquistati in specialità da Richard. “Se avessi perso mi avrebbero tagliato la testa”, strizza l’occhio il capitano dei Bleus, consapevole di essersi preso un bel rischio. “Non è stata una decisione semplice – ha continuato a spiegare –, Herbert non è stato bene al termine della scorsa settimana e ho aspettato fino a giovedì mattina per recuperarlo. Ho lasciato fuori Mahut per avere un’opzione in più nei singolari dell’ultimo giorno, rappresentata da Gasquet. Nicolas ha reagito con grande maturità e senso del gruppo”. A testimonianza di ciò, l’abbraccio lungo e sentito a fine partita tra il veterano e Pierre Hugues, suo compagno di tante battaglie.

SEMPRE INSIEME –Ho pensato a Mahut tutto il tempo“, le parole cariche di emozione del tennista di Strasburgo. “Ho giocato con lui per tre anni. ‘Oggi non hai giocato – gli ho detto -, ma sei stato in ogni momento sul campo con me“. È vero, non sono stati mai soli i francesi, accompagnati anche dal debordante pubblico di Lilla. “I nostri tifosi hanno spostato realmente gli equilibri – ha confidato -, nei momenti più difficili si sono fatti sentire prendendoci per mano. Possiamo solo ringraziarli“.

SANA PRESSIONE – Da ripescato a eroe di giornata. Richard Gasquet si prende la copertina e diventa a questo punto un candidato anche per l’eventuale quinto match. Almeno nei desideri dei giornalisti francesi, rimasti evidentemente perplessi dalla prova di Pouille contro Goffin. “Lucas è un giocatore importante, ci tengo a precisarlo. Ciò non toglie che non avrei problemi a giocare in singolare, a decidere sarà il capitano. Chiunque di noi dovesse scendere in campo, sarà una battaglia“. A un punto dalla Decima, l’atmosfera elettrica del “Pierre Mauroy” potrebbe anche generare pressione sulle spalle dell’Equipe de France. Gasquet non lo nega: “Certo, adesso più di prima ci sono tante aspettative sul nostro conto. Sappiamo di avere tanto da perdere, giocando in casa. Ma questa è la legge dello sport – conclude -, dobbiamo essere bravi a trasformare la tensione in energia positiva“.

TUTTO SU GOFFIN – Gli sconfitti di questo pomeriggio scelgono la strategia del basso profilo, con la testa già alla giornata decisiva. Tutto sommato, il Goffin di questi tempi la può rimettere in parità. Van Herck e i suoi giocatori arrivano tutti insieme in sala stampa per abbreviare il rito, senza lasciarsi andare ad articolati ragionamenti. Un modo, forse, per tenere alta la concentrazione. O anche per lanciare un messaggio tra le righe, agli avversari e all’ambiente: forse, è troppo presto per festeggiare. “Non è mai facile giocare in trasferta in uno stadio così – le prime parole del capitano -, ma guardiamo a domani, c’è ancora vita per noi“. Le speranze del Belgio poggiano sul numero sette del mondo e sul suo momento di grazia. “Goffin ha tutte le capacità per battere Tsonga, sarà un grandissimo match, degno di una finale di Coppa Davis. Se dovessimo arrivare al quinto match – conclude – sappiamo di poter affrontare sia Gasquet sia Pouille. E saremo pronti in entrambi i casi“.

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Noah: “Momento magico per Goffin”. Darcis: “Meriti a Tsonga” http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/25/noah-doppio-devo-decidere-tsonga-sono-pronto-e-goffin/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/25/noah-doppio-devo-decidere-tsonga-sono-pronto-e-goffin/#respond Sat, 25 Nov 2017 09:07:39 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=233787 LILLE - Il capitano francese: "Contro Goffin non sarebbe stato facile per nessuno". Van Herck: "Tsonga eccellente, nessun rimpianto"]]>

dal nostro inviato a Lille

Al termine della prima giornata di incontri, Francia e Belgio sono sul punteggio di 1-1. Pronostico rispettato con le vittorie dei due numeri 1: prima Goffin (contro Pouille) e poi Tsonga (contro Darcis). Dopo la conclusione del secondo singolare, si sono susseguite le conferenze stampa dei due capitani e dei due protagonisti dell’incontro (qui invece trovate le parole di Goffin e Pouille). Il primo ad arrivare nell’ampia sala stampa del Pierre Mauroy è stato Yannick Noah, che da solo ha affrontato le domande della stampa presente, in gran prevalenza francofona: in questi giorni, del resto, le domande fatte pervenire in lingua inglese si sono contate sulle dita di una mano, superate abbondantemente da quelle addirittura formulate in fiammingo. Dall’organizzazione, inoltre, non sono previsti transcripts per la stampa in lingua inglese: questa finale, per chi la sta gestendo, pare davvero essere più quella di una locale coppa francofona, piuttosto che dell’antichissimo campionato del mondo a squadre nazionali del tennis.

Venendo alle dichiarazioni dei protagonisti, il capitano della squadra francese non ha mostrato dubbi o rimpianti davanti alle naturali domande sull’opaca prova offerta da Pouille: “Lucas ha iniziato bene l’incontro, purtroppo dall’altra parte della rete ha trovato un giocatore che sta vivendo un momento magico. Goffin col passare dei minuti si è sciolto sempre più, giocando ad altissimi livelli. Non sarebbe stato facile per nessuno oggi, e se avesse giocato Gasquet al posto di Pouille non sarebbe cambiato nulla. Il vincitore del Roland Garros del 1983 si è mostrato, almeno apparentemente, incerto su chi giocherà il doppio: “Il punto di sabato è molto importante, potrebbe rivelarsi decisivo per la vittoria della Coppa e devo ancora decidere con certezza chi dei miei lo giocherà. Per fortuna, la nostra è una squadra unita anche durante l’anno nel circuito e sappiamo che si vince e si perde assieme, a prescindere da chi effettivamente scende in campo. Io non ho ancora deciso la composizione del nostro doppio, lo farò domattina (oggi, ndr), così come non so se lo giocherà Goffin. David di solito non lo pratica, ma molte volte questo non vuol dire che non si possa giocare bene saltuariamente in questa specialità: dipende sempre da caso a caso”. Infine, un accenno al numerosissimo pubblico che ha affollato lo stadio di Lille: “Il pubblico è un valore aggiunto per lo spettacolo, specialmente in Davis e quello di oggi era particolarmente caldo. Chiaramente i tennisti si fanno un po’ condizionare, non sono abituati a giocare tra tanto rumore nelle partite del circuito”.

Dopo Noah, è stato il turno del capitano belga Johan Van Herck e di Steve Darcis, che hanno affrontato assieme le domande della stampa. Il numero 2 belga ha iniziato facendo i complimenti a Tsonga. Jo ha fatto davvero un gran match, è stato migliore di me in ogni fondamentale, non posso che complimentarmi con lui. Oggi ho fornito una prova sottotono, ma certamente non è stata colpa del pubblico: sono abituato a giocare in Coppa Davis e conosco bene l’atmosfera calda delle sue partite”. Van Herck ha preso la parola innanzitutto per complimentarsi con Tsonga: “Steve molto probabilmente non ha fatto una delle sue migliori partite, ma Jo è stato davvero eccellente, non abbiamo rimpianti su questo match”. Inevitabilmente, sono arrivate domande sull’importante doppio di sabato: Schierare Goffin anche nel doppio è un’opzione possibile: ne parlerò anche con la squadra prima di decidere domani (oggi, ndr) per il meglio. Se tra i francesi giocherà Tsonga il doppio? Non lo so, ho i miei pensieri e a quelli mi dedico”.

A chiudere il ciclo di conferenze stampa di questa prima giornata c’ha pensato Tsonga, arrivato sorridente e disponibile come suo solito“Era troppo importante che io vincessi: sono molto più contento del punto portato a casa in sé, che del fatto che abbia fatto una buona prova. Non era importante il modo in cui avrei vinto, ma certamente averlo fatto in 3 set mi aiuta a riposarmi maggiormente. Se posso giocare domani? Ho sempre detto che sono a disposizione del capitano e della squadra, non spetta a me decidere, io posso solo dire che sono prontissimo a giocare tre giorni di seguito. Al momento mi godo la soddisfazione di aver visto così felice il pubblico francese durante la mia prova”.

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Goffin: “Mi sento alla grande”. Pouille: “Se gioca così è dura” http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/24/goffin-pigliatutto-fisicamente-mi-sento-alla-grande-pouille-se-gioca-cosi-e-dura/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/24/goffin-pigliatutto-fisicamente-mi-sento-alla-grande-pouille-se-gioca-cosi-e-dura/#respond Fri, 24 Nov 2017 15:30:02 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=233757 LILLE - Goffin ha vinto 16 delle ultime 17 sfide di Davis, ma Pouille ammette: "Lui ha sbagliato pochissimo. E i belgi sugli spalti sono davvero tanti" ]]>

Coppa Davis: Goffin è una macchina, Belgio in vantaggio

dal nostro inviato a Lille

Alla vigilia il Belgio non era certo la selezione favorita, ma per un esordio vincente di David Goffin passavano tutte (o quasi) le speranze di mettere pressione a una Francia con diverse frecce al suo arco ma nessuna, forse, acuminata come attualmente può essere quella del runner-up delle ultime ATP Finals. Goffin ha battuto Pouille regalando al Belgio il punto dell’1-0 e la certezza di affrontare il doppio di sabato almeno sul punteggio di parità.

Non ho rimpianti, David ha giocato la partita perfetta”. L’analisi di Lucas Pouille è lucida e non lascia spazio agli alibi. “Non ho visto le statistiche – commenta in sala stampa il numero due di Francia – ma è evidente che lui abbia sbagliato pochissimo. Dopo aver portato a casa il primo set si è sciolto, ha rotto gli indugi e ho avuto poca possibilità di stargli dietro. David mi ha impedito di fare il mio gioco, rispondendo benissimoQuando si esprime su questi livelli, contro di lui è durissima per chiunque”. Pouille non è riuscito a dare la prima gioia al grande pubblico dello stadio Pierre Mauroy, dove le macchie di colore rosso si sono estese più del previsto. Il Belgio, lo ricordiamo, è a un’ora e mezza di treno. “Ho visto, i belgi sono davvero tanti – conclude -, ma il loro tifo non mi ha mai creato problemi durante il match. Anzi, ne approfitto per ringraziare il pubblico francese che non ha mai smesso di sostenermi”.

Vive un momento d’oro e prova a cavalcarlo fino in fondo, David Goffin. Arriva in sala stampa con un sorriso rilassato e contagioso, almeno per la stampa belga. “Sono super felice”, le sue prime parole. “Ho giocato davvero bene – ammette – senza regalare un break. Il fine settimana non poteva cominciare in un modo migliore”. Goffin non perde in Davis da quando Murray lo superò nella finale del 2015 e ha vinto 16 delle sue ultime 17 partite con la maglia dei Diavoli Rossi. “I nostri tifosi hanno contribuito a rendere grandiosa l’atmosfera, qui giochiamo fuori casa e il loro sostegno mi ha dato una grande mano”, l’ammissione di David. Tra le righe, ma neanche troppo, i giornalisti belgi vorrebbero vederlo in campo anche nel doppio. “Non sarebbe facile per me, non ci gioco da tempo. Fisicamente mi sento molto bene, ci tengo a sottolinearlo”.

Per il Belgio resta un’impresa complicata, perché in doppio e nei due singolari di Darcis il pronostico non pende a favore dei ‘rossi’. Ma questa è la Davis e questo è un Goffin-deluxe. E la Francia non può stare tranquilla.

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Dimitrov: “Non riuscivo a mettere tre palle in campo, e ora sono qui” http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/19/dimitrov-non-riuscivo-mettere-tre-palle-campo-e-ora-sono-qui/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/19/dimitrov-non-riuscivo-mettere-tre-palle-campo-e-ora-sono-qui/#respond Sun, 19 Nov 2017 22:50:54 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=233061 LONDRA - "È frutto di anni di sacrifici. Ora so cosa fare per essere al top"]]>

Come paragoni la preparazione per quest’anno così proficuo, con quelle degli anni precedenti? Hai cambiato qualcosa?
Come ho già detto, è una questione di costanza. Preparazione porta a stabilità. Per tutto l’anno ho avuto grande solidità mentale, ho sempre lavorato sull’atletica. Quando il mio corpo mi permette di prepararmi così, so di avere un vantaggio su altri giocatori. Questo risultato non deriva dal lavoro di una, due settimane. Non credo ci sia un ingrediente segreto.

Che ci dici di quelle lacrime alla fine? 
Non so, è speciale, tutto. Non capita a tutti di giocare questo evento ogni anno. Per come è andato l’anno, sentivo di meritarmi di essere qui, anche se non volevo fare piani a lungo termine. Inoltre, sapere che domani non dovrò svegliarmi e allenarmi è una sensazione incredibile, non capita mai se si vuole essere al top. Quest’anno ho lavorato molto sulla costanza e sulla dedizione, e adesso si vedono i risultati.

Ci sono volti nuovi al top. Credi ci sia stato una sorta di cambiamento? Ti senti parte di una nuova ondata?
L’anno prossimo sarà molto interessante, specialmente l’inizio. torneranno molti nomi importanti ovviamente. Mi concentrerò solo su me stesso, su come posso migliorare, così da poterli battere. Se sono uno dei top? Adesso ci sono, ho vinto, quindi sì, sono contento, ma tutto qui. La cosa importante è stare con i piedi per terra. Quello che ho fatto oggi è un trampolino, un punto di partenza.

Un paio di anni fa, quando i risultati non arrivavano, sei sceso nel ranking. Ti immaginavi saresti arrivato qui?
No, decisamente no. Ero 43, 44. Pensavo che non riuscivo a mettere tre palle in campo. Ma di nuovo, con la giusta forza mentale e la giusta gente a supportarmi, le cose sono venute da sé. Quel periodo mi ha aiutato molto. Solo passando un momento del genere, si capiscono certe cose. Ho capito come e con chi dovevo lavorare, e a poco a poco, eccomi qui.

In questa stagione hai ottenuto di fatto i risultati più importanti della tua carriera. Hai qualche rimpianto?
Rimpianto è una parola forte. Ho mancato qualche opportunità, certo, ma non ho rimpianti. Avrei potuto fare meglio in alcuni tornei, avrei potuto vincere partite dove ho avuto match point. Non ho rimpianti, e questo è un bene.

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Goffin: “Ho dimostrato di potercela fare” http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/19/goffin-ho-dimostrato-a-me-stesso-di-potercela-fare/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/19/goffin-ho-dimostrato-a-me-stesso-di-potercela-fare/#respond Sun, 19 Nov 2017 21:34:39 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=233058 LONDRA - Dopo la sconfitta in finale: "Ho meritato di vincere, ma lui è stato imbattibile"]]>

Il game in cui hai subìto il break è stato cruciale. Qualcuno ti ha disturbato dal pubblico. Quanto è stato un fattore?
Game difficile, sì. Ero stanco nel terzo, ma forse è stato l’unico game in cui non ho servito bene, non ho messo prime. Lui ne ha approfittato, è stato più solido. Stavo servendo bene dall’inizio del primo set, ma in quello specifico game non ho mantenuto il livello. È stato un buon match.

Quanto pensi di essere cresciuto come giocatore in questa settimana?
Sono un giocatore migliore mentalmente, e fisicamente. È stata dura. Ho dimostrato a me stesso di potercela fare, può capitare di essere nei primi otto e comunque non sapere bene cosa fare. Io ho dimostrato a me stesso di meritarmelo, match dopo match, la mia fiducia è aumentata. Sono orgoglioso, ho dato tutto. Non ho rimpianti.

C’erano molti bulgari sugli spalti. È stato un buon modo per prepararti alla finale di Davis?
La prossima settimana sarà diverso, un’atmosfera diversa. Oggi c’erano molti bulgari, sì, ma non è stato un fattore. Non mi sono concentrato sulla folla, pensavo al mio match. La prossima settimana sarà in uno stadio enorme, 27.000 spettatori, sarà diverso. Cercherò di riposarmi.

Credi sia ingiusto l’aver battuto Federer e Nadal e comunque non essere il vincitore del torneo?
No, non è ingiusto. Penso avrei meritato di vincere, ma anche Grigor ha meritato, questa settimana è stato invincibile, ha giocato benissimo. È stata una settimana fantastica comunque.

Credi che una finale tra te e Grigor possa essere di buon auspicio per la vostra generazione?
Non lo so , ci sono varie generazioni. Federer è di dieci anni più anziano di me e continua a giocare alla grande, poi ci sono i giovani che abbiamo visto a Milano la scorsa settimana e sono fortissimi. Grigor e io siamo quasi coetanei, siamo di fatto della nostra propria generazione. Dobbiamo combattere con la vecchia e la nuova.

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Dimitrov: “La partita con Goffin? Mi piacerebbe premere replay” http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/19/dimitrov-la-partita-con-goffin-vorrei-poter-premere-replay/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/19/dimitrov-la-partita-con-goffin-vorrei-poter-premere-replay/#respond Sat, 18 Nov 2017 23:10:07 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=232874 Grigor Dimitrov è in fiducia. Sull'aver evitato lo psicodramma nel terzo set contro Sock: "Sono queste le partite in cui sento che il mio livello è più alto rispetto agli scorsi anni"]]>

Cosa potrebbe rendere pericoloso David Goffin in finale e in che modo c’entrerà la partita di mercoledì, gli chiede l’ultimo dei giornalisti in conferenza. “Quel match è il passato. Vorrei poter semplicemente premere il tasto ‘replay’. Penso che nessuno dei due ci penserà. David è un giocatore molto intelligente, sa benissimo come stare in campo. Può essere pericoloso in ogni giornata e in ogni momento, non posso pensare a una cosa in particolare. Ha ottenuto grandi vittorie e si sta esprimendo al meglio in questo finale di stagione. Penso che sia in fiducia. Certo, nessuno dei due ha qualcosa da perdere, siamo entrambi alla prima finale qui. Penso che sarà entusiasmante“.

Introduce così Grigor Dimitrov la prima finale dal 2008 (Djokovic-Davydenko), settima in totale, in cui si affrontano due giocatori entrambi all’esordio nell’atto finale della competizione. Dimitrov è anche l’undicesimo giocatore della storia del Masters a raggiungere la finale alla prima partecipazione, da esordiente assoluto (l’ultimo David Ferrer nel 2007). Solo McEnroe (1978) e Corretja (1998) sono riusciti a sollevare il trofeo, tra questi. Il 2017 rimarrà un’edizione statisticamente rilevante anche per il fatto che Goffin, in pratica, non è un esordiente “puro” solo per via dell’inciampo di Monfils che 12 mesi fa lo costrinse a scendere in campo nell’ultimo (ininfluente) match contro Djokovic. È ‘quasi’ una finale tra debuttanti, circostanza che peraltro non si è mai verificata nella storia del Masters.

Dimitrov ha anche raggiunto un altro traguardo piuttosto rilevante. Da lunedì, e fino alla riapertura delle ostilità nel 2018, sarà numero 3 del mondo. L’obiettivo era chiudere in top 10, chiuderà da n.3. È grandioso, cosa posso dire? È uno splendido riconoscimento ed è quello per cui ho lavorato. Finire l’anno in questo modo è bello non solo per me, ma per tutto il mio team. Penso sia anche una grande spinta per ricominciare il prossimo anno“. Gli ulteriori 500 punti che Grigor maturerebbe battendo Goffin in finale sarebbero preziosissimi per ammortizzare le cambiali in scadenza a gennaio prossimo, quando il bulgaro dovrà difendere il titolo di Brisbane (250 punti) e la semifinale di Melbourne (720).

Contro Jack Sock però qualche momento di difficoltà c’è stato. Se il bulgaro da quando ha preso il comando delle operazioni nel secondo set ha dato la sensazione di essere superiore, nell’ultimo game della partita il rischio di rimettere in gioco il suo avversario è stato concreto. E il fresco precedente di Indian Wells, in cui Dimitrov aveva ceduto a Sock dopo aver sciupato quattro match point nel set decisivo, forse gli è transitato nei pensieri. “Non puoi permetterti di pensare a cose del genere nei momenti importanti. Sì, gli ultimi due match con Jack erano stati molto sfortunati per me. Ma è questo che rende il gioco così speciale. A volte non devi batterti solo contro l’avversario ma anche contro i ‘demoni’ dei match precedenti. Ma sono molto felice di come ho gestito la pressione. Anche quando ho dovuto fronteggiare un break-point, anche se avessi dovuto giocare un altro game l’avrei accettato. Si impara a prescindere da questi momenti, sicuramente ho imparato qualcosa anche questa volta”.

Un atteggiamento maturo che evidenzia i progressi di Grisha sotto il profilo dell’attitudine. In situazioni come queste, il Dimitrov che con troppo rammarico avevamo imparato a conoscere in passato, avrebbe probabilmente rovinato tutto. “Queste sono le partite più importanti, quelle in cui sento che il mio livello è più alto rispetto agli scorsi anni. La cosa più importante per me è trovare il modo di vincere anche quando non sei nella migliore giornata, quando non colpisci la palla al meglio o senti che qualcosa non va. È esattamente quello che fanno i top player. Nelle giornate difficili trovare il modo di farcela lo stesso. Non dico di aver giocato male oggi, ma avrei potuto fare meglio alcune cose“.

Dice Grigor, quasi in chiusura, che la preparazione non sarebbe cambiata se avesse dovuto affrontare Federer in finale, come tutti credevano. “C’è sempre un match da giocare, non sai mai cosa può accadere in campo. Chiunque io debba affrontare la cosa da fare è la stessa: prepararmi come ho fatto nei giorni precedenti. L’approccio non cambia. Ovviamente sono emozionato, è un grande giorno per scendere in campo. Insomma, la domenica è sempre un grande giorno per giocare (sorride)“.

 

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Federer: “Splendido anno. Ora vacanze, non vedo l’ora di tornare” http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/18/federer-stagione-fantastica-ora-vacanze-ma-non-vedo-lora-di-tornare/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/18/federer-stagione-fantastica-ora-vacanze-ma-non-vedo-lora-di-tornare/#respond Sat, 18 Nov 2017 18:50:05 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=232825 LONDRA - Dopo la sconfitta con Goffin: "Ha meritato, è stato il migliore oggi. Mi preparerò al meglio per il 2018"]]>

Si è conclusa a tredici la striscia di vittorie consecutive di Roger Federer: dopo i trionfi di Shanghai e Basilea, e il passaggio immacolato del girone qui a Londra, lo svizzero è stato sconfitto dal belga David Goffin. Roger non ci aveva mai perso nel precedenti sei confronti, ma Goffin aveva detto in conferenza stampa che aveva pronto “un piano nuovo”. E apparentemente ha funzionato. Questa la conferenza stampa di Federer dopo il match, avvenuta immediatamente dopo la conclusione dell’incontro, come da prassi quando lo svizzero perde.

Immagino sia difficile, ma puoi spiegare cosa è successo dopo aver perso il primo set? Bravo lui, o tu sei calato?
Mi ha strappato il servizio subito nel secondo set, avevo avuto varie occasioni per chiudere il game e continuare a tenere alta la pressione. Non ho servito come avrei dovuto, lui ha indovinato alcune risposte, credo che quello sia stato il momento chiave. Da quel momento le cose sono girate per il verso giusto per lui, si sentiva meglio anche da fondocampo, non sbagliava più come prima. Quando ha alzato il livello, non sono riuscito a seguirlo, il mio livello calava e lui migliorava. Non ho mai raggiunto il mio livello migliore. ono deluso, ma lui ha giocato benissimo e merita di andare in finale.

David ieri aveva detto di avere un piano diverso rispetto alle altre sei volte in cui avete giocato. Hai visto qualcosa di diverso?
Ha giocato meglio, è un buon piano (ride). È semplice. Non credo ci siano state troppe differenze, ce ne sarebbero state se avesse iniziato a mettersi dietro la riga di fondo e tirare su pallonetti. non ha giocato bene per un set, poi ha alzato il livello. Forse l’ho aiutato, forse no, ma credo che oggi la risposta migliore abbia battuto il servizio migliore. È una delusione perché è indoors, mi piace giocare qui. Ma ho avuto possibilità e le ho mancate, quando le ha avute lui, le ha convertite. È stata questa la differenza.

Ovviamente sei deluso oggi. Ma potresti giudicare la tua stagione, e le tue prospettive verso la prossima? Quali sono i tuoi obiettivi?
È stato un anno incredibile, sono felice di aver giocato a questi livelli dall’inizio fin praticamente alla fine, oggi. Grandioso, mi sono davvero divertito. Mi sono sentito giocare anche in un modo che mi piace, aggressivo, scendevo a rete. Avrei voluto farlo di più oggi, peccato finire così. Ma qualsiasi cosa sia successa oggi, è meno importante di tutta la stagione, per cui sono estremamente contento. Quanto ai programmi, sicuramente la preparazione fisica non durerà sei mesi come lo scorso anno. Mi allenerò con la racchetta solo due-tre settimane, non sei come lo scorso anno, sarà più breve. Ma l’ho fatto per quindici anni, quindi so cosa fare. Adesso penso alle vacanze, lontano dal campo, dalla pressione e spero di far bene in Australia. Non vedo l’ora.

Come valuti la tua condizione di salute durante tutta la stagione? Il ginocchio, la schiena?
Il ginocchio non mi ha dato problemi. La schiena solo a Montrèal, poi ho attraversato una fase in cui ero di nuovo in fiducia, miglioravo. Ho avuto bisogno di più tempo di quanto pensassi, onestamente. Quando mi sono fatto male a Montrèal non ero in condizioni di giocare, forse mi sarei dovuto fermare, ma non credo di essere peggiorato solo perché ho portato il match al termine. Anche dopo New York lo sentivo ancora un po’. Quindi sono sollevato dall’aver potuto finire alla grande con Shanghai, la Laver Cup, Basilea e qui. Vuol dire che è tutto alle spalle, e mi fa bene sapere che sono ancora capace di riprendermi. Considerando come è andato lo scorso anno, questo è stato perfetto.

A proposito dell’Australia. Quanto tempo passerai in vacanza, senza fare nulla? Quando riprenderai a lavorare per l’Australia?
Mi prenderò due settimane, probabilmente. Credo sia quello di cui abbiamo bisogno alla fine di ogni anno, non solo io ma anche mia moglie, i ragazzi. Abbiamo bisogno di passare un po’ di tempo in famiglia, ci piace molto. Sono gli anni più importanti della nostra vita, questi che possiamo trascorrere insieme. Inizierò ad allenarmi di nuovo a dicembre, forse qualcosa già durante le vacanze, mi muoverò un po’ per evitare il trauma di ricominciare all’improvviso. Poi andrò alla Hopman Cup a fine anno, credo giocherò il mio primo match il 30.

Sei tornato alla grande quest’anno. Cosa ti aspetti da Stan, Novak e Andy? Ti aspetti che tornino come hai fatto tu o avranno bisogno di più tempo?
C’è sempre da aspettarsi un processo lento, se è più rapido, tanto meglio. Abbiamo tutti avuto bisogno di una pausa, non è stata una mia scelta lo scorso anno. A volte mi descrivete come un genio, che mi sono preso una pausa, sono tornato e ho vinto. Non funziona così. Se avessimo potuto, non ci saremmo fermati. Tornare è sempre una sfida, per il corpo, per il team perché ci vuole pazienza e positività. Non è facile. Da chi è stato al top del ranking o ha vinto Slam, come Andy, Novak e Stan, mi aspetto tornino alla grande, magari non subito all’inizio. Ma non mi sorprenderei se anche per loro andasse bene come è andata a me o a Rafa. Per gli altri, onestamente non sono sicuro di che problemi abbiano. Spero che anche Kei, Tomas e Milos trovino la loro strada per tornare a girare: se lo facessero in Australia sarebbe quasi epico, il ritorno di tutti. Se li mischi con i nuovi arrivati, anche quelli che adesso sono entrati in top 10 o alle Finals, o i più giovani, sarebbe un inizio di stagione grandioso.

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Goffin: “Batto spesso Roger in allenamento, ma in partita…” http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/18/atp-finals-goffin-batto-spesso-roger-allenamento-ma-partita/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/18/atp-finals-goffin-batto-spesso-roger-allenamento-ma-partita/#respond Sat, 18 Nov 2017 17:33:28 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=232837 LONDRA - Felicissimo David in conferenza stampa. Gli allenamenti con Federer, e la vittoria più importante della carriera]]>

con la partecipazione di Raoul Ruberti

Cosa pensi di aver fatto diversamente oggi rispetto agli altri sei incontri che hai giocato contro di lui in passato?
Ho iniziato giocando semplicemente solido, ma contro di lui non basta essere solidi perché per lui è il ritmo ideale, può fare ciò che vuole. Allora siccome ero nervoso ho voluto cambiare qualcosa. Ho iniziato a sentire meglio la palla alla fine del primo set, perciò ho deciso di essere più aggressivo. Appena ho avuto l’opportunità di provare il vincente in risposta o dopo il servizio l’ho fatto, è stata anche quella la chiave. Il mio dritto andava meglio, sono andato a rete… Quando mi vedi a rete, significa che le cose stanno andando bene. (Sorride)

In molti hanno paura del dritto di Federer. Tu invece sei andato da quella parte più e più volte. Era una tattica, cercavi di sovrastarlo?
Mi sentivo molto in fiducia da quel lato di campo, specialmente con il dritto incrociato. Appena ho avuto l’opportunità di andare lungolinea, l’ho colta. È stato decisivo continuare con la tattica giusta quando l’ho trovata, continuare a giocare. Non mi sono concentrato sul suo dritto, ho soltanto pensato a giocare veloce, andando da un lato e dall’altro dopo il servizio e dopo la risposta. Ho servito molto spesso sul suo rovescio e poi ho attaccato il lato opposto. Semplicemente volevo giocare più veloce dopo il primo set.

Dopo aver battuto Nadal hai detto che era la vittoria più importante della tua carriera. Considerando la superifice, Federer, l’occasione, diresti che questa l’ha già superata?
Direi di sì. Entrambe sono speciali. Contro rafa era la prima volta, poi sono arrivato in semifinale per la prima volta qui, e anche con Federer è stata una priama volta. È stato il momento perfetto. Sì, è la mia vittoria più importante.

Roger ha detto che spesso in allenamento lo batti. Ci pensavi per entrare in fiducia, magari quando eri sotto di un set? E questa vittoria ti aiuterà in ottica Coppa Davis?
Sono due domande (ride). L’allenamento non vuol dire nulla, se con Roger o chiunque altro. A volte sei stanco e ti concentri solo sui tuoi colpi, non al 100%. Il match vale molto di più. Mi piace giocare con Roger, ci allenaimo molto durante la off season anche a Dubai. Durante un match però c’è la pressione, i fan sono sempre dalla sua parte, non è facile. Quanto alla seconda domanda, per la Davis mi darà fiducia, di certo. Ma giocare per la propria nazione è diverso.

Dopo una grande vittoria è sempre difficile giocare il giorno dopo e ripetersi. Credi che l’esperienza con Nadal possa aiutarti domani?
Non so, cercherò di usarla. Non è stato facile giocare dopo la vittoria con Rafa, ma domani è una finale, è diverso. Ci sarà molta emozione, non importa contro chi sarà. Cercherò di fare come oggi, rilassarmi e fare la mia partita.

Chi preferiresti trovare in finale?
Con Girogr ho giocato già nel girone e non era la mia giornata, ma sarà una finale. Sarà diverso, spero. Cercherò di giocare come oggi, aggressivo, rischiando, e con la testa al trofeo. Vedremo, ma non sarà difficile fare meglio rispetto a mercoledì. Con Jack ho vinto l’ultimo match a Basilea, un match difficile, era dopo mezzanotte. So di avere il gioco per batterlo, posso anticipare ed evitare giochi con il diritto. Gioco più veloce, la colpisco prima e posso costringerlo a giocare il rovescio. Sono sicuro che a lui non piaccia giocare con me. Vedremo.

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Goffin qualificato… e rassegnato: “Non so come battere Federer” http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/17/goffin-qualificato-e-rassegnato-non-come-battere-federer/ http://www.ubitennis.com/blog/2017/11/17/goffin-qualificato-e-rassegnato-non-come-battere-federer/#respond Fri, 17 Nov 2017 16:00:40 +0000 http://www.ubitennis.com/?p=232586 David Goffin giocherà la prima semifinale della sua carriera al Masters. Il problema, però, è che dovrà affrontare Roger Federer]]>

ATP Finals: Thiem non c’è, Goffin ringrazia e vola in semi

Non ho mai trovato la chiave per battere Roger Federer. Sinceramente non so cosa fare domani“. La genuinità è di casa per David Goffin, che battendo Dominic Thiem si è qualificato per le semifinali delle ATP Finals ma adesso intravede un semaforo rosso. Ad attenderlo infatti c’è Roger Federer, in una sfida che il belga teme possa trasformarsi in un remake della batosta di Basilea. “Proverò qualcosa di diverso, qualcosa che non ho fatto in passato. Farò del mio meglio per giocare meglio che a Basilea, questo è certo. Quella volta non è stato facile, lui ha giocato alla grande senza sbagliare niente. Molto aggressivo, come sempre, e rispondeva benissimo. Spero che domani non giochi una partita di quel tipo”.

Un giornalista, mettendo il dito nella piaga, gli ricorda che Federer non ha ancora perso un match indoor quest’anno e gli chiede se trova questa statistica formidabile. It is“, risponde Goffin tradendo una velata allusione a monsieur La Palice. Su questa superficie, spiega David, “non ci sono cattivi rimbalzi e si può colpire la palla prima“. Ma se per le sue caratteristiche questo può essere un vantaggio, non lo è quando si deve affrontare Federer. “Il cemento indoor, insieme all’erba, è la migliore superficie per Roger. È difficile alzare il ritmo, sono le condizioni perfette per lui“.

Poi qualche dovuta considerazione sulla vittoria di oggi, al termine di una partita non trascendentale dal punto di vista tecnico ma utile a consolidare la sua posizione di vantaggio nel matchup con Thiem (ora i precedenti dicono 7-3 per Goffin). Nonostante l’inizio dell’incontro sia sembrato piuttosto confuso, David concede meriti al suo avversario. “Sono rimasto sorpreso da come ha cominciato il match. Si muoveva alla grande, usava lo slice e variava i colpi“. Poi però è subentrato quel comfort che il belga sembra provare quando affronta l’austriaco“Sapevo di essere in partita quindi non ho temuto dopo i primi tre games, era merito del suo servizio. E sapevo, in base alle sfide precedenti, di poter trovare la soluzione giusta per breakkarlo. Quindi ho iniziato a sentirmi più a mio agio in risposta: è stata la chiave per rimontare. Sul 3-3 ho capito che lui stava insistendo con i colpi da fondocampo, che stava perdendo il timing sul rovescio. Ha iniziato a pensare ‘come’ colpire la palla e so come ci si sente in quel momento (sorride). Sapevo che dovevo continuare così e non sbagliare per chiudere l’incontro“.

Inevitabile che si parlasse della Coppa Davis. Tra una settimana il Belgio scenderà in campo a Lille contro la Francia, e David si sta spremendo non poco. “Giocherò qui la semifinale e magari anche un’altra partita, solo dopo raggiungerò i miei compagni a Lille. Avrò qualche giorno per prepararmi in vista della Davis. Sicuramente avrò bisogno di riposo per il ginocchio (dall’US Open David indossa un “tape” antidolorifico) e il motivo è che dopo la sfida di Davis a settembre ho scelto di giocare ogni settimana, con il tape. Ma è stata una scelta giusta, se qui sono arrivato in semifinale. Lotterò così fino alla fine della stagione”.

LA PAROLA ALLO SCONFITTO

Dall’altro parte del campo, l’andamento “speculare” dell’incontro ha visto scivolare via le chance di semifinale di Dominic Thiem. “Sono partito molto bene e poi ho commesso una serie di errori molto brutti. Ho lasciato che entrasse in partita, dal 3-0 per me ho perso la bussola fino alla fine“. E sempre allo specchio, l’austriaco conferma di soffrire il gioco del belga. Il mio gioco non si incastra bene con quello di David ma oggi semplicemente ho giocato troppo male. Lui ha giocato un match solido ma io ho fatto troppi errori”.

Nel congedarsi dal torneo londinese, Thiem ci tiene a specificare che la sconfitta di oggi fa storia a sé, non c’entra con le altre accumulate da settembre. “Nell’estate americana fino allo US Open ho subito tre sconfitte pesanti, tutte partite lottate in cui ho avuto dei match point. Nessuno dimentica delle circostanze simili, probabilmente sono scorie che sono ancora nella mia mente. Sicuramente è stato un periodo difficile, perdere tutte quelle partite lottate. Ma non è stato il caso di oggi, non è stata una partita punto a punto, ho semplicemente giocato male. Quindi oggi non si può nemmeno parlare di problema mentale, è stata solo una brutta partita. Non c’era motivo di essere teso“.

Dominic Thiem – ATP Finals 2017 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Si chiude così il 2017 dell’austriaco, con un pensiero all”odiato’ cemento e uno alle prospettive in vista del nuovo anno. “Ci sono superfici e palle che gradisco più di questa, non è facile per uno che usa tanto il top-spin. La prossima stagione? Con il ritorno dei big sarà difficile mantenere questa classifica, ma non sarà facile neanche per loro ripetere quello che hanno fatto Roger e Rafa quest’anno dopo mesi di assenza“.

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