Come si supera la paura dopo un infortunio? Come ci si allena dopo un’operazione? Quanto conta il tuo allenatore? La storia del ritorno di Gato in un documentario. Enrico Riva
Diego Hartfield è un ragazzo argentino di quasi 30 anni con un best ranking da numero 73, nessun titolo Atp in carriera e nessun particolare merito sportivo. Nel febbraio 2009 Diego ha deciso di porre fine alle sofferenze fisiche che affliggevano da tempo gli arti inferiori e si e’ sottoposto ad un intervento al legamento crociato. Spinto e coccolato dai suoi colleghi, “El Gato” ha ripreso ad allenarsi dopo cinque mesi di riabilitazione ed è tornato nel circuito; la sua convalescenza è stata filmata e raccontata in un mini documentario. Questa è la sua storia.
Hartfield nasce il 31 gennaio 1981 a Oberà nella provincia di Misiones e inizia ad allenarsi seriamente attorno ai quattordici anni quando si trasferisce con il padre a Posadas. Al compimento dei sedici Diego si sposta a Buenos Aires ed entra al Cenard (Centro Nacional de Alto Redimiento Deportivo). Intorno ai vent’anni inizia a viaggiare da tennista professionista, disputando per lo più tornei minori in Italia e in Spagna con risultati mediocri tanto che solo a 25 anni arriva la prima vittoria a livello Challenger ad Atlanta. Al suo fianco dal 2003 l’allenatore e amico Oscar Rodriguez, Hernan Suarez, Daniel Nizzero (preparatore fisico) e Ivan Tscherkaski (psicologo). I titoli complessivi in carriera sono 3 tutti nel 2006, tutti su terra battuta, tutti maturati nei tornei minori. La sua prima partita nel circuito maggiore risale addirittura al 2006 quando esordisce a Roland Garros contro Roger Federer.
In seguito all’operazione Hartfield inizia a lavorare con Diego Moyano e Gabriel Thompson. Accompagnato dalla passione per il gioco (“Amo il tennis e non lo cambierei per nulla al mondo”) e da una religiosità marcata (“Sono un figlio devoto di Gesù Cristo, incontrarlo è stata la Gioia più grande della mia vita”) El Gato si sottopoone a faticose sedute di allenamento fisico e tecnico per tornare a essere competitivo. I riultati del suo lavoro sono testimoniati dalle telecamere del sito Fuebuena.ar in quello che è diventato il documentario “Gato Liberado”.
Diego Hartfield torna in campo dopo l’infortunio e cinque mesi di inattività. Il primo allenamento dura 1 ora e 45 minuti e Gato racconta alle telecamere di come riesce a muoversi bene dopo la sessione. Il problema principale ora è la fiducia di ricominciare a fare i movimenti in maniera naturale senza la paura di tornare a farsi male. Riprendere da capo non è facile, “fin noioso” racconta Gato che si trova improvisamente a pallegiare come uno scolaretto agli esordi. Nelle due settimane successive Diego appare piu fiducioso, sente ancora un pò di dolore ma pian piano tornano gli automatismi di un tempo.
Accanto a Diego c’è l’amico allenatore Oscar “Oky” Rodriguez che racconta del suo passato di tennista: “tipico giocatore da futures con qualche quali nei challenger, 390 al massimo”. Una carriera “corta” la sua. In accademia ha avuto come allievi Brzezicki, Berlocq, Patriarca, Noviski, Villagran, Dabul, Felder: l’esperienza sul campo non gli manca. Il rapporto tra i due è caratterizzato da una forte amicizia e da una compatibilità di carattere: elementi fondamentali se si pensa, come sottolinea Hartfield, che Oky passa più tempo con lui che con la moglie. Non è facile trascorrere tutta la giornata assieme, avere divergenze e poi la sera trovarsi nello stesso hotel a cenare assieme. Bisogna che la relazione sia solida e collaudata, perchè di fatto di “convivenza” si tratta. La credibilità è l’elemento fondamentale per Gato nel rapporto con il proprio allenatore: fiducia al 100% in quel che Oky gli dice, altrimenti non si va da nessuna parte.
Anche per Oky questa è un’avventura nuova. Non ha mai dovuto condurre un giocatore per mano per recuperare un infortunio così grave. Oltre al discorso fisico c’è da sconfiggere la paura, l’ostacolo principale. Il primo passo è fare in modo che Diego si diverta e sia contento del suo gioco. La filosofia di Rodriguez è quella di “andare e imparare”: sperimentarsi a tutti i livelli e su tutte le superficie è l’unico modo per migliorarsi e crescere. Il match sul centrale contro Federer a Parigi ha sicuramente dato notevole fiducia a Diego che alle telecamera racconta di come “certo, la terra è la mia superficie preferita, ci sono nato e ci passo la maggior parte del tempo. Non ho mai disdegnato le altre però, le ho sempre preparate con cura e dedizione; perfino prima di disputare le quali a Wimbledon ho fatto esperienza in tornei su erba”. I risultati gli danno ragione se si pensa che con la sua scarsa esperienza nel circuito principale Gato perde 64 al quinto nella sua unica partecipazione in tabellone all’All England Club e raggiunge i quarti indoor a Lione nel 2007.
Si comincia con “Gatto” in cucina mentre affetta cipolle e peperoni. José Javier "Chucho" Acasuso è stato di recente a cena da lui e ne magnifica le qualità di cuoco. Mentre pela patate Hartfield racconta di come a seguito della prima operazione al ginocchio sorsero i primi dubbi sul continuare a giocare e con il secondo infortunio un certo fastidio all’idea di tornare competitivo. La consapevolezza di essere privilegiati a poter fare del tennis una professione, unita alla certezza che un rientro a 28 anni è possibile mentre superati i 30 diventa irreale, portano Diego a considerare immediatamente di riprendere in mano la racchetta.
Fuebena continua nel suo lavoro di testimonianza dei progressi del Gato, un quinto video che racconta l’allenamento fisico di Diego dovrebbe essere messo su Youtube a breve.
Nel frattempo Hartfield è tornato a giocare. I primi di settembre 2009 ha disputato il futures di Adroguè dove ha ottenuto la sua prima vittoria dal rientro contro il connazionale Sansonetti e si è fermato al secondo turno davanti a Gonzalia. Settimana prossima giocherà le quali della Copa Petrobas a Buenos Aires, in attesa che il 2010 lo riporti ai suoi livelli.
Infine una curiosità. Diego in Argentina è famoso anche per aver una sorella: Tanya. A quanto pare non passa inosservata.
Enrico Riva
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