Con la vittoria di Toronto, Camila Giorgi ha raggiunto il suo best-ranking al n.223. Questa è la sua storia, fatta di coraggio, testardaggine, e una voglia di arrivare che non conosce limiti. Alessandro Mastroluca
«In due o tre anni mia figlia sarà numero 1 del mondo». Camila Giorgi non ha, almeno nei tempi, assolto alla utopistica promessa fatta dal padre a mezzo stampa, in un'intervista alla Gazzetta dello Sport del 28 aprile 2006. Ma la marchigiana, che sarà maggiorenne il prossimo 30 ottobre, ha un futuro radioso davanti a sé. Allora era sotto il numero mille nel ranking ITF, ora, dopo il successo nel 50.000 $ ITF di Toronto (prima vittoria in un torneo di questo livello), è al suo best ranking, al numero 223, con un balzo in avanti di 62 posizioni rispetto alla scorsa settimana.
La precocità non ha mai fatto paura all'italo-argentina di Macerata, avviata alla ginnastica artistica, che vedendo i fratelli, a cinque anni ha deragliato dalla strada intrapresa per vivere il sogno della racchetta. Un sogno reso possibile dai contratti, precoci anche quelli, con gli sponsor: inizia la Lotto, nel 1999, dal 2001 prende il via il rapporto con Nike e Babolat.
Ha scelto di non frequentare i tornei juniores, e di cimentarsi già quattordicenne con l'ambiente del professionismo. Un gesto testardo, di chi ha chiaro l'obiettivo da raggiungere e non ha mezze misure nell'inseguimento dell'obiettivo. Un gesto che denota coraggio, lo stesso, direbbe qualche maligno, che l'ha spinta a tifare per i colori dell'Inter. Ha accettato senza troppi rimorsi, né rimpianti, ma solo qualche punta di nostalgia, l'abbandono delle Marche e l'approdo a Parigi, nell'accademia di Mouratoglou, che non ha certo paura di tentare scommesse tennistiche. Il cipriota trapiantato in Francia sta “allevando” infatti anche Jan Silva, prodigio settenne sostenuto con 100 mila euro l'anno e un contratto in cui si stabilisce che, in caso di carriera tennistica, il 25% dei proventi pubblicitari per almeno 10 anni e il 10% dei dollari vinti con i tornei torneranno in Accademia.
Precoce nella chiarezza e nella coerenza con cui procede nella carriera quanto nell'individuazione dei mezzi per massimizzare i risultati, Camila ha lavorato intensamente sul fisico, senza giocare tornei fino a 14 anni, costruendo, seguita dal padre per la parte atletica, una muscolatura già potente, in grado di sostenere il suo gioco “selesiano” prima maniera, fatto di bordate piatte dal fondo praticamente da ogni posizione. “Non mi interessava che vincesse partite da bambina, alzando pallonetti. In quel modo, non si arriva da nessuna parte”, ha dichiarato il padre.
Conscia dei suoi limiti come dei suoi pregi, Camila sa che deve guadagnare punti in lungimiranza tattica, nella capacità di amministrare gli scambi e gestire tagli e rotazioni. Ma la rapidità di spostamento laterale le consente un timing quasi sempre perfetto che la ingolosisce lasciando che la sua indole prenda il sopravvento.
Un gioco di “cuore”, di “pancia”, insomma, che l'anno scorso ha entusiasmato molti al Foro Italico, dove per un set e mezzo ha fatto match pari, e forse anche qualcosa in più, con Jill Craybas, numero 66 al mondo. E un carattere comunque già tenace: in quel match, dopo aver vinto il primo e perso il secondo, ha annullato tre match point sul 3-5 del terzo set prima di cedere al tiebreak.
E' stato probabilmente il match della svolta, che ha definitivamente indicato che la sua non sarebbe stata una stella passeggera, una meteora come tante che hanno brillato per una sera sotto le statue del Foro Italico. E quest'anno le conferme sono puntualmente arrivate. Nell'ITF 50.000$ di Nantes si ferma in semifinale, ma sul percorso si prende la briga e il gusto di eliminare Stephanie Foretz, n.62 al mondo nel 2003, ed entra per la prima volta nella top-300.
La scorsa settimana, poi, il capolavoro canadese, con una finale che racchiude pregi e difetti, che sintetizza al meglio carattere, personalità e stile della marchigiana che, battuta la beniamina di casa Dubois, numero 120 del ranking, non sbaglia la prova del nove contro l'ungherese Aniko Kapros. Il primo set parte bene, con un break che la porta sul 3-1 grazie a una risposta da manuale: è uno dei colpi che le riescono più naturali. A condizionarla, e non solo nel primo set di questo match, i doppi falli (nove nel primo parziale). Inconvenienti che mette in conto, e non certo per una seconda palla tremebonda stile prima Dementieva. Sono doppi falli “buoni”, di abbondanza: in sostanza Camila serve due prime, assottigliando la soglia di rischio. Un segno di fiducia nei confronti di un colpo effettivamente ben costruito, con un lancio di palla alto che permette di sviluppare la massima potenza dalla spinta delle gambe e dal fluido mulinello.
Punti persi cui rimedia con catenate di dritto da fondo, tirate anche con i piedi fuori dal campo. La finale è girata praticamente in mezz'ora, Camila ha commesso meno errori, sfruttato qualche problema alla caviglia dell'avversaria e trovato un parziale di dieci giochi a zero chiudendo con un 46 64 60 finale (terza partita consecutiva nel torneo che ha vinto al terzo) che le ha regalato 70 punti e le permette di sognare un obiettivo ancora più grande: entrare nelle qualificazioni dei prossimi Australian Open. Obiettivo che pare difficile ma non del tutto irrealizzabile.
Per il futuro sarà importante lavorare con il rovescio, con cui fa ancora un po' fatica, soprattutto quando deve costruire il colpo spingendo palle profonde e senza troppo peso, e sulla verticalizzazione del gioco. Stupisce infatti che una ragazza con la sua mobilità di gambe e di piedi, dotata anche di un discreto tocco, si avventuri così raramente nei dintorni della rete, ricordando in questo un altro talento precoce, quell'Andre Agassi cui una volta Adriano Panatta l'ha paragonata vedendola giocare.
Nel ranking ci sono solo cinque giocatrici al massimo diciassettenni che la precedono in classifica: l'urlatrice Larcher De Brito, classe '93 (n.115), le coetanee Kurumi e Jovanovski, rispettivamente 176 e 195, e le sedicenni Mladenovic e Diyas, n.206 e 209. Con un record positivo di 79 vittorie e 53 sconfitte.
«Deve pensare di più in campo» è il pensiero di papà Sergio. «Deve limitare un po’ i rischi e aspettare la palla giusta da spingere». Quello stesso padre che, in uno sfogo forse eccessivamente entusiastico, disse che sua figlia che non aveva bisogno di coach, ma solo di sparring partner. Svelto di lingua quanto la figlia di braccio, è il segnale di una famiglia senza mezze misure, che ha sognato una strada, che ha visto che di là da un muro alto corre l'orizzonte fatto di luci e successi. E si è gettata oltre il muro senza rete e senza mezze misure sapendo che le alternative sono due. O perdersi per strada o arrivare dove nessun'altra mai.
Alessandro Mastroluca
Nadal e Roddick approfittano di ogni momento per riposarsi dalla stagione lunga e faticosa . Forse hanno ragione a protestare per le fatiche imposte dal tour