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Da Becker a Cilic: i segreti di Brett

Conosciamo meglio il coach australiano che durante la sua trentennale carriera ha allenato, tra gli altri, anche Ivanisevic, Medvedev e Ancic. E’ un mago o è solo bravo a scegliersi i “cavalli” giusti? Alberto Giorni

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Quando un allenatore riscuote successo, il pubblico si divide spesso in due correnti di pensiero. Molti sono portati a esaltare la sua bravura, i detrattori invece sottolineano che è bravo solo a scegliersi i “cavalli” giusti. Nel mondo del calcio, per esempio, i critici non risparmiano neanche un vincente come Fabio Capello: ha trionfato ovunque, certo, ma ha avuto sempre grandi squadre: Milan, Real Madrid, Roma, Juventus e la Nazionale inglese. Che cosa avrebbe combinato sulla panchina del Chievo o della Sampdoria? Phil Jackson, maestro zen del basket Nba, ha vinto dieci titoli alla guida di gente del calibro di Michael Jordan, Shaquille O’Neal e Kobe Bryant. Senza di loro, il suo celeberrimo “attacco triangolo” avrebbe trovato la… quadratura del cerchio? Ora concentriamoci sul tennis. Aver allenato, tra gli altri, Boris Becker, Goran Ivanisevic e Marin Cilic è un merito o sarebbero capaci tutti?

Chiediamolo a Bob Brett, 55 anni, di cui 35 trascorsi ad allevare talenti tennistici in tutto il mondo: “Il lavoro di un allenatore consiste nel lavorare un diamante grezzo, cercando di farlo diventare puro – ha spiegato il coach australiano in una recente intervista –. Bisogna capire dove può migliorare e lavorare duro. Ma è necessario che anche l’allievo sia predisposto. Un tecnico non può insegnare come mettere a segno un passante di rovescio sul 30-40, lì conta l’istinto del giocatore. Per questo mi ritengo fortunato”. Durante gli Australian Open, quando in campo c’era Cilic, le telecamere indugiavano spesso su Brett: il suo sguardo da guru tradiva un certo compiacimento per le gesta del suo ultimo pupillo, rivelazione del torneo. Sembrava che il talento di Medjugorie dovesse lasciare il suo maestro per essere allenato da Ivanisevic, invece Goran lo segue solo durante il torneo di Zagabria: il suo coach a tempo pieno resterà Brett.

E Cilic attribuisce molti meriti al suo mentore: “Bob è un insegnante molto abile. Lavoro con lui da quando avevo 15 anni e sa tutto di me: come sto in campo, come respiro, che consigli darmi. Senza di lui, non avrei compiuto questi miglioramenti”. Cilic si allena all’Accademia di Brett a Sanremo, mentre il suo coach abita nella vicina Montecarlo. L’australiano è anche consulente della Federazione canadese, per la quale monitora gli under 12, recandosi oltreoceano otto volte l’anno per un totale di quattro mesi.

Il cursus honorum di Brett lascia a bocca aperta. Ha iniziato ad allenare a soli vent’anni, collaborando con Harry Hopman per cinque stagioni fino al 1979, anno in cui è passato al circuito maggiore con la possibilità di guidare i migliori tennisti. Ha cominciato a seguire gruppi di giocatori, tra i quali spiccavano John Lloyd, Andres Gomez, Tim Mayotte e Robert Seguso. Nel 1987 è arrivata la svolta. Boris Becker chiese a Brett di allenarlo e il sodalizio è proseguito fino al 1991: sotto la guida di Bob, “Bum-Bum” ha conquistato Wimbledon e Us Open nell’89 e l’Australian Open l’ultimo anno della loro collaborazione: “Boris è stato uno dei giocatori più belli da vedere – ha dichiarato Brett –. Il modo in cui ha dominato Edberg a Wimbledon ’89 è stato eccezionale. E’ l’atleta che più di ogni altro aveva la capacità di focalizzare un obiettivo e di spendere ogni stilla di energia per raggiungerlo. Nel ’91 giocava ancora magnificamente, pensavo che avrebbe mantenuto quel livello per altri sei o sette anni”.

Lasciato Becker, Brett si è seguto nell’angolo di un “cavallo pazzo” ma di razza: Goran Ivanisevic. “I comportamenti di Goran sul campo erano molto diversi dal suo carattere – ricorda Brett –. Era un gran lavoratore con una spiccata personalità. Nel ’91, era il periodo della disgregazione della Jugoslavia, in una conferenza stampa a Wimbledon espresse il suo grande attaccamento alla Croazia e per il suo popolo divenne un idolo. Ci lasciammo nel ’95, ma non dimenticherò mai ciò che accadde nel 2001 durante Wimbledon, il torneo della sua vita. Ero all’aeroporto di Amsterdam, quando mi suonò il telefono: era lui. Voleva condividere con me la sua gioia dopo aver battuto Henman in semifinale e mi aveva riservato un biglietto per la finale. E l’anno prima avevo pronosticato che Goran avrebbe avuto un'altra chance di vincere uno Slam…”.

E non finisce qui. Brett ha seguito anche Andrei Medvedev, Nicolas Kiefer, Mario Ancic e altri, specializzandosi in croati. Però, come è successo a molti grandi personaggi dello sport, il suo curriculum mostra una piccola macchia: non si è rivelato profeta in patria. Non ha allevato talenti australiani e i suoi rapporti con la Federazione del suo Paese non sono idilliaci. Quando Paul McNamee gli ha chiesto se fosse disponibile a tornare in Australia per far crescere i tennisti locali, ha ricevuto una risposta brusca: “Sono troppo occupato, rivolgetevi a qualcun altro”.

Secondo Brett, fuoriclasse non è chi arriva al n°1 della classifica mondiale, ma chi raggiunge il massi mo del proprio potenziale. La sua è una scuola di tennis, ma anche di vita. Quando un suo allievo gli chiede se diventerà un campione, che cosa risponde? “Gli riporto le parole di Kipling che accolgono i giocatori sul Centre Court di Wimbledon: se saprai incontrare la vittoria e la sconfitta, e trattare nello stesso modo quei due impostori…”.

Alberto Giorni

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