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22/10/2010 12:16 CEST - Viale del tramonto

I dubbi di Blake. Ritiro vicino?

L’americano, ex numero 4 del mondo, ha avuto una stagione fortemente condizionata da problemi fisici. Per lui lo Us Open e poi un periodo lontano dalla racchetta. Il suo futuro sui campi da tennis è più che mai incerto. Mauro Cappiello

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Il 6-0 6-1 con cui aveva liquidato Pere Riba al primo turno a New Haven forse ci aveva un po’ illusi, ma, in realtà, il vero James Blake non è mai tornato. Nel Connecticut, in un torneo che aveva vinto nel 2005 e nel 2007, l’ex numero 4 del mondo è stato buttato fuori in due set dall’emergente Dolgopolov, nell’ennesima brutta sconfitta di un 2010 per lui davvero avaro di soddisfazioni, in cui è precipitato addirittura al 111° posto nel ranking mondiale. Lui che nel 2006 era stato il primo giocatore americano in classifica, mentre ora, quattro anni dopo, è solo il nono tennista del suo Paese, quasi a sugellare la crisi della vecchia guardia a stelle e strisce e, più in generale, quella di un’intera nazione non più in grado di sfornare un fuoriclasse.

«Non ho più la stessa fiducia di quando sapevo di poter giocare ad alto livello ogni giorno – ha detto James nella conferenza stampa successiva alla sua ultima sconfitta –. Ora invece riesco a giocare bene solo a sprazzi. È molto demoralizzante». Ancora problemi cronici al ginocchio destro per l’americano che, dopo la disfatta subita a Wimbledon da Robin Haase, aveva definito il ritiro «un’ipotesi alla quale ho pensato». E anche il tono dimesso delle sue ultime parole a New Haven ha indotto più di un giornalista a pensare che questi potrebbero essere gli ultimi scampoli della sua carriera. Sebbene una dichiarazione ufficiale in tal senso non sia ancora arrivata.

Lo US Open, poi un periodo di pausa
L’unica cosa certa è che l’americano ha già annunciato uno stop più o meno lungo dopo New York. Nei tornei asiatici autunnali, con la sua mediocre classifica, sarebbe costretto a provare soltanto il doppio o le qualificazioni. Uno sforzo al quale il tennista residente a Tampa, in Florida, non se la sente di sottoporsi: «Anche il doppio, per quanto sembri facile, è stancante. Il mio problema è che, anche nei periodi di riposo, ho sempre fatto qualcos’altro: sollevare pesi, lavoro in piscina. Sono cinque o sei anni che non mi prendo una vera vacanza. Forse è tempo di mettere giù la racchetta per un bel po’».

L’impressione è che dopo l’autunno sapremo di più sulle sue reali motivazioni per andare avanti, ma molto potrebbe dipendere anche dal prossimo US Open. Flushing Meadows gli ha regalato un tabellone benevolo: un Blake accettabile potrebbe riuscire a superare Vliegen al primo turno e probabilmente Monaco al secondo, per poi tentare l’impresa con Djokovic. Ma un’altra brutta uscita nello Slam di casa (al quale parteciperà come wild-card) potrebbe essere la mazzata finale. Dalle sue affermazioni, infatti, non traspare affatto la volontà di adeguarsi definitivamente a un ruolo da comparsa, che lo porterebbe a rimediare solo brutte figure in giro per il mondo. O di ricominciare dai challenger, non proprio la cosa più semplice da fare quando alla voce “data di nascita” della tua carta d’identità c’è scritto 1979 e nel tuo curriculum ci sono trascorsi di un certo livello.

Sbalzi di umore
E dire che a New Haven lo statunitense era arrivato carico di speranze. Beneficiario di una wild-card, riteneva che per lui potesse essere l’inizio di un secondo ritorno. Proprio dal torneo della Yale University, infatti, nel 2005 era cominciata la sua grande scalata al ranking, dopo l’infortunio dell’anno prima e il conseguente scivolone che lo aveva portato fuori dai primi 200. James si era ripreso raggiungendo poi quell’incredibile quarto di finale di Flushing Meadows giocato contro Agassi (e perso al tie-break del quinto dopo essere stato avanti di due set), conquistando il suo best-ranking e la finale al Masters l’anno successivo.

«Tutto può cambiare con un match o due – aveva detto alla vigilia dell’ultimo torneo –. Si tratta solo di riprendere quella fiducia e di tornare a giocare nel modo in cui so di essere capace. Qui è dove tutto è ricominciato per me nel 2005, spero che possa ripetersi un po’ la stessa cosa. Sento di avere ancora un po’ di miglia da percorrere». Ma il suo tennis a tutto braccio continua ad andare e venire, le palle che qualche anno fa atterravano sempre in prossimità delle righe oggi vanno di poco fuori. I risultati non arrivano e l’umore torna giù.

Come dopo la batosta rimediata in tre quarti d’ora la settimana scorsa a Cincinnati da Denis Istomin, altra battuta d’arresto che ha condizionato fortemente il morale dell’americano. E l’entusiasmo di un trentenne, protagonista di una carriera travagliata, non è più quello dei bei tempi: «Sapevo che a un certo punto il mio corpo avrebbe chiesto il conto: spero che non sia quest’anno, o l’anno prossimo, o per i prossimi anni. Ma in questo momento sta mettendo la mia pazienza a dura prova».

“Breaking back”. Tanti problemi fisici e non solo
E chissà quanto salato sarà il conto che Blake dovrà ancora pagare ai guai fisici, senza i quali la sua carriera avrebbe forse potuto essere più brillante, certamente più continua. Terribile l’infortunio al collo rimediato nel 2004 a Roma, quando, rincorrendo una pallina, sbatté contro il paletto di sostegno della rete e rischiò non solo di smettere di giocare a tennis, ma anche di essere relegato su una sedia a rotelle. Quello stesso anno, il tennista afro-americano contrasse un raro virus, lo Zoster, che gli appannò la vista e gli abbassò l’udito e il senso dell’equilibrio, procurandogli anche una paralisi facciale. In più ci fu la morte del padre, malato di cancro. Tutte vicende narrate nella splendida autobiografia scritta con il giornalista Andrew Freedman, dal riuscitissimo titolo “Breaking back” (in inglese “rompersi la schiena”, ma anche “fare il contro-break” e quindi rientrare in partita, nel tennis come nella vita).

Poi arrivò la ripresa, la clamorosa rivincita di un atleta e un uomo indomito di fronte al destino avverso: nove dei suoi dieci titoli in singolare (l’ultimo proprio a New Haven tre anni fa), cinque tornei vinti nel solo 2006 (il suo anno da incorniciare), due stagioni terminate da top-ten, l’ultimo vero exploit con l’eliminazione di Federer e il quarto posto alle Olimpiadi di Pechino del 2008. Appena fuori da quella zona medaglia che avrebbe meritato per la tenacia mostrata nel ritornare al top, dopo così tante tribolazioni.

Ed è da quel 2008, dichiara oggi Blake, che la forma fisica non è più tornata al 100 per cento. Le ha provate tutte per ritornare competitivo, anche il cambio di coach, passando l’anno scorso dall’allenatore storico Brian Barker a Kelly Jones. Tuttavia un’altra serie di piccoli ma fastidiosi acciacchi ha ostacolato il suo percorso: prima l’anca, poi il ginocchio, poi ancora il piede. Un nuovo infortunio al ginocchio destro lo ha costretto quest’anno a saltare tutta la stagione sulla terra battuta europea, per farlo tornare ancora in condizioni precarie sull’erba inglese. E ora ci sono ancora postumi persistenti che gli impediscono di esprimersi al meglio. «Un sacco, troppi per parlarne».

Chissà se il periodo negativo finirà e ci lascerà godere il suo tennis per almeno un altro paio di stagioni. O se quel quinto set perso 10-8 all’Australian Open di gennaio contro Del Potro rimarrà l’ultimo scintillio del suo grande talento.

Mauro Cappiello

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Lindsay Davenport vince i titoli di singolare e doppio del torneo di Zurigo battendo Jelena Dokic 6-3, 6-1 nel singolo e, in coppia con Lisa Raymond, battendo la coppia Testud/Vinci con il punteggio di 6-3, 2-6, 6-2.

 

Tratto da: On This Day in Tennis History di Randy Walker