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03/09/2010 14:28 CEST - Rassegna stampa del 3-9-2010

Pennetta ed Errani: “Più forti degli uomini” (Martucci). Roddick resta un esempio ma non vince più (Tommasi). Federer: “Certi colpi? Io stesso mi chiedo come ho fatto” (Semeraro). Schiavone all’esame Bondarenko (Azzolini). Harrison il sogno Usa (Torromeo)

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Rubrica a cura di Alberto Giorni

Pennetta ed Errani: “Più forti degli uomini” (Vincenzo Martucci, La Gazzetta dello Sport del 3-9-2010)

Consapevolezza. Dedizione. Responsabilità. Le tre donne di ferro del tennis italiano, Schiavone, Pennetta ed Errani, irrompono nel terzo turno degli Us Open, sbattendo il loro credo in faccia ai colleghi uomini, tutti eliminati d’acchito. L’aria dello Slam, la presenza di Corrado Barazzutti, o semplicemente il tempo necessario — tre mesi — per digerire, a 30 anni, l’uragano emotivo della prima italiana a vincere uno Slam e toccare la classifica-record di n. 6 del mondo? Dopo il black-out post Roland Garros, Francesca Schiavone vola in un amen oltre gli ostacoli Morita e Camerin, e prevede: «Non giocherò con Oudin, secondo me vince Alona (Bondarenko)». Un anno fa non era così, un anno fa non leggeva le partite come fa nel derby: «Ho fatto giocare Maria Elena (Camerin) dove non le piace, cambiandole sempre ritmo, con personalità e aggressività nei momenti giusti. Soprattutto, ho tenuto sempre alto il livello della concentrazione perché una partita con un’altra italiana nasconde sempre aspetti emotivi che possono farti uscire dall’obiettivo tennis». Un anno fa non aveva quell’arma in più: «Che bello, ho la consapevolezza dei miei mezzi e so che se prendo una certa strada ottengo buoni risultati. Il Roland Garros mi ha formata, costruita e arricchita. E sono felice perché i genitori sono con me e stanno girando per la prima volta per New York». Bondarenko (4-3 nei precedenti, ma k.o. quest’anno in Fed Cup), Pavlyuchenkova o Dulko non preoccupano la meta-quarti, forse contro Venus Williams. Sarà più difficile che trovi Flavia Pennetta. Che, già con l’alluce infortunato, deve sprintare sul 6-1 1-3 (e palla dell’1-4) contro Szavay («Mi sono irrigidita e ho smesso di spingere») fino al 6-4. Sfida Peer, che ha battuto tre volte su tre: «Ma ci ho perso quest’anno a Indian Wells, 6-1 al terzo. E’ solida, ricordo la rimonta pazzesca, qui a New York, 4 anni fa, con Francesca». L’alleata si chiama: «Dedizione. Noi donne siamo così: ci diamo di più e, rispetto agli uomini, abbiamo un’altra maniera di avvicinarci alle cose, ci stiamo più male, siamo più decise». E, comunque, sia chiaro: «Rispetto agli colleghi italiani, siamo d’un altro livello, Francesca è 7 del mondo, io sono stata top-ten». Sara Errani, che domina d’intelligenza Kleybanova («Palle alte e liftate per tenerla lontana e muoverla più facilmente»), sfida Stosur: «Ci ho perso due volte su due, la seconda però, a New Haven, ho avuto 4 match point. Stavolta le risponderò in anticipo e sul rovescio, e non butterò il primo set. Seguirò la tattica che mi dice coach Lozano, anche per non disperdere energie nell’esecuzione dei colpi» (…)
 

Roddick resta un esempio ma non vince più (Rino Tommasi, La Gazzetta dello Sport del 3-9-2010)

Andy Roddick è stato spesso citato come esempio di giocatore che dopo aver vinto un torneo del Grande Slam (Us Open 2003) era comunque riuscito a rimanere competitivo ad alto livello in termini di classifica e di risultati. Quattro grandi finali (tre a Wimbledon, una perduta per 16-14 al quinto set contro Federer l’anno scorso) e cinque successi nei Masters 1000, (l’ultimo a Miami nell’aprile scorso), gli hanno consentito di rimanere, anche in questi bassi tempi, l'alfiere del tennis Usa al punto che quando è uscito, per la prima volta negli ultimi dieci anni, dai top ten della classifica, ci si è accorti che il tennis americano era probabilmente in crisi. Di Roddick ho sempre apprezzato lo spirito sportivo, confermato qualche anno fa a Roma quando rifiutò un errore arbitrale a suo favore in un match poi perduto contro lo spagnolo Verdasco Ancora ieri Roddick ha respinto alibi di comodo per un probabile errore di una giudice di linea che gli ha attribuito un fallo di piede su un punto importante nella partita perduta contro il serbo Tipsarevic. «Ho perso perché lui ha giocato meglio — ha tagliato corto Roddick — ed ho sbagliato a farla troppo lunga per un incidente che non ha avuto nessuna importanza sul risultato». Parole che si vorrebbero sentire più spesso ed alle quali non è estranea quell’educazione sportiva che si insegna e si apprende nella scuola americana (…)


Federer: “Certi colpi? Io stesso mi chiedo come ho fatto” (Stefano Semeraro, La Stampa del 3-9-2010)

Roger Federer, cosa è la perfezione? «La perfezione forse non esiste, ma qualche volta in campo ho avuto la sensazione di andarci vicino: ad esempio dopo la finale degli Us Open 2004. Oppure a volte mi riesce un colpo che neppure in allenamento ho mai provato. Allora ci ripenso, guardo il replay sullo schermo, e mi viene da ridere. Ripenso a quanto ho vinto e mi chiedo: ma come diavolo sono riuscito a fare tutto questo?». Come il colpo sotto le gambe che ripete a New York da due anni. «Quello di quest'anno è stato tecnicamente ancora più difficile. Mi sono reso subito conto che avevo colpito bene, con la giusta velocità, lasciando che la palla si allontanasse e si abbassasse un po', per poter ottenere l'impatto migliore. Poi mi sono voltato, e non ho capito che avevo fatto punto. È stata l'ovazione del pubblico a farmelo capire, ero stupito io stesso». La perfezione è un istante irripetibile? Federer incanta gli Us Open «Tutti mi hanno sempre detto: ma quanto giochi bene, come sei sciolto. Alla fine ti convinci che devi tentare sempre colpi miracolosi, che devi giocare per divertire il pubblico. Da tempo ho smesso di ragionare così. Voglio vincere i match, non solo giocare il miglior colpo del torneo». La perfezione è solo vincere o dare spettacolo? «Potrei essere più spettacolare. Ma se lo facessi sempre finirei per perdere di più. La lezione che ho imparato negli ultimi anni è che è meglio giocare cinque belle partite, e vincerle, piuttosto che tre straordinarie perdendo le altre due».


Schiavone all’esame Bondarenko (Daniele Azzolini, Tuttosport del 3-9-2010)

Lei italiana del Maryland, doppio passaporto, nonni bergamaschi (di Rovetta) che sognano l'azzurro, mamma ex tennista che saggiamente vuole farla crescere su questi campi di cemento ardente. Nel tennis l'America è meglio, lascia intendere Laure MacGill, discreta giocatrice anni Ottanta. L'altra è iraniana, nata in Francia, il nome preso da un fiore del deserto che sboccia di notte. Ha un allenatore francese, ma di famiglia greca, Mouratoglou. Beatrice Capra e Aravane Rezai portano in campo il tennis di oggi, quello in cui l'unica nazione è il mondo. Il tennis del futuro. Multirazziale, multilingue, multimilionario. Vince Bea, gambe veloci, spalle già larghe. Vero, ricorda Jennifer Capriati, la storia, il cognome, e più ancora le frenetiche spinte che produce dalla parte del rovescio, braccia e corpo in un tutt'uno a dar propulsione alla pallina. Ha 18 anni, e ha battuto la numero 18. È al terzo turno. «Non potevo certo immaginarlo», dice, fingendo di cadere dalle nuvole. E invece tutti lo sapevano, l'aspettavano. L'anno scorso la capitana di Fed Cup, Mary Joe Fernandez, la portò a Reggio Calabria, sparring delle statunitensi impegnate nella finale. Gita premio, «ma un giorno, la più forte sarà lei, un giorno». Il tennis statunitense si rinnova. La foglia di fico è caduta con la sconfitta di Andy Roddick in secondo turno, per mano di Tipsarevic, il serbo sosia di Gattuso. Andy ha sempre meno voglia. Anche per questo c'è fretta di cambiare. McEnroe polemizza: «Avevo chiesto di fare un'accademia nell'ambito della federazione, non hanno voluto. La farò lo stesso, e a modo mio. Voglio giocatori che sappiano pensare. Uomini migliori, tennisti migliori». Una diatriba che sta tornando di moda, questa. Occorre essere polli d'allevamento per diventare buoni professionisti? Big Mac inorridisce. Intanto, il giovane Ryan Harrison un turno l'ha passato. È la grande speranza. Ha studiato tennis alla Newcombe Academy e alla Bollettieri Academy. Se ha preso un po' dell'uno e un po' dell'altro, potrebbe uscirne un campione pensante. Se ne discute anche a casa Italia, con le ragazze, salite in tre al terzo turno proprio nel giorno (anzi, nella notte) che ha visto tre azzurri sbolognati al primo impatto. L'argomento è la tattica. Starace lo innesca dicendo che non c'è tempo per pensare, quando le palline corrono come McLaren. Pennetta ed Errani si stupiscono. Sono più portate al pensiero tattico, le nostre ragazze? Hanno più attitudine? Rispondono con cautela, perché non vogliono polemizzare con gli azzurri, tutti cari e tutti amici. Ma alla fine, il giudizio è netto. «È il nostro livello a essere differente», dice Flavia, «Francesca ha vinto il Roland Garros, io sono stata fra le prime dieci. Sono esperienze che cambiano la visione del tennis. E poi, sì, c'è un modo di fare tennis al femminile che è diverso da quello dei ragazzi. Noi ci prepariamo meticolosamente, non lasciamo niente al caso. Una sconfitta ci fa soffrire. Ci pensiamo per giorni, andiamo alla ricerca dei motivi. Siamo pignole». Parole come pietre. Si parla, qui, di un livello differente di professionalità. Sara Errani lo ribadisce: «Lo studio del match è tutto». L'asticella si alza. Oggi Schiavone va contro Alona Bondarenko, Pennetta ha la Peer e per Errani c'è la Stosur. «Tre partite difficili, ma aperte», il pronostico di Barazzutti. «Pennetta ha già trovato la forma. Per Schiavone è un esame: sapremo solo dopo la Bondarenko se il livello è tornato quello di Parigi. Errani ha il match più complicato, ma una grande vitalità dentro di sé». Degli azzurri, inutile parlarne, anche se Seppi sembra pronto a tornare in Davis.


E’ Harrison il sogno Usa (Dario Torromeo, Il Corriere dello Sport del 3-9-2010)

C’erano una volta John McEnroe e Jimmy Connors. Poi sono arrivati Pete Sampras e Andre Agassi. Ieri il tennis americano ha perso al secondo turno Andy Roddick e si è scoperto ancora più povero. Non vince uno Slam da sette anni, risale al 2003 anche l'ultima volta in cui ha avuto un numero 1 del mondo. Nel 1980 schierava 25 atleti nei Top 50, nel 1990 ne aveva addirittura sette tra i primi 10. Il mese scorso per due settimane non ha avuto nessuno nella Top 10. La miseria di sette uomini nei primi 100. La Spagna ne ha 13, la Francia 10 come la Germania, l'Argentina ne schiera 8. L'Usta (la Federazione americana) da due anni ha messo su un piano per cercare di risalire dai burrone. Venti tecnici e un esercito di impiegati. Il budget a disposizione sembra sia attorno ai 150 milioni di euro, ma i risultati sono stati estremamente deludenti. Aumentano i praticanti, scendono a zero i talenti. Ecco perché un ragazzo di 18 anni sta facendo sognare gli Stati Uniti che amano il tennis. Ryan Harrison viene dalla Louisiana. Più precisamente da Shreveport, dove è nato il 7 maggio 1992. E' un tipo che va di fretta. Ha cominciato a giocare quando aveva appena due anni. Lo allenava il papà, Pat (uno che da giovane frequentava i circuiti minori di questo sport giocando con l'Oklahoma State e Mississippi)). A 12 anni ha disputato il primo torneo. A 15 ha vinto il primo match da professionista battendo Pablo Cuevas. Harrison era 1277 del mondo, Cuevas 95. E' così diventato il decimo Under 16 che nell'Era Open sia riuscito a vincere un match pro, ma anche il terzo nella graduatoria dei più giovani dietro Richard Gasquet più piccolo di 41 giorni e Rafa Nadal che ne aveva appena 12 di meno. Rossiccio, fisico compatto (1.85 per 80 chili), destrorso con rovescio bimane, che riesce anche ad alternare con il rovescio a una mano. Servizio solido, propensione per il gioco a rete. Pat il papà, Susie la mamma. Lui di nome fa Ryan, ma gli amici lo chiamano Harry. Ha un fratello, Cristian (16 anni), che gioca nel circuito Itf e una sorella (Madison di 14 anni). Suo nonno, Jimmy, era running back della Louisiana Tech e nel 1949 è stato anche All American. Ieri Ryan Harry arrison ha sconfitto Ivan Ljubicic, testa di serie numero 15 del tabellone. «Voglio essere la prossima stella del tennis americano. Voglio assolutamente diventare un protagonista». Mardy Fish, un veterano di questo sport, avverte: «Attenti, non è un semplice annuncio. Lui lo vuole davvero». Harrison si è guadagnato il tabellone principale andando in finale a Boca Raton, Florida, dove gli americani si giocavano una wild card. Tipo tosto Ryan. Nel match delle qualificazioni contro il portoghese Rui Machado è stato colto da crampi, ma ha avuto grinta e coraggio ed è andato avanti. Fino alla vittoria, arrivata anche grazie ad alcuni servizi da sotto (ricordate Michael Chang contro Ivan Lendl al Roland Garros del 1989?). Gli Stati Uniti devono fare i conti con i fantasmi del passato, gente in lotta per essere eletta come il migliore di sempre. Ora che si sono scoperti poveri, la realtà è dura da accettare. Il sogno Usa, in questi giorni, ha un solo nome: Ryan Harrison. Ma dopo tante delusioni (l'ultima è Donald Young) per gli americani è difficile anche illudersi.

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Bjon Borg mette fine all'era di Rod Laver agli US Open, battendolo 6-1 6-4 2-6 6-2 negli ottavi di finale.

 

Tratto da: On This Day in Tennis History di Randy Walker