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16/11/2011 22:37 CEST - FIT IN PROCURA

Il caso di Gianluca Rinaldini

TENNIS - L’Unione Sarda ha dato spazio a una serie di beneficiati FIT. Ma del tragico caso di Gianluca Rinaldini, paraplegico a 26 anni, nessuno si ricorda? Votò per Tronchetti Provera alle elezioni 2004, in antitesi al vittorioso Binaghi. Subito dopo perse lo stipendio che, 18 anni prima, gli aveva procurato Galgani quale “para-vitalizio”.

Chissà se l’Unione Sarda, che in questi giorni ha pubblicato varie interviste di stipendiati e superbeneficiati federali a vario titolo, da Barazzutti a Pietrangeli _ da Ubitennis riproposte per completezza di informazione insieme a quella del comico Max Giusti, anch’egli nelle grazie del Presidente _ proverà mai ad intervistare Gianluca Rinaldini, classe 1959, licenziato dal suo ruolo di tecnico federale poco tempo dopo la sua improvvida decisione di appoggiare nel 2004 Gigi Tronchetti Provera, anziché Angelo Binaghi, nelle elezioni della Federtennis poi vinte dal candidato sardo.

Ubitennis lo fa qui. Rinaldini (nella foto in home page ai tempi di Cesenatico con il compianto Chiarino Cimurri. Nella foto si riconoscono da sinistra Giancarlo Palumbo, Enrico Casadei, e ultimo a destra dopo Chiarino Cimurri e Tomas Smid un giovane Umberto Rianna), per chi non ricordasse la sua drammatica storia, è l’ex n.2 d’Italia (alle spalle di Barazzutti n.1) ed ex Davisman degli anni ’80 capace di battere nella sua breve carriera giocatori come Noah, Purcell, Arias, Tulasne, Brown, Gildemeister, e tuttavia costretto dall’età di 26 anni ad una seggiola a rotelle dopo il drammatico incidente occorsogli sabato 28 settembre 1985.

L’esplosione di un pneumatico quando era a 2 km dal casello autostradale della sua Faenza, di ritorno dallo Junior Club di Rastignano (“Erano le 13, ero praticamente arrivato per pranzo”) e da un allenamento straordinario da lui quasi imposto ad un allievo quel giorno un po’ svogliato, Paolino Canè _ gli altri due erano Massimiliano Narducci e Claudio Mezzadri _ aveva fatto imbizzarrire la sua BMW contro il guard-rail. Le sue vertebre avevano fatto crack insieme alle lamiere. Un crack definitivo, impietoso, implacabile, eterno. La beffa di un controllo alle gomme effettuato una settimana prima “è stato solo il segno che il Destino aveva deciso così; l’automobilista dietro a me disse di aver avuto la sensazione di veder schizzare via una lattina di Coca Cola, ma la verità non la si saprà mai…”

“A seguito di quello spaventoso incidente che non mi lasciava speranze di recupero, con mia moglie che avrebbe partorito una decina di giorni dopo _ racconta Gianluca con il tono pacato che l’ha sempre contraddistinto (a causa di un’epitrocleite si era appena rassegnato a lasciare il tennis agonistico per fare il coach già a 26 anni) _ il presidente federale Paolo Galgani si dimostrò immediatamente molto umano e mi promise subito una sorta di vitalizio… purtroppo non codificato. Per i primi quattro anni, per aggirare la burocrazia (dall’86 al 1990) figurai come stipendiato del C.A.Faenza. Ma lo stipendio arrivava direttamente da Roma”. In effetti l’avvocato fiorentino, dimostrandogli una solidarietà umana quasi dovuta per un giovane azzurro che da allievo, junior e under 20 aveva vinto tantissimo a livello internazionale per l’Italia (Sunshine Cup, De Galea etcetera), dovette aggirare ostacoli non da poco perché la sua affettuosa promessa non restasse impastoiata nei vincoli amministrativi del CONI.

Chissà, dunque, che invidia deve aver provato lo stesso Galgani un anno fa nel constatare che il suo erede Binaghi aveva potuto invece decidere senza tanti laccioli burocratici di deliberare da un giorno all’altro l’assegnazione di 400 mila euro alla Schiavone per l’exploit del Roland Garros 2010. Per dare qualche milioncino a Rinaldini, Galgani aveva invece dovuto fare i salti mortali. Ma, come spiegava Gianluca, purtroppo quel vitalizio promesso non fu mai codificato. Forse mancavano gli strumenti legislativi. Ma di esso comunque Gianluca potè usufruire fino al 2004, quando, ricoprendo gli svariati incarichi che più sotto riassumeremo, percepiva 20.000 euro l’anno. Non una fortuna, ma meglio che niente.

Nel 2004, però basta: contratto non rinnovato e a casa! Lui paraplegico con moglie e due figli in tenera età da mantenere, un dramma nel dramma. Come mai il promesso vitalizio di Galgani è stato erogato soltanto fino al 2004? Bisognerebbe chiederlo a Binaghi. Forse, dico forse, glielo chiederà il pm Pilìa, perché questa triste, tristissima e direi pure orribile vicenda getta sull’attuale presidente una luce simile a quella proiettata dal caso dei due fratellini e del beachtennista Tronci.

Inciso: è stata proclamata improvvisamente ora a luglio un’amnistia per gli squalificati del beachtennis, ma chi sono oltre a lui, il Tronci? E lui la squalifica l’ha già scontata…ma sono due anni che non gli restituiscono la tessera per partecipare alle gare, di fatto impedendone la partecipazione. Come mai? Non è un caso di accanimento ingiustificato?

Non potendo chiederlo a Binaghi, io, perché i lettori di Ubitennis sappiano, l’ho chiesto a Gianluca.

“Dopo i primi quattro anni con il C.A.Faenza dal ’90 e fino al ’97 fui nominato vicedirettore del Centro Tecnico di Cesenatico, prima diretto da Paolo Bertolucci poi da Tomas Smid, stipendio 36 milioni. Avevo visto crescere e consigliato Starace, Volandri, Galimberti…Alla chiusura del Centro ebbi l’incarico, nel ’98 e nel ’99, di seguire i tornei italiani e di assegnare le wild card ai più meritevoli. Nel 2000 e 2001 diventai supervisor dei Centri PIA di Emilia, Toscana e Marche insieme a Dell’Edera: stipendio 24.000 euro. Poi però nel 2002 e 2003, eludendo una mia richiesta di fare quello per cui mi sentivo più adatto, e cioè il talento scout nei tornei giovanili under 12-14-16 e 18, mi dettero un incarico di fatto umiliante: dovevo lavorare solo 15 giorni l’anno e in quei 15 giorni dovevo fare il vicedirettore degli Internazionali d’Italia sotto Sergio Palmieri. In pratica mi si chiedeva di non fare un bel nulla! …chi conosce Palmieri (noto factotum “fasotudomi”; n.di Ubs) sa che non lascia spazio a nessuno, figurarsi a un paraplegico. Peggior modo per farmi sentire inutile non potevano trovare. Eppure di esperienza ne avevo fatta tanta, qualcosa da trasmettere ai giovani ce l’avrei avuta”.

Trascurato e mortificato da ruoli “inesistenti”, umilianti, in quegli anni della prima presidenza federale Binaghiana, Gianluca Rinaldini, nel frattempo era divenuto per stima ed acclamazione presidente dell’AC Faenza. Era così succeduto a Stefano Gaudenzi, lo zio di Andrea, a seguito di un’operazione “politica” condotta dal presunto amico Raimondo Ricci Bitti (con il suo clan familiare da sempre in urto con la famiglia dei Gaudenzi), ma allora ancora non forte abbastanza da poter vincere le elezioni locali. Sennochè al momento di votare come rappresentante del proprio Circolo per la presidenza Federale, Gianluca Rinaldini ebbe l’ingenua impudenza di dichiarare manifestamente il proprio voto d’appoggio a Gigi Tronchetti Provera, il dirigente del TC Parioli (buon amico di Adriano Panatta) presentatosi quale candidato alternativo a Binaghi per la presidenza federale 2004-2008.

Sapete che le elezioni le vinse Binaghi. E ora sapete anche che il povero Rinaldini si ritrovò subito dopo sempre sulla stessa sedia a rotelle, ma senza più quell’appannaggio federale che gli aveva consentito di sopravvivere con due ragazzi ancora piccoli da mantenere agli studi e…a tavola. “Se non ci fosse stato il mio vecchio amico Viviano Vespignani (un altro personaggio da sentire per chi volesse approfondire il vero stato delle cose…Interessa all’Unione Sarda?) a sostenere la mia famiglia, non so dove saremmo adesso…” dice riconoscente Gianluca prima di aggiungere: “Una volta eletto praticamente subito Binaghi mi dette un bel calcio nel sedere. Non vedeva l’ora di farmi fuori! Mi fecero fuori, infatti dalla Federazione, nonostante un infruttuso tentativo di mediazione di Luca Ciardi, mio compagno di doppio in tanti successi internazionali giovanili e apparentemente amico (inascoltato) di Binaghi. Ma non contenti del mio licenziamento in tronco (o devo dire mancato rinnovo per rispettare la forma?) e senza la bontà di una minima giustificazione-spiegazione, ecco che alle successive elezioni dell’AC Faenza fui fatto fuori anche da presidente del circolo. Raimondo Ricci Bitti (fratello del presidente ITF Francesco), mio vecchio amico, ma politico consumato e nel frattempo divenuto consigliere federale, sostenne un altro candidato (e non me) alla presidenza del circolo, sull’assunto che ‘Un circolo delle tradizioni e dell’importanza dell’AC Faenza non poteva permettersi di avere un presidente antifederale, inviso ai vertici FIT’.

“In successive occasioni, l'ultima l’altro giorno in occasione della cerimonia con cui la Virtus Bologna ha dedicato un suo campo al suo maestro da 50 anni Lele Spisani, Raimondo ha detto al papà di Raffaella Reggi e alla presenza di altri amici comuni (il papà di Raffaella Reggi non sa spiegarsi l’odio viscerale di Binaghi per sua figlia): “Lo sai quanto Binaghi è vendicativo, no?” Resta il fatto che, insomma, Raimondo, che quattro anni prima si era servito di me per “scalzare” i Gaudenzi, adesso mi aveva giocato anche questo scherzetto senza esser mai riuscito a persuadere Binaghi _ al di là di varie dichiarazioni d’intenti _ dell’assurda malvagità del suo comportamento”.

Di tutte queste vicende dovrebbe essere appunto buona testimone anche un’altra persona nota che le cose dell’AC Faenza e della FIT conosce bene, l'ex n.1 d'Italia nonchè n.13 del mondo Raffaella Reggi. Anche lei ostracizzata da Binaghi senza altro apparente motivo che quello di non aver mai nascosto la sua simpatia per il suo vecchio coach olimpico Adriano Panatta, prima grande elettore di Binaghi, poi grande nemico per ragioni mai del tutto chiarite. Raffaella, oggi telecronista Sky, ritiene di essere stata defenestrata (“Senza aver mai ottenuto spiegazioni”) dal suo ruolo di capitana di Fed Cup per far posto a Barazzutti che, assunti i due ruoli di capitano delle massime nazionali del tennis, ha forse buoni motivi per incensare Angelo Binaghi, come ha appena fatto con l’Unione Sarda. Di quel che è accaduto a Roma quest’anno quando fu chiesto a Lea Pericoli, altra “ambasciatrice FIT del tennis italiano”, di telefonare dopo anni di silenzio a Raffaella Reggi per invitarla perché “ospite non gradita”a non presenziare al fianco dell’amica Monica Seles alla cerimonia della Racchetta d’Oro consegnata alla campionessa di Novi Sad (che invece voleva Raffi al suo fianco e non sarebbe andata a ritirare il premio se la FIT non avesse fatto marcia indietro), i lettori di Ubitennis sono già al corrente.

Certo è che Gianluca Rinaldini e Raffaella Reggi difficilmente proporrebbero Angelo Binaghi per un Cavalierato della Repubblica, come ha invece fatto senza pudore un Nicola Pietrangeli più realista del Re. Nicola, nominato ambasciatore FIT (e con uno dei suoi figli impiegato dalla FIT a tempo pieno) in realtà non è mai stato un gran diplomatico. Qualcuno ricorderà che allorchè Simone Bolelli decise di non giocare a Montecatini contro la Lettonia Nicola arrivò a dichiarare scandalizzato che quel gesto era stato “come sputare sulla bandiera italiana”. Ora dice da un lato di non sapere nulla della vicenda che riguarda i fratellini sardi mobbizzati, dall’altro che chiunque critica Binaghi lo fanno “solo per cattiveria, gente che ha sbattuto le corna e ora cerca di denigrarlo. Sono persone che hanno fallito e cercano la vendetta”.

Vorrei trincerarmi dietro un no comment, perché sono frasi che si commentano da sole. Nemmeno intelligenti, direi. Non condivido nessuna delle sue più recenti esternazioni di colui che è stato un mio mito tennistico, ma premesso che io a livello empatico finora non ho mai avuto nulla contro Nicola Pietrangeli e anzi _ così come suo figlio _ mi è sempre stato simpatico, dopo averlo sempre ammirato come giocatore al punto che mi sento ancora oggi addirittura onorato di averci giocato contro a Napoli in Coppa Brian nonché orgoglioso di aver conquistato un setpoint, aggiungo però anche che a queste sue frasi rispondo con un’alzata di spalle e anche che se io fossi stato Simone Bolelli non gli avrei mai più stretto la mano.

Ma figurarsi se Bolelli si è posto il problema! Bravo, bravissimo ragazzo Simone. Fin troppo. Al punto che assai difficilmente ripeterebbe mai anche ad un giudice che lo interrogasse quello che lui, i suoi genitori, il suo manager pensavano e dicevano apertamente di Binaghi all’epoca in cui _ dopo che sia lui sia Claudio Pistolesi avevano sprezzantemente restituito la tessera FIT _ il presidente cagliaritano non si faceva alcuna remora di dichiarare nel corso di una apposita conferenza stampa (di cui tutti possono ritrovare traccia): “Finchè sarò io presidente della FIT, Simone Bolelli non giocherà più per l’Italia”.

Anticipando così la sostanza di qualunque provvedimento avrebbe potuto prendere (o non prendere? Voi che dite?) la Procura Federale.

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