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23/02/2012 09:30 CEST - Foot Fault

Roger Federer: la svizzera fenice

TENNIS - Nemmeno il tempo di cantare la messa funebre, ecco che lo svizzero torna a vincere un torneo Atp, battendo nettamente Del Potro in finale. Tempo pochi giorni e via di nuovo con il domandone: e' finito, non è finito? Come al solito, la verità sembra stare nel mezzo. Ma non sarebbe ora di goderci i campioni senza farsi troppe domande? Luigi Ansaloni

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Sul serio, sembra una soap-opera stile Beautiful. Sembra Taylor, la moglie di Ridge nonché amante del padre di Ridge nonché quasi moglie del fratello di Ridge nonché madre delle gemelle figlie di Ridge e del figlio di Ridge. Voi direte: cosa c’entra la bella Taylor con il tennis? In realtà non un granchè, però la sua storia nella soap-opera più amata dagli italiani (con Sentieri, credo) mi ricorda per certi aspetti il dibattito sulla fine della carriera di Federer. Vengo e mi spiego: quante volte è morta Taylor nel corso del miliardo di puntate di Beautiful? Tante, troppe volte. In confronto alle sue resurrezioni il buon Gesù, senza voler essere o apparire blasfemi, per carità (non voglio essere il Celentano di Ubitennis), si dovrebbe quantomeno prendere d’invidia, visti i modi più incredibili e disparati.

Nello stesso modo: quante volte avete, abbiamo, hanno dato morta e sepolta la vita agonistica di Federer e quello subito dopo tornava più ringalluzzito e agguerrito che mai? Tante, troppe volte. Nemmeno 9 giorni fa il buon Cherici scatenava le folle e i commenti sul sito dicendo, più o meno, che la sconfitta contro Isner rappresentava (poteva rappresentare) una botta mica da ridere e che forse, forse, era arrivato davvero il momento dei titoli di coda, dell’addio, del sunset boulevard, del fagottino in spalla e la musica dell’incredibile Hulk (il telefilm, non il film), come sottofondo.

E invece. Tanto per non smentire la leggendaria fama di incompetenti e di portatori sani e lanciatori di sfighe, di cui io modestamente sono l’indiscusso Re, Federer si risveglia e vince un torneo. Non uno slam o un 1000, sia chiaro, ma Rotterdam. Dove in tabellone c’era gente come Berdych e Del Potro, mica pizza e fichi. E lo vince bene: soffrendo sì in semifinale contro Davydenko ma bastonando il buon Juan Martin, che fino al giorno prima aveva disintegrato Berdych, considerando se non il più in forma del momento, quantomeno uno difficile da battere per ora.

Al che, tutti a dire: ma come, non era morto? E ora? Ahhh quanto siete cattivi voi giornalisti, quanti giudizi sparati via facilmente! Il che è indubbiamente vero, in molti casi. Il titolo, in un articolo, se non è tutto è molto. Tra inventarsi un titolo grandioso e scrivere un articolo decente, un caporedattore, con le spalle al muro, sceglierebbe senza alcun dubbio il primo. Poi c’è chi esagera (Juve: Messi, sogno possibile o ancora il leggendario MARADIEGO), ma quello è un altro discorso.

La verità, come al solito, sta nel mezzo. Almeno, da quel che posso vedere. Federer è ancora se non il migliore tra i migliori in assoluto in indoor, dove la palla schizza via che è un piacere, dove l’anticipo conta ancora, dove la velocità di esecuzione e di decisione è preponderante nel gioco, dove talento e braccio contano più di corse, recuperi e fisico. Non a caso, 7 degli ultimi 8 tornei lo svizzero li ha vinti in indoor. Dunque, quando l’età conta di meno, le gambe contano di meno e compagnia bella, il caro Roger può ancora dire la sua anche ai massimi livelli. Piuttosto, ma non sarebbe meglio smetterla con le orazioni funebri, le frasi fatte, i controlli anagrafici e le comparazioni e goderci un campione finchè si può? Sarebbe anche un simpatico modo per dimenticare che sì, il tempo passa e tendenzialmente, non possiamo farci niente. Massima retorica mica da ridere, lo so, ma tant'è...

Ci sarebbe poi da fare un'ulteriore considerazione. Con i campi veloci stile vecchi tempi e senza l’omologazione delle superfici, dove ormai non c’è più praticamente differenza tra Wimbledon e Roland Garros, le cose probabilmente sarebbero diverse. E forse, ripeto forse, ci divertiremmo anche di più.

Luigi Ansaloni

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