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29/03/2012 08:12 CEST - Miami

SuperCaro. Out Del Potro

TENNIS - Roddick finisce la benzina e cade contro Monaco, 75 60. Una grande Wozniacki sorprende Serena: 64 64. Niente da fare per Del Potro: Ferrer avanti con doppio 63. Murray facile su Simon, 63 64. Da Miami Vanni Gibertini

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Murray b. Simon 6-3 6-4

Quando incontri qualcuno che non batti da cinque anni e che ti ha sconfitto otto volte negli ultimi otto incontri, cinque dei quali negli ultimi anni e su tre superfici diverse, ti viene il sospetto che l’altro sia più forte. A Gilles Simon probabilmente questo sospetto è diventato ancora più forte dopo un’altra sconfitta subita per mano di Andy Murray in questi ottavi di finale del Sony Ericsson Open. D’altra parte non è insolito che ci siano strisce di questo tipo nei confronti diretti tra due giocatori che hanno caratteristiche tecniche simili, ma uno dei due è semplicemente meglio dell’altro. Ad entrambi infatti piace palleggiare di rimessa da fondo campo, aspettando l’occasione giusta per piazzare la zampata, nel caso in cui l’avversario non sia già impazzito o abbia già sbagliato. Solo che Murray ha più talento, più pazienza ed una forma fisica migliore.

Questa essenzialmente la sintesi di 1 ora e 46 minuti di tennis che hanno allietato (in senso lato) il pubblico del Grandstand, che già dal primo game ha avuto un antipasto di quello che sarebbe venuto dopo, con un game di 20 punti e 17 minuti, nel quale Murray ha salvato le uniche tre palle break del suo match. Si è anche lasciato andare a qualche schermaglia con il pubblico: sull’ottavo punto, lo scozzese ha fermato lo scambio per chiedere un challenge; uno spettatore ha gridato “Era sulla linea” e Murray ha prontamente risposto “Lo vediamo subito se era sulla linea o meno, amico!”.
Uscito indenne da quel delicato game iniziale, Murray ha iniziato a tessere la sua tela fatta di scambi prolungati alternati a cambi di lunghezza e rotazione, gioco nel quale può andare avanti fino a notte inoltrata. E’ una striscia di 12 punti consecutivi dall’1-1 30-30 che scava il solco decisivo nel primo parziale, anche perché da quel punto in poi Murray cede 6 punti in 8 turni di battuta.

Dopo i 55 minuti del primo set, Simon riesce almeno parzialmente a rimanere a galla e a non affondare nella marea di palleggi che gli arriva rimontando con grande cuore dallo 0-30 nel terzo game del secondo parziale, mettendo a segno un notevolissimo passante di diritto in corsa lungolinea che avrà sicuramente fatto fischiare le orecchie a Ivan Lendl, allenatore di Murray, seduto pochi metri più in là nella tribuna riservata ai “players guests”. Ma è come svuotare il mare con il cucchiaino: due giochi dopo si va ancora 0-40, situazione da cui stavolta il francese esce verticalizzando un po’ più il gioco. Ma è solo questione di tempo però: il break arriva il turno successivo, sul 3-3, e stavolta nessun monologo verso il suo coach Guy Forget può salvarlo dalla inevitabile sconfitta.

Monaco b. Roddick 7-5, 6-0

La matematica che i giocatori devono applicare al tennis è per solito abbastanza elementare: contare i punti ed i game, di solito solamente fino a 6, saper calcolare la percentuale di prime palle e poco altro. Qualche volta però serve fare “la prova del nove”, che è un po’ più complessa, e per questo spesso capita che i giocatori non la superino. Come è accaduto a Andy Roddick in un pomeriggio che sembrava potesse diventare di tempesta, con nuvoloni neri che si addensavano all’orizzonte vicino alla skyline di downtown Miami che si scorge dal centrale di Crandon Park. La pioggia torrenziale alla fine non è arrivata, ma a Roddick è probabilmente parso di annegare ugualmente nel mare dei suoi errori che lo hanno condannato alla sconfitta contro Juan Monaco, detto “Pico”, solido regolarista argentino che ha approfittato della giornata “no” di Andy per infilarsi nel corridoio di tabellone lasciato libero nientemeno che da Roger Federer.

E dire che la partenza non era stata male: il primo break è per l’Andy nazionale, che energizza i tifosi a stelle e strisce sugli spalti in un qualche modo intimiditi dal calore dei numerosissimi argentini presenti. Tutto il tifo del mondo però ben presto risulta insufficiente per mascherare il vero problema di Roddick: la spia del serbatoio segna rosso fisso, dopo la grande prestazione di solo 20 ore prima con Federer.La mia mancanza di forma fisica è evidente per chiunque – ammette Andy con la solita franchezza – soprattutto nelle gambe. Mi sento bene fisicamente, ed è questo quello che conta, perché la forma dipende solo da me, è completamente sotto il mio controllo, mentre essere libero da infortuni non lo è”.
Dal 4-4 i colpi del bombardiere di Austin cominciano inesorabilmente ad affievolirsi, gli errori aumentano e gli attacchi sono abbastanza lenti da essere preda dei passanti di “Pico” Monaco. Nel primo set il computo dei diritti vincenti è di 11 a 1 per l’argentino. Così come 11 a 1 è il parziale dei games che conclude l’incontro.

Non puoi mentire al tuo corpo. Questa è la verità. Sono stati tre-quattro mesi molto difficili per me. In Australia mi avevano detto che avrei impiegato 6-8 settimane per riprendermi dall’infortunio [al tendine del ginocchio]: ho giocato a San Jose dopo tre, ed ora che sono passate 8 settimane è finalmente in via di guarigione. Ora mi sento abbastanza in salute da poter sostenere i carichi di lavoro per recuperare la mia forma e la mia resistenza”. Parole molto chiare di un Roddick determinato a far sì che la sua vittoria su Roger in questo torneo non venga ricordata come il suo canto del cigno.

Ma oggi è Juan Monaco a festeggiare il raggiungimento del suo primo quarto di finale in carriera al Sony Ericsson Open, un quarto di finale possibile che lo vedrà opposto ad un redivivo Mardy Fish, che dopo un inizio stagione molto problematico (ha giocato bene solamente l’incontro di Davis in Svizzera contro Wawrinka) è venuto fuori da una partita molto complicata con un lottatore tignoso come Nicolas Almagro, ed ora ha la possibilità di difendere la semifinale conquistata lo scorso anno.

Wozniacki b. S.Williams 6-4, 6-4

Forza, su le mani: chi aveva pronosticato che la sparapalle bionica, la “cosa-ci-fa-al-numero-uno-che-non-ha-mai-vinto-uno-slam” Caroline Wozniacki avrebbe sbattuto fuori dal torneo Serena Williams, colei che molti ritengono la vera campionessa del mondo se solo ne avesse voglia? Sicuramente non noi, considerando l’inizio di stagione non brillantissimo della danese ed i precedenti che parlavano di tre vittorie a zero per l’americana, soprattutto quel precedente di New York lo scorso settembre, dove la dimostrazione di impotenza dell’allora capolista del ranking fu quasi imbarazzante.

E invece, come ha detto il saggio Roddick nella sua chiacchierata post vittoria su Federer, lo sport è il più grande spettacolo al mondo proprio perché non ci sono copioni, ed il finale non è già scritto.
La bella Carolina va in campo con il piglio del Wilander prima maniera, sfoggiando quella resistenza e quelle doti di recupero che l’hanno tenuta sul tetto del mondo per oltre un anno. Ci ha fatto ricordare una sua affermazione di 12 mesi fa, quando a Indian Wells 2011, nel pieno del suo “regno” aveva lucidamente affermato: “Per battermi è necessario o travolgermi di potenza, o essere in grado di morire in campo rimanendovi più a lungo di me”. E’ infatti andata in campo con l’atteggiamento di chi ha tutta l’intenzione di rimandare dall’altra parte l’impossibile e di più, tenendo i palleggi molto profondi con pallettoni liftati che rendono difficile o quantomeno problematico sparare le accelerazioni da fondo di cui Serena è maestra.

I 20 aces dell’altro giorno contro la Stosur sono solo un pallido ricordo per la Williams, che cede il servizio quasi subito, al terzo game. Sembra un incidente di percorso, anche perché Serena inizialmente chiede l’intervento del medico per un problema allo stomaco, ma poi lascia perdere. Invece quel break risulta essere decisivo, perché Caroline sfrutta alla grande tutti gli errori della sua avversaria, e si permette persino il lusso di superare Serena nella classifica degli aces (2 a 1) e di non concedere nemmeno una palla break in tutto il set.
I venti di pioggia che hanno soffiato per tutto il pomeriggio su Key Biscayne fanno sì che per la prima volta in questo torneo sia necessario un golfino per assistere ai match serali dalla tribuna, ma in campo l’atmosfera è più calda che mai. La Williams cerca di porre un freno ai propri errori, è sempre chiaramente lei a fare il gioco, ma gli scambi cui la sottopone Caroline sono durissimi, e per chi è fuori dalle competizioni da oltre due mesi ed ha giocato pochissimo dagli US Open a oggi la mancanza di condizione comincia a farsi vedere: addirittura è piegata in due dopo un lunghissimo batti e ribatti con smorzate e contro-smorzate. Quasi tra la sorpresa generale la Wozniacki si issa sul 5-1 anche nel secondo set, e Serena comincia a capire di poter perdere. Una piccola ma significativa istantanea del match la si osserva nel sesto game: sul 40-15 la risposta di Serena colpisce il net e cade in maniera assolutamente imparabile nel campo della danese; con la classe che la contraddistingue, la Williams invece di scusarsi fa il pugnetto e si incita; di tutta risposta Carolina le stampa un ace esterno sul muso per chiudere il game. Chapeau!

Invece di lamentarsi continuamente del posizionamento dei piedi a giustificazione dei suoi errori, Serena prova ad accorciare gli scambi portandosi avanti: in questo modo risparmia energie, e le parabole arcuate di Caroline a rete fanno meno male. Magari ci si poteva pensare un po’ prima di 4-6, 1-5, ma tant’è. Con pazienza e determinazione la Williams combatte fino al 4-5, costringendo la sua avversaria a servire per la seconda volta per il match e dandole un’occasione d’oro per tremare. Papà Piotr balza dalla sua sedia, va a dispensare i soliti consigli in polacco alla sua piccina (“Mi ha detto di tirare i colpi, di non pensare al punteggio e che anche se faccio un errore non importa, basta continuare a mettere la palla di là”), che invece mantiene il sangue freddo e porta a casa una vittoria preziosa per classifica e morale.

Verso la fine ho provato a fare qualcosa di diverso, e le cose sono migliorate – ha detto Serena dopo il match – poi nell’ultimo game sono tornata a fare quello che mi aveva messo nei guai, e non è stato molto utile. Oggi però ho fatto troppi errori, ho giocato intorno al 20%, mentre lei ha probabilmente servito meglio di quanto non le abbia mai visto fare. La prossima volta sarò pronta per il suo servizio”.
Il mio servizio oggi è andato molto bene – ha confermato Caroline – La prima volta che abbiamo giocato persi 7-6 al terzo con matchpoint, per cui sapevo che avrei dovuto servire bene per chiudere il match, che lei non mi avrebbe regalato nulla. Non credo che lei abbia giocato solo al 20%, ma finchè vinco non mi interessa cosa succede dall’altra parte”.

In semifinale per lei un altro match molto duro contro Maria Sharapova, che in precedenza aveva lasciato solo tre game alla cinese Li: “Onestamente sono contenta che domani abbiamo un giorno di riposo, in modo da potermi allenare ed avere anche un po’ di tempo per il relax”.

Ferrer b. Del Potro 6-3, 6-3


La notte di Miami che sembra essere stata consacrata all’eterna sfida tra l’attacco e la difesa si chiude con il “raddoppio” della difesa, che con David Ferrer sigla il definitivo doppio vantaggio sui picchiatori da fondo dopo la vittoria di Wozniacki su Serena Williams.

L’inizio è scoppiettante a dir poco: Ferrer sembra un “Apecar Piaggio” a energia atomica che non sbaglia un colpo, mentre Del Potro cerca di sfondare con i suoi fendenti da fondo senza però trovare brecce nella barricata difensiva dello spagnolo. Passanti al fulmicotone e recuperi strepitosi mandano in visibilio la folla, ancora numerosa nonostante la tarda ora, ma è sempre più spesso ad essere Del Potro a commettere errori gratuiti negli scambi tremendi che Ferrer impone.
Un solo break nel primo set, quello al secondo gioco subito dall’argentino, fa la differenza tra i due. L’unica palla break del set lo spagnolo la annulla proprio nel gioco che chiude il parziale, sancendo una grande prestazione al servizio per lui: 78% di prime palle con il 76% di punti.

Nel secondo la musica non cambia: è sempre Juan Martin a cedere per primo il servizio, grazie soprattutto ad un orrore di smash spedito alle ortiche mentre era con il naso sulla rete e Ferrer era praticamente in tribuna. L’occasione per tornare in partita la butta via nel game successivo con un diritto in rete, e da quel punto in poi per Ferrer il match è tutto in discesa. Nemmeno la fiammata di 6 punti consecutivi dell’avversario (che recupera da 0-40 sul 2-4) lo scuote più di tanto, ed in 1 ora e 35 minuti può festeggiare con le braccia al cielo il raggiungimento di un altro quarto di finale nel quale proverà a scalare la montagna Djokovic.

Da Miami, Vanni Gibertini

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