24/05/2012 14:47 CEST - NON SOLO TENNIS
Il Toro
è tornAto!
NON SOLO TENNIS - Dopo tre anni di serie B e venti di atroci sofferenze, il Torino torna in Serie A e ritrova l’ottimismo. La speranza non l’aveva mai persa, nel solco di un mito secolare di una grande squadra. Riccardo Bisti

"Sembra impossibile che segua ancora te
Questa è una malattia che non va più via
Vorrei andar via…vorrei andar via di qua
Ma non resisto lontano da te"
Sull’onda di “John Sloop B” dei Beach Boys, questo coro rende bene lo spirito dei tifosi del Torino, il “popolo granata” che in un 20 maggio bagnato dalla pioggia è tornato a godere dopo 1085 interminabili giorni di Serie B, di trasferte a Cittadella, Portogruaro, Gubbio…130 partite tra la nostalgia del passato, i dolori per il presente e la paura del futuro. Essere del Toro è la massima espressione del donchisciottismo applicata al calcio. Non potrebbe essere altrimenti in una città dove il simbolo bianconero rappresenta qualcosa di molto importante. E’ un atto di ribellione, spesso contro qualcosa, a volte contro qualcuno. Se sei del Toro sai a cosa vai incontro e non sempre la passi liscia. Eppure stiamo parlando dell’unica squadra, oltre alle tre “strisciate” ad avere tifosi in tutta Italia. Retaggio antico e romantico della squadra degli anni 40, il “Grande Torino” che si schiantò sulla Basilica di Superga alle 17.04 del 4 maggio 1949, di ritorno da un’amichevole contro il Benfica. Li trovi ancora sparsi qua e là, i tifosi granata. L’orgoglio di quegli anni ruggenti ha lasciato spazio a rughe e capelli bianchi, ma le emozioni sono sempre le stesse. Anche se si tratta di festeggiare una semplice promozione in Serie A, la settima di una storia secolare, la sesta negli ultimi 20 anni. Anni di tribolazioni, sconfitte, lacrime e delusioni che hanno messo a dura prova anche gli irriducibili. Anni in cui ogni promozione era accolta come un risorgimento che puntualmente non si è verificato. Il 2-0 contro il Modena è l’ennesima chance che il popolo granata vuole prendersi contro il destino. Un destino che dice male da 85 anni, da quello scudetto “revocato” per una combine mai dimostrata e mai andata in porto (il difensore juventino Allemandi sarebbe stato corrotto da alcuni dirigenti torinisti in occasione di un derby, ma poi risultò il migliore in campo…). Durante il funerale dei Caduti di Superga, l’allora presidente FIGC Ottorino Barassi promise solennemente che lo scudetto del 1927 sarebbe stato restituito al Torino. Niente, ancora oggi si recita la filastrocca dei “7 scudetti più uno revocato”. Un destino che nel 1967 fece morire in un incidente stradale il miglior giocatore di quegli anni (Gigi Meroni, la “Farfalla Granata”), e che 33 anni dopo ha reso presidente lo stesso (Attilio Romero) che aveva investito Meroni. Sotto la presidenza Romero, ovviamente, il Toro fallì (toh, dopo una promozione) e rischiò di sparire dalla geografia del calcio. Ma la storia del Torino è piena di altri fatti meno tragici ma ugualmente dolorosi: lo scudetto del 1972, perso per un paio di clamorose sviste arbitrali, o quello del 1977, quando non bastarono 50 punti su 60 per vincere il titolo. Il Torino è l’unica squadra al mondo ad aver preso 3 legni in una finale europea (la Coppa Uefa 1992), persa essere mai stati battuti. E’ l’unica ad aver avuto 3 rigori contro e 7 minuti di recupero in una finale di Coppa Italia che doveva essere una passeggiata e invece divenne un dramma (1993, vinta “stoicamente” contro la Roma).
Ma è anche la squadra di calcio più raccontata del mondo. Sono stati scritti oltre 100 libri, incise decine di canzoni e girati addirittura due film per raccontare una leggenda che affascina gli sportivi di tutto il mondo, senza distinzioni di fede e – soprattutto – di età. Perché, sembra incredibile, ci sono ancora dei giovani che scelgono di mettersi la croce granata in spalla e di portarsela appresso, incuranti delle delusioni e degli sfottò. E pronti ad incazzarsi quando gli chiedono: “Ma perché sei del Toro, scusa?”. Sono gli stessi 50.000 che, il 4 maggio di nove anni fa, hanno organizzato una marcia all’indomani della peggiore retrocessione della storia. Per rivendicare un’idea, una passione, una fede. Mischiare calcio e antropologia può sembrare eccessivo, ma se qualcuno crede al detto: “Dimmi per chi tifi e ti dirò chi sei” troverà facili risposte dalle parti di Via Filadelfia, dove sorgeva lo Stadio dove Bacigalupo volava, Maroso si involava sulla fascia, Gabetto veniva soprannominato la “Santa Rita del gol” e Valentino Mazzola si alzava le maniche dando il via al celeberrimo “Quarto d’ora Granata”, dopo che il mitico Oreste Bolmida aveva suonato la tromba per dare la carica. Lì di fronte c’è il Bar dei tifosi più accesi, gli stessi che dopo l’inopinato abbattimento dello Stadio cercano di rendere dignitosa la zona pulendo erbacce e sterpaglie, nella speranza che possa finalmente sorgere un campo di allenamento e non un volgare supermercato. Se chiedi che cos’è il Toro sentirai risposte di ogni tipo. Ma in ognuna di queste sentirai pronunciare la parola “fede”. Una fede laica che si nutre di simboli e passione, che non ha bisogno delle vittorie per alimentarsi. Che si alimenta di se stessa, senza bisogno di ritorni. Anche perché se dovesse nutrirsi dei risultati, dopo aver visto transitare in granata brocchi come Ipoua, Sandor, Karic, Filipe, Peralta, Jurcic e altri ancora…avrebbe chiuso i battenti.
Adesso il Toro è di nuovo in Serie A, grazie a un condottiero genovese che ha capito la piazza e l’ha saputa sfamare senza perdere di vista l’obiettivo. La gente del Toro si affeziona troppo in fretta ai giocatori che azzeccano un paio di stop. Giampiero Ventura ha messo da parte i romanticismi e ha creato un gruppo che ha remato dalla stessa parte nonostante un turnover sfrenato, comandando il campionato dalla prima all’ultima giornata, salvo una piccola flessione tra dicembre e febbraio. La notizia di questa promozione, infatti, è che non c’è un giocatore simbolo. E’ la promozione di Ogbonna, acquistato pulcino per 3.000 euro e oggi richiesto in Italia e all’estero. Ma è anche quella di Stevanovic, furetto serbo che semina il panico sulla fascia. E’ la promozione del trio Iori-Basha-Vives, guerriglieri del centrocampo. O di Parisi, 35enne dato per finito e ancora preziosissimo. O dell’unico ad aver raggiunto la doppia cifra, quel Mirco Antenucci che in nome del credo di Ventura si è prestato a fare l’ala sinistra per mezzo campionato. Senza parlare di capitan Rolando Bianchi, mai così poco prolifico ma sempre gladiatorio. O dei giovani Darmian, Oduamadi e Verdi. Tutta gente che si è bagnata nell’acqua santa del “tremendismo” granata e ha dato anche quello che non aveva, e pazienza se molti di questi non resteranno in Serie A. In 106 anni di storia, il Toro non ha mai negato un pizzico di gloria a chi ha versato impegno e sudore. Qualche torinista paroliere pensò bene di storpiare le parole di “Qualcuno era Comunista” di Giorgio Gaber, trasformandola in “Qualcuno era del Toro”. Qualcuno era del Toro perché un giorno di maggio la radio gli ha dato una bruttissima notizia (la tragedia di Superga). Qualcuno era del Toro perché un altro giorno di maggio, 27 anni dopo, la radio gli ha dato una bellissima notizia (l’ultimo scudetto, quello di Pulici e Graziani con le lacrime agli occhi e i pugni alzati verso Superga). Un altro giorno di maggio, altri 36 anni dopo, sotto la pioggia, ha riportato l’ottimismo in casa granata. Di speranza non ce n’era bisogno, perché i torinisti la producono da sé, ce l’hanno nel DNA come un pozzo senza fondo. E’ tornato l’ottimismo di poter tramandare una fede con il miracolo di qualche bambino che al momento di scegliere per chi tifare - la prima grande decisione per ogni maschio italiano – deciderà di prendersi questa croce e portarsela appresso. C’erano persone di tutte le età, ad osannare Bianchi e compagni nel carosello che dall’ex Filadelfia ha abbracciato il centro di Torino fino a planare in Piazza San Carlo. Anziani in lacrime, ma anche ragazzini che prenderanno il posto di quelli che non ci sono più e quelli che si commuovono ancora quando possono dirti “Io ho visto giocare il Grande Torino”, oppure ci hanno giocato davvero, come lo spezzino Sauro Tomà, scampato per miracolo alla tragedia di Superga per un infortunio e ancora oggi impegnatissimo a tramandare gli insegnamenti di Capitan Valentino.
Tornerà anche il derby, l’eterna sfida contro la Torino bianconera, la stessa che ad ogni promozione dei granata dice: “Bene, l’anno prossimo partiamo con 6 punti in più”. Spesso i fatti gli hanno dato ragione, ma pensate che i granata si demoralizzino? Loro vanno oltre, hanno un portentoso “complesso di superiorità” (Gian Paolo Ormezzano dixit) che li rende impermeabili a qualsiasi umiliazione. Perché essere del Toro è qualcosa che hai dentro, ci nasci e non ci diventi. “Fin da bambino io / facevo a modo mio / chi vince sempre non mi va / momenti belli e no / ma di soffrire un po’ / chi si innamora lo sa già” recita uno dei tanti inni. Al massimo puoi attaccare il virus, quello si. L’anno prossimo si tornerà a sgomitare, probabilmente per la salvezza. Ma il 20 maggio 2012 è stato un giorno speciale, perché la speranza che 20 anni di sofferenze siano terminate è più viva che mai. Perché è stata bagnata dalla pioggia, dalla promozione del Pescara guidato da Zeman (uomo vicinissimo al modo di vivere il calcio dei torinisti) e dalla sconfitta della Juventus nella finale di Coppa Italia. Di solito, al Toro, c’è sempre qualcosa che gira storto, anche nei momenti più belli. Stavolta è andato tutto per il verso giusto, e tanto basta per essere ottimisti. Torneranno a soffrire, lo sanno benissimo. Ma i granata non si preoccupano, perché loro “Da Madrid a Licata” sono “Fieri di essere granata”.
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