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15/06/2012 11:24 CEST - Rassegna

Sara Errani, la nostra fatina dagli occhi turchini (Citterio); Il tennis è una cosa meravigliosa (Zaccaria); «Silenzio e responsabilità individuale: ecco perché non assomiglia all'Italia» (Misuraca)

15 giugno 2012

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Rubrica a cura di Stefano Pentagallo

Sara Errani, la nostra fatina dagli occhi turchini

Giordano Citterio, il Giornale del 15.6.2012

Due cose, in questi ultimi anni, mi hanno reso orgoglioso di essere italiano. Entrambe legate ad avvenimenti sportivi che hanno avuto per protagoniste le donne. Il torneo del Roland Garros del 2010, vinto da Francesca Schiavone, e quello di quest'anno, con l'exploit di Sara Er-rani. Ogni scontro sostenuto da questa David in gonnella contro le Golia del resto del mondo erano una gioia per gli occhi e per lo spirito. Quel visino attento, quell'urlo di liberazione per ogni colpo effettuato, quel correre a perdifiato da una parte all'altra del campo per non lasciare nulla d'intentato nella conquista del punto, mi facevano sentire partecipe di un'impresa apparentemente impossibile che però, anche per noi poveri tennisti del fine settimana, stava diventando possibile. Tanto che ci abbiamo creduto anche per la finale, maledicendo ogni colpo della bellissima gigantessa sovietica, apparsaci brutta e sgraziata, di fronte alla leggerezza e al candore della nostra Sara. L'ultimo atto le è stato fatale, nonostante tutto lo stadio tifasse per questa fatina dagli occhi turchini. Non importa, Sara. Ci hai fatto gioire, fremere e sperare. Grazie.

Il tennis è una cosa meravigliosa

Daniele Zaccaria, Gli Altri del 15.6.2012

Il tennis è come la vita. Anzi, è come la vita dovrebbe essere: uno scambio libero e appassionato. La metafora perfetta dell'incontro amoroso, come disse una volta il padre della nouvelle vague Jean Luc Godard; il colloquio come arte di ribattere la palla al di là della rete, la dialettica della conversazione opposta alle tautologie del monologo, il dialogo che si prende una rivincita sulla prosopopea del soliloquio.
Solo lì, solo in quel rettangolo magico di battute e ribattute può prendere corpo la parola discorsiva. E le regole, i punteggi, insomma il dispositivo della competizione, sono soltanto espedienti tecnici: l'essenza del tennis è la comunicazione. Una metafora che Michelangelo Antonioni impiega in chiave rovesciata, nel celebre finale di Blow up con la partita mimata dai clown metropolitani, partita giocata senza palla: mai come in quelle sequenze il regista dell'incomunicabilità è riuscito a rappresentare la sua poetica con tanta aerea leggerezza.
In effetti il tennis, con il suo simbolismo essenziale, presta soccorso all'ispirazione di scrittori, poeti e cineasti. Sembra un'attività pensata da un semiologo più che dagli annoiati baronetti anglosassoni di fine 800. Non a caso il filosofo Gilles Deleuze gli consacra la lettera T del suo Abecedaria; come un'arte figurativa il tennis è lo sport che più di tutti pone la grande questione dello "stile", che compendia con grazia e precisione il "mistero delle attitudini del corpo". Nel colpo liftato dello svedese Bjorn Borg il "Cristo del tennis, un nobile che ha regalato il gioco al popolo", nelle traiettorie iperboliche di John McEnroe "il più grande aristocratico della racchetta che inventava colpi impossibili da comprendere per chiunque altro", nelle frustate di Jimmy Connors, "un maestro nel colpire la palla in assenza di equilibrio", Deleuze intravede una possibile classificazione delle posture umane, un catalogo potenzialmente infinito delle disposizioni del corpo. Per molti il tennis è solamente uno sport noioso, ma questi consumatori distratti dovrebbero sospendere il giudizio e abbandonarsi un po' a quella noia leopardiana, il "più sublime dei sentimenti": quel tempo congelato nell'osservare la ripetizione metodica, isocronica del gesto tennistico è un mare di riflessioni tranquille, un antidoto alle narcisistiche afflizioni della vita. Quasi una terapia.
Certo, nella sua impalpabile bellezza, nella sua purezza separata, il tennis evoca la nemesi della sua profanazione, il desiderio brutale di interrompere quel moto perpetuo di buone maniere, quel rumore quasi irreale di tappi di champagne che schiocca ad ogni colpo di racchetta. Il gioco borghese per eccellenza, con i suoi circoli esclusivi, i suoi rituali d'altri tempi è tutto un biancheggiare di flanelle pregiate, di candide visiere, di colletti inamidati, di sentimenti raccolti. È il segno di distinzione dell'alta società descritta da John Irving ne Le mole della casa del sidro in cui il gioco fa da sfondo all'esistenza agiata dei rampolli dell'est coast degli anni '30, '40 e '50. Nella metafisica dei costumi contemporanea il tennis è infatti associato al privilegio, al disimpegno, all'indifferenza, un giardino dei ciliegi lontano dal fragore del mondo e dai suoi cambiamenti. Il campo di gioco di Alberto e Micòl nella Magna Domus dei Finzi Contini diventa una gabbia di incoscienza dorata, l'allegoria stessa dell'inconsapevolezza. Ma anche l'ultimo rifugio dalla barbarie della Storia.
Chi ne possiede qualche rudimento, sa però che il tennis non è solamente un eden posticcio. Nel suo ventre si concentrano passioni e furori, i suoi interpreti sono portatori di un'epica guerriera fatta di sfide infinite, le grandi rivalità, Borg-McEnroe, McEnroe-Lendl, Evert-Navratilova, Agassi-Sampras, Federer-Nadal, sono altrettanti episodi di un'Iliade tennistica densa di drammaturgie e colpi di scena, il teatro dove si affrontano concezioni della vita ostili e incompatibili tra di loro. Antichi contro moderni, rivoluzionari contro restauratori, neoclassici contro romantici, irrazionalisti contro cartesiani. In questa guerra etica ed estetica la fortuna può essere appesa a un piccolo filo, una bava di vento, un impercettibile movimento del polso, un rimbalzo irregolare sul net della rete. La palla che per qualche frazione di secondo rimane in equilibrio sul nastro, indecisa se cadere dall'una o dall'altra parte, è un istante in cui il destino deve ancora compiere la sua scelta, in quel tempo sospeso le qualità sportive e morali degli atleti non contano più, la loro sorte è in mano ai crudeli dèi del tennis. In quello che probabilmente è il più cupo dei suoi film (Match Point), Woody Allen si sofferma proprio sulla metafora del net: l'anello che colpisce la balaustra ricadendo in terra invece di finire nel fiume è l'evento che permette al giovane Chris, autore di due orribili omicidi, di scagionarsi da ogni accusa. Il net è il punto in cui il nostro controllo sugli eventi viene a mancare. E il confine tra innocenza e colpevolezza, tra vittoria e sconfitta è stabilito unicamente dal caso. Nel tennis come nella vita.

Intervista ad Adriano Panatta - «Silenzio e responsabilità individuale: ecco perché non assomiglia all'Italia»

Lorenzo Misuraca, Gli Altri del 15.6.2012

Che il tennis sia scuola di vita ben diversa dal calcio, e quindi in un certo senso anche anti-italiana dal punto di vista culturale, lo si capisce anche dal modo in cui Adriano Panatta, indimenticato campione italiano e oggi commentatore televisivo, risponde alle domande sul modello tennis e sul suo rapporto con società e attualità politica italiana. Ci pensa, misura le parole, non finge per ottenere l'applauso. Del resto nel tennis le finte non esistono.
Panatta, sono iniziati gli europei di calcio, e solo pochi giorni prima Errani è arrivata in finale al Roland Garros. Gli italiani, comunque, tra calcio e tennis, vogliono più bene al calcio. Perchè?
Il calcio è storicamente più popolare del tennis, ma questo vale in Italia come in tante altre parti del mondo. Del resto, si dice che l'Italia è una repubblica fondata sul calcio.
Il tennis, nonostante sia uno sport con un circuito organizzativo internazionale forte, seguito da sponsor e da tante persone, non ha visto gli scandali come quelli che stanno sommergendo il calcio italiano: scommesse clandestine, compravendite di partite. C'è un motivo in particolare?
È vero che il tennis fino ad oggi non ha mai avuto scandali paragonabili a quelli del calcio, anzi non ha mai subito scandali. Questo è anche dovuto al fatto che rispetto al calcio, dove c'è un campionato nazionale, il tennis ha una struttura molto più internazionale e ben organizzata, che fino ad oggi è stata gestita in maniera esemplare. C'è anche un sindacato dei tennisti che funziona.
Solo questo?
Oggi come oggi il calcio muove tantissimi soldi, l'80% delle scommesse sono fatte sul calcio, e sono molto di meno quelle sul tennis.
Il tennis è uno sport in qualche modo formativo? Possiamo dire che è un modello di vita diverso da altri sport?
Il tennis è uno sport individuale. In campo sei da solo. Addirittura, a parte la coppa Davis, il tuo allenatore non può darti consigli durante il match, cosa molto diversa dal calcio ad esempio. Dunque è formativo perché sviluppa il concetto di doversela sbrigare da soli. Se un giocatore di una squadra di calcio non gioca bene non succede niente, al massimo viene sostituito, e in ogni caso i suoi dieci compagni in campo sopperiranno alla sua mancanza. Se a tennis giochi male, perdi la partita. C'è un diverso peso della responsabilità individuale.
L'altra cifra del tennis è il silenzio. Gran parte del tempo si gioca con un gran silenzio da parte di chi assiste. Va quasi in senso contrario alla società caotica in cui viviamo.
Si, il tennis è uno di quegli sport in cui la componente della concentrazione è molto importante, per questo è fondamentale il silenzio.
Lei è stato consigliere comunale a Roma nella giunta Rutelli, e assessore allo sport alla provincia di Roma, fino al 2009. Quindi ha gli strumenti per dirmi se per lei, date le caratteristiche di compostezza e sobrietà del tennis, lo ritiene uno sport "mondano".
Onestamente non riuscirei a fare un paragone con Monti. E uno sport con le sue regole, e questo è il suo bello.
E il Pd, il suo partito, rimanendo sul piano metaforico, sembra incapace per sua stessa natura di fare squadra.
Il Pd è un partito complesso, grande, con diverse anime difficili da mettere d'accordo. Certo, a volte ci si mettono di buzzo buono per non trovare una direzione unica, che invece bisognerebbe, ma è anche vero che spesso la gente non si rende conto della difficoltà a gestire un partito come il Pd.

Rassegna stampa nazionale

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