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18/07/2012 16:18 CEST - LA RIFLESSIONE

Giochi di facce, giochi di maschere

TENNIS - Qual è la differenza tra vedere il tennis dal vivo e guardarlo da casa? Secondo Steve Tignor di Tennis.com la cosa che manca al tennis dal vivo è l'accesso diretto alle espressioni dei giocatori. Prendendo spunto dal suo articolo analizziamo la situazione. Karim Nafea

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Game of Faces, Gioco di facce. Un articolo molto interessante di Steve Tignor. Il pezzo parla delle differenze che passano tra il vedere un torneo dal vivo ed il vederlo comodamente seduto a casa in televisione.

“E’ ironico che, nella vita dell’appassionato ed in maniera importante, quando si guarda lo sport di persona, da vicino, lo stiamo in realtà guardando da molto più lontano. Dal vivo abbiamo la possibilità di sentire il suono della palla, il caldo del sole e l’atmosfera che pervade il campo oltre all’umore dei giocatori.
Nonostante tutto questo, ci viene tolto uno dei fattori cruciali dell’espressività tennistica, quello che ci può far entrare “nella partita”, a cui siamo abituati ad avere accesso totale in televisione: le facce dei giocatori.”

In un gioco in cui lo stato mentale e l’umore di un giocatore fanno tutta la differenza del mondo, anche un solo sguardo può sovvertire l’ordine prestabilito. Nell’articolo originale viene portato l’esempio di Nadal che “sistema le sopracciglia in uno sguardo di eterno disappunto”. A me, per esempio, viene in mente la Sharapova che incenerisce le avversarie con gli occhi nei momenti più delicati; Michael Llodra che, dopo aver completato la routine pre-servizio, assesta un lungo sguardo all’avversario gli esempi potrebbero essere infiniti.
E’ di importanza vitale rispondere a queste “provocazioni psicologiche”.
Altro esempio: Lukas Rosol che nel compiere la sua impresa con Nadal non è stato mai fermo, saltellando sul posto fino a beccarsi una spallata al cambio campo.
E’ una cosa che, sui campi da tennis, ti dicono da subito: fa in modo che l’avversario ti veda sempre in movimento, soprattutto in risposta, perché comunica che tu sei pronto, dà idea di aggressività e finisce per aggiungere pressione al fondamentale dell’avversario (la reazione di Nadal la dice lunga).
Sempre contro Nadal, nel 2007, fu Soderling a infastidirlo, facendogli il verso. In quel caso il maiorchino se la cavò ugualmente ma quel semplice gesto, magari un po’ fuori dagli schemi, incrinò il delicato equilibrio mentale dello spagnolo, costringendolo ad una lotta terminata al quinto dopo 5 giorni.
Questa è la dimostrazione che anche contro un mostro di concentrazione che fa della “durezza mentale” un cavallo di battaglia anche un piccolo gesto, non serve per forza prendere a calci le bottigliette, può far la differenza.

La reazione a questa importanza dell’aspetto mentale, solitamente, è il nascondino: piazzo una faccia “da partita” e mostro solo quello che voglio mostrare (che a volte si riduce a niente per non correre rischi).
Entrare in campo ed iniziare una partita presi dal nervosismo non è grave o comunque è una situazione recuperabile; ciò che è molto grave invece è che questa cosa la sappia il tuo avversario che ne trarrà, anche inconsciamente, un giovamento incredibile.
La soluzione quindi è la soppressione di ogni mimica facciale che possa rivelare il tuo vero stato d’animo, se negativo, e di contro, l’esagerazione di ogni gesto che faccia capire che, in quel momento, sei assolutamente padrone del campo e di te stesso.
Un piccola precisazione: questa non è psicologia spicciola ma sono precise indicazioni che vengono date ad ogni agonista quando inizia ad avventurarsi nei tornei.

“Andy Murray, con gli occhi rossi dopo il discorso da finalista, la maschera che ha così duramente tenuto per due settimane strappata via.
E’ stato l’ultimo momento che ha “umanizzato” Murray, portandogli un milione di nuovi fan”

E quello che succede quando questa maschera va giù è poi quello che dirige il nostro supporto verso un giocatore piuttosto che un altro. E la maschera va giù, soprattutto in questo caso, solo quando non c’è più nulla nascondere, quando la partita di scacchi è finita e rimane solo l’uomo e non il giocatore.

“Molti di noi dicono di voler vedere i giocatori reagire, mostrare la loro personalità, ma, quella che forse è la più grande star nella storia del gioco, Bjorn Borg, è stato quello che ci ha mostrato di meno. Era la maschera, rimasta sempre al suo posto, che chi ha affascinati così tanto”

Un caso unico quello di IceBorg proprio perché quel silenzio, quella faccia immutabile comunicavano molto, infinitamente di più di tutti gli incitamenti di questo mondo. Era controllo allo stato puro, serenità ed autorità allo stesso tempo. Una violenza verso se stesso incredibile, quando magari avrebbe voluto lamentarsi per un errore o esultare, sciogliersi un po’: sarebbe stato un ostacolo, un limite.

“Un gioco di face. Competizione e performance, sport e palcoscenico, il tennis in TV non ha nulla a che fare con emozioni e personalità quanto invece vedere la loro superficie; la superficie che prova, non sempre con successo, a nasconderle.”

Karim Nafea

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