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21/07/2012 08:49 CEST - Rassegna Nazionale

Re Roger e i cercatori d’oro nell’erba a cinque cerchi (Gallerani)

21-07-2012

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Lo scorso 8 luglio, a Wimbledon, nel giorno della prima finale per un giocatore britannico 76 anni dopo l'ultimo dei tre successi di Fred Perry, un Roger Federer al suo 8° atto conclusivo dei Championships (nuovo record sui campi di Church Road) ha eguagliato il primato di Pete Sampras e William Renshaw conquistando il suo 7° titolo e sciorinando, contro un Andy Murray rigenerato dalla cura Lendl, un gioco fato di traccianti, geometrie e variazioni di taglio che solo lui oggi alo permettersi. Se questo successo a bia definitivamente o meno innalzato lo svizzero sul podio più alto dell'eccellenza all time è questione aperta e, dopotutto, oziosa la possono argomentare solo i numeri, che spiegano molto ma non dicono tutto.


Per dovere di cronaca è appena il caso di ricordare che, riguadagnando la prima posizione, ha stabilito il primato assoluto di settimane al vertice della classifica maschile innalzandolo a 287; e che il giorno precedente aveva superato Connors raggiungendo la 32/a semifinale in una prova del Grande Slam (il che vuol dire che dal 2003, anno del suo primo trionfo londinese, su 39 tornei non è arrivato tra i primi 4 solo in 7 occasioni). E però, quello che al momento sembra più che probabile è che Federer avrà l'opportunità, a breve, di ulteriormente arricchire la sua già stracolma bacheca con l'unico trofeo che ancora vi manca. Approfittando di un momento di forma che gli ha permesso di mettere in riga, prima di Murray, il dominatore incontrastato dello scorso anno, ovvero quel Novak Djokovic vincitore di tre tornei dello Slam tra il luglio 2011 e il gennaio 2012, e di una quasi irripetibile coincidenza, Re Roger punta all'oro olimpico che sinora ha vinto solo nel doppio, in coppia con il connazionale Stanislaw Wawrinka (nel 2008).


La coincidenza fortunata è data dal fatto che quest'anno, tenendosi a Londra la XXX edizione dei Giochi Olimpici, il torneo di tennis si svolgerà proprio su quei campi dove il suo talento si esprime al meglio; una coincidenza, pure, non senza precedenti storici, perché già nel 1908 - all'epoca, cioè, della [V Olimpiade, ospitata sempre in Inghilterra - sugli stessi prati vennero assegnati gli allori olimpici, con una formula invero assai curiosa nella prima metà di maggio, tra gli spalti del Queen's (il circolo che oggi ospita uno dei principali tornei preparatore a Wimbledon), si disputò una prima fase indoor, che vide Arthur W.C.W Gore prevalere su una schiera di partecipanti che annoverava molti tra i più forti giocatori dell'epoca; solo due mesi più tardi, all'Ali England Tennis and Racquet Club si svolse, invece, la fase outdoor, ma in sordina poiché le migliori racchette che s'erano affrontate al coperto - tra cui lo stesso Gore - avevano già lasciato l'Inghilterra; molti giocatori arrivarono, così, alle battute finali senza neppure aver disputato un incontro. Questo fu particolarmente evidente nel tabellone femminile, dove Dora Boothby non scese praticamente mai in campo prima della finale persa contro un'altra inglese, Dorothea Douglass. Poche settimane prima, invece, nel corso del torneo ufficiale, a scrivere il proprio nome sull'albo d'oro di Wimbledon era stata Charlotte Cooper Steny, vincitrice per la quinta volta e record-woman imbattuta di longevità sportiva, con i suoi quasi 38 anni; ma il dato statistico più prestigioso che appartiene a Chattie" è sicuramente quello d'essere stata la prima donna, nel 1900, a vincere una gara alle Olimpiadi (all'epoca non venivano ancora assegnate le classiche medaglie d'oro, d'argento e di bronzo), allorché, In gonnellina e calzette, sconfisse, a Parigi, la padrona di casa Hélène Prévost. Di profilo affilato, alta ed agile, Charlotte non si allontanò praticamente mai dal mondo del tennis, sposando un giocatore dilettante di sei anni più giovane di lei che sarebbe diventato il presidente della Lawn Tennis Association, continuando a gareggiare a livello agonistico oltre i 50 anni e dando alla luce Gwenneth Reinagle, detta Gwenn, che partecipò agli Open degli Stati Uniti nel 1927 ed entrò a far parte, come già la madre, della squadra inglese di Wightman Cup (una manifestazione femminile precorritrice dell'odierna Federation Cup).
Al pari di Federer, Sampras e Renshaw, la Douglass, invece, già finalista a Wimbledon tre volte tra il 1904 e il 1906 e futura Miss Lambert Chambers, collezionò sull'erba più prestigiosa del mondo ben 7 vittorie prima di cedere lo scettro a quella che sarebbe diventata subito e all'unanimità la Divina, ovvero Suzanne Lenglen. Anche nel loro caso il passo di consegne non avrebbe potuto avvenire che sul suggestivo Centre Court, dove Dorothea e Suzanne disputarono la finale più lunga della storia della competizione femminile: una vera e propria battaglia che si chiuse con il punteggio di 8/10, 6/4, 9/7 in favore della Lenglen, dopo che sul 6/5 del terzo set la Lambert Chambers aveva avuto due palle per chiudere l'incontro. Sempre a lei appartiene poi il primato, detenuto insieme a Steffi Graf, d'essere stata l'unica giocatrice ad aver vinto uno Slam senza perdere un game nella finale: accadde nel 1911, quando ancora la malcapitata Dora Boothby strinse la mano dell'avversaria al termine di un inappellabile totale di 12 giochi a zero. L'anno prima Lambert Chambers, prototipo delle dive a venire dello sport moderno, aveva capitalizzato la sua fama dando alle stampe lawn Tennis for Ladies, un dettagliato volume con tanto di foto sulle tecniche di gioco e consigli sulla preparazione e l'equipaggiamento ottimali. Dotata di uno stile potente e mascolino, così viene descritta Dorothea dal marito di una delle sue avversarie: «ciò che sorprendeva era il suo modo di prepararsi gli angoli. Sembrava che pensasse già una successione di colpi, nel medesimo istante! Nessun campione, nemmeno Robert Barrett, ha avuto in sorte il talento che il buon Dio le ha offerto». Nessuno che, come lei, non fosse figlio di un curato!
 

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