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22/07/2012 11:38 CEST - Personaggi

Haas: "Gioco
per mia figlia"

TENNIS - Quando l'età non conta. Haas è di nuovo in finale a Amburgo. A Halle ha vinto il titolo numero 13, il suo numero fortunato. Ma il destino gli è stato spesso avverso, dall'incidente dei genitori ai tanti infortuni. Ma Haas non si arrende. Alessandro Mastroluca

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8 giugno 2002. Tommy Haas è all’apice della carriera. A gennaio ha sfiorato la finale agli Australian Open, sfuggita solo al quinto set contro Marat Safin, aiutato anche da un’interruzione per pioggia; a maggio ha raggiunto la finale a Roma, perdendo da Agassi. È l’ultima volta che perderà una finale in carriera. Quel torneo lo porta al suo best ranking, numero 2 del mondo.

Si sta preparando per Wimbledon quando riceve una telefonata. È la sua fidanzata in lacrime: mentre guidava a Sarasota ha visto un camion investire i genitori di Tommy che andavano senza casco sulla Harley-Davidson che Haas aveva regalato al padre.

Addio Wimbledon, addio Tour per un mese e mezzo. Haas torna in Germania finché mamma Brigitte e papà Peter, l’ex campione europeo di judo e compagno di scuola di Arnold Schwarznegger, non stanno meglio. È Peter che dà a Tommy la sua prima racchetta, a quattro anni, e lo appoggia quando a 13 decide di lasciare la Germania e trasferirsi in Florida, da Bollettieri.

Un episodio così può mettere in crisi molti. Non Haas. Non è un caso se a 34 anni è tornato a vincere un torneo dopo tre anni, a Halle, e ad Amburgo è di nuovo in semifinale. Evidentemente c’è qualcosa di speciale nell’aria di Germania, nell’aria di casa, anche per lui che ha anche la cittadinanza Usa e per un annetto ha anche giocato per gli Stati Uniti: il suo nuovo ritorno, infatti, è iniziato in Baviera, con la semifinale raggiunta a Monaco dove era in tabellone solo grazie a una wild-card.

Non ha ambizioni di classifica, ma nelle sue motivazioni c’è qualcosa di più grande: c’è Valentina, la figlia che ha avuto nel 2010 da sua moglie, l’attrice Sara Foster. “Voglio che mi veda giocare” ha spiegato in una recente intervista al quotidiano tedesco Hamburger Abendblatt.

Il suo fisico lo tradisce la prima volta nel 1996: si rompe entrambe le caviglie, la destra a gennaio, la sinistra a dicembre. L’anno successivo è il più giovane top-50 nel ranking e nel 1998 il mondo si accorge di lui quando elimina Agassi al secondo turno a Wimbledon. A Bradenton Haas ha visto le foto di Andre appese ovunque, ha mangiato con lui, si è allenato con lo stesso staff. Il suo idolo è rimasto Boris Becker, ma da Andre ha cercato di imparare.

Il 2000 è l’anno della svolta. L’argento olimpico di Sydney, seppur in un’edizione in cui 10 delle 16 teste di serie sono uscite al primo turno, resta uno dei suoi più grandi successi. La finale con Kafelnikov, vinta dal russo 76 36 62 46 63 dopo tre ore e mezza, è uno spettacolo per i 10 mila dell’Olympic Park Tennis Stadium.

Nel 2001 arriva in semifinale a Montreal, batte Sampras e conquista il titolo a Long Island, trionfa a Vienna e nel suo unico Masters Series, a Stoccarda. In finale lascia sei game a Mirnyi (62 62 62), anche lui allievo dell’accademia Bollettieri, che non può nulla contro gli splendidi rovesci di Haas.

Altri due infortuni alla spalla destra lo fermano tra la fine del 2002 e l’estate del 2003. Torna sul circuito senza classifica, ma alla fine del 2004 è già tornato top-20 (n.17). Il destino torna a negargli il palcoscenico di Wimbledon nel 2005, quando molti lo considerano l’avversario più pericoloso per Roger Federer. Durante il riscaldamento prima del suo match d’esordio contro Tipsarevic scivola su una pallina: infortunio alla caviglia e addio Championships.

Tutto sta andando bene nel 2007, è tornato nei primi 10, è arrivato in semifinale agli Australian Open, ai quarti a Flushing Meadows e ha aiutato la Germania a raggiungere la semifinale di Davis. Ma a novembre la spalla fa crac di nuovo. E la riabilitazione ha un peso diverso a 29 anni, con tutti i dubbi che si aggiungono al dolore fisico: la spalla tornerà a funzionare come prima? Tornerò quello di prima?

Quando, nel 2008, continua a girovagare da un torneo all’altro senza acuti molti pensano sia il suo ultimo giro di giostra. Sensazioni che si intensificano nel 2009. Nei primi mesi dell’anno, infatti, Haas viaggia da solo, senza coach e senza staff. Ma Bollettieri in lui aveva visto determinazione e disciplina, qualità che non svaniscono con l’età.

Richiama il suo vecchio coach, Thomas Hogstedt, aggiunge un nuovo preparatore, Alex Stober e a Madrid accetta di partire dalle qualificazioni: non lo faceva dagli Us Open del 1996. Perderà al secondo turno da Roddick, sprecando due match point nel tiebreak del secondo set. Ma è solo l’inizio. Arriva a cinque punti dal dare tre set a zero a Federer al Roland Garros. Quel dritto inside-out per cancellare la palla break sul 76 75 43 è un punto indelebile nella mente dei tifosi, è il punto da cui comincia il trionfo parigino dello svizzero.

Sull’erba batte Djokovic due volte: in finale a Halle e nei quarti a Wimbledon. La semifinale è un tributo più che meritato sul Centrale dove tutto è iniziato, sul palcoscenico che troppe volte il destino gli ha impedito di calcare.

Quel destino che ancora una volta gli chiude la porta quando è quasi in cima alla salita, quando ha quasi terminato di costruire il suo ritorno. Due interventi, all’anca e al gomito, tra febbraio e marzo 2010 segnano la fine della sua stagione.

Ma Haas non si ferma. Ha un obiettivo più grande. Ha una figlia che deve vederlo giocare, che deve vederlo vincere. È di nuovo tra i protagonisti a Parigi, nello Slam più agé della storia, ma è l’erba di casa sua che gli regala un altro giro, un’altra corsa, la vittoria su Federer e il titolo numero 13, il suo numero fortunato.

La fortuna di chi vive adesso, di chi ha tanti ricordi e nessun rimpianto, di chi ha davanti un altro viaggio e una città per giocare.
 

Alessandro Mastroluca

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