09/08/2012 12:11 CEST - Rassegna nazionale

Da Agassi ad Henry, quando il successo è una condanna (Piccardi)

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Da Agassi ad Henry, quando il successo è una condanna (Gaia Piccardi, Corriere della Sera 9-8-2012)

I danni più gravi sono fatti per amore. Non c'era niente di sbagliato in Emmanuel Agassian, mediocre pugile iraniano ai Giochi '48 e '52, quando sognava suo figlio Andre sul podio di un'Olimpiade. E di certo Josef e Maria Luise Schwazer pensarono di fare Il bene di Alex quando nel 2009, dopo lo sfolgorante oro di Pechino e il doloroso ritiro nella 5o km iridata, lo incoraggiarono a non smettere, immaginando per lui un futuro migliore nella marcia piuttosto che, banalmente, a passo d'uomo. Dagli alberi secolari, spesso, nascono grandi frutti. Ma con il baco dentro. Gli sforzi di sublimazione di Mike Agassi, poi naturalizzato americano, hanno prodotto uno dei fuoriclasse più universali, e infelici, della storia del tennis, quattro Slam su quattro superfici diverse sbranati odiando ogni minuto degli allenamenti con la macchina spara-palle («Da bambino mi faceva paura sembrava un drago») e con papà, accigliato, al fianco. «Detesto il tennis, lo odio con tutto Il cuore, eppure continuo a giocare, a palleggiare ogni mattina, ogni pomeriggio, per quanto voglia fermarmi non ci riesco, continuo a implorarmi di smettere e continuo a giocare e questo conflitto tra ciò che voglio e ciò che faccio mi sembra l'essenza della mia vita» scrive Agassi nella spettacolare (e furba) biografia «Open», avvincente come un romanzo di formazione.

«Avevo la nausea della marcia, non ne potevo più degli allenamenti, mi svegliavo la mattina, pensavo alla giornata che mi aspettava e stavo male: non ho mai avuto piacere a faticare, a differenza di Carolina che ama il pattinaggio». Alex Schwazer ha cominciato la terapia in diretta tv. Quello spietato giudice interiore che gli ha fatto da radar, unito alle aspettative parentali, forse, è stato messo a tacere. «Non vedevo l'ora che finisse tutto». I rovesci incrociati di Agassi, i dolori del giovane Alex. Josef, Il padre, ha avuto l'intuizione più straziante: «Ho sbagliato io. Ho sbagliato tutto. Dovevo stargli più vicino». Odi et amo, che tormento. Non esiste un'unica via d'uscita dal tunnel degli irretimenti. Il grido d'aiuto di Jennifer Capriati, baby prodigio del tennis Usa degli anni go, esplose in una foto segnaletica della polizia fumata di marijuana, sporca e confusa, Jenny si era fatta beccare a rubare in un negozio di bigiotteria. La racchetta era diventata di marmo, lo stress di tornare al top insopportabile. «Ho avuto pensieri suicidi» ammise. Gli stessi che la rete di salvataggio tesa intorno alla fragilità emotiva di Alex Schwazer vuole esorcizzare «Non sentivo più emozioni, non vedevo l'ora di smettere» ha detto tra le lacrime Schwazer, aggrappato come un naufrago al sussulto d'anima che lo ha salvato. Federica si è fermata in tempo. «Finalmente!» ha sospirato dopo il bagno olimpico la Pellegrini. Lo sport logora chi lo fa. Fede studierà l'inglese, andrà in settimana bianca, poltrirà sul divano. La fuga più sana dalla gabbia del successo. Borg ha smesso a 26 anni. Phelps, qui, a 27.

Victoria Pendleton, pistard, oro nel keirin a Londra 2012, è una delle storie più paradigmatiche dell'Olimpiade britannica «Ho sempre sofferto la pressione, non mi divertivo. Sono andata avanti solo per far contento mio padre Max e adesso sono sollevata che sia finita» ha detto, abbracciandolo. Marie José Perec, il corpo più sexy dell'atletica francese, fuggì dall'Olimpiade di Sydney inseguita dai fantasmi. Thierry Henry amava il calcio ma non sopportava fare gol, il suo mestiere. Da bambino aveva segnato quattro reti, ed era corso incontro al suo papà «Sei contento di me?». «No. Avresti potuto fame una in più». Per tutta la carriera, Mondiale '98 incluso, non è riuscito a esultare pienamente: «Quella frase è un trauma che mi porto dentro» (...)

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