19/08/2012 08:25 CEST - Rassegna Nazionale
19-08-2012
a cura di Davide Uccella
Djokovic, vendetta facile: in finale lo aspetta Federer (Marco Fallisi, La Gazzetta dello Sport, 19-08-2012)
Nole lo aveva detto. «Le sconfitte mi fortificano: a Londra è stata dura, giocavo per il mio Paese e lottavo per la medaglia di bronzo. All'Olimpiade Del Potro mi ha battuto, succede. L'importante è andare avanti e uscire più forti da esperienze come quella». Diffidare dalle frasi apparentemente banali, soprattutto se a pronunciarle è Novak Djokovic, uno che banale non lo è quasi mai.
Abbonato Ed eccolo ancora in finale a Cincinnati, la quarta in cinque anni: Del Potro deve inchinarsi dopo un'ora e 27 minuti, pochino per chi si aspettava lotta dopo la sfida per il terzo posto ai Giochi di Londra, vinta dall'argentino sull'erba di Wimbledon. Nella finale di oggi Nole se la vedrà con sua maestà Roger Federer, che nell'altra semifinale ha vinto il derby svizzero con l'amico Wawrinka, battuto in due set. Per Roger non è stata una passeggiata: nel primo set si è visto annullare tre set point, poi si è imposto al tie break; più facile il secondo, in equilibrio solo nei game iniziali. La sfida tra i primi due al mondo sarà anche il replay della finale 2009, quando lo svizzero si impose 6-1 7-5: Djokovic insegue la prima vittoria nel torneo dell'Ohio.
Controllo Tra Nole e Del Potro il copione scorre veloce, senza troppi colpi di scena. Il serbo parte bene, poi soffre un po' nel terzo game del primo set: annulla tre palle break (alla fine della gara saranno 6 su 6) e tiene il servizio. L'argentino ci prova, ma si capisce presto che ha di fronte un Nole che mantiene il controllo in ogni momento — anche questo lo aveva detto: «Nei quarti, contro Cilic, ho giocato bene, sono arrivato in forma al momento giusto»—: difesa con pochissime sbavature e i classici rovesci lungo linea a far male quando serve. Del Potro, invece, fatica dal fondo, con qualche errore di troppo, ma sono due doppi falli a consegnare il primo break a Djokovic (4-2), che scappa.
Dolori A complicare le cose per il gigante argentino ci si mette anche il polso: non è quello destro, che lo aveva fermato nel 2010, ma è una spia che preannuncia la resa. Pausa, intervento del fisioterapista, si riparte. Ma di variazioni sul tema non se ne parla: Noie chiude sul 6-3. Stessa scena nel secondo set: Del Potro sbaglia tanto, Djokovic mette subito le cose in chiaro con il break del 2-1. Poi è ordinaria amministrazione, fino al 6-2 che «vendica» la medaglia sfuggita.
Lo straordinario fisico di Nadal, ed anche il suo punto più debole (Sandro Veronesi, La Gazzetta dello Sport, 19-08-2012)
Negli anni '70 il professor Perugia, luminare al quale ricorrevano tutti i calciatori professionisti colpiti da infortuni gravi, disse una cosa che non dimenticherò mai. «I ginocchi di Vincenzo D'Amico», disse, dopo una visita, «sono uguali a quelli di una lavandaia di settant'anni». E si riferiva alle lavandaie ottocentesche, quelle che stavano quattro o cinque ore al giorno ginocchioni sull'ansa del fiume a lavar panni; e parlava di D'Amico, giocatore di grandissimo talento ma di certo non tra i più impegnati nello sviluppo e nello sfruttamento delle doti fisiche. Ho sempre serbato questa frase nella memoria come l'emblema di una delle poche verità ineluttabili dello sport professionistico, quella secondo la quale l'eroe diventa tale a sacrificio del proprio corpo. Il forfait annunciato da Rafa Nadal per i prossimi U.S. Open, in questo senso, è illuminante: innanzitutto fuga - almeno per me - una volta per tutte i sospetti che hanno sempre accompagnato i suoi precedenti, ciclici forfait, culminati in quello al torneo olimpico. Nessun protocollo, infatti, legato all'uso di sostanze proibite (perché era questo il sospetto) può contemplare uno stop così prolungato da spingersi fino alla perdita di uno dei quattro più importanti tornei dell'anno. Dunque il problema fisico di Nadal è autentico, ed è anche grave. E dove lo accusa, Nadal, questo problema grave? Ai ginocchi. A soli 26 anni queste delicatissime cerniere gli stanno presentando il conto di un tennis tutto potenza e esplosività, non più rapporto tra giocatore e se stesso, pallina o avversario quanto tra un corpo e la terra dove si trova e si scarica l'energia.
Perché Nadal ha fatto definitivamente diventare il tennis uno sport «di contatto» - contatto con il suolo, per l'appunto - col risultato, però, che il giocatore più fisico di tutti i tempi finisce per avere proprio nel fisico il suo punto debole, e nella testa - tra finti tic, urla e rituali vari con le bottigliette d'acqua minerale - il suo punto forza. Quella testa che ora, fuori dal rettangolo di gioco, dovrà permettergli di tenere duro, guarire e tornare a giocare ai livelli di prima - possibilmente un tennis un po' meno violento, magari, e soprattutto meno spietato con i ginocchi, perché è molto difficile che una lavandaia di settant'anni possa vincere un torneo dello Slam.
Ancora Visconti. Sbloccato dalla vittoria al Galibier, il siculo si ripete su un tracciato ideale per le sue doti di finisseur: "E' tornata la mia mentalità di una volta"
dall'inviato Angelo Costa