Facile i favoriti, soffre Nadal. Fognini rischia una multa

Editoriali del Direttore

Facile i favoriti, soffre Nadal. Fognini rischia una multa

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TENNIS WIMBLEDON CHAMPIONSHIPS – Quattro azzurri al secondo turno su undici. Giorgi e Bolelli si aggiungono al duo Pennetta-Fognini. Peccato per la Knapp e la Errani. Brava la Schiavone. Fuori anche la Vinci, con altre 7 teste di serie di secondo piano.

Il commento di Ubaldo Scanagatta e Stefano Tarantino sul day 2 e sul programma del day 3 di Wimbledon

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Roger Federer che domina Paolo Lorenzi per 3 set a zero, con il senese che tifa Fiorentina sconfitto per la tredicesima volta di fila in uno Slam, non può onestamente fare notizia. Ma lo svizzero vittorioso in 7 Wimbledon e qui n.4 del tabellone – cui non dispiace probabilmente di ritrovarsi nella stessa metà tabellone di Rafa Nadal – merita sempre la ribalta qualunque cosa faccia (leggere Stefano Tarantino https://www.ubitennis.com/blog/2014/06/24/wimbledon-day-2-italiani/). Anche se il suo match con Lorenzi non passerà alla storia, perchè non batte nessun record. Nemmeno quello delle sconfitte consecutive al primo turno di uno Slam perchè quello appartiene, come scritto ieri, a Filippo Volandri, battuto per 18. Insomma Lorenzi ne deve perdere ancora cinque. E credo che …sarebbe felice di farlo, paradossalmente, perchè la sua partecipazione ad altri cinque slam è tutt’altro che scontata. A colpi di 32.000 euro a Slam, beh, chi li butterebbe via 158.000 euro divertendosi nei teatri tennistici più belli del mondo?

Poi può anche capitare qualche colpo di fortuna, come è successo due volte a Bolelli proprio qui a Wimbledon: prima lucky loser, per poi affrontare un qualificato al primo turno. Gli era accaduto nel 2010 quando al primo turno sconfisse da lucky loser un qualificato, Fisher, al secondo turno battè Wawrinka e al terzo perse da Richard Gasquet. Trovate cronaca e l’intervista sono di Vanni Gibertini al link https://www.ubitennis.com/blog/2014/06/24/wimbledon-day-2-italiani/.

Stavolta per arrivare al terzo turno dovrà battere il tedesco Kohlschreiber, un osso duro sull’erba. Ma intanto da n.132, dopo essere stato sconfitto nell’ultimo turno delle qualificazioni dall’australiano Groth, ha trovato un ostacolo non insormontabile nel giapponese Ito – che non è comunque così scarso come la sua classifica poteva far pensare, n.129 – e questi sono punti preziosi per uno che mira a rientrare il più rapidamente possibile fra i primi 100 del mondo per evitare le forche caudine delle qualificazioni (visto che gli capita di perderci).

A Roger Federer in conferenza stampa non sapevano che domandare, così si è dissertato a lungo sulla sua famiglia allargata, sui problemi che procurano 4 figli (“E’ molto simpatico avere la famiglia con te il più possibile da padre, da madre, ci piace davvero passare tanto tempo insieme come una grande famiglia”), se gli ultimi due, i gemellini maschi, ora dormono o meno, se le due figlie sanno che lui gioca a tennis per lavoro e non per hobby, se lui è un padre severo o permissivo, e Roger è stato quasi commovente nel dire “Mi mancano quando non sono cone me” e poi più che onesto nel ricordare “Ma abbiamo i mezzi che ci consentono di stare stare insieme”. Insomma, sarà il male di qualche baby sitter in più, ma per un multi-multi-milionario come lui quello è davvero l’ultimo dei problemi.

Più importante, direi, capire se intenderà fare tanto serve&volley come un tempo sull’erba, ora che ad ispirarlo c’è un certo Stefan Edberg campione su questi prati nell’88 e nel ’90: “Ricordo che nel 2001 quando feci qui i quarti (l’anno in cui battè Pete Sampras facendo vedere di quali panni si vestiva il futuro campione) venni a rete l’80 per cento delle volte dietro la prima di servizio e fra il 30% e il 50% dietro la seconda. E feci lo stesso nel 2003 quando vinsi la prima volta. Poi anno dopo anno l’ho fatto sempre meno quando il gioco nel circuito ha cominciato a cambiare”.

Vedremo al prossimo turno come si comporterà Roger: il suo avversario sarà più tosto che non Lorenzi. Il lussemburghese Gilles Muller, classe 1983, non ha paura di misurarsi con i grandi: qui nel 2005 sconfisse Rafa Nadal e tre mesi dopo all’US Open Andy Roddick. Oggi ha dato tre set a zero a Bennetau che pure vantava una vittoria su Federer a Parigi Bercy ed era arrivato sei volte a due punti dal match proprio qui a Wimbledon contro lo stesso Roger.

Come Federer hanno passeggiato anche Wawrinka e fra le donne la Williams e la Sharapova che sono le prime due favorite dei bookmakers, se non fosse che per l’appunto sono capitate nello stesso “quarto” del tabellone.

Insomma l’unico che è apparso in difficoltà fra i big è stato Rafa Nadal, che da un paio di anni non vinceva una partita sull’erba: però alla fine, anche se ha perso il primo set ed ha rischiato qualcosina nei primi games soprattutto del secondo con Klizan, ha vinto contro lo slovacco n. 51 del mondo con lo stesso identico punteggio con cui lo aveva battuto al Roland Garros un anno fa: 4-6, 6-3, 6-3, 6-3. Secondo Gianni Clerici, che però sui numeri non è troppo attendibile, lo slovacco sarebbe scivolato sull’erba almeno 11 volte ben prima della fine del match. Mah, forse avrebbe dovuto mettere le Lotto chiodate da erba.

Ma, dopo la sua vittoria n.700 nel circuito, è stata abbastanza interessante la sua conferenza stampa, soprattutto quando gli hanno chiesto come trovasse quest’anno l’erba – domanda che sento ripetere ogni anno invariabilmente da 41 anni e Rafa dacchè venne a Wimbledon la prima volta nel 2002 – “Se gioco bene mi sembra che l’erba sia lenta, se gioco male che invece sia troppo rapida. Il problema con i giocatori è sempre lo stesso. Nel 2002 giocai Wimbledon junior e ora che siamo nel 2014 non vedo nessuna differenza…”.

Chissà se Rafa scorgerà qualche differenza a secondo turno, quando affronterà per l’appunto quel Rosol che nel 2012 lo rimandò a casa… e ce lo rimandò per 8 mesi. Lì Nadal avvertì il problema al ginocchio, la sindrome di Hoffa. “So che se volgio vincere dovrò giocare molto bene, lui può giocare molto bene su questa superficie”.

Ha giocato più Slam di Nadal Feliciano Lopez: 51. Nessuno spagnolo in attività ha fatto più di lui. Sarà orgogliosa Judy Murray che lo adora. Il suo avversario, il giapponese Sugita era contento lo stesso: aveva provato a qualificarsi per uno Slam ben 18 volte senza mai riuscirsi prima.

Grandi sorprese non ce ne sono state, soprattutto in campo maschile: tali infatti non si possono considerare le sconfitte di teste di serie di retroguardia, Karlovic n.29 con Dancevic, di Tursunov n.32 con Istomin, di Garcia Lopez n.28 con Lajovic.

Più “coronate” le teste di serie eliminate nel femminile, ma anche qui la Jankovic n.7, che non ha mai amato l’erba, può perdere benissimo con la Kanepi che ricordo aver raggiunto i quarti qui 2 volte, con la Kvitova (poi semifinalista) e anche un anno fa, quando si arrese alla Lisicki. I bookmakers avevano preso un abbaglio dando la Jankovic favorita 1 a 4, e pagando la Kanepi vittoriosa quasi a 3, 11/4.

Anche la sconfitta di Sara Errani, n.14, che condivide con la Jankovic pochissimo entusiasmo per il tennis sull’erba, ci sta. E’ vero che Sara aveva avuto il matchpoint e che la Garcia le ha tirato un missile di dritto sul suo servizio (non irresistibile come sappiamo), ma insomma oggi Sara aveva fatto miracoli a rimontare dallo 0-4 al 5 pari, anche se era stata sfortunata nel perdere il terzo interminabile game, 21 minuti con sette pallebreak per la Garcia e non so più quante pallegame per lei. Sara aveva perso al primo turno anche un anno fa, quindi si può consolare con il fatto che non perde punti. Nemmeno ne guadagna però. E negli ultimi slam, salvo che a Parigi, ha davvero raccolto poco. “Voi mi massacrate, ma credo di essere decima nella race, quindi secondo me questo resta ancora un semestre positivo…non è facile vincere tante partite”.

Soprattutto quando si ha la febbre e si prendono gli antibiotici (“Ma io non cerco scuse, non ho perso per quello”). EUna febbre che le ha attaccato la Vinci! E anche Roberta, n.21, ha perso: dalla Vekic, la croata che parla italianO e che vincendo un torneo sull’erba l’anno scorso a Birmingham aveva dimostrato di non essere a disago sui lawns britannici.

Altre teste di serie schizzate fuori la Pavlyuchenkova, n.26 con l’americana Riske (che affronterà al prossimo turno la Giorgi), la Cirstea n.29 k.o. con la Duval, la Kuznetosva n.28 con l’urlatrice portoghese Larcher de Brito.

La conclusione della seconda giornata e del primo turno consente di fare un bilancio del tennis italiano. Non brillante invero: su 11 partenti, soltanto 4 sono approdati al secondo turno.

Dopo la coppia Fognini-Pennetta lunedì, Bolelli e Giorgi questo martedì. Tutti e due soffrendo forse un tantino più del dovuto, ma l’importante è il risultato finale. E in fondo entrambi hanno liquidato la pratica senza arrivare al set decisivo. Ha giocato una gran partita Francesca Schiavone, per nulla intimidita dai cinque precedenti negativi con la Ivanovic. Ma ha dovuto arrendersi e nella cronaca di Roberto Salerno, che consiglio di leggere su https://www.ubitennis.com/blog/2014/06/24/wimbledon-day-2-italiani/, troverete come.

Non finirà mai di piangersi addosso Karin Knapp, avanti 5-2 al terzo con una delle due Pliskova, Karolina, n.50 del mondo, tre posti dietro a lei. A due punti dal match è arrivata la ragazza di Caldaro trasferitasi a Fregene (o Anzio), come a due punti era arrivata anche contro la Sharapova a Melbourne. Non le va bene una. Ma forse ha anche un po’ di braccino al momento decisivo.

Lo scorso anno avevamo avuto sempre 11 rappresentanti a Wimbledon: 5 avevano passato il primo turno, ma soprattutto di quei cinque quattro erano arrivati agli ottavi: Vinci, Knapp, Pennetta e Seppi. Quest’anno quel risultato sarà difficile da ripetersi. Due anni fa la partecipazione azzurra fu ancora più massiccia: 15 rappresentanti, 8 donne e 7 uomini e a raggiungere il secondo turno furono anche lì 5 (Schiavone, Vinci, Fognini, Giorgi, Errani).

Anche se nei match di terzo turno del mercoledì sia Fognini con lo sconosciuto Puetz n.251 del mondo sia la “Penna” contro la Davis dovrebbero potercela fare.

Sul capo di Fabio Fognini però pende il rischio del nervosismo che potrebbe attanagliarlo quando gli verrà comunicata la probabile multa che gli infliggeranno Stefan Fransson e Wayne McKewan per le sue intemperanze nel corso del match giocato contro Kuznetsov. Ho parlato con i due “supervisors” e mi hanno detto che una decisione verrà presa in mattinata. Certe sue frasi, pronunciate in italiano nei confronti di Mc Kewan stesso e anche – parrebbe – forse nei confronti dell’arbitro Keothavong, sono state ascoltate e riascoltate a più riprese nei nastri registrati a bordo campo. E fatte tradurre da un interprete capace di capire l’italiano.

Il coach di Fognini, Josip Perlas, è stato visto da me e da altri sia negli uffici del referee che a lungo nei loro pressi. Appariva chiaramente preoccupato e nervoso, tanto da chiedermi con fare insistente se avessi per caso chiesto qualcosa a Mohammed Layani… come se ciò fosse proibito. Ho cercato di fargli capire che lui fa il coach e io il giornalista, ma credo senza successo.

Insomma la voce di un procedimento nei confronti di Fabio è giunta anche alle orecchie di più d’un collega della stampa americana. L’ITF doveva riunirsi in serata e poi anche in mattinata.

Fransson e McKewan sanno bene che Fognini, al di là delle sue intemperanze, è un personaggio che piace. Non hanno intenzione di infierire, direi, ma non mi sembravano nemmeno particolarmente propensi ad essere troppo indulgenti. Su Fognini può pesare anche il precedente dell’anno scorso quando qui durante il suo match con Melzer successe un po’ di tutto. Gli fu anche comminata una multa di 5.000 sterline. Che non so però se poi sia mai stata esatta. Perchè nel tennis, insomma, non sempre si dà vero seguito ai provvedimenti che vengono annunciati. Non credo che una multa, per quanto pesante, possa innervosire Fabio Fognini più del solito. L’ipotesi di una squalifica, a quanto so, non è stata neppure presa in considerazione. Se una multa arriverà non si verrà mai ufficialmente a sapere con esattezza per quali precise parole – mi hanno detto i due super-referee – sarà stata comminata. Si dirà soltanto, eventualmente, audible obscenities o verbal abuses.

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Editoriali del Direttore

Per colpa di Schwartzman che batte Nadal, piccolo excursus statistico sulle serie vittoriose fra big

Ci aveva perso 9 volte! Con Berdych, Nadal era stato più continuo: le vittorie di fila furono 18. Rino Tommasi e Arthur Ashe vs Rod Laver…Tanti head to head a senso unico. Quiz su Berrettini, Sinner e Musetti

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Rafa Nadal - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)
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I nostri appassionati di tennis hanno dimostrato in tutti questi lunghi anni in cui i nostri tennisti di soddisfazioni ce ne hanno date pochine, che bastava tifare per Federer, Nadal o Djokovic per aver voglia comunque di seguire il tennis con immutata passione. Per poco più di un quinquennio (2010-2015) è stato motivo d’orgoglio patriottico soprattutto il tennis e i risultati delle nostre ragazze, ma per tre lustri sono stati quei tre a farci divertire più degli altri. A volte anche Murray, a volte anche Wawrinka e del Potro, ma sono stati meno continui.

A Roma, superata la delusione per le sconfitte dei quattro italiani che ci avevano un po’ illuso piazzandosi negli ottavi, ultimo in ordine di tempo colui sul quale era lecito puntare di più, Matteo Berrettini testa di serie n.4, erano tutti convinti che ci saremmo ritrovati con una finale disputata dai soliti due, Nadal e Djokovic.

Il direttore commenta la sconfitta di Berrettini (con un paragone irriverente)

 

Invece Nadal è già tornato a Maiorca. E non andrà a pescare, ma ad allenarsi più duramente del solito se non vorrà perdere anche a Parigi dove ha vinto tre volte più che a Roma: là sono 12, qua erano 9.

Nove erano anche le sue vittorie consecutive con il più piccolo dei grandi del circuito ATP, “El Peque”, il piccolo, l’argentino Diego Schwartzman. Chi non indovina perché si chiami Diego? Peggio per lui, io non glielo dico.

A fine match ho ricordato cosa disse Gerulaitis quando finalmente battè Connors, e lui si è messo a ridere: “Io posso avere anche sempre perso con certi giocatori, ad esempio con tutti i grandi tre, Rafa, Djokovic e Federer, ma quando entro in campo penso sempre che potrei farcela  rovesciare il pronostico. Oggi ho giocato la più bella partita della mia vita e sono contentissimo. Sì, forse lui non sarò al massimo, forse l’umidità della sera ha rallentato le palle che non prendevano più tanto lo spin, ma io ho giocato proprio bene. Gli ho fatto diversi break? Sì, ma io ho sempre fatto tanti break, la risposta è la parte migliore del mio repertorio…”.

Non solo il simpatico piccoletto di Buenos Aires, che era stato in semifinale al Foro anche un anno fa, non aveva mai battuto Nadal in 9 tentativi e – come mi ha detto lui. Nessuno dei celebri Fab 3, ma non era riuscito mai a battere uno dei primi 5 classificati del mondo in 22 duelli. Eppure un paio d’anni fa lui, l’11 giugno dopo aver raggiunto i quarti al Roland Garros, era arrivato a bussare alla porta dei top-ten. Si era fermato a n.11, come best ranking. Con quella classifica, fra i piccoletti, è stato probabilmente il n.2 di sempre. Harold Solomon, l’americano che perse da Panatta la finale del Roland Garros nel 1976, era alto 1m e 68 cm, vinse 22 tornei e salì fino al quinto posto delle classifiche ATP. Sul metro e 70 di Diego, detto fra noi, non ci giurerei. Deve essere stato misurato con un metro argentino. Secondo me è più piccolo. Ma tant’è.

Piuttosto, al di là del fatto che certamente quello visto ieri sera non era il miglior Nadal…e che la sua partita scopre un diverso scenario sia per Roma, dove il favorito diventa Djokovic a dispetto di una condizione non brillante, sia per Parigi dove gente come Thiem, lo stesso Djokovic e altri possono legittimamente pensare di avere molte più chance di quanto si potesse immaginare.

Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

La vittoria di un tennista che aveva perso nove volte con un altro mi ha fatto ripensare a quelle frasi che dicono i giocatori e che sembrano sempre un esercizio di banalità: “Ogni volta si ricomincia da 0 a 0” è una delle più classiche. Altre? “I Vecchi incontrano non contano”, “Lui non è tipo che molli e ti regali la partita” e via dicendo.

Poi però mi è tornata in mente quella sera al Masters quando con Rino Tommasi  e Gianni Clerici (Roberto Lombardi non c’era ancora) commentavamo per Tele+ (o Telecapodistria?) dal Madison Square Garden e Vitas Gerulaitis battè finalmente Jimmy Connors e se ne uscì con quella frase rimasta storica: “Nessuno batte Viats Gerulaitis 17 volte di fila!”. Un capolavoro. Vitas era un ragazzo straordinario e straordinariamente simpatico. Ho avuto il piacere di partecipare a un paio di party organizzato da lui, a Dallas e New York, dove mi sono divertito da matti. Magnifici, nostalgici ricordi.

ALTRI DUELLI A SENSO UNICO

Sulla scia di quel ricordo ho ripensato ad altre serie di duelli a senso unico che poi improvvisamente venivano interrotti. Un altro “17 senza macchia” che mi viene in mente è quello di Roger Federer con Youzhny, perché tre anni fa all’US Open, secondo turno, il russo era avanti 2 set a uno e corremmo tutti sull’Arthur Ashe increduli.

Maestro Rino mi diceva sempre di quando Arthur Ashe lo incontrava e gli diceva: “Senza di te Rino non avrei mai saputo quante volte di fila ho perso  con Rod Laver!”. Erano 19, quando finalmente Arthur ne vinse una. E su 23 ne avrebbe vinte…addirittura 2. E Rino, che Gianni aveva ribattezzato “ComputeRino”, ne era tutto fiero. Finché arriva a dire un giorno: “Prima di Internet…Internet ero io!

In Australia cinque anni fa ricordo di aver visto Andreas Seppi battere Roger Federer sull’HiSense Arena: Andreas ci aveva perso dieci volte di fila. Giocò una partita magnifica in quel torneo in cui ha raggiunto gli ottavi ben quattro volte.

Sempre in Australia, in quello stesso 2015, si interruppe la striscia positiva di Rafa Nadal con Tomas Berdych: il ceco aveva vinto le prime tre partite, e sembrava che Rafa se ne fosse fatto un complesso. Ma poi ne perse ben 18 di fila! In Australia Berdych spezzò la maledizione. Poi ricominciò a perderci… Alla fine il bilancio sarebbe stato dunque 20 a 4 per il maiorchino.

Ricordo anche, più lontana, una serie di 17 vittorie consecutive di Ivan il Terribile Lendl su un Connors che, otto anni più anziano, sul finir di carriera accusava il peso dell’età. Il bilancio non sarebbe stato però umiliante, perché all’inizio il pur longevo Connors aveva bastonato il ceco tante volte: 22 a 13 i confronti diretti. Una di quelle vittorie di Jimbo venne a un Masters, sempre al Madison Square Garden quando Connors dette del vigliacco (Chicken! Non si traduce come pollo, ma proprio vigliacco) a Lendl che contro di lui nell’ultima giornata del round robin aveva perso apposta il secondo set perché, arrivando secondo nel gruppo dietro Jimbo, avrebbe affrontato in semifinale il ben più battibile Gene Mayer che aveva concluso al primo posto dell’altro gruppo nel quale Bjorn Borg si era piazzato secondo. Lendl fece meri calcoli. Jimbo, orgoglioso com’era, non li avrebbe mai fatti.

Lendl, quando diceva di essere più forte di un altro, non lasciava spiragli. Con Brad Gilbert, che pure è stato n.4 del mondo, ha battuto in Slam o Masters gente come Becker e McEnroe, Ivan è stato implacabile: 16 vittorie a zero. Le stesse di Rafa Nadal con Richard Gasquet che soltanto fra il 2004 e il 2008 è riuscito a strappargli un set in 4 occasioni, ma mai più d’uno.

WTA – Fra le donne le serie di vittorie consecutive fra tenniste di altissimo livello ne ricordo diverse: avevo visto la diciottenne Sharapova battere Serena a Wimbledon nel 2004 e quello stesso anno una mia amica che scriveva di spettacoli su USA Today mi ospitò a Los Angeles e mi portò a Holywood a intervistare nella sua camera d’hotel la bellissima Halle Berry (scrissi l’intervista per Panorama, mi pare) nella settimana in cui Masha ribatté Serena allo Staple Center. C’era papà Yuri Sharapov che faceva un tifo esagerato e fuori da ogni bon ton. Mai e poi mai avrei immaginato che da allora Maria non sarebbe più riuscita a battere Serena, lungo 19 sfide in 16 anni! In compenso Maria ha messo sotto Simona Halep sette volte di fila prima di perderci a Pechino tre anni fa e poi a Roma nel 2018.

Mentre quando vidi Steffi Graf, nella finale del Roland Garros 1988 dare 60 60 a Natasha Zvereva in 34 minuti, non mi sorpresi a constatare che il loro bilancio sarebbe stato 20 a 1 per Steffi, che peraltro poteva vantare anche un 21-0 con Nathalie Tauziat, un 17-0 con Manuela Maleeva, un 21-1 con Helenona Sukova. Uno schiacciasassi, Steffi.

Sono sicuro che i lettori ne ricorderanno altre, io mi sono distratto a scrivere di queste e… tutto per colpa di Nadal che ha perso da Schwartzmann dopo averlo battuto 9 volte di fila! Vabbè, scherzi a parte, abbiamo fatto un po’ di ripasso di storia, non senza aver ricordato che Filippo Volandri resta l’ultimo italiano ad aver raggiunto le semifinali dal Foro Italico 13 anni fa, anno 2017. Ad maiora. Chi secondo voi fra Berrettini, Sinner e Musetti sarà in grado di centrare l’obiettivo per primo? E chi più volte?

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Editoriali del Direttore

Il direttore Scanagatta dà ragione a Binaghi: “Il Paese ne esce male” però…

Insopportabile incoerenza di provvedimenti presi a distanza di una settimana. Anche se nessuno dovrebbe stupirsi più se nell’ambito delle autonomie regionali una Regione sposa il bianco e un’altra il nero

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Roma 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Non appena ho saputo della pronuncia del ministro Spadafora e poi della reazione di Angelo Binaghi, ho chiesto alla redazione di fare subito quel titolo che abbiamo fatto in questa home page. Inclusa, ovviamente, la frase “e ha pure ragione”. Perché secondo me ce l’ha. Per quanto riguarda il mio preannunciato commento che compare nel sottotitolo, sapevo purtroppo che non sarei riuscito a farlo subito.

Ciò a causa delle varie partite in atto, Berrettini-Travaglia, Sinner-Dimitrov, Musetti con Koepfer, le interviste in rapida successione e i concitati colloqui con la redazione in remoto (con quella maledetta tendenza moderna alle chat che ti fanno perdere un sacco di tempo per obiezioni cui ti tocca rispondere e spiegare), con le pratiche e i protocolli COVID in continua evoluzione che arrivano dall’ufficio stampa del Roland Garros per procedere al completamento degli accrediti. Ovviamente a Parigi ho zero problemi, non è come a Roma dove vengono perfino censurate da Supertennis le domande che faccio ma non le risposte dei giocatori. Me lo hanno segnalato lettori che se ne sono accorti perché un paio di giocatori mi hanno chiamato per nome nel rispondermi… Io non avendo guardato le interviste mandate in onda su Supertennis non potevo saperlo.

Ho fatto titolare che Binaghi stavolta ha ragione, per tutta la prima parte delle sue dichiarazioni. In effetti mi chiedo che cosa possa essere mai cambiato in pochi giorni se quel che era stato negato in un primo momento (giusto o sbagliato che fosse quel provvedimento) viene concesso in un secondo. La figura internazionale che fa il nostro Paese è pessima. Sembriamo davvero un Paese poco serio. Per molta gente non è una novità, però non c’era bisogno di dare ragione a chi già lo pensava. Se i nostri politici, di qualunque partito, si preoccupassero maggiormente dell’immagine del Paese, degli interessi del Paese, anziché dei propri personali, non ci troveremmo a sottolineare criticamente quel che sta succedendo.

Io ho sempre sperato che fosse dato l’ok alla presenza del pubblico, ma ritenevo anche fosse impensabile che allo stadio Olimpico per Roma e Lazio, 80.000 posti a 200 metri dal Foro, si negasse l’accesso a uno spettatore e invece per il tennis si dovesse dare l’ok. O tutti e due gli impianti o nessuno, avrebbe detto chiunque dotato di un minimo di coerenza. Così come, per un minimo di coerenza, è inspiegabile contraddirsi a una settimana dall’altra. Ora si dice che alla base dell’ultimo intervento del ministro Spadafora ci sarebbe la considerazione che sia molto più facile controllare 1.000 presenze distribuite in un solo stadio, piuttosto che le stesse in libera circolazione fra un campo e l’altro.

 

Premessa: mi è stato detto da persone bene informate che le richieste a suo tempo avanzate da FIT sono state avanzate in modo poco diplomatico (arrogante?). Si pretendeva inizialmente dalle autorità competenti un ok a 5.000/6.000 spettatori. Solo in un secondo tempo, a un giorno dal sì o al no, si sarebbe accettato come minimo i 3.000 spettatori. Pareva infatti a Binaghi & Co. che aprire i cancelli per solo 1.000 avrebbe creato più costi economici in controlli e servizi piuttosto che vantaggi. Ciò premesso, però, perché adesso si può garantirne l’accesso e prima no? Così, all’ultimo tuffo?

Le domande non finiscono qui. Non si sapeva che le semifinali e le finali sono pochi incontri che quindi si possono programmare in un unico stadio? Eppoi – e qui capisco che la mia è una malignità di tipo andreottiano… ”A pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina”il provedimento ministeriale non sarà mica una conseguenza del grande risalto che hanno avuto in questi giorni e su tutti i media (anche quelli che al tennis dedicano poco o zero spazio) gli exploit record dei quattro azzurri in ottavi?Non sarà mica una conseguenza dell’aver avvertito il generale rimpianto per l’assenza di spettatori a celebrare le imprese dei nostri piccoli e grandi eroi, del duo Maravilha, di Berrettini (l’ho espresso più volte anch’io)?

Non sarà allora che il ministro Spadafora abbia pensato di ricavarsi una vetrina importante riaprendo al pubblico, sia pure soltanto a questi 1.000 spettatori, guadagnandosi così i pubblici ringraziamenti di Binaghi, quelli di tanti appassionati (oltre ai 1.000 che avranno accesso al Foro?) e magari di qualche elettore per le prossime scadenze? Mah, i veri motivi per i quali un ministro, un qualsiasi politico, decide qualcosa, li conosce solo lui. Che poi la situazione COVID sia in perenne osmosi, per cui ogni provvedimento è suscettibile di venire smantellato quasi da un giorno all’altro è certo vero e costituisce un bell’alibi per tutti. Consente di fare e disfare, su tutto. A scapito della serietà percepita.

A Parigi, abbiamo visto, siamo passati dall’ok per 11.500 presenze suddivise in tre zone non incrociabili a un ok ristretto per 5.000 spettatori che invece potrebbero incrociarsi. Questo a causa dell’intensificarsi dei contagi. Ma a Roma per la verità la situazione COVID non mi sembra sia granché cambiata fra una settimana fa e oggi. Credo sia piuttosto stazionaria. Quindi se ho detto che Binaghi ha ragione quando sostiene che il nostro Paese dà un’immagine da… ”roba da matti”, dico anche però che non si può scoprire solo oggi perché si parla di tennis e di sport, che in Italia le autonomie regionali sul discorso sanità si sono manifestate da marzo a oggi. Non è una novità. La si può discutere, contestare, ma non è una novità.

In Emilia Romagna c’è pubblico al circuito di Misano e in Lombardia a quello di Monza no. In Toscana al Mugello sì. In Emilia Romagna per il basket al chiuso sì e da un’altra parte no. A Palermo 300 persone hanno potuto seguire il torneo e a Roma, fino a oggi, no. Ma se usciamo dal terreno dello sport abbiamo visto anche nei protocolli sanitari sui tamponi, i test sierologici, l’obbligo delle mascherine nei locali chiusi, in quelli aperti, che ogni regione ha deciso autonomamente dalle autorità centrali. Quindi fare l’esempio, sentito mille volte per casistiche simili ma trattate diversamente da regione a regione, è un po’ demagogico, populista. O si cambiano le leggi di questo Paese rimettendo in discussione certe autonomie oppure si deve soltanto, con più o meno rassegnazione, prenderne atto. La Lombardia può fare e decidere una cosa, il Veneto che pure è amministrato da una compagine politica identica (la Lega) farne tutta un’altra.

Dire o lamentare “ma perché lui sì e io no?”si può farlo ma alla fine ha l’aria di una lamentazione quasi infantile, comunque vana. “Perché Petrucci e il basket sì a Bologna e io e il tennis no a Roma?” Uno che non sa nulla, dirà, “cavolo, ha proprio ragione!”. Ma se non si arriva a una revisione legislativa per la quale chissà quanto tempo ci vorrà, non serve a nulla sottolineare queste discrasie. Resta tuttavia un fatto: all’estero, perfino dove ci sono organizzazioni politiche federali e discretamente autonome (Svizzera, Germania, Stati Uniti per citare le prime tre che mi vengono a mente) penseranno le peggiori cose di noi, e prenderà sempre più corpo lo stereotipo dell’Italia Paese inaffidabile e incoerente (anche se poi ce ne sono tanti messi pure peggio!). Chi glielo va a spiegare come siamo messi noi nel nostro buffo Paese, se facciamo fatica a capirlo noi?

Sulla parte finale del discorso di Binaghi che dice “stiamo facendo quest’operazione quasi sicuramente in perdita”, beh mi sorprende il quasi. Spero abbiano fatto bene i loro calcoli. Fino a una settimana fa sembrava che sarebbe stata sicuramente in perdita.

Sul discorso “i primi 1000 che dalle 15 di oggi registreranno la loro mail sul nostro sito tra coloro che avevano i biglietti originali per semifinali o finali sul Centrale entreranno”, capisco che non era facile trovare una soluzione equa. Forse sarebbe stato più giusto rispettare un ordine cronologico nelle prenotazioni fatte a suo tempo. Ma magari sbaglio. Così penso che – anche se siamo in un’epoca in cui computer, telefonini e email siano ormai diventati il pane quotidiano della stragrande maggioranza degli italiani – quegli appassionati di una certa età non pratici di email, verranno danneggiati, insieme a quelli che oggi lavoravano e non sapevano nemmeno di poter attivarsi. Mica tutti sono obbligati a star sempre sulla notizia!

Infine: capisco bene che un giorno e mezzo per rimettere in sicurezza l’impianto costringa tutto lo staff organizzativo non sia una tempistica ideale, però che altro si può fare? Invece il ribadire che chi non sarà fra i 1.000 “privilegiati” non ha alternative al famigerato “supervoucher” riconferma l’ostinata volontà di Binaghi di distinguersi da tutti gli altri Masters 1000 che invece hanno provveduto a rimborsare i creditori dei biglietti. E continuo a non capire, anche se ormai è stato già rieletto presidente per i prossimi quattro anni e il sesto mandato, perché proprio non riesca a calarsi nei panni di quegli sfortunati acquirenti cui non offre neppure una seconda opzione. Pervicacemente.


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Editoriali del Direttore

41 anni dopo quattro italiani in ottavi e non c’è nessuno a vedere i nostri piccoli eroi: Musetti, Sinner e il derby azzurro

Una vera beffa. Cosa accadde nel ’79 agli Internazionali di Roma? Era l’era Panatta… Chi ha più ha chances di centrare i quarti fra Sinner (Dimitrov) e Musetti (Koepfer)? E perché?

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Lorenzo Musetti - Internazionali di Roma 2020 (foto torneo)
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È davvero uno scherzo del destino più beffardo. Ma come, e dopo 41 anni!, al Foro Italico ci sono nuovamente quattro tennisti italiani in ottavi di finale e a vederli… non c’è nessuno! Che jella. E c‘è pure, rischiavamo tutti di dimenticarlo, Rafa Nadal, il re della terra battuta, il mostro di Manacor, dominatore di 12 Roland Garros, di 9 Internazionali d’Italia. Scusate… e Djokovic? E che dire del fenomeno Azarenka che si permette di dare 6-0 6-0 a Sofia Kenin, campionessa d’Australia?

Allora, nel ’79, il centrale era un altro ed era lungi dal chiamarsi Pietrangeli. Tutt’al più la gente lo chiamava il Campo delle Statue. Statue di atleti giganteschi delle discipline più svariate e, chissà perché, tutti nudi. Quel campo nel giorno degli ottavi era pieno di gente, sui marmi bianchi la folla straboccava, molti erano rimasti fuori dai cancelli. Tre anni prima Adriano Panatta era diventato il re di Roma, dopo la leggendaria finale vinta con Vilas al termine di una cavalcata indimenticabile cominciata con un match vinto annullando 11 matchpoint al primo turno. L’anno prima, 1978, sempre Adriano si era arreso soltanto in finale e soltanto a Sua Maestà Bjorn Borg 6-3 al quinto, nel famoso – o famigerato? – match delle monetine (che aveva fatto seguito al clamoroso ritiro di Higueras in semifinale). Per chi è troppo giovane, o chi più vecchio è invece smemorato, ricorderò riprendendo dal mio racconto di quella finale quanto accadde.

Panatta, avanti 30-0 nel primo game del quinto set aveva perso otto punti di fila ed erano arrivate a cadere pericolosamente vicino a Bjorn Borg, più d’un paio di monetine. Lo svedese si era parecchio innervosito, comprensibilmente, per quei “diecini” lanciati da un branco di cafonissimi tifosi di Adriano. Ciò era incredibilmente accaduto nonostante che Bjorn, grandissimo signore, avesse restituito per ben tre volte all’amico Panatta un punto insolitamente strappatogli dai giudici di linea per solito affetti invece da miopia patriottica. Rivolgendosi al suo allenatore di sempre Lennart Bergelin, Bjorn aveva fatto capire che sarebbe uscito dal campo se la vergognosa vicenda fosse proseguita ancora. “Un’altra monetina e me ne vado”. La folla capì, e cominciò a gridare “Fuori! Fuori!”. All’indirizzo degli idioti lanciatori. Finché finalmente e tardivamente l’arbitro si decise a fare un appello al pubblico perché si comportasse civilmente pena la sospensione della partita.

 

In un articolo di Antonio Garofalo ritroviamo altri dettagli e queste righe finali: “Bjorn Borg è rimasto in buchetta all’inizio, ma ha poi fatto grande routine, dimostrando un controllo straordinario di se stesso e dei colpi, nel quinto set. Nemmeno decine di monete lanciate dagli artigli degli italopitechi gli impediranno di sommergere alla fine l’eroe de no’antri Adriano Panatta”. Non c’è bisogno di segnalarvi l’autore del meraviglioso affresco.

In quel ’79 del record il programma degli ottavi era quasi tutto… caviale, salmone e pernici. Non sarebbe forse bastato lo stadio Olimpico per accogliere tutti quelli che avrebbero voluto vedere Panatta-Higueras, dopo tutto quel che era successo l’anno prima, Bertolucci-Vilas, Barazzutti-Dibbs e, forse più di Ocleppo-Feigl, Lendl con Gene Mayer nonché Gerulaitis con Alexander e Solomon-Dibbs. Io ricordo che seguivo con attenzione – in mezzo a tanti campioni – anche l’americano Terry Moor, che sarebbe arrivato nei quarti, solo perché per l’appunto quella su Moor era stata una delle mie pochissime vittorie di prestigio quando avevo giocato i match fra college negli Stati Uniti, io nell’Oral Roberts, lui nella South Western Louisiana (se non ricordo male).

Per ricordare il comportamento dei quattro azzurri in quel giorno degli ottavi, Vilas battè Bertolucci 6-3 6-4, Panatta vinse su Higueras 6-4 7-6 e stavolta senza incidenti, Barazzutti perse da Dibbs 7-5 6-4, Ocleppo battè Feigl 6-4 3-6 7-5. Quel torneo del ’79 sarebbe poi stato vinto da Gerulaitis su Vilas dopo una maratona incredibile di 4 ore e 53 minuti 6-7 7-6 6-7 6-4 6-2 il cui racconto trovate qui.

I bagarini in quegli anni facevano affari d’oro. Era l’era Panatta, l’epoca d’oro del tennis italiano. Mai più vissuta. Ora, finalmente, sogniamo di riviverla, grazie a Berrettini e ai due ragazzini (e fa anche rima). Non è facile scrivere un editoriale dopo aver già realizzato un video che riassume le gesta di Lorenzo Musetti (lo trovate a fine articolo), capace di ripetersi ai danni di un Nishikori meno arrendevole di quanto fosse stato nel primo set Wawrinka. Due scalpi illustri, un triplo campione di Slam e un finalista dell’US Open, due ex top five.

Ho infatti aperto il mio intervento sul video, che registro alla meglio con i miei modesti mezzi – mica dispongo dei fondi di Supertennis! Anche se una ricerca della Bocconi sostiene che se avessi dovuto spendere in promozione pubblicitaria l’audience che raccolgo con questi video sarebbe roba che vale parecchi milioni – esclamando (solo per quei pochissimi che questa volta non l’avessero visto pur sapendo che ne faccio uno al giorno): “Altro che prova del 9! Lorenzo Musetti ha superato almeno quella del 18”. I successi conquistati nelle qualificazioni e nei due turni del Masters 1000 romano – primo diciottenne capace di tanto – gli hanno fatto guadagnare 70 posti in classifica ATP. Un balzo da numero 249 a 179. Numeri che devono far riflettere. Se si dice che Sinner, n.81, deve aver pazienza, e con lui i suoi tifosi, quanta ne deve avere Musetti?

Il suo tennis è più brillante di quello di Sinner, ma proprio per questo anche più rischioso. I bassi lo attendono minacciosi più degli alti, nell’immediato. Già il match con un (quasi) carneade tedesco che non è mai stato più su di n.83 del mondo, ma che è mancino – i mancini sono tipi… sinistri, dicevano nel MedioEvo – e qui ha battuto il tignoso De Minaur 7-6 al terzo e un meno tenace Monfils, si presenta tutt’altro che semplice. Bene o male il tedesco che vive in Florida, a Tampa, è tipo che l’anno scorso giunse agli ottavi dell’US Open, anche se noi quasi non ce accorgemmo perché tutti impegnati a seguire le prodezze di Berrettini. Il suo ranking lo deve soprattutto a quell’exploit. Eppure non fa mistero nel dire che la sua miglior superficie è la terra rossa. Uomo avvisato, mezzo salvato, caro Lorenzo Musetti.

Il rischio è che, dopo aver magari dormito pochino per l’impresa bis, ma stavolta senza 24 ore di decompressione, Lorenzo si trovi sulle spalle il peso di dover fare il tris… perché la gente che si è entusiasmata per il suo magnifico rovescio a una mano – ma l’avete visto quel passante che perfino Nishikori si è fermato ad applaudire? – quasi pretende che vinca ancora, anche se fra lui e il tedesco ci sono un centinaio di posti di gap in classifica.

Si ha un bel dire che la classifica non conta, ma invece qualcosa di solito significa. Non ho poi avuto tempo di vedere come Lorenzo se la cavi con i mancini. Ma certo non ne avrà incontrati a bizzeffe. Sarà un problemino in più, in aggiunta a quello di una inevitabile stanchezza per i match disputati a Roma e in tutte le ultime settimane senza sosta. Per tutti questi motivi forse il match di oggi è più difficile dei due che l’hanno preceduto. Non difficile come l’eventuale prossimo comunque… perché nei quarti gli toccherebbe Djokovic (più che Krajinovic, vero?).

Mi sono sbilanciato di più, invece, per il match Sinner-Dimitrov. E, sempre nel video… beh no, questa volta non ve lo dico, altrimenti che lo faccio a fare? Anzi, sapete che vi dico? In attesa delle immancabili scuse della FIT per il mio mancato accredito stampa, vado in salotto con brioche e cappuccino davanti alla tv a godermi il duello nazionale e mattutino (qui trovate il programma completo di oggi), Berrettini-Travaglia, per il quale posso sbilanciarmi in un pronostico sicuro: il match non sarà interrotto, come ieri sera, per un black-out elettrico piuttosto imbarazzante.

Smentisco infine, lieto così facendo di restituire un minimo di speranza ai creditori di sette milioni di biglietti, la fake news circolata ieri sera secondo la quale pareva che Angelo Binaghi non avesse pagato la bolletta all’Enel a seguito della mancata vendita degli altri biglietti. Con la previsione di un prossimo fatturato simile a quello della Federcalcio, la FIT ha fatto anche sapere di essere perfettamente in regola con le bollette: si è trattato di un semplice guasto tecnico.


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