Rio 2016, italiani: Errani più forte anche dei bagagli perduti, fuori Knapp e Vinci. Che fatica Seppi!

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Rio 2016, italiani: Errani più forte anche dei bagagli perduti, fuori Knapp e Vinci. Che fatica Seppi!

Olimpiadi 2016, 1st Day: Errani rimonta Bertens, Knapp illude prima del crollo con Safarova. Seppi acciuffa la vittoria per i capelli, ma che sofferenza. Vinci si arrende a Schmiedlova. Audio Seppi, Errani e Knapp

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A.K. Schmiedlova b. [6] R. Vinci 7-5 6-4 (da Rio de Janeiro, Vanni Gibertini)

Stat Vinci Schmiedlova

 

È inutile negarselo: quella arrivata nella prima serata di Olimpiadi brasiliane è una brutta doccia fredda per il tennis italiano. La nostra n.1 Roberta Vinci, testa di serie n.8, si è dovuta congedare anzitempo dalla rassegna a cinque cerchi dopo aver perduto per la seconda volta in due incontri in carriera contro la slovacca Anna Karolina Schmiedlova, attualmente n.61 del ranking ma con un passato da top 30.
Tuttavia se nel primo incontro tra le due, a Zhuhai lo scorso anni, Roberta era reduce dalla “sbornia” post US Open, quest’oggi si pensava che la maggiore caratura tecnica ed esperienza della tarantina potesse bastare per superare una giocatrice che aveva vinto solamente tre incontri in tutta la stagione.

Ed invece sin dall’inizio si è visto subito che sarebbe stata una serata di passione per la nostra portacolori, andata subito sotto 3-0, cedendo il servizio senza tenere un ‘quindici’ con ben quattro errori gratuiti. La Schmiedlova cerca di aprire il campo con il rovescio angolato, la Vinci insiste con il suo slice che passa sempre molto vicino alla rete, ma sembra non fare assolutamente nulla alla slovacca, sempre ben posizionata con i piedi. Roberta manovra e combatte, cerca di schiacciare l’avversaria nell’angolo sinistro ed infila 4 games consecutivi per il 4-3 e servizio. Poi però un altro game da dimenticare (break subito a zero) rimette la sua avversaria in corsa nel parziale. Sul 4-5 la Vinci annulla due set point con coraggio, ma due game più tardi tre errori gratuiti, inclusa una volée di diritto non troppo difficile, la condannano alla sconfitta nel parziale.

Anche nel secondo set la Schmiedlova parte a razzo sul 2-0, ma di puro muscolo Roberta ribalta un game da 40-15 e riacchiappa il controbreak. La slovacca ha un momento di titubanza al servizio, le sue prime non viaggiano più come facevano prima e la Vinci ne approfitta per issarsi sul 4-2, con una palla del 5-2 pesante, annullata però da un bel rovescio della Schmiedlova. All’ottavo game Roberta incassa il  controbreak in un game in cui comandava 40-0 e nel quale aveva avuto ben sei chance del 5-3. Due game più tardi la slovacca trova un paio di passanti clamorosi, si procura due match point che la Vinci annulla con grande carattere, ma sul terzo il diritto lungo della pugliese fa evaporare una bella fetta delle chance di medaglia del tennis italiano.

Chiaramente delusa Roberta subito dopo il match, che però si è prestata con la consueta cortesia a rispondere alle nostre domande: “La palla questa sera davvero non mi andava. Su questi campi per me è molto difficile giocare, sono molto lenti, anche le palle diventano pesanti ed i miei colpi non fanno male. Non riuscivo a far punto né col diritto né con il servizio, ed il mio slice non scivolava come avrebbe dovuto. Onore al merito, comunque, perché lei ha giocato molto bene, tirava tutto e le rimaneva tutto dentro, sicuramente aiutata dalle condizioni di gioco, che di sera diventano ancora più lente. Peccato, ma ormai il match è finito e non si può tornare indietro”.

A. Seppi b. I. Marchenko 6-3 3-6 7-6(6) (da Rio de Janeiro, Ubaldo Scanagatta)

Stat Seppi Marchenko

Clicca qui per leggere la cronaca di Ubaldo

S. Errani b. K. Bertens 4-6 6-4 6-3 (da Rio de Janeiro, Vanni Gibertini)

Stat Errani Bertens2

Non si sono ancora spenti gli echi della grande cerimonia di apertura di venerdì sera al Maracanà che Rio de Janeiro si tuffa nella prima giornata di gare. Ad aprire le danze sul campo 3 è toccato alla nostra Sara Errani, impegnata in un match tutt’altro che semplice con una giocatrice di ottimo valore e classifica (n.23, due posizioni più in alto dell’azzurra) e che l’ha vista rimontare un set facendo leva sulle sue grandi doti da combattente.

L’atmosfera sul campo periferico dell’Olympic Tennis Center è quasi quella da campo di periferia: pochi spettatori, la maggior parte dei quali olandesi, alcuni operai ancora intenti ad apportare gli ultimi ritocchi all’impianto ed un lieve strato di sabbia che ricopre scranni e campo.
La partenza del match sembra quasi al rallentatore: la lieve foschia mattutina che vela la vista dei monti di Rio de Janeiro sembra avere un effetto soporifero su tutto, ma è soprattutto merito (o colpa?) del campo se gli scambi non camminano. “Il campo è veramente molto lento, molto più lento che non ad Indian Wells” ha confermato la Bertens dopo la partita, ed a lei ha fatto eco la Errani “Campo e palle sono lentissimi, non è facile fare il punto”.

Nel primo set ci sono molti break, principalmente dovuti al vento, che rendeva una parte del campo molto più difficile da gestire. “Ho perso il gioco sul 4-3 a favore di vento, e quello alla fine ha fatto la differenza” ci ha spiegato la Errani nella zona mista. Peccato perché Sara aveva anche avuto la palla del 5-5, svanita con una risposta non tenuta in campo, e per lunghi tratti l’olandese puntualmente sbagliava ogni qualvolta cercava di affondare con il rovescio. Sul servizio della Errani, però, spesso e volentieri anche sulla prima, i diritti anomali della Bertens facevano male e nel game più lungo del set, sul 3-2 Errani, le tre palle avute dalla emiliana per il 4-2 sono state tutte cancellate da bordate olandesi innescate da servizi troppo deboli.

Ceduto il primo parziale per 6-4 in 46 minuti, la Errani si prendeva una pausa fisiologica abbandonando il campo per circa 6 minuti. “Ho avuto un calo fisico alla fine del primo set – ha poi detto Sara – ero stanca, ed oggi faceva molto caldo”.
Nel secondo parziale però era l’italiana ad andare subito avanti, approfittando anche di qualche errore di deconcentrazione dell’avversaria, ed a mantenere il vantaggio fino al finale di set, quando poi un’altra serie di servizi troppo morbidi consentiva il controbreak del 4-4.
Qui però era molto abile Sara a cambiare qualcosa negli scambi, spostando bene il gioco dal diritto al rovescio della Bertens, portando inesorabilmente all’errore l’olandese, che concedeva di nuovo il break con il terzo doppio fallo del suo match, e successivamente non riusciva a convertire uno 0-30 concedendo quindi il secondo set all’italiana.

L’avvio di parziale decisivo è decisamente ottimo per la Errani, la quale ottiene il break alla quinta opportunità dopo che l’olandese aveva rimontato una situazione di 0-40 con tre aces consecutivi (di cui uno di “seconda”). Curioso che in questa circostanza, sullo 0-40, il CT azzurro Corrado Barazzutti avesse commentato in tribuna “l’altra è calata molto con il servizio!”.
La Bertens si aggrappava alla battuta, rimaneva in scia dell’azzurra nonostante un paio di game di servizio combattuti, poi però mancava due opportunità del 3-3 con due errori gratuiti di diritto. Quel game spezzava le gambe ad una Kiki ormai molto stanca, che regalava il servizio a zero (con due doppi falli consecutivi) e si arrendeva alla sconfitta contro una Sara Errani che porta a casa una bella affermazione e guarda avanti al prossimo turno contro la ceca Barbora Strycova. “Lei è una giocatrice un po’ simile a me – ha detto la Errani – per cui su questi campi molto lenti può sicuramente fare molto bene. Vediamo”.

Sicuramente un segnale molto positivo questo per la nostra giocatrice, soprattutto ora che può allenarsi con tutta la sua attrezzatura invece che solamente con un paio di scarpe e due cambi d’abito. Il suo trasferimento da Montreal a Rio de Janeiro insieme con la compagna di doppio Vinci è stato particolarmente tribolato, anche se non nella misura in cui Sara aveva goliardescamente voluto far credere a tutto il mondo: “Io ho scritto su Twitter che siamo dovute passare per il Giappone, ma l’ho fatto per scherzo, invece poi sui social media è successo un finimondo! In ogni modo è stato un viaggio terribile, sono ancora stanca adesso. Il mio bagaglio è arrivato solo ieri, e fino a quel momento sono andata avanti solamente con due cambi d’abito, che lavavo tutti i giorni”.

L. Safarova b. K. Knapp 4-6 6-1 6-1 (Matteo Parini)

Seconda italiana in campo quest’oggi nel torneo olimpico di Rio, dopo la bella affermazione in rimonta di Sara Errani, è Karin Knapp. Sul Court 5, il più remoto dell’Olympic Tennis Center, avversaria della ventinovenne altoatesina è la coetanea ceca Lucie Safarova, attualmente posizionata al numero 28 delle classifiche mondiali – 85 posizioni davanti alla tennista azzurra – e finalista nel 2015 in Porte d’Auteuil. Non si tratta questo di un inedito assoluto essendosi già incontrate in precedenza in altre due occasioni – Miami 2008 e Wimbledon 2013 – con una vittoria per parte e sempre in tre set. Knapp, tornata all’attività solo in primavera per i postumi dell’infortunio al ginocchio riportato lo scorso inverno, si presenta qui in Brasile con un bagaglio fatto di poche partite e con il terzo turno di Parigi come miglior risultato. Safarova, in una stagione per ora tutt’altro che eccezionale, può comunque vantare il successo nel torneo casalingo di Praga, in finale sull’australiana Stosur. Si gioca per un posto al secondo turno contro la vincente del match che vede opposte l’eterna Venus Williams e la belga Flipkens.

Esaurito il riscaldamento di rito si comincia con l’italiana al servizio. Il primo parziale va avanti a strappi con Karin ad allungare per prima sul 2-0 e Lucie brava ad agganciare immediatamente la fuggitiva azzurra. Rea suo malgrado di mancare la palla del 3-1 in un game, il quarto, che è sembrato non voler finire mai (20 punti). Il set segue ora l’andamento dei servizi quando, questa volta, è la ceca ad operare il sorpasso. Ma è un fuoco di paglia perché la reazione della Knapp non si fa attendere ed alla prima occasione utile sigilla il contro-break che vale il quattro pari, subito bissato da un turno di battuta robusto e buono per issarsi sul 5-4. Al cambio di campo, con tutta la pressione di un parziale giunto ormai alle battute conclusive, Safarova – avanti di un quindici- subisce un filotto di quattro punti consecutivi che fissano un po’ a sorpresa il punteggio sul 6-4 a favore della nativa di Brunico. Un primo set nel quale si registrano ben cinque break su dieci giochi totali, con il servizio, come spesso accade quando a scendere in campo sono le fanciulle, lontano dall’essere un fondamentale di gioco dominante.

Alla ripresa, dopo due giochi interlocutori con la giocatrice in battuta brava nel compiere il proprio dovere, è Karin la prima ad attraversare un momento di difficoltà. La terza palla break è così quella buona, con la mancina ceca che si assicura la possibilità di far corsa di testa. Il break confermato a zero fissa immediatamente il punteggio sul 3-1 con l’azzurra poi incapace di arrestare l’emorragia nel gioco successivo nonostante per cinque volte si trovi con il vantaggio a disposizione. Bandiera bianca. L’altoatesina, infatti, appare a questo punto già con la testa al terzo e decisivo set tanto che, da lì a poco, Safarova, dopo un turno di battuta incamerato senza troppi patemi, impatta il computo dei parziali grazie al perentorio 6-1 finale.

Si va dunque al terzo con l’inerzia tutta dalla parte della ventinovenne di Brno che, questa volta, apre le danze con il servizio a disposizione. Ed è subito 1-0. Nemmeno il tempo di cambiare campo e per Knapp la gatta da pelare è di quelle grosse: tre punti facili in serie portano Safarova sullo 0-40 e l’equilibrio del set – e del match come si vedrà poi – è subito spezzato. Sono a questo punto sette i giochi consecutivi per la ceca che sembra ormai aver rotto gli argini. L’ottavo game in fila non solo vale il 3-0 ma con tutta probabilità assesta il colpo decisivo alle speranze dell’azzurra di poter rientrare in partita. C’è solo il tempo per il punto della bandiera, quello dell’uno a tre, prima di un oltremodo severo 6-1 che spedisce Lucie Safarova al turno successivoBrava comunque la nostra Karin, capace di insinuare almeno un po’ di paura ad una avversaria, allo stato attuale, nettamente più attrezzata.

Una sconfitta in un’ora e 54 minuti di gioco, arrivata sul campo più periferico dell’Olympic Tennis Center, con in sottofondo il ronzio dei condizionatori dell’IBC (l’International Broadcast Center, che ospita gli studi delle televisioni accreditate a Rio), che comunque per Karin Knapp chiude un cerchio, un incubo iniziato otto anni fa, quando una visita medica per verificare l’idoneità in vista di Pechino 2008 evidenziò un’anomalia cardiaca che le “rubò”, come dice lei stessa, la chance di partecipare ai Giochi. Certamente è bellissimo essere qui. Mi avevano rubato la chance otto anni fa, ed ora è una grande soddisfazione far parte di questo evento”.

Risultati:

S. Errani b. K. Bertens 4-6 6-4 6-3
L. Safarova b. K. Knapp 4-6 6-1 6-1
A. Seppi b. I. Marchenko 6-3 3-6 7-6(6)
A.K. Schmiedlova b. [6] R. Vinci 7-5 6-4

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Ubi Radio Olimpiadi – Dodicesima giornata di Tokyo 2020: la debacle delle squadre

Lo straordinario oro nell’inseguimento di ciclismo su pista rende meno amaro il peggior risultato negli sport di squadra da Monaco ’72

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Filippo Ganna e la squadra di inseguimento ha vinto una splendida medaglia d’oro nell ciclismo su pista, con una rimonta spettacolare nell’ultimo chilometro contro i campioni del mondo in carica della Danimarca.
Giornata da dimenticare per gli sport di squadra italiani: brutta sconfitta per la nazionale di pallavolo femminile, fermata 3-0 con la Serbia e autrice di una prova incerta e opaca. Sconfitto anche il settebello di pallanuoto, sempre dalla Serbia, non lasciando più nessuna squadra italiana in gara dopo i quarti di finale: non accadeva da Monaco ’72.
Le speranze sono ora concentrate sulla 10 chilometri di nuoto con Gregorio Paltrinieri, Elia Viviani nell’Omnium del ciclismo su pista e nella staffetta 4×100 metri di atletica nella quale corrono il neo campione Marcell Jacobs e la promessa Filippo Tortu.

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Flash

Olimpiadi, le medaglie vinte nel tennis da Seoul 1988 a Tokyo. Quali sono state le edizioni migliori?

Gli Stati Uniti rimangono nettamente primi nonostante le zero medaglie conquistate a Tokyo, mentre un’edizione svetta su tutte le altre a livello qualitativo

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Il podio delle Olimpiadi di Tokyo 2020_ Khachanov, Zverev e Carreno Busta (via Twitter, @ITFTennis)

L’oro di Sascha Zverev nel singolare maschile e la doppietta del Comitato Olimpico Russo nel doppio misto hanno sancito la conclusione delle Olimpiadi di Tokyo 2020 in salsa tennistica. Questo il computo finale delle medaglie:

  • ROC: un oro (Pavlyuchenkova-Rublev, doppio misto) e due argenti (Khachanov, singolare maschile – Vesnina-Karatsev, doppio misto)
  • Croazia: un oro e un argento (Metkic/Pavic e Cilic/Dodig, doppio maschile)
  • Repubblica Ceca: un oro (Krejcikova/Siniakova, doppio femminile) e un argento (Vondrousova, singolare femminile)
  • Svizzera: un oro (Bencic, singolare femminile) e un argento (Bencic/Golubic, doppio femminile)
  • Germania: un oro (Zverev, singolare maschile)
  • Australia: un bronzo (Barty-Peers, doppio misto)
  • Brasile: un bronzo (Pigossi/Stefani, doppio femminile)
  • Nuova Zelanda: un bronzo (Daniell/Venus, doppio maschile)
  • Spagna: un bronzo (Carreno Busta, singolare maschile)
  • Ucraina: un bronzo (Svitolina, singolare femminile)
Belinda Bencic – Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis)

Di seguito invece il computo storico degli allori vinti da Seoul 1988 ad oggi (ricordiamo che si giocò anche a Los Angeles nel 1984, ma in vesti puramente dimostrative). C’è un paese che fa chiaramente la voce grossa e si tratta degli Stati Uniti, che come vedremo comanda anche le classifiche di tutte le rispettive discipline meno che una. L’Italia, come purtroppo sappiamo, non c’è.  

Vediamo nel dettaglio la distribuzione specialità per specialità, partendo dal singolare maschile. Qui c’è davanti il Regno Unito, anche se sarebbe più opportuno dire Andy Murray, vincitore di due medaglie d’oro (ne ha anche una d’argento in doppio misto).

 

Questo il singolare femminile. Le nove medaglie d’oro sono state assegnate soltanto a sei paesi differenti, per via della voce grossa fatta dagli Stati Uniti (con Serena, Venus, Davenport e Capriati).

Il doppio maschile:

Il doppio femminile, con il clamoroso dominio degli Stati Uniti capaci di aggiudicarsi sei medaglie d’oro su nove, tre delle quali con Serena e Venus in coppia.

E infine il doppio misto, reintrodotto a Londra 2012:

QUALI SONO STATE LE EDIZIONI PIÙ COMPETITIVE DEL SINGOLARE OLIMPICO?

Non è un segreto che il ruolo del tennis alle Olimpiadi sia sempre stato controverso, trattandosi di uno sport con un calendario molto fitto, costantemente sotto i riflettori e votato all’iper-professionismo; per questo motivo, non tutte le edizioni hanno avuto un campo di partecipanti di altissimo livello. Siamo quindi andati a vedere il ranking dei semifinalisti e dei quartofinalisti al tempo di ogni singola competizione. Ovviamente non si tratta di un sistema perfetto, ben lungi: sono infatti molti i casi di giocatori che hanno fatto bene alle Olimpiadi prima di esplodere in termini di classifica (Federer a Melbourne, Berdych ad Atene, Li a Pechino) o durante momenti complicati (Bruguera ad Atlanta, Clijsters a Londra, e soprattutto Del Potro a Rio, in quel momento N.145 ATP ma N.38 a fine anno e N.3 due anni dopo). Allo stesso tempo, però, si possono trarre alcune indicazioni, pur con le considerazioni del caso.

In campo maschile, le tre edizioni in cui il ranking dei semifinalisti è stato più alto sono state Londra 2012 (3,75), Pechino 2008 (7) e Seoul 1988 (10), con Tokyo 2020 poco dietro a quota 10,5. Londra domina anche a livello di quarti di finale (7,625), seguita da Pechino (18,5) e Tokyo (26,125). In campo femminile i ranking erano disponibili solo a partire da Atene 2004, seconda miglior edizione per la qualità delle semifinaliste alle spalle di… Londra 2012, sempre lei (3,75 per quest’ultima, 7,5 per l’edizione greca); la situazione si ripropone guardando ai quarti di finali, con Pechino terza a poca distanza. A livello WTA Tokyo 2020 ha invece accusato la media più bassa in entrambe le categorie in virtù dei numerosi upset avvenuti nei primi turni, da Barty a Osaka, da Sabalenka a Swiatek.

TORNEI MASCHILI – RANKING MEDIO

Di seguito i dati completi del maschile, con l’ultimo ranking pre-torneo fra parentesi:

1988: Mecir (12)-Mayotte (10)-Edberg (3)-Gilbert (15)-Cané (101)-Schapers (44)-Jaite (29)-Steeb (82).
Media semifinalisti=10; media quarti=37

1992: Rosset (44)-Arrese (30)-Ivanisevic (4)-Cherkasov (26)-Lavalle (84)-Oncins (53)-Santoro (37)-E. Sanchez (25).
Media semifinalisti=26; media quarti=37.875

1996: Agassi (6)-Bruguera (67)-Paes (126)-Meligeni (93)-Ferreira (11)-Furlan (26)-Washington (13)-Olhovskiy (101).
Media semifinalist=73; media quarti=55.375

2000: Kafelnikov (8)-Haas (48)-Di Pasquale (62)-Federer (36)-Kuerten (3)-Ferrero (12)-Mirnyi (53)-Alami (34).
Media semifinalisti=38.5; media quarti=32

2004: Massù (14)-Fish (22)-Gonzalez (20)-Dent (29)-Berdych (74)-Moyà (4)-Youzhny (42)-Grosjean (12).
Media semifinalisti=21.25; media quarti=27.125

2008: Nadal (2)-Gonzalez (15)-Djokovic (3)-Blake (8)-Federer (1)-Mathieu (27)-Monfils (42)-Melzer (50).
Media semifinalisti=7; media quarti=18.5

2012: Murray (4)-Federer (1)-Del Potro (8)-Djokovic (2)-Isner (10)-Nishikori (18)-Almagro (12)-Tsonga (6).
Media semifinalisti=3.75; media quarti=7.625

2016: Murray (2)-Del Potro (145)-Nishikori (6)-Nadal (5)-Bautista Agut (16)-Bellucci (55)-Monfils (11)-Johnson (22).
Media semifinalisti=39.5; media quarti=32.75

Juan Martin del Potro, Andy Murray e Kei Nishikori – Il podio delle Olimpiadi di Rio 2016 (foto Ray Giubilo)

2020: Zverev (5)-Khachanov (25)-Carreno Busta (11)-Djokovic (1)-Nishikori (69)-Humbert (28)-Chardy (68)-Medvedev (2).
Media semifinalisti=10.5; media quarti=26.125

TORNEI FEMMINILI- RANKING MEDIO

2004: Henin (1)-Mauresmo (2)-Molik (24)-Myskina (3)-Pierce (28)-Schiavone (17)-Kuznetsova (10)-Sugiyama (14).
Media semifinaliste=7.5; media quarti=12.375

2008: Dementieva (6)-Safina (7)-Zvonareva (11)-Li (43)-Jankovic (2)-Bammer (33)-S. Williams (5)-V. Williams (8).
Media semifinaliste= 16.75; media quarti=14.375

2012: S. Williams (4)-Sharapova (3)-Azarenka (1)-Kirilenko (15)-Kerber (7)-Wozniacki (8)-Clijsters (36)-Kvitova (6).
Media semifinaliste=5.75; media quarti=10

2016: Puig (37)-Kerber (2)-Kvitova (14)-Keys (9)-Konta (13)-Kasatkina (27)-Svitolina (20)-Siegemund (33).
Media semifinaliste=15.5; media quarti=18.125

2020: Bencic (12)-Vondrousova (41)-Svitolina (6)-Rybakina (20)-Muguruza (9)-Giorgi (58)-Pavlyuchenkova (18)-Badosa (29).
Media semifinaliste=19.75; media quarti=24.125

Curiosamente, alcune edizioni hanno avuto una media più alta ai quarti che in semifinale: Atlanta 1996, Sydney 2000 e Rio 2016 nel maschile, Pechino 2008 nel femminile. Dando un’occhiata più generale, si possono trarre tre conclusioni: la prima è che Londra 2012 è stata di gran lunga la miglior edizione delle Olimpiadi tennistiche, giocate a Wimbledon subito dopo Wimbledon, una condizione perfetta per i giocatori sia a livello mitografico che a livello di preparazione che a livello di scheduling (questo fa ben sperare in chiave Parigi 2024, che si disputerà al Roland Garros); la seconda è che generalmente le migliori del circuito WTA tendono a fare meglio alle Olimpiadi delle loro controparti ATP (con la possibile eccezione della corrente edizione).

La terza è che nonostante qualche forfait di troppo a Tokyo (soprattutto nel maschile), questa edizione non sia stata inferiore alla media degli altri tornei iridati, anzi. Si potrebbe forse muovere qualche critica alla qualità del gioco espresso, ma questa non sembra essere una colpa dei giocatori, quasi sempre pronti a lasciare tutto sul campo seppur sottoposti a condizioni proibitive per quasi tutta la settimana.       

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Olimpiadi

L’Italia di Jacobs e Tamberi sogna col tennis. La Cechia di Krejcikova con le tenniste, ma Drobny era un’altra cosa

Lo strano fenomeno di un Paese che ha avuto il doppio degli Slam winner rispetto all’Italia, 9 vs 4, e 41 Slam contro 5. Ma brilla solo al femminile e ha un solo top-100 fra i maschi

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Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi - Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @Coninews)

Mi rendo conto che nel giorno successivo a quello in cui l’Italia conquista due medaglie d’oro nelle discipline d’atletica più naturali che ci possano essere, la corsa e il salto, e questo può essere forse considerato il giorno più bello dello sport italiano, tutto il resta passa in seconda linea. Figurarsi il tennis. Già a Londra, quando si erano giocate due finali a Wimbledon e a Wembley, era stata una giornata fantastica, sebbene non si potesse chiedere a Matteo Berrettini di battere quel Djokovic che non era davvero quello visto contro Zverev a Tokyo.

Si tratta di un doppio trionfo senza precedenti, nei 100 metri e nel salto in alto, davvero da leggenda grazie a Marcell Jacobs e a Gianmarco Tamberi, anche se ricordo bene – sebbene bambinetto di 10 anni – mio padre emozionato fino alle lacrime nel vedere davanti alla TV (che mi pare fosse ancora in bianco e nero) Livio Berruti con quegli occhialetti da studente modello, vincere i 200 metri piani alle Olimpiadi di Roma (1960) precedendo per la prima volta tutti gli sprinter di colore che sembravano invincibili.

Vent’anni dopo avevo già quasi 30 anni quando Pietro Mennea vinse di nuovo i 200 metri e Sara Simeoni saltò più in alto di tutte le altre ragazze ai Giochi di Mosca, ma non ricordo invece che quella “doppietta” possa essere arrivata nell’arco di un quarto d’ora come è successo questa volta, con Tamberi avvolto in una bandiera italiana ancora sulla pista per un abbraccio storico, fantastico, commovente a Jacobs.

 

Non amo in genere le dichiarazioni dei dirigenti quando devono fare discorsi celebrativi, ma quanto ha detto d’istinto Giovanni Malagò, presidente del CONI (“E’ una giornata storica perché l’Italia può dire di avere l’uomo più veloce del mondo e l’uomo che salta più in alto nel mondo!”) l’ho trovato efficacissimo, un piccolo capolavoro di sintesi.

Con Vanni Gibertini ogni sera abbiamo registrato un podcast, Ubi Radio, che riassumesse un po’ il dietro le quinte dell’Olimpiade, la situazione del medagliere azzurro raccontando medaglia per medaglia i successi dello sport azzurro nelle varie discipline, e le vicende del torneo di tennis. Il torneo è finito, ma Ubi Radio continuerà ad andare on line e sembra, a giudicare dai numerosi contatti, che piaccia abbastanza. Qualcuno avrà anche avuto modo di ascoltare i nostri interventi su Radio Sportiva con Stefano Tarantino, il nostro “Patria-Man”, che ha seguito almeno dieci sport intervistando un medagliato dopo l’altro. Anche quelli continueranno fino a fine Olimpiade e saranno dai sei agli otto interventi al giorno da Tokyo.

In queste “gloriose” circostanze, con anche l’altra disciplina regina delle Olimpiadi a fianco dell’atletica, il nuoto, che ha colto sei medaglie azzurre record – anche se a Sydney 3 furono d’oro – scrivere di tennis, dunque, e nemmeno di tennis italiano a conclusione del torneo olimpico che ci ha visto purtroppo ancora una volta a digiuno di medaglie, un po’ mi imbarazza.

Ma credo che Ubitennis abbia il dovere di rispettare i suoi lettori, appassionati di uno sport che comunque quest’anno ci ha dato soddisfazioni cui non eravamo abituati, seppure non a Tokyo. Cioè laddove abbiamo visto vincere il doppio maschile alla formazione croata n.1 del mondo, Mektic e Pavic, che però era stata a pochi punti dalla sconfitta con il nostro improvvisato Sonego-Musetti. E abbiamo visto approdare alla finale del singolare maschile con un pizzico di rimpianto un tennista, il russo Karen Khachanov, più volte battuto dai nostri Sinner e Berrettini.

Jacobs, che ha corso in 9,80 diventando l’erede di un certo Usain Bolt che a Rio aveva vinto in 9,81, non era il favorito dei 100, anche se un vero favorito non c’era. Idem Tamberi. Per questo mi piace pensare che se i due nostri migliori tennisti fossero stati presenti, Berrettini e Sinner, forse qualche bella soddisfazione avremmo potuto togliercela anche nel nostro sport della racchetta. Magari stasera le medaglie azzurre avrebbero potuto essere 30 anziché 29 (diamo già per certa quella della vela, che ancora deve arrivare ma non è in discussione), perché anche un doppio Berrettini-Fognini avrebbe potuto fare molta strada. Pazienza.

Mentre nei prossimi giorni – se gli altri sport non mi distrarranno troppo… e per esempio Italia-Stati Uniti di pallavolo femminile stamattina alla vostra alba mi intrigava parecchio perché volevo capire se davvero le azzurre sono da podio come tanti profetizzano – mi sembrerebbe giusto soffermarmi sui meriti di Sascha Zverev che ha dominato la finale in modo schiacciante, e aveva dominato con notevole personalità anche Djokovic in semifinale dal 2-3 del secondo set in poi, oggi vorrei dedicare qualche riga frettolosa al tennis ceco che mi pare attraversi un periodo particolare. Benissimo le donne, malissimo gli uomini. Proprio come è successo anche al tennis italiano per un lungo periodo.

L’oro conquistato dalle favorite Siniakova-Krejcikova nel doppio donne è una conferma del loro status di numero uno del mondo, ma anche di un periodo in cui il tennis femminile ceco si mantiene all‘altezza delle sue migliori tradizioni, dai tempi almeno di Martina Navratilova, Hana Mandlikova, Petra Kvitova e una Pliskova che è stata n.1 del mondo ma non ha mai vinto uno Slam pur avendo disputato un paio di finali Major, ci sono almeno sei o sette tenniste ceche costantemente fra le prime 100, fra cui magari una Krejcikova capace di vincere uno Slam a anche in singolare.

Però, così come per il tennis italiano, abbiamo visto che c’è stata l’epoca in cui i buoni risultati arrivavano soltanto dalle ragazze, così anche il tennis ceco attraversa un momento piuttosto strano. I cechi, dacché hanno perso Berdych che è stato a lungo un top ten, e si è arreso all’anagrafe anche Stépanek, non hanno praticamente più tennisti fra i top 100 salvo Vesely.

Il tennis italiano negli anni Ottanta, conclusa la golden era di Panatta, ha goduto dapprima dei risultati di Reggi e Cecchini, arrivate a n.13 e n.15 del mondo. A cavallo del terzo millennio Silvia Farina si fermò a n.11 del mondo, chissà con quanti rimpianti per lei non poter dire di essere stata una top ten anche se si tratta di una distinzione piuttosto ridicola. Poi, dal 2010 in avanti con Schiavone, Pennetta, Errani e Vinci, i nostri uomini non reggevano il confronto.

Adesso il tennis ceco sembra vivere una situazione analoga. La Repubblica Ceca ha sempre avuto grandi giocatori, anche se con tendenza a rifugiarsi all’estero. Il primo di grande fama, fu Jaroslav Drobny, campione a Parigi nel ’51 e nel ’52 e a Wimbledon nel 1954 – quando batté Rosewall e aveva 36 anni – e tre volte a Roma, in mezzo a 147 tornei! Mi pare di ricordare che Drobny, che non sopportava il regime comunista che pretendeva da lui un visto per ogni trasferta per ciascun torneo, fu prima apolide e poi prese passaporto egiziano nel ’49, dieci anni primi di prendere quello britannico. Ha vissuto fino alla morte (2001) a Londra, ma era stato a lungo anche in Italia, dove allenò per un periodo anche la nazionale italiana di Pietrangeli e Sirola.

Ma i campioni Slam cechi sono stati più del doppio dei nostri azzurri, che sono solo quattro, Pietrangeli, Panatta, Schiavone e Pennetta. E cioè, Drobny, Lendl, Kodes, Korda, Navratilova, Mandlikova, Novotna, Kvitova, Krejcikova. Quattro più quattro. Con una sostanziale differenza. Gli Italiani hanno vinto in tutto cinque Slam – 2 Pietrangeli, uno gli altri. I cechi ne hanno vinti ben 41: Lendl ha vinto 8 Slam, Kodes 3, Drobny 3 (più 5 finali perse), Navratilova 18 (di cui 9 a Wimbledon), Mandlikova 4, Kvitova 2, Novotna, Korda e Krejcikova 1. Questi risultati ripetuti negli anni hanno costruito una tradizione tale che oggi è ancora più sorprendente che il tennis maschile sia ridotto al solo Vesely a livello di top 100.

I lettori di Ubitennis sanno probabilmente moltissimo di tutti questi giocatori, salvo forse di Jaroslav Drobny, sebbene quel mancino dotato di grandissima classe, e costretto a giocare con gli occhiali e lenti molto spesse a seguito di un incidente patito mentre giocava a hockey – era “centrale” nella nazionale di hockey su ghiaccio che vinse la medaglia d’oro ai mondiali del 1947 e l’argento ai Giochi Olimpici invernali del ’48 a St. Moritz quando marcò 8 gol in 9 partite – avesse vinto tre volte gli Interrnazionali d’Italia (’50, ’51 e ’53).

Mio padre lo aveva visto giocare ed era rimasto impressionato dal suo tocco di palla e dalle sue doti strategiche. Mancino, dotato di un servizio più che discreto per i suoi tempi, giocava la smorzata con il rovescio a una mano che sorprendeva regolarmente gli avversari, ma soprattutto era stato uno dei primi tennisti che dimostrava di aver studiato le geometrie del tennis – a quanto mi ha riferito mio padre – perché nel giocare la smorzata la seguiva costantemente a rete, in modo da tagliare l’angolo alla eventuale ripresa dell’avversario.

Un poco come Ivan Lendl più tardi, anche Drobny perse ben quattro finali Slam (tre delle quali al quinto set) prima di vincerne una, quando ormai aveva compiuto i 30 anni. Avrebbe dovuto vincere quella contro Marcel Bernard a Parigi nel ’46, visto che era due set avanti: 3-6, 2-6, 6-1, 6-4, 6-3. Nella finale di Wimbledon del ’49 perse dall’americano Ted Schroeder (il tennista che ha vinto Wimbledon perdendo otto set, più di chiunque altro!): 3-6, 6-0, 6-3, 4-6, 6-4. E al Roland Garros 1950 contro un altro americano, Budge Patty, Drobny perse 6-1, 6-2, 3-6, 5-7, 7-5. Quella del ’48, sempre a Parigi e sempre contro un americano, Frank Parker, Drobny l’aveva perso in 4 set:  6-4, 7-5, 5-7, 8-6. Ma di finali di Slam Drobny ne ha giocate 13 fra singolo, doppio e misto. Fu finalmente nel ’50 al Roland Garros, contro il sudafricano Eric Sturgess, che Drobny riuscì finalmente a sfatare il tabù degli Slam persi, forse perché vinse molto facilmente con un triplice 6-3, per poi ripetersi l’anno successivo contro il grande campione australiano Frank Sedgman: 6-4, 7-5, 5-7, 8-6.

Jaroslav Drobny – Wimbledon 1953

Dopo le due vittorie in terra di Francia ecco finalmente quella sull’erba di Wimbledon contro il diciannovenne Ken Rosewall nel ’54, 20 anni prima che Muscle Ken giocasse la sua quarta, tutte perse, contro un Jimmy Connors che non ebbe pietà dei suoi 39 anni. Drobny, come accennato, aveva 36 anni e vinse 13-11, 4-6, 6-2, 9-7. Quei 58 game rimasero la finale più lunga fino a metà anni 70 e Jaroslav fu il primo mancino a vincere a Wimbledon dai tempi dell’australiano Norman Brookes che aveva vinto nel 1914 (e le cui foto, a decine, ho potuto ammirare nell’elegantissimo club di South Yarra Tennis Club a Melbourne tre anni fa quando fui invitato a un pranzo e riuscii a farmi fare una fotografia fra Ken Rosewall e Frank Sedgman, i cui segnaposti nel grande tabellone precedevano e seguivano in ordine alfabetico quello di un certo Ubaldo Scanagatta, tennista indegno al cospetto di quei due Grand Slam winners).

Si dice che Jaroslav Drobny, con Billie Jean King e Martina Navratilova, sarebbe l’unico tennista “occhialuto” ad aver vinto Wimbledon. Io ricordo di aver visto anche Arthur Ashe indossare gli occhiali, però può essere che nel ’75 quando battè Connors in 4 set – al mio secondo Wimbledon – Arthur avesse già le lenti a contatto. Dovrei riguardare un filmato dell’epoca per sincerarmene.

Tornando a Drobny, ricordo che Alison Danzig, uno dei giornalisti del New York Times che scrissero per primi che chi avesse vinto i quattro Majors nello stesso anno avrebbe realizzato il Grande Slam, che è quanto si dice nel bridge se uno vince tutte le tredici mani, scrisse di lui: “Nessun atleta ceco, salvo forse Emil Zatopek – l’uomo chiamato cavallo! – ha reso maggior onore al proprio Paese di Jaroslav Drobny!”.

La storia del tennis, in ogni Paese, vive di cicli, positivi e negativi. Per l’Italia ora sembra che tutto fili per il verso giusto per il tennis maschile, e nulla per quello femminile. Per la Cechia è l’opposto. Basta aspettare un po’. Le tradizioni non si smentiscono mai, anche se ci vuole tempo.

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